12 cose da ricordare prima di una videochiamata importante

videochiamata
Utilizziamo spesso la videochiamata sul posto di lavoro.

La maggior parte delle volte è normale routine: chiarimenti, aggiornamenti, contatti con clienti, confronti operativi.

Altre volte, però, l’asticella si alza.

Una videochiamata può diventare decisiva

Un confronto con il tuo capo o con il CEO.
Il reclamo di un cliente importante.
Un richiamo a un collaboratore.
Una riunione con il team.
Un colloquio di lavoro.
La presentazione di un servizio o di un progetto a un potenziale cliente.

In quei momenti…

le parole diventano rilevanti.

Il tuo approccio ancora di più.

È necessario trasmettere il giusto equilibrio tra garbo e determinazione.

Affrontare la situazione con obiettività, calma e sicurezza.

Leadership.

Come puoi leggere nel mio libro Autorevolezza, l’errore più grande che puoi fare è aspettarti che una videochiamata sia identica a un incontro in presenza, con l’unica differenza di uno schermo in mezzo.

Non lo è.

In video cambiano i tempi, cambia la percezione, cambia il modo in cui trasmetti presenza, attenzione e autorevolezza.

Per questo vale la pena prepararsi.

Ecco 12 cose da ricordare prima di una videochiamata importante.

La videochiamata richiede preparazione.
La pratica ti rende fiducioso.
Efficace.

La videochiamata non è così facile come sembra.
Sottovalutarlo è un errore che si paga caro.

La sfida più grande degli incontri virtuali è mantenere le persone coinvolte e interessate.

Ricorda che dovrai trasmettere competenza e autorevolezza solo attraverso un’immagine piatta su uno schermo.

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Aggiungi valore, non parole.

Imposta videochiamate brevi.
Immagina che le persone ti dicano:
“Okay. Dimmi cosa vuoi… veloce, però!”

Vestiti e agisci come se fossi nel tuo spazio professionale.
Perché lo sei!

Prima di cominciare voltati.
È quello che gli altri vedranno.


PIÙ AUTOREVOLEZZA SUL LAVORO
Trovi spunti interessanti nei miei libri:

“Autorevolezza” , ora nella NUOVA edizione aggiornata2025, è perfetto se vuoi rafforzare la tua presenza autorevole.

“Prima volta Leader” è pensato se hai assunto da poco un ruolo di leader.

Se la videochiamata è breve, efficace e produttiva
risulti autorevole.

L’obbiettivo di una fotocamera può essere il più grande critico che tu abbia mai incontrato.
Guardalo direttamente “in faccia”.

Non parlare troppo presto.
Interrompendo il flusso della conversazione sembrerai agitato e ansioso.

Evita tutto ciò che è banale.

Quando non hai qualcosa di significativo da aggiungere, TACI.

 

PER APPROFONDIRE L’ARGOMENTO >
Riunione online: 8 spunti per essere efficaci e autorevoli
La presenza executive al telefono

Motivare i collaboratori: 8 semplici metodi per generare energia positiva

motivare i collaboratori
Andiamo dritti al punto.

Tutte le persone hanno energia.

Un’energia che può crescere oppure disperdersi.

Il tuo compito, come leader, è alimentarla costantemente.

Quanto sei consapevole dell’impatto che hai sull’energia dei tuoi collaboratori?

Sai che il tuo atteggiamento, positivo o negativo, si riflette inevitabilmente nella dinamica della squadra?

Devi proteggere questa energia.
Alimentarla.
Accenderla.

L’energia cresce quando il lavoro ha significato. Quando c’è chiarezza. Quando c’è azione.

Se invece la gestisci male…

arrivano demotivazione e svogliatezza.

Le persone fanno il minimo indispensabile. Il semplice compitino.

I progetti rallentano.
Poi decadono.

Ecco 8 modi semplici per motivare i collaboratori e generare energia positiva.

1. Ascolta preoccupazioni e suggerimenti

Chiediti:

  • Conosco le aspirazioni delle persone del mio team?
  • So davvero cosa desiderano?
  • Che cosa le preoccupa?

Poi chiedi:

  • “Questo sembra preoccuparti?”
  • “Ti vedo particolarmente entusiasta di questo progetto.”
  • “Capisco quello che mi stai dicendo.”

Fai capire alle persone che sei disponibile ad ascoltarle.

Mantieni una politica di “porta aperta”, oppure, se preferisci, di “contatto aperto”.

Se vuoi motivare i collaboratori devi essere inclusivo.

Incoraggiali a parlare.
A chiedere il tuo aiuto (o, se ti piace di più, il tuo supporto).

Se invece guidi con intimidazione e paura, le conseguenze possono essere molto dannose.

Quando le persone si sentono ascoltate e apprezzate, fanno quasi sempre più di quanto sia strettamente necessario.

Questo non significa ignorare gli aspetti negativi.

Se emergono comportamenti tossici…

occupatene subito.

2. Rispetta l’impegno e le aspirazioni

Ciò che è semplice per te potrebbe essere molto difficile per qualcun altro.

Rispetta la fatica.
Riconosci l’impegno.

Dietro molte frustrazioni si nasconde un’aspirazione.

Prova a chiedere:

  • “Che cosa ti piacerebbe fare?”
  • “Come posso aiutarti?”
  • “Qual è il prossimo passo?”
  • “Hai competenze importanti. Come possiamo valorizzarle?”

3. Valorizza punti di forza e progressi

Aiuta le persone a vedere ciò che fanno bene.

Per esempio:

  • “Sei particolarmente bravo a…”
  • “Dai il meglio quando…”
  • “Come hai sviluppato questa competenza?”
  • “Come potresti usarla anche in questa situazione?”

E sottolinea anche i progressi.

  • “Sì, c’è ancora margine di miglioramento, ma rispetto a prima hai fatto passi avanti…”

Le persone crescono molto più facilmente quando qualcuno riconosce i loro miglioramenti.

PIÙ LEADER DEL TUO TEAM > scopri il tuo percorso di coaching ideale (modalità, costi ecc.)

4. Un modo semplice per motivare? Sorridi

Come scrivo nel mio libro Autorevolezza, un sorriso diffonde ottimismo.

Coinvolge.
È contagioso.

Soprattutto nei momenti difficili.

Quando le persone ti vedono sorridere, tendono a rilassarsi.

Il tuo sorriso porta energia positiva nel team.

Comunica fiducia.

E spesso aiuta anche gli altri a ritrovarla.

5. Festeggia insieme al team

Celebrare è uno dei modi più semplici per generare energia positiva.

Non aspettare il grande traguardo.

Festeggia anche le piccole vittorie.
Fai sentire le persone apprezzate.

Riconosci il loro lavoro con parole sincere e incoraggianti.

Non limitarti agli anniversari aziendali o agli obiettivi eccezionali.

Anche i piccoli progressi meritano attenzione.

6. Mostra passione

Non basta fare il proprio lavoro.

Occorre farlo con coinvolgimento.

Cerca di migliorarti ogni giorno.

Mettici energia.
Mettici anima.

I risultati straordinari sono quasi sempre il frutto di azioni ordinarie ripetute con costanza.

La tua passione influenza chi ti circonda.

Se percepisci stanchezza o apatia, porta qualcosa di nuovo.

Una domanda diversa.
Un’idea.
Un’iniziativa.

L’entusiasmo è contagioso quanto la demotivazione.

7. Motivare i collaboratori? Tratta le persone con rispetto

Fatico ancora a capire come alcuni imprenditori e manager trattino male i collaboratori e poi pretendano entusiasmo, produttività e coinvolgimento.

Non funziona così.

Le persone sono una parte fondamentale del tuo successo.

Le organizzazioni che rispettano i propri collaboratori ottengono quasi sempre risultati migliori.

I grandi leader possiedono competenze tecniche.

Ma prima ancora…
“competenze umane”.

Prova a chiederti:

Come vorrei essere trattato se i ruoli fossero invertiti?

8. Entra a far parte del team

Non limitarti a gestirlo.

Quando serve, rimboccati le maniche e lavora insieme alle persone.

Soprattutto nei momenti più difficili.

I leader che si mettono in gioco vengono percepiti come più affidabili, cooperativi e credibili.

Le persone seguono più volentieri chi condivide anche la fatica.

Un ambiente di lavoro migliora quando aumentano fiducia, benessere ed emozioni positive.

Migliorano i rapporti.
Migliora la creatività.
Anche i risultati.

Tutti desideriamo lavorare accanto a persone che sappiano ispirare.

A volte succede.
Più spesso no.

Per questo vale la pena diventare una di quelle persone.

Parlare da leader: come essere migliore dei tuoi colleghi

parlare da leader

Foto di Henri Mathieu-Saint-Laurent da Pexels

Con una comunicazione adeguata puoi creare una visione del futuro, spiegare con efficacia situazioni delicate e complesse, mostrare soluzioni che altri non vedono.

Puoi suscitare ispirazione.

Ma questo non accade se la tua comunicazione è blanda, casuale o vaga.

Pensa attentamente alle parole che scegli.

Devi essere specifico.
Concreto.
Evocativo.

Il linguaggio della leadership deve essere semplice ma audace. Prima di parlare da leader, in modo formale o informale, chiediti:

“Cosa sta succedendo?”
“Cosa voglio?”

Se non sai cosa vuoi, o peggio ancora stai inseguendo obiettivi solo egocentrici, forse dovresti restare in silenzio finché non sei pronto ad articolare una visione più ampia.

L’importante non è solo quello che dici, ma come lo dici

Probabilmente investi molto tempo nello sviluppo di abilità e competenze.

Molto meno nello sviluppo delle tue abilità personali.

Eppure il modo in cui parli, ti presenti e comunichi è decisivo.

La tua voce è il veicolo che spinge le persone ad ascoltarti.

A prendere sul serio te.
E le tue parole.

Non conta soltanto ciò che dici.
Conta come lo dici.

La correttezza non si proclama

“Fidati.”
“Credimi.”

Sono frasi fatte con cui pensi di trasmettere sincerità, sicurezza e onestà.

Spesso ottieni l’effetto contrario.

L’interlocutore può pensare che tu le utilizzi proprio nei momenti di difficoltà, quando vuoi spingere una richiesta o rendere più credibile ciò che stai dicendo.

Sono affermazioni che indeboliscono la tua professionalità.

Quando sei sicuro della tua proposta, del tuo servizio o della tua offerta, l’ultima cosa che dovresti fare è mettere sul piatto la tua serietà.

La serietà si vede.
Non si annuncia.


La nuova edizione aggiornata 2025 del mio libro Autorevolezza ti aiuta a rafforzare impatto, carisma e comunicazione.

“Prima volta Leader” è il libro pratico perfetto se stai muovendo i primi passi nella gestione di un team.

Due libri complementari per sviluppare assertività, leadership e relazioni efficaci sul lavoro.

Se vuoi parlare da leader, non dichiarare la tua competenza

Non proclamare la tua correttezza.

Lascia che emerga attraverso i gesti, le parole, la presenza.

Se devi dimostrarla, porta esempi concreti.

Situazioni reali.
Comportamenti osservabili.
Decisioni prese.

Questo significa parlare da leader.

Non usare negazioni

Evita di presentare le tue idee con formule che indeboliscono subito il messaggio.

Per esempio:

* “Non so se questo funzionerà…”
* “Spero che i risultati non saranno…”
* “Ho ragione, vero?”
* “Mi capisci?”

Invece di dare a chi ti ascolta un motivo per dubitare, esponi il tuo pensiero in modo chiaro.

Senza scusarti in anticipo.
Senza chiedere conferme a ogni frase.

Lascia agli altri la libertà di valutare ciò che dici.

Sarai sorpreso da quanto le persone si fidano di te quando inizi a fidarti di te stesso.

Parlare da leader: evita parole dispersive, intercalari e superlativi

“Quindi… quindi…”
“Giusto?”
“Vero?”
“Ehm…”
“Incredibile.”
“Sorprendente.”
“Fantastico.”

Se li usi continuamente, ti indeboliscono.

Nascondono indecisione.

Ti fanno perdere credibilità.

Anche i superlativi esagerati cancellano il vero significato.

Quando tutto è fantastico, alla fine niente lo è davvero.

Evita dichiarazioni banali ed enfatizzate.

Spiega i fatti.

In modo chiaro.
Concreto.
Avvincente.

Non lodare gli altri con parole generiche e scontate.

Non sforzarti di piacere

Evita di addolcire troppo il messaggio.

Il bisogno di essere carino, gradevole o rassicurante ti porta spesso a usare parole deboli.

Parole che tolgono energia.
E incisività.

Non siamo attratti da chi fa di tutto per piacere, colpire, impressionare o conquistare.

Se ti sforzi troppo di piacere, trasmetti insicurezza.

Sembra che tu abbia bisogno di approvazione.

Piacere alle persone non dovrebbe essere una strategia.

Non dovrebbe essere un calcolo.
Dovrebbe semplicemente accadere.

Non utilizzare di continuo intercalari

“Giustappunto.”
“In definitiva.”
“Dico bene?”
“Vi pare?”
“Naturalmente.”
“Sostanzialmente.”

Gli intercalari sono molto diffusi nel parlare quotidiano.

Aumentano quando non sai bene che cosa dire.

Quando sei costretto a riempire il vuoto.

Quando farfugli qualcosa, senza un vero collegamento con la frase.

Vuoi parlare da leader? Non ripeterti

Pensi che più ripeti un concetto, più diventi convincente?

Spesso accade il contrario.

Se ripeti troppo, sembra che non ti fidi di quello che dici.

Diventi dispersivo.
Annoi chi ascolta.

La ripetizione continua crea confusione e ti impedisce di arrivare al punto.
I dettagli inutili allontanano il discorso dalla meta.

E ti fanno perdere incisività.

Parla chiaro

Quando l’argomento diventa importante o difficile, spesso evitiamo di fare il punto.

Ci tiriamo indietro usando frasi generiche:

“Dipende dalla squadra.”
“È una situazione piuttosto difficile.”

Non rifugiarti in un linguaggio fiacco.

Un linguaggio chiaro aumenta il tuo coraggio e ti collega meglio a ciò che vuoi davvero dire.

Usa parole concrete.
Accurate.
Dirette.

La chiarezza arriva anche da lì.

Cogli l’attimo.

Sta a te usare il miglior linguaggio di leadership possibile.

Parla bene.

Se desideri un supporto personalizzato per essere più autorevole e parlare da leader, scopri il mio servizio di personal coaching.

Discussione sul lavoro: affrontare con successo una persona sulla difensiva

persona sulla difensiva

Foto di RODNAE Productions da Pexels

Quante volte hai visto una persona sulla difensiva?

Non appena inizi a parlare:

  • incrocia le braccia
  • alza “barriere”
  • giocherella con la penna
  • distoglie lo sguardo
  • volta la testa
  • difende a oltranza il suo operato

Il linguaggio del corpo è il primo segnale.
Ancora prima delle parole.

Quando una persona si mette sulla difensiva,
crea fisicamente una distanza tra te e lei.

Difendersi significa una cosa sola:

Evitare di accettare responsabilità.

Se c’è una colpa, puoi starne certo…
non è la sua!

La difesa è spesso il segnale di una difficoltà più profonda:
accettare l’incombenza della situazione.

Sul lavoro, per molti, difendersi è diventata una forma d’arte.

In realtà è una reazione istintiva

Proteggersi dal senso di colpa e dall’insicurezza.

Le persone sempre sulla difensiva faticano ad assumersi responsabilità e spesso si sentono sbagliate, inadeguate.

Come ho scritto nel mio libro “Autorevolezza” – ora nella NUOVA versione aggiornata 2025 –

per alcune persone accettare responsabilità
è vissuto come accettare il fallimento.

Quando il feedback diventa un attacco

Chi è sulla difensiva percepisce il feedback come ingiusto
o come un attacco personale.

Non come un’osservazione su comportamenti o risultati.

Difendendosi crede di evitare il confronto,
ma in realtà lo sabota.

Accusa te.
Il contesto.
Il collega.
L’azienda.

“Se mi avessero aiutato, non sarebbe successo.”

Invece di scusarsi e riparare, elenca giustificazioni.
Minimizza.
Ridimensiona il problema.

È importante dirlo chiaramente:
il comportamento difensivo spesso nasce
da problemi più profondi
che hanno poco a che fare con te.

Non puoi controllare le reazioni degli altri.
Puoi solo scegliere come comunicare.

Persona sulla difensiva: resisti alla tentazione di “avere ragione”

Quando qualcuno si difende,
mantenere una comunicazione sana è difficile.

E spesso, senza accorgercene, peggioriamo la situazione.

Ricorda:
la reazione dell’altro ha poco a che fare con te.

È il risultato di emozioni represse e accumulate nel tempo.

Più ti difendi,
più aumenti la probabilità di uno scontro.

La contro-difesa è inefficace.

Più ti giustifichi, più dai forza alle opinioni altrui.

Quando scegli di non difenderti:

  • apri al dialogo
  • accetti il confronto
  • dimostri ascolto
  • non mostri paura

Ed è lì che l’altro, spesso,
abbassa le armi.

Trova un accordo (anche minimo)

Porta pazienza.
Mantieni la calma.

È difficile.
Ma è la cosa più utile che puoi fare.

Anche se il punto di vista dell’altro ti sembra fastidioso o irragionevole,
cerca un punto di contatto.

Esprimi un consenso parziale:

  • “Capisco che tu la veda in modo diverso.”
  • “In alcune situazioni potrebbe essere vero.”
  • “Potresti avere ragione.”

Se la persona non accetta il tuo feedback,
cerca di capire perché.

Riconosci la sua reazione, senza giudicarla.

Chiediti con onestà:

  • Ho interpretato male i fatti?
  • Ho frainteso le sue intenzioni?
  • Il feedback è impreciso o ingiusto?
  • È solo una risposta emotiva?

Persona sulla difensiva? Mantieni una mentalità aperta

Fai domande vere.
Non retoriche.

Mostra che vuoi capire,
non vincere.

Chiedi come si sente.
Ascolta.
Chiedi ancora.

Come scrivo nel capitolo 5 del mio libro, usa affermazioni aperte per ridurre la difesa:

  • “Riconosco che questo può essere difficile da ascoltare.
    Voglio capire meglio: su cosa non sei d’accordo?”
  • “Quali altri punti di vista pensi dovremmo considerare?”
  • “Io vedo questa come una tua responsabilità.
    Parliamo del perché tu non la vedi così.”

Quando una persona si sente compresa,
la difesa cala.

Lo spazio di dialogo si apre.

Gestire conversazioni difficili
richiede lucidità, empatia e metodo.

In conclusione

Una persona sulla difensiva non è “contro di te”.

È spesso contro se stessa.

E se sai restare saldo, senza difenderti né attaccare,
sei già un passo avanti nella tua autorevolezza.

Nei momenti di tensione, un buon feedback può cambiare la direzione
di una relazione professionale.

Scopri il coaching mirato:
Dare feedback costruttivi in situazioni critiche

e impara a comunicare con autorevolezza
anche nelle situazioni più complesse.

Feedback sul lavoro: il giusto approccio (un estratto dal mio libro)

feedback sul lavoro

Foto di JESHOOTS.com da Pexels

Un feedback sul lavoro può essere valutativo o potenziante.

Dovrebbe essere specifico e costruttivo.

Focalizzato sul problema e basarsi su osservazioni oggettive, almeno nelle intenzioni.

L’elogio e la critica sono giudizi personali, uno benevolo e l’altro sfavorevole, su un comportamento o un risultato.

Spesso sono vaghi e depotenzianti, incentrati sulla persona e basati su convincimenti, interpretazioni o sentimenti.

Lo scopo di un feedback sul lavoro, se è negativo, non dovrebbe essere quello di incolpare o accusare la persona.

Ma creare piuttosto la giusta consapevolezza che può condurre alla correzione o al miglioramento delle sue prestazioni o atteggiamento.

Le persone che lavorano con te meritano un feedback da parte tua.

Hanno il diritto di sapere cosa-sbagliano e il dovere di provare a sistemare le cose che sbagliano.

Non possono farlo se non sanno cosa o come fare.

Ecco un estratto del capitolo 5 del mio libro “Autorevolezza”, ora nella NUOVA edizione aggiornata 2025.

Feedback valutativo

Il feedback valutativo (spesso è sotto forma di revisione semestrale o annuale delle prestazioni) è ciò a cui pensa la maggior parte delle persone quando sente la parola “feedback”.

Implica una valutazione, può essere emotivamente carico perché pieno di sorprese o disaccordi.

Spesso è legato alla retribuzione.

Le persone rimangono deluse o turbate oppure sollevate ed euforiche.
Consente confronti su dati e target.

L’obiettivo principale del feedback valutativo è assicurarsi che la persona comprenda chiaramente (senza essere necessariamente d’accordo) quale sia la valutazione ricevuta.

Feedback potenziante

È empowerment.
Crescita.
Sviluppo.
Il piano di crescita.

È centrato sul migliorare e creare un’immagine solida per il futuro.

Dà potere perché aiuta le persone a identificare e rimuovere gli ostacoli che devono affrontare.

  • Cosa possiamo fare di meglio per soddisfare/migliorare il tuo piano d’azione?
  • Come possiamo aumentare/potenziare/sistemare…?

Queste domande potenzianti possono essere poste ogni giorno, attorno al tavolo riunione o in un corridoio per la pausa caffè.

Tale approccio evolutivo toglie agitazione, irritazione e soprattutto…

la sorpresa.

Sia il feedback valutativo sia quello potenziante sono essenziali per lo sviluppo della persona.

Sono collegati ma diversi, per contenuti e per “carico emotivo”, ed è importante separarli.
Tuttavia, se una persona è aperta, la sessione di feedback valutativo può terminare con un ponte verso lo sviluppo.

E viceversa.

La maggior parte delle persone apprezza l’opportunità di una migliore percezione del proprio comportamento, a patto che il tono del discorso non sia ostile o giudicante.

Il giusto approccio dei feedback sul lavoro

Porgere feedback sul lavoro è una questione delicata.
Non utilizzarli con superficialità e leggerezza.

Anche se sono amichevoli e accoglienti, creano pressione. Possono risultare intimidatori e compromettere le relazioni professionali.

Non presentarti con una lunga lista di aspettative, soprattutto se irrealistiche, perché portano delusione e frustrazione.

Sii consapevole dell’ansia o delle preoccupazioni che provochi nella persona.

Giusto o sbagliato, buono o cattivo, qualunque cosa una persona stia facendo o provando, è …

la sua realtà.

È troppo facile concentrarsi su ciò che non va. Potresti essere ingiusto quando non lo consideri.

Avvicina le persone attraverso i loro punti di forza ed esperienza.

“Quando dai un feedback,
l’approccio che userai farà tutta la differenza.”

Michele Ferrarelli

Non dovresti mai essere titubante, ma comprensivo e disponibile.

Come team leader è necessario assumerti la responsabilità di costruire una base solida di fiducia.

Oltremodo è tua responsabilità “riparare” tali dinamiche interpersonali se si incrinano.

Ne hai la facoltà.

Sei tu a determinare il contenuto e la modalità dei tuoi dialoghi. Lavoraci da subito, sin dalle prime conversazioni.

Il tuo collaboratore deve sapere che riconosci i suoi talenti e che credi in lui. Spiega che conosci e apprezzi il suo percorso professionale.

Condividi il tuo obiettivo: massimizzare il suo potenziale.
E mostra quanto sei felice di questa opportunità!

Quando emergono cattive prestazioni e dinamiche, non eludere il tuo ruolo in questa vicenda.

Prova a chiederti:

  • Cosa mi sto perdendo?
  • Cosa non capisco di questa persona?
  • La mia percezione è stata influenzata da un recente evento negativo?
  • Cosa ho fatto di sbagliato?

Feedback sul lavoro? La pratica è fondamentale per affinare il tuo stile

Puoi esercitarti davanti allo specchio, con il tuo partner o un amico.
Provare quello che dirai, ad alta voce, ti permetterà di sentire il tuo tono.

Potresti anche registrare le tue parole per capire come “suoni”.

È anche importante pensare al tuo linguaggio del corpo, che può parlare più forte delle tue parole.

Spesso siamo inconsapevoli di inviare messaggi negativi.

Prova a sintetizzare il tuo intervento, anche se breve, in punti chiave.
Se non ti senti ancora pronto, scrivi cosa devi dire.

Cerca di formulare frasi brevi.

Qual è il messaggio che vuoi far passare.
Chiediti:

  • Qual è il punto?
  • Quale concetto deve passare assolutamente?
  • Che cosa posso evitare?
  • Come preferisce la persona ricevere il feedback?

Modifica il tuo approccio di conseguenza.

Inizia più “leggero” (parlando del più e del meno) se sai che hai davanti una persona che va in confusione con una comunicazione estremamente diretta.

Preparati a una reazione emotiva di rabbia, rifiuto o forse anche lacrime.
Resta comunque sempre calmo e professionale.

Dare feedback in momenti delicati non è semplice: basta una parola sbagliata per creare tensione.

Scopri il percorso di coaching mirato “Dare feedback costruttivi in situazioni critiche”, il percorso che ti aiuta a gestire queste conversazioni con equilibrio e autorevolezza.

Colloquio individuale con un collaboratore: 20 regole di base (spesso poco applicate)

colloquio individuale

Foto di cottonbro da Pexels

Le accortezze di un buon colloquio individuale con un collaboratore sono semplici.

Facilmente applicabili.

Si pensa che basti essere educati, parlare in modo chiaro… e il gioco è fatto!

Proprio perché sono così semplici, spesso diventano banali.
Scontate.

E quindi eseguite con superficialità e leggerezza.

Un esempio?

Il sorriso di circostanza.
Quell’increspare leggermente le labbra per accennare un sorriso.

Non toglie quel retrogusto di disagio e di non-riconoscimento che proviamo.

Siamo molto lontani da:

  • “Oh! Ma che piacere averti qui!”

Oppure…

Come spiegare quel senso di superiorità e altezzosità che, a volte, ci accoglie in un colloquio individuale?

Possiamo bollare la persona come scortese o poco professionale?

Magari no.

Eppure, rimane quella sensazione gelida.
Di sufficienza.
Di fretta.
Indifferenza.

Come se stessimo disturbando.

Tutte esagerazioni? Paranoie?

Non direi.

Come spiego nel mio libro “Autorevolezza”, le persone oggi ricercano soddisfazioni emotive.
Anche chi si definisce estremamente razionale.

Riconoscimento.
Disponibilità.
Ascolto.
Apprezzamento.
Empatia.

Sono queste le esperienze più gratificanti.

Ma anche le più sensibili.
E le più pericolose, quando mancano.

Per questo è fondamentale distinguere tra professionalità e comportamento.

Una check-list essenziale per i tuoi colloqui individuali

Queste 20 regole sono semplici.

Forse le conosci già.
Ma applicarle con consapevolezza cambia tutto.

Considera questo post come una check-list operativa.
Un promemoria concreto prima del tuo prossimo incontro.

1. Ricorda la potenza della prima impressione

Bastano pochi secondi per formare una percezione.

E una volta formata, cambiarla è difficile.

I primi istanti sono decisivi.
Ogni dettaglio contribuisce.

Nulla dovrebbe essere lasciato al caso.

Approfondisci con il mio post sulla prima impressione.

2. Attenzione al look

Vuoi essere ricordato per la tua competenza.
Non per una trascuratezza evitabile.

Sobrio.
Curato.
Coerente con il contesto.

Elegante, ma autentico.

3. La puntualità è un must

Il ritardo comunica disorganizzazione.
Anche — e soprattutto — se sei il capo.

Se accade, scusati subito.

4. La cortesia non è opzionale

La vera leadership si riconosce da come tratti tutti.

Non solo chi è “sopra”.
Ma anche chi è “sotto”.

Chi ha bisogno di dimostrare di essere superiore, non lo è ancora.

5. Prepara la location

Arriva prima.
Prepara lo spazio.

Questo riduce lo stress e aumenta la tua presenza.

Evita colloqui uno dopo l’altro senza pausa.
Ogni incontro merita energia piena.

6. Alzati in piedi quando la persona entra

È un gesto semplice.

Ma comunica rispetto.
Presenza.
Accoglienza.

E migliora anche la qualità della tua voce.

7. Mantieni il contatto visivo

Il contatto visivo comunica sicurezza.

E riconoscimento.

Stai dicendo:
“Tu sei importante.”

8. Annuisci e reagisci

Un volto immobile crea distanza.

Annuisci.
Sorridi.
Reagisci in modo naturale.

Mostra che sei presente.

9. Inizia con leggerezza

Non entrare subito nel merito.

Qualche minuto di conversazione informale crea connessione.

Costruisce fiducia.

10. Prendi appunti

Prendere appunti comunica rispetto.

Dimostra che ciò che l’altro dice ha valore.

E rafforza la tua memoria operativa.

11. Ascolta davvero

Non dominare la conversazione.

Ascoltare è la base dell’autorevolezza.

Se non ascolti, non verrai ascoltato.

Nel mio libro “Autorevolezza” trovi strumenti concreti per sviluppare questa capacità fondamentale.

12. Poni domande conclusive

Verso la fine, chiedi:

  • “C’è qualcosa di cui vorresti parlare prima di chiudere?”

Questo apre spazio a ciò che conta davvero.

13. Ricorda e usa il nome

Il nome è identità.

Usarlo crea connessione.
Riconoscimento.
Rispetto.

14. Non dimenticare il follow-up

Ciò che accade dopo l’incontro è decisivo.

Scrivi.
Conferma.
Segui.

È qui che si consolida la fiducia.

15. Non trasmettere fretta

La fretta comunica disinteresse.

La calma comunica autorevolezza.

Chi si sente ascoltato, si apre.

16. Evita argomenti rischiosi

Politica.
Religione.
Battute fuori luogo.

Mantieni il focus.
La professionalità protegge la relazione.

La tua autorevolezza passa anche dalla tua comunicazione.

Scopri il percorso:
Voce, attitudine, presenza: comunica autorevolezza da Executive

17. Non essere troppo informale

Non devi essere un amico.

Devi essere un leader.

Autentico.
Presente.
Equilibrato.

18. Spegni il telefono

Controllare notifiche durante un colloquio distrugge la connessione.

Comunica disinteresse.

La tua presenza è il tuo strumento principale.

19. Non divagare

Mantieni la direzione.

La chiarezza rafforza la leadership.

La dispersione la indebolisce.

20. Dai seguito alle parole

Definisci i prossimi passi.

Scrivili.
Condividili.
Seguili.

La fiducia nasce dalla coerenza.

Il vero obiettivo di un colloquio individuale

Non è solo scambiare informazioni.

È costruire fiducia.
È rafforzare la relazione.
Sviluppare autonomia e responsabilità.

Quando un colloquio è condotto con presenza e consapevolezza, diventa uno strumento di leadership potente.

Quando è gestito con superficialità, diventa solo un incontro in più.

Le persone non ricordano tutto ciò che hai detto.

Ma – stanne certo – ricordano come si sono sentite davanti a te.

È lì che nasce — o si perde — la tua autorevolezza.

10 modi in cui bravi manager dicono cose giuste nel modo sbagliato

comunicare da leader

Foto di Skyler Ewing da Pexels

Dire cose giuste non basta: se sbagli il modo, il messaggio cambia.

“Non è importante quello che dici, ma come lo dici.”

Probabilmente hai sentito questa frase decine di volte.

Eppure, sul lavoro, continuiamo a comportarci come se contassero soprattutto i contenuti.

Prepariamo argomentazioni impeccabili.
Cerchiamo le parole giuste.
Costruiamo ragionamenti logici.

Poi succede qualcosa di curioso.

L’altra persona si irrigidisce.
Si offende.
Va sulla difensiva.
Oppure interpreta il nostro intervento come un attacco.

E ci ritroviamo a pensare:

“Ma io avevo ragione.”

Probabilmente è vero.

Il problema è che, nelle relazioni professionali, avere ragione non significa necessariamente essere ascoltati.

Come scrivo nel mio libro “Autorevolezza” il modo in cui comunichi modifica il significato delle tue stesse parole.

Pensa a una canzone rap cantata nello slang di una grande metropoli americana.

Magari non comprendi quasi nulla del testo.

Eppure percepisci rabbia.
Riscatto.
Frustrazione.

Lo stesso accade con un’opera lirica.

Molte persone si emozionano profondamente senza comprenderne il significato letterale.

Il cervello interpreta molto più delle parole

Interpreta il tono.
Il ritmo.
L’intenzione.
L’energia.

Ed è esattamente ciò che succede anche in ufficio.

Puoi dire una cosa giusta e ottenere un effetto sbagliato.

Non perché il contenuto sia errato.

Ma perché il modo in cui arriva modifica completamente ciò che l’altra persona sente.

Ecco alcune situazioni nelle quali potresti perdere autorevolezza senza rendertene conto.

1. Le parole sono giuste, ma il linguaggio è sbagliato

Le parole possono costruire oppure chiudere una conversazione.

Per esempio:

  • “È un’idea pessima.”
  • “Non sono sicuro sia la soluzione migliore.”

Oppure:

  • “Non sono d’accordo.”
  • “La vedo in modo diverso.”

La differenza non è soltanto nella cortesia.

È nella disponibilità che lasci all’altro di continuare a pensare insieme a te.

Anche un feedback può cambiare completamente tono.

Piuttosto che dire:

  • “Ci sono errori nel report.”

prova:

  • “Possiamo guardare insieme questa parte? Ho notato qualcosa che merita un controllo.”

2. Il corpo smentisce la voce

La comunicazione non verbale arriva prima delle parole.

Braccia incrociate.
Sopracciglia aggrottate.
Occhi al cielo.
Testa che scuote continuamente.

Anche se stai dicendo qualcosa di sensato, il tuo corpo potrebbe comunicare:

  • “Sono qui per darti torto.”

3. Hai ragione, ma sembri aggressivo

Interrompi.
Parli sopra gli altri.
Punti il dito.
Mantieni uno sguardo inquisitore.

Il risultato?

Le persone smettono di ascoltare il contenuto e iniziano a difendersi dal tuo atteggiamento.

Se vuoi comunicare da leader non rinunciare alla fermezza.

Esprimila con calma.

4. Hai ragione, ma sembri sapere sempre tutto

Ci sono frasi che chiudono qualsiasi confronto.

Per esempio:

  • “Fossi in te…”
  • “Al tuo posto…”
  • “Devi capire che…”

Magari il consiglio è corretto.

Ma il modo in cui arriva comunica superiorità.

L’autorevolezza non ha bisogno di mettersi sopra.

5. Hai scelto la persona sbagliata

Esistono organizzazioni dove il dissenso viene accolto.

Altre nelle quali viene vissuto come un attacco personale.

Prima di parlare chiediti:

  • Chi ho davanti?
  • Il mio interlocutore desidera davvero confrontarsi oppure vuole soltanto conferme?

La diplomazia non consiste nel tacere.

Consiste nel capire come e quando dire la stessa cosa.

6. Sei troppo morbido… oppure troppo duro

Quando devi dire “no”, evita lunghi giri di parole.

Se ti giustifichi troppo, sembri insicuro.

Quando invece devi correggere qualcuno, evita l’effetto opposto.

Se vuoi comunicare da leader non serve affondare il coltello.

Parla del comportamento.
Non demolire la persona.

L’obiettivo non è avere l’ultima parola.

È migliorare la situazione.

7. Il tono cambia il significato

Puoi usare le parole perfette.

Se però il tono è:

  • stanco,
  • rumoroso,
  • monotono,
  • impaziente,

le persone ricorderanno quello.

Non il contenuto.

Ancora una volta la differenza la fa il come, non il cosa.

Se ti senti meno incisivo nelle decisioni o nelle relazioni con il team, è il momento di lavorare sulla tua presenza da leader.

Scopri “Problemi di leadership? Ritrova autorevolezza nel tuo ruolo”.

8. Hai parlato nel momento sbagliato

Anche una frase corretta può fare danni.

Dire:

  • “Avresti potuto fare di più.”

a una persona che ha appena dato tutto se stessa produce scoraggiamento, non crescita.

Prima di parlare chiediti:

  • È questo il momento giusto?
  • Oppure la persona, prima di tutto, ha bisogno di ritrovare equilibrio?

9. Correggi davanti agli altri

Quasi sempre è un errore.

Anche quando hai ragione.

Un feedback dato davanti al team rischia di trasformarsi in umiliazione.

Meglio un confronto privato.

L’unica eccezione è quando intervenire subito evita conseguenze importanti per tutto il gruppo.

10. Ti concentri solo sul contenuto

Molti cercano le parole giuste.

Pochi preparano il modo in cui le diranno.

Eppure è proprio lì che si gioca gran parte dell’autorevolezza.

Il tono.
La postura.
Le pause.
Il momento.
La relazione.

Tutto questo modifica il significato delle stesse identiche parole.

In conclusione… per comunicare da leader

Quando una conversazione va male, siamo portati a pensare:

  • “Forse ho detto la cosa sbagliata.”

A volte è vero.

Molto più spesso, però, hai detto la cosa giusta nel modo sbagliato.

Oppure alla persona sbagliata.
Oppure nel momento sbagliato.

Ricorda: l’autorevolezza non nasce soltanto da ciò che sai.

Come diventare leader: mostrare la presenza di un executive, anche se non lo sei

come diventare leader

Foto di The Lazy Artist Gallery da Pexels

Viviamo in un mondo del lavoro che non si ferma mai.

Telefonate.
Riunioni.
E-mail.
Chat.
Decisioni continue.

È diventato difficile trovare anche solo pochi minuti per raccogliere i pensieri, osservare con lucidità quello che sta accadendo e scegliere con calma la risposta migliore.

Eppure è proprio qui che potresti perdere autorevolezza.

Non perché manchi di competenza.

Perché reagisci troppo in fretta.

La fretta viene spesso confusa con efficienza.

In realtà, molto spesso, comunica il contrario: agitazione, pressione, bisogno di controllo.

La calma, invece, non rallenta il lavoro.

Rallenta solo ciò che rischia di farti sbagliare.

La calma è una forma di presenza

Se vuoi trasmettere autorevolezza, dovresti imparare a portare più calma nella tua vita quotidiana. Non soltanto al lavoro.

La presenza di un leader nasce da qui.

Non dalla voce più forte.
Non dal titolo.
Non dalla capacità di avere sempre una risposta.

Nasce dalla capacità di restare centrato mentre intorno tutto accelera.

Una persona calma comunica equilibrio.

Le persone percepiscono che sai governare prima di tutto te stesso.
Per questo tendono a fidarsi di te.

La calma diventa influenza

Questo è potere.

Non il potere dell’autorità.
Il potere della presenza.

Più impari a rallentare il modo in cui cammini, parli e pensi, maggiore sarà la sensazione di controllo che trasmetterai.

E prima ancora… che sentirai.

Come ho scritto nel mio libro “Autorevolezza“, la presenza da executive nasce molto prima delle parole.

Nasce da come entri in una stanza.

Da come occupi lo spazio.
Da come riesci a restare saldo quando gli altri perdono equilibrio.

Come diventare leader? Comincia dal tuo corpo

Il linguaggio del corpo influenza profondamente la tua presenza.

Molte persone lavorano sui contenuti.
Pochissime lavorano sul modo in cui li incarnano.

Prova a osservarti.

  • Hai spesso le braccia conserte?
  • Cammini troppo velocemente?
  • Ti muovi in modo nervoso?
  • Giocherelli continuamente con le mani?

Sono piccoli dettagli.
Ma comunicano moltissimo.

Una postura stabile, le spalle aperte, movimenti lenti e intenzionali trasmettono sicurezza prima ancora che tu inizi a parlare.

Mostrare i palmi delle tue mani comunica apertura.

Camminare con passi regolari comunica controllo.

Non avere fretta comunica fiducia.

Pensa a una pantera prima della caccia.

Non corre ovunque.

Si muove lentamente.
Con precisione.
Con assoluta consapevolezza della propria forza.

Il contatto visivo racconta chi sei

Guardare negli occhi le persone comunica fiducia.

Dice che sei presente.
Che stai ascoltando.
Che non hai bisogno di nasconderti.

Al contrario, evitare continuamente lo sguardo può farti apparire distratto, insicuro oppure poco trasparente.

Attenzione però anche all’eccesso.

Uno sguardo troppo intenso può trasformarsi facilmente in pressione o aggressività.

Come spesso accade nella leadership, non è questione di fare di più.

È questione di trovare la giusta misura.

Anche il tuo volto comunica prima delle parole

Stress.
Scadenze.
Imprevisti.
Pressione.

Tutto questo lascia tracce sul tuo viso.

A volte entri in ufficio senza essere arrabbiato.

Eppure il tuo volto racconta esattamente il contrario.

Un’espressione costantemente corrucciata allontana.
Un sorriso autentico, invece, suggerisce disponibilità, sicurezza e apertura.

Le persone non si fidano soltanto di ciò che dici.

Si fidano anche di ciò che vedono.

Mostrare le tue emozioni non significa perdere autorevolezza.

Significa risultare umano.

Naturalmente anche qui serve equilibrio.

Espressioni troppo teatrali rischiano di sembrare costruite.

L’obiettivo non è recitare.
È essere coerente.

La presenza comincia dal dialogo che hai con te stesso

La presenza da leader non riguarda soltanto il modo in cui gli altri ti percepiscono.

Comincia dal modo in cui tu percepisci te stesso.

Se pensi continuamente di non essere all’altezza, di dover dimostrare qualcosa oppure di non meritare quel posto al tavolo, il tuo corpo finirà per raccontarlo.

Prima ancora della tua voce.

Il dialogo interiore influenza profondamente il modo in cui lavori, comunichi e prendi decisioni.

Anche il respiro diventa un indicatore prezioso.

Quando accelera senza motivo, spesso è l’ansia che ha preso il comando.

E recuperare lucidità significa tornare a scegliere.

Non semplicemente reagire.

La presenza autorevole non consiste nel diventare qualcun altro

Questo è forse il fraintendimento più diffuso.

Molti pensano che avere presenza significhi imitare il dirigente carismatico, parlare con una voce più profonda o assumere atteggiamenti costruiti.

Non è così.

La presenza autorevole nasce quando smetti di recitare.

Quando diventi una versione più stabile, più consapevole e più intenzionale di te stesso.

Richiede allenamento.
Richiede pratica.
Il desiderio di migliorare continuamente.

Non di trasformarti in qualcun altro.

Se vuoi approfondire il tema della presenza autorevole puoi leggere il mio libro “Autorevolezza“.

Oppure scoprire come posso aiutarti attraverso un percorso di coaching dedicato a rafforzare il tuo carisma e la tua leadership con collaboratori e colleghi.

Riunione online: 8 spunti per essere efficaci e autorevoli

riunione online

Foto di Anna Shvets da Pexels

Le riunioni online sono ormai diventate parte della nostra quotidianità.

All’inizio sembravano una semplice alternativa agli incontri in presenza.

In realtà non lo sono mai state.

Una riunione online non è una riunione tradizionale trasferita su uno schermo.

È un ambiente completamente diverso.

Cambiano le distanze.
Cambiano i tempi.
Cambia il modo in cui gli altri percepiscono la tua presenza.

Ed è qui che molti professionisti perdono autorevolezza.

Non perché siano meno preparati.

Perché continuano a comunicare come se fossero seduti nella stessa stanza.

Come ho scritto nel capitolo dedicato alle riunioni del mio libro “Autorevolezza“, parlare in videoconferenza richiede competenze leggermente diverse.

La videocamera amplifica alcuni difetti e ne nasconde altri.

Può rendere piatta una persona brillante oppure dare forza a chi ha imparato a utilizzarla bene.

Ecco gli aspetti sui quali vale davvero la pena lavorare.

1. Preparati come faresti per un incontro importante

Molti entrano in una riunione online con l’idea che basti accendere il computer.

È il modo migliore per sembrare improvvisati.

Davanti alla videocamera dovrai trasmettere competenza e autorevolezza con molti meno strumenti rispetto a una riunione in presenza.

Non puoi stringere una mano.
Non puoi utilizzare pienamente il linguaggio del corpo.

La tua presenza passa quasi esclusivamente attraverso:

  • voce;
  • volto;
  • sguardo;
  • ritmo;
  • capacità di coinvolgere.

La preparazione fa la differenza.

2. Registrati: scoprirai cose che non immagini

Molti evitano di rivedersi.

Capisco il motivo.

La prima registrazione può essere quasi scioccante.

Quella voce monotona.
Quegli “ehm…” continui.
Lo sguardo perso sul monitor.

Eppure è uno degli strumenti più efficaci per migliorare.

Quando rivedi una registrazione chiediti:

  • parlo troppo velocemente?
  • la mia voce è coinvolgente?
  • gesticolo troppo o troppo poco?
  • guardo davvero la videocamera?
  • risulto naturale?
  • l’inquadratura è equilibrata?
  • ci sono problemi tecnici o rumori di fondo?

Pochi minuti di osservazione possono migliorare moltissimo la tua presenza.

3. Cura l’ambiente

Lo sfondo comunica.
La luce comunica.

Anche i piccoli dettagli comunicano.

Se hai una finestra alle spalle il tuo volto diventa scuro.
Se la luce arriva frontalmente il viso appare più naturale.

Prima di iniziare verifica:

  • illuminazione;
  • qualità dell’audio;
  • sfondo;
  • possibili interruzioni;
  • notifiche e telefono.

Sono dettagli.

Ma spesso fanno la differenza tra un professionista preparato e uno improvvisato.

4. Il corpo continua a parlare

Anche se gli altri vedono solo una parte di te.

Una postura chiusa comunica chiusura.
Una postura stabile comunica sicurezza.

Durante la videoriunione:

  • mantieni la schiena dritta;
  • rilassa le spalle;
  • lascia visibili le mani quando possibile;
  • annuisci mentre ascolti;
  • evita movimenti nervosi;
  • guarda la videocamera quando parli.

Non serve recitare.

Serve essere intenzionali.

Vuoi comunicare con presenza e sicurezza, lasciando davvero il segno in ogni riunione?

Scopri il percorso di coaching miratoCome lasciare il segno in meeting e riunioni e rendi ogni tuo intervento chiaro, incisivo e memorabile.

5. Vestiti come se fossi davvero in ufficio

Può sembrare banale.

Non lo è.

Il modo in cui ti presenti influenza anche il modo in cui ti senti.

Vestirti con la stessa cura che avresti in presenza ti aiuta a mantenere il giusto livello di attenzione e professionalità.

E gli altri continueranno a vederti come il professionista che sei.

6. Le riunioni brevi funzionano meglio

Dopo un certo tempo lo schermo stanca.

L’attenzione cala.
L’energia diminuisce.

Quando possibile cerca di mantenere gli incontri entro i 30-45 minuti.

Vai rapidamente al punto.

Meglio una riunione breve e produttiva che una lunga e dispersiva.

7. Porta più energia di quella che credi necessaria

La videocamera tende a “spegnere” parte della tua energia.

Se in presenza sembri coinvolto, in una riunione online potresti apparire semplicemente normale.

Per questo conviene aumentare leggermente intensità e presenza.

Ad esempio:

  • parla con una voce più piena;
  • articola bene le parole;
  • varia ritmo e intonazione;
  • sorridi quando è naturale;
  • usa le mani senza esagerare.

L’obiettivo non è diventare teatrale.

È evitare di sembrare spento.

Come ripeto spesso ai miei clienti, la videocamera è un critico severissimo.

Rende immediatamente visibile quando il tuo entusiasmo cala.

8. Non interrompere il flusso della conversazione

In una riunione online è più difficile capire quando qualcuno ha davvero terminato di parlare.

Per questo è utile attendere una frazione di secondo prima di intervenire.

Se sei tu a guidare l’incontro, stabilisci regole semplici fin dall’inizio.

Per esempio:

  • microfoni spenti quando non si interviene;
  • funzione “alza la mano”;
  • tempi chiari per domande e confronti.

Se durante la riunione devi cercare un documento o prendere appunti, dichiaralo.

In presenza gli altri vedrebbero cosa stai facendo.

Online no.

Quel breve chiarimento evita che qualcuno interpreti il tuo silenzio come disinteresse.

Una riunione online efficace non dipende soltanto dalla piattaforma o dalla connessione.

Dipende soprattutto dalla consapevolezza di chi la conduce.

Molti cercano di migliorare i contenuti.

Pochi migliorano il modo in cui quei contenuti arrivano agli altri.

Ed è proprio lì che si costruisce la tua autorevolezza.

Leadership femminile: 9 spunti per guadagnare rispetto sul lavoro

leadership femminile

Foto di RAEng_Publications da Pixabay

Se vuoi che i tuoi collaboratori o colleghi ti trattino come una professionista,
devi comportanti come tale.

Trova l’equilibrio tra business e femminilità.
Soprattutto lascia che, non solo i tuoi vestiti e il tuo trucco, la tua personalità ed etica del lavoro parlino per te.

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Ecco 9 suggerimenti per le donne (e non solo) su come guadagnare il rispetto sul posto di lavoro:

1. Non “scusarti” così tanto

Come ho scritto nel capitolo 2 del mio libro “Autorevolezza” – ora nella NUOVA edizione aggiornata 2025 – , molte persone utilizzano come riempitivo inconsciamente parole tipo “Mi dispiace” oppure “Scusa”.

  • “Mi dispiace, vorrei semplicemente aggiungere qualcosa?”
  • “Mi scusi, vorrei parlare del punto iniziale”
  • “Scusa ma … non avevo ancora finito”.

Sei veramente dispiaciuta?
Hai fatto qualcosa di sbagliato?
Nella maggior parte dei casi, no, non l’hai fatto.

C’è bisogno di chiedere così tanto scusa per condividere i tuoi pensieri?

Le persone forti e fiduciose,
sono disposte ad ammettere l’errore ma dire sempre “scusa” è fuori luogo.

Non è necessario continuare a scusarsi.
Costantemente. Tutto il giorno.
Per tante piccole cose che non hai fatto.

2. Non cadere nella trappola del perfezionismo

L’errore più grande che commettono molte donne è cercare di … essere perfetta come collega e team leader (ma anche come … moglie, madre, amante).

Si abbandona al confronto e alla “disperazione” quando si compara con altre donne.
L’asticella è sempre più alta.
Si sentono sfiduciate e fallite per non aver raggiunto l’obiettivo.
Irrealistico e inarrivabile.
 


 

Non restare bloccata nel tentativo di voler fare tutto.
Perfettamente.

Non fare tutto da sola.
Non cadere nella trappola di pensare che gli altri (colleghi, collaboratori, partner, figli, ecc..) non fanno mai le cose come le faresti tu.

Decidi cosa è “necessario”. Accontentati di “buono” e “abbastanza”.
Non annegare nella perfezione.

Leggi il post.

3. Leadership femminile? Evita i pettegolezzi

Per quanto possa essere divertente, a volte anche “distensivo”,
sparlare dei tuoi colleghi di lavoro ti darà un’immagine di persona poco affidabile.

Invece di spettegolare,
tieni gli occhi e le orecchie aperti su ciò che sta accadendo intorno a te.

Quando gli altri cercano di coinvolgerti, cambia argomento così i tuoi colleghi e collaboratori si renderanno conto che non sei interessata.

4. Sii professionale … sempre

Semplice. Lineare. Ovvio.

Il modo migliore per ottenere leadership femminile e rispetto sul posto di lavoro è fare il tuo lavoro.
E farlo bene!

Quando vuoi ottenere guadagnare rispetto e influenza,
devi dimostrare di essere degna e capace di tali responsabilità.

 
More: scopri il percorso di coaching ideale per potenziare la tua leadership al femminile
 

Una professionista di successo rispetta sé stessa e rispetta il tempo degli altri.

Quando scrivi una mail,
ricorda che potrebbe essere inoltrato a qualsiasi persona nel tuo ufficio.
Evita mail frivole.

Ogni e-mail, dovrebbe includere un saluto e una firma appropriata.
Quanto più formale sei,
tanto più seriamente (e chiunque stia potenzialmente leggendo le tue e-mail) ti stimerà.

Non essere una dilettante.
Se vuoi diventare leader, sii professionale. Sempre.

5. Osa un po’ di più

Durante le sessioni coaching,
molte delle mie clienti-donne (anche se molto competenti) “spiccano” per la loro mancanza di fiducia.

Dichiarano che si “trattengono” (invase dal dubbio e dalla poca fiducia).
Perdono le opportunità che invece i loro colleghi-maschi, anche se non hanno idea di cosa stanno facendo, riescono a cogliere.

La paura di fallire ti impedirà di avanzare.
Se ti angosci di ciò che può andare storto, non progredisci.

Vale la pena investire tempo ed energia.
Sii entusiasta di una nuova sfida. Sii coraggiosa.
Almeno un po’.

Prenditi qualche rischio.
Decidi di essere più visibile al lavoro.
Preparati domande durante le riunioni. Sii più audace nella tua rete pianificata e parla con le persone che sanno come andare avanti.

Usa i tuoi punti di forza.
In ogni situazione.
Sempre.

6. Trasmetti fiducia attraverso il tuo linguaggio del corpo

Se vuoi guadagnare leadership femminile, essere percepita come credibile e sicura di sé,
devi essere consapevole dei segnali (soprattutto quelli non verbali) che stai inviando.

Spesso le donne al lavoro sono inconsapevoli dei loro messaggi non-verbali che riducono la loro autorità.
Esprimono vulnerabilità, soggezione o asservimento.

Il tuo atteggiamento, i tuoi occhi, la tua voce devono trasmettere forza e sicurezza.
Parla con fermezza, chiarezza e sicurezza nelle tue opinioni.
 


 
Leggi il post.

7. Non avere paura di prenditi il merito

Troppe donne odiano dover parlare di sé stesse, perché si vedono “vantarsi”.
Arroganti.

Ma finiscono con auto sabotarsi.
Ricorda che … parlare dei tuoi successi e realizzazioni, non è boria.
Arroganza o presunzione.

Quando si parla di un risultato, è un dato di fatto!

Non aver paura di affermare che … sei la persona di riferimento perché sei ben informata, disponibile e amichevole.
Hai risolto un problema, hai imparato una nuova abilità o hai collaborato con il team.

Concentrati sull’obiettivo del progetto e prenditi il merito di quello che fai bene
ecco la leadership femminile!

8. Non farti schiacciare dalle emozioni

Al lavoro,
devi lasciare i tuoi problemi personali fuori dalla porta.

Se coinvolgi gli altri sfogandoti della tua vita amorosa, se trascini le persone nelle tue diatribe familiari, perderai il rispetto di colleghi e collaboratori.

Diventare emotiva ti farà sembrare instabile e inaffidabile.
Non essere lamentevole e piagnucolosa.
Soprattutto sul tuo luogo di lavoro.

9. Impara a dire di no

Molte donne hanno l’idea sbagliata che per ottenere rispetto sul posto di lavoro devono essere educate e fare tutto ciò che le viene chiesto.
Per paura di dire NO, dicono SI.

SI a quel nuovo impegno, SI a più lavoro, SI a quel progetto che le farà tornare a casa alle 9.00 di sera.
Dire sempre SI dimostrerà la tua gratitudine e il tuo valore per la tua azienda, ma non ti farà sentire apprezzata o rispettata.

  • Hai difficoltà dire no?
  • Cerchi sempre di essere gentile con gli altri?
  • I colleghi se ne approfittano?
  • I collaboratori l’hanno capito e sanno come prenderti?

Spesso ci sentiamo in dovere di acconsentire a tutte le richieste, per paura di sembrare poco collaborativi.

Dicendo no,
stai rispettando e valorizzando il tuo tempo e il tuo spazio.
Dire no è una tua prerogativa.

Se vuoi approfondire scopri il mio servizio di coaching per la team leadership

Come essere leader in tempi difficili: 8 spunti da mettere in pratica

come essere leader

Foto di Florin Radu da Pixabay

Siamo tutti, chi più chi meno, impreparati ad affrontare situazioni nuove e imprevedibili.

C’è chi sottovaluta il cambiamento.
Chi lo ignora.
Chi, invece, reagisce d’impulso.

A volte con eccessivo entusiasmo e troppa fiducia.

Altre con paura, prudenza e scarsa intraprendenza.

È proprio in questi momenti che emerge la leadership.

Essere leader non significa limitarsi ad assegnare compiti, distribuire incarichi o controllare che tutto venga eseguito.

La vera leadership nasce da chi sei, molto prima di ciò che dici o fai.

Ecco alcuni comportamenti che fanno davvero la differenza.

1. Dai speranza

L’incertezza genera disagio.

Quando tutto cambia, le persone non cercano qualcuno che conosca già tutte le risposte.

Cercano qualcuno che sappia indicare una direzione.

Non basta introdurre nuove procedure o copiare ciò che fanno gli altri.

Serve una visione.

I tuoi collaboratori vogliono capire:

  • dove state andando;
  • perché state andando in quella direzione;
  • quale sarà il prossimo passo.

Un leader senza direzione genera confusione.
Un team senza direzione resta bloccato.

2. Mantieni la calma sotto pressione

Nei momenti più difficili il tuo comportamento viene osservato ancora più delle tue parole.

Il team vuole percepire che hai una presa salda sul timone, anche quando il mare è agitato.

La calma non elimina i problemi.

Ma trasmette fiducia a chi ti segue.

3. Tira fuori il meglio dalle persone

È facile concentrarsi sugli errori.

Molto più difficile è valorizzare ciò che le persone fanno bene.

Aiuta i tuoi collaboratori a sviluppare i loro punti di forza.

Concedi tempo per imparare.
Lascia spazio ai tentativi.

Molti miglioramenti nascono proprio dagli errori.

Ogni tanto fermati e chiediti:

  • Sto facendo davvero il meglio per il mio team?
  • Come posso aiutarlo a crescere?
  • In che modo posso creare più valore?

4. Ascolta con attenzione

Nei periodi di cambiamento aumenta la tentazione di parlare molto.

Aggiornamenti.
Comunicazioni.
Nuove direttive.

Ma il tuo team ha bisogno anche di essere ascoltato.

Prenditi il tempo per chiedere:

  • “Cosa posso fare per supportarti?”

Poi ascolta la risposta. Davvero.

Le persone affrontano meglio il cambiamento quando sentono di avere voce in capitolo.

5. Interessati davvero alle persone

I collaboratori non sono solo risorse.

Sono persone.

Questo non significa proteggerli da ogni difficoltà o assecondarli sempre.

Significa dimostrare che ti interessa sinceramente il loro percorso professionale e umano.

I grandi leader costruiscono relazioni prima ancora che risultati.

Le persone devono sapere che, quando serve, possono contare su di te.

6. Costruisci fiducia ogni giorno

La fiducia nasce da tre elementi.

Integrità.
Coerenza.
Trasparenza.

Non cercare sempre di avere ragione.
Cerca di fare la cosa giusta.

Le persone tollerano gli errori.

Molto meno la disonestà.

Ricorda sempre che la fiducia si costruisce lentamente e può essere distrutta in pochi secondi.

Per questo motivo le tue azioni devono essere coerenti con ciò che dici.

Solo allora diventerai credibile.

Nei momenti di cambiamento la trasparenza diventa ancora più importante.

Quando mancano informazioni, aumentano supposizioni, voci e paure.

Aiuta il tuo team a capire:

  • cosa sta succedendo;
  • quali sono le priorità;
  • dove è necessario concentrare l’attenzione.

7. Bilancia forza e umiltà

Leadership significa trovare un equilibrio.

Essere sicuro di te senza diventare arrogante.

Prendere decisioni senza dimenticare il contributo degli altri.

Un grande leader non attribuisce ogni successo solo a sé stesso.

Riconosce il valore della squadra.

E non dimentica mai da dove è partito.

Se il tuo team fatica a seguirti, può non essere un problema di competenza ma di comunicazione.

In questo percorso impari a guidare con empatia e fermezza, non con autorità.

Scopri “Farsi ascoltare dai collaboratori senza autoritarismo”.

8. Rimani concentrato sul risultato

Nei momenti difficili è facile disperdere energie.

Nuove urgenze.
Nuovi problemi.
Nuove preoccupazioni.

Non perdere di vista l’obiettivo.

Continua a cercare soluzioni.

Non scoraggiarti davanti agli ostacoli.

Titoli, competenze ed esperienza sono importanti.

Ma da soli non bastano.

Le persone seguono chi trasmette fiducia, equilibrio e direzione.

Per questo, se desideri diventare un leader autorevole, prova a porti una domanda semplice.

  • Perché le persone dovrebbero scegliere di seguirmi?

Se riuscirai a rispondere con sincerità, avrai già iniziato a costruire la tua leadership.

“Non ascolto gli altri perché sono smart e intelligente”… la trappola del leader

la trappola del leader

Foto di Vitabello da Pixabay

Lo stereotipo del leader competente è ancora molto radicato.

Deve sapere tutto.
Avere sempre la risposta pronta.
Prendere decisioni immediate.
Non mostrare dubbi.

Per questo, una delle frasi più difficili da pronunciare per un leader è:

“Non lo so.”

Quelle tre parole fanno sentire molti inadeguati.

Come se ammettere un’incertezza significasse perdere autorevolezza.

Eppure è proprio qui che potresti cadere in una trappola.

Credere che il tuo valore dipenda dalla quantità di risposte che sai dare.

In realtà, spesso accade il contrario.

Più senti di dover avere sempre la risposta, meno ascolti.

Entri in riunione con la soluzione già pronta. Interrompi.

Concludi troppo in fretta.
Difendi la tua idea invece di esplorarne altre.

L’obiettivo non diventa più capire.
Diventa avere ragione.

La leadership, invece, raramente consiste nel conoscere tutte le risposte.

Molto più spesso consiste nel creare le condizioni perché emergano quelle migliori.

Per questo non dovresti aver paura di dire:

“Non lo so. Ragioniamoci insieme.”

Non perché tu sia impreparato.

Perché sai che nessuna persona può vedere tutto da sola.

La trappola è credere di dover avere tutte le risposte

Nessuno può sapere tutto.

Nessuno possiede la soluzione migliore per ogni problema, decisione o situazione.

Se sei convinto che un leader debba sempre avere la risposta pronta, sei già entrato in una delle trappole più pericolose della leadership.

Ascoltare diventa allora una competenza strategica.
Non un gesto di cortesia.

Molti leader e imprenditori di successo raccontano che una parte importante della loro crescita è nata proprio dall’ascolto dei feedback più scomodi.

Spesso sono stati proprio quelli a permettere i miglioramenti più importanti.

L’ascolto è una parte fondamentale della comunicazione

Saper ascoltare ti permette di:

  • comprendere meglio ciò che sta accadendo;
  • costruire relazioni più solide;
  • valorizzare competenze che da solo non potresti vedere;
  • aumentare il senso di appartenenza del team.

Le persone hanno bisogno di sentirsi ascoltate.

Di contribuire.
Di percepire che le proprie idee hanno un peso.

Naturalmente esistono situazioni nelle quali devi decidere rapidamente.

Emergenze.
Crisi.
Momenti in cui serve una direzione chiara.

Ma queste sono l’eccezione.
Non la regola.

Dovresti ascoltare i tuoi collaboratori

Presta attenzione a quello che hanno da dirti.

Non restare ancorato alla tua prima idea.

Prima di una riunione prova a confrontare questi due approcci:

  • entrare con la risposta già pronta;
  • entrare con l’obiettivo di trovare insieme la risposta migliore.

Sembrano simili.

In realtà cambiano completamente la qualità della conversazione.

Valorizza le competenze del tuo team.
Ascolta prima di decidere.
Rispetta idee diverse dalle proprie.

Non sentire il bisogno di dimostrare continuamente di avere ragione.
Non devi conoscere tutte le risposte.

Devi imparare a fare le domande giuste.

È questo che ti tiene lontano dalla trappola del leader “so-tutto-io”.

Ecco 14 motivi per cui, spesso senza accorgertene, smetti di ascoltare i suggerimenti degli altri… e perché questo può diventare uno dei limiti più grandi della tua leadership.

Non ascolto perché mi piace dare risposte alle persone.

Mi fa sentire importante.

Non ascolto perché la conoscenza è potere.

Se ho le risposte elevo il mio status.

Non ascolto perché non ho bisogno di sprecare il mio tempo prezioso.

Non ascolto perché sono il capo e non ho bisogno di suggerimenti.

Non ascolto perché non ho bisogno di aiuto.

Posso fare tutto da solo.

Non ascolto perché tutto quello che ho davvero bisogno è che facciate quello che vi dico.

Non ascolto perché sono competente.

Molto competente.

Non ascolto chi ha meno esperienza della mia.

Non ascolto perché non mi piace né il messaggio né il messaggero.

Non ascolto chi non ha il quadro completo.

Non può capire!

Non ascolto chi non condivide le stesse mie responsabilità. Non può comprendere!

Non ascolto chi so che sicuramente non mi capirà.

Non ascolto chi ha fallito.

Non ascolto perché sono l’esperto.

Un esperto non chiede. Mai.

Partecipare a una riunione: come rovinare la tua immagine professionale

partecipare a una riunione

Foto di BROTE studio da Pexels

Molte persone pensano che una riunione serva soltanto a discutere progetti, condividere aggiornamenti o prendere decisioni.

In realtà, ogni riunione comunica anche qualcos’altro.

Comunica chi sei professionalmente.

Il modo in cui ascolti.
Intervieni.
Prendi appunti.
Gestisci un disaccordo.
Oppure rimani in silenzio.

Tutto contribuisce a costruire la tua reputazione.

Le persone si fanno un’idea di te molto prima che tu finisca il tuo intervento.

Per questo una riunione è uno degli strumenti più potenti per rafforzare il tuo personal branding.

Ogni comportamento può aumentare oppure indebolire la tua credibilità.

Ecco 14 errori che rischiano di compromettere la tua immagine professionale.

1. Interrompere continuamente

Lascia terminare il ragionamento dell’altra persona.

Interrompere comunica impazienza, non autorevolezza.

Anche il silenzio fa parte di una buona conversazione.

2. Arrivare in ritardo

La puntualità comunica rispetto.

Per le persone.
Per il tempo.
La riunione.

Presentarti sempre all’ultimo minuto non ti rende importante.

Ti rende poco affidabile.

3. Presentarti impreparato

“Non ho letto la mail.”

Può capitare.

Se però diventa un’abitudine, la tua credibilità diminuisce rapidamente.

Prima della riunione chiediti:

  • Qual è il messaggio principale che voglio portare?
  • Quale contributo posso dare?
  • Chi sarà presente?
  • Quale risultato vorrei ottenere?

Cinque minuti di preparazione fanno una grande differenza.

4. Usare il telefonino

Non puoi essere realmente presente se stai controllando notifiche.

Anche quando credi di farlo con discrezione.

Le persone se ne accorgono.

E interpretano quel comportamento come disinteresse.

5. Non prendere appunti

Prendere appunti comunica attenzione.

Non farlo, soprattutto abitualmente, può dare l’impressione opposta.

Non serve trascrivere tutto per partecipare a una riunione.

Basta annotare ciò che conta.

6. Ripetere ciò che hanno già detto gli altri

Intervenire solo per ripetere un concetto non aggiunge valore.

Se vuoi richiamare un’idea già emersa, riconoscine l’autore.

Per esempio:

  • “Come diceva Piercarlo, credo che la priorità sia…”

È più elegante.
E molto più autorevole.

7. Prenderti il merito del lavoro degli altri

Attribuirti successi condivisi o scaricare gli errori sul gruppo è uno dei modi più rapidi per perdere fiducia.

Le persone lo ricordano.

Sempre.

8. Cercare continuamente di compiacere il capo

Annuire a ogni frase.

Confermare ogni opinione.

Sostenere qualsiasi decisione.

Più che consenso, trasmette insicurezza.

9. Essere sempre negativo

Ogni team ha bisogno anche di chi evidenzia i rischi.

Ma c’è una differenza tra evidenziare un problema e alimentarlo.

Se porti una criticità, prova a portare anche una possibile soluzione.

10. Trasformare la riunione in una questione personale

Le riunioni servono a far avanzare il lavoro.

Non a regolare conti personali.

Se hai un problema con un collega, affrontalo nel contesto giusto.

11. Trascurare il linguaggio del corpo

Le parole non bastano.

Evita di:

  • roteare gli occhi;
  • scuotere continuamente la testa;
  • sbadigliare;
  • sussurrare con il vicino;
  • assumere una postura chiusa o annoiata.

Anche il corpo partecipa alla riunione.

12. Essere presente… solo quando conviene

Se inizi a lavorare al computer appena cambia argomento, il messaggio è chiaro.

“Mi interessa solo ciò che riguarda me.”

Partecipare a una riunione significa restare coinvolti per tutta la durata dell’incontro.

Lasciare il segno non significa parlare di più, ma farsi ascoltare meglio.

Scopri il servizio di coaching mirato “Come lasciare il segno in meeting e riunioni” e

allenati a portare nei tuoi interventi chiarezza, sicurezza e presenza autentica.

13. Indebolire le tue domande

Evita introduzioni come:

  • “Scusate se faccio una domanda…”
  • “Forse è una domanda stupida…”
  • “So che dovrei saperlo, ma…”

Fai semplicemente la domanda.

Non hai bisogno di giustificarla.

14. Parlare solo per farti notare

Intervenire tanto non significa contribuire tanto.

A volte il contributo più autorevole è una domanda.
Altre volte è una sintesi.

Oppure un’idea che fa avanzare davvero la discussione.

Le persone ricordano chi porta valore.

Non chi occupa più tempo.

In conclusione

Partecipare a una riunione è molto più di un semplice momento operativo.

È uno spazio nel quale costruisci, un intervento dopo l’altro, la tua immagine professionale.

Le persone non ricordano tutto quello che hai detto.

Ricordano come le hai fatte sentire.

E soprattutto ricordano se, grazie al tuo contributo, quella riunione è stata migliore oppure semplicemente più lunga.

Come essere un leader: le domande sono frecce potenti al tuo arco

come essere un leader

«È una bella domanda.»

Quando senti questa frase, fermati un attimo.

Hai appena fatto qualcosa che molti leader dimenticano di fare: hai posto una domanda che obbliga a riflettere.

Lo vedi subito.

Lo sguardo si sposta.

La persona rimane in silenzio per qualche secondo.
Sta cercando una risposta che non aveva pronta.

Ed è proprio lì che nasce il valore di una buona domanda.

Le domande non servono solo a ottenere informazioni

Molti pensano che fare domande significhi raccogliere dati.

In realtà le domande migliori fanno molto di più.

Aiutano a:

  • chiarire un problema;
  • cambiare prospettiva;
  • far emergere idee nuove;
  • trasformare la confusione in chiarezza.

Per questo motivo un leader efficace non è necessariamente quello che ha sempre la risposta pronta.

È quello che sa porre la domanda giusta, nel momento giusto.

Prima di voler essere capito, cerca di capire

Quando ricopri un ruolo di responsabilità è facile sentire la pressione di dover dare subito una risposta.

Ma non è sempre la scelta migliore.

Spesso una domanda vale più di una soluzione affrettata.

Ad esempio, davanti a un errore puoi chiedere:

  • Di chi è la colpa?
  • Che cosa è successo?

Oppure puoi chiedere:

  • Qual è stata la causa principale?
  • Come possiamo evitare che accada di nuovo?

Le prime cercano un responsabile.
Le seconde costruiscono una soluzione.

La differenza è enorme.

Le domande che riportano la conversazione sul punto

Quando una discussione si disperde puoi chiedere:

  • Qual è il vero obiettivo di questo incontro?
  • Che cosa stiamo cercando di ottenere?
  • Qual è la priorità in questo momento?
  • In che modo posso esserti utile?

Bastano poche domande per rimettere tutti nella stessa direzione.

Le domande che aiutano a capire un problema

Prima di proporre una soluzione, prova a capire meglio.

Puoi chiedere:

  • Che cosa sta succedendo esattamente?
  • Qual è oggi la difficoltà più importante?
  • Che cosa hai già provato?
  • Cosa ha funzionato in passato?
  • C’è qualcosa che non hai ancora tentato?

Più comprendi il problema, meno rischi di proporre una soluzione sbagliata.

Le domande che aiutano a superare un blocco

Come essere un leader? Quando una persona sembra ferma puoi esplorare ciò che la trattiene.

Per esempio:

  • Che cosa ti sta bloccando?
  • Qual è la tua preoccupazione principale?
  • Quali alternative hai preso in considerazione?
  • Chi potrebbe aiutarti?
  • Quale potrebbe essere un piano B?

Spesso il problema non è trovare una risposta.

È riuscire a vedere che esistono più possibilità.

Le domande che accompagnano un cambiamento

Ogni cambiamento genera dubbi.

Invece di rassicurare troppo in fretta, prova ad ascoltare.

Puoi chiedere:

  • Come stai vivendo questa nuova situazione?
  • Quali difficoltà stai incontrando?
  • Che cosa potrebbe ostacolare il tuo lavoro?
  • Di quale supporto avresti bisogno?

Le persone non cercano sempre una risposta.

Molto spesso cercano qualcuno disposto ad ascoltarle.

Le domande che migliorano i colloqui individuali

Un buon incontro uno a uno non serve solo a fare il punto sul lavoro.

Fai crescere la persona.
Ecco come essere un leader!

Puoi chiedere:

  • Quale progresso hai fatto dall’ultima volta?
  • Su cosa vuoi lavorare nelle prossime settimane?
  • C’è qualcosa che potrei fare meglio come responsabile?
  • C’è qualcosa che dovrei iniziare, smettere o continuare a fare?

Sono domande che rafforzano il rapporto di fiducia.


La vera autorevolezza nasce dal modo in cui comunichi.

In questo percorso di coaching breve e pratico impari a farti ascoltare e rispettare, anche nei momenti difficili, senza perdere empatia.

Scopri “Farsi ascoltare dai collaboratori senza autoritarismo”.

Le domande che abbassano la tensione

Quando una conversazione diventa difficile, la tentazione è difendersi.

Una domanda, invece, può riaprire il dialogo.

Ad esempio:

  • Che cosa ti ha fatto percepire la situazione in questo modo?
  • Che cosa potrebbe farti cambiare idea?
  • Come possiamo lavorare meglio insieme?
  • Cosa vorresti che fosse diverso nei nostri confronti?

Una domanda sincera spesso vale più di una lunga giustificazione.

Le domande che fanno crescere la relazione

Le relazioni professionali non si costruiscono solo parlando di lavoro.

Ogni tanto vale la pena uscire dall’agenda.

Puoi chiedere:

  • Qual è il tuo punto di vista?
  • C’è qualcosa che dovrei sapere e che ancora non conosco?
  • Di quale risultato vai più orgoglioso?
  • Che cosa suggeriresti per migliorare il nostro modo di lavorare?

Le persone ricordano chi si interessa davvero a loro.

In conclusione

Quando non sai cosa dire, non avere fretta di parlare.

Fai una domanda.
Le risposte risolvono problemi.

Le domande, invece, cambiano il modo in cui le persone pensano ai problemi.

Ed è proprio questa la differenza tra chi gestisce le persone e chi le aiuta davvero a crescere.

Email di lavoro: come risolvere conflitti con autorevolezza

email di lavoro

Foto di Andrea Piacquadio da Pexels

Ogni giorno, appena sveglio,
ti piaccia o no, sai che dovrai comunicare.

Il modo in cui scegli di farlo
— consapevolmente o no —
influenzerà le tue giornate.

Intensificherà le tue emozioni.

Ti sarai sicuramente accorto di come
le email di lavoro
possano diventare un modo terribile di comunicare.

E ti credo.
Usando solo il testo,

..perdi oltre il 90% dell’efficacia della comunicazione

E con queste premesse
è facile che i toni si scaldino,
nascano attriti,
si creino incomprensioni ed equivoci.

Con un aumento di tensione e conflitto.

Le email di lavoro aumentano in modo esponenziale
e con esse le occasioni per creare frizioni.

Spesso la tensione si esaspera

A tal punto da diventare un enorme spreco di tempo,
tanto inefficace quanto inefficiente.

Ore di lunghe riflessioni,
su cosa/come rispondere,
coinvolgendo colleghi e partner
nei tuoi “drammi digitali”.

È necessario interrompere
questo circolo vizioso (e infinito)
di scambi digitali al veleno.

Risolvere la questione in modo autorevole
è più facile a dirsi che a farsi.

Un conflitto gestito per mail
genera ancora più conflitto

Quando sorge un conflitto,
siamo spesso tentati di usare istintivamente
la posta elettronica
per risolvere velocemente il problema.

Purtroppo una frase —
anche ben intenzionata
o un feedback costruttivo —
può diventare aspra e irritante
se interpretata nel modo sbagliato.

Attribuiamo una nostra personale tonalità e significato,
trasformando un semplice commento
in qualcosa di completamente diverso.

Ovviamente, negativo.

Non utilizzare le mail
per risolvere i conflitti

Rispondere con animosità a un’email di lavoro
non è quasi mai il modo più efficace
per risolvere la questione.

Prima di rispondere fai un respiro.
Meglio due.

La velocità delle comunicazioni elettroniche
raramente ti lascia il tempo di fermarti
e considerare la situazione in modo obiettivo.

Se il tuo collega, capo o cliente
si sono lasciati sopraffare dalle emozioni,
non ripetere lo stesso errore.

Prendi tempo.
Ti aiuterà a evitare una reazione istintiva.

Lascia un po’ sbollire.

Rispondi sempre in modo professionale

Se la risposta è urgente
o senti troppa tensione,
avrai comunque almeno 5 minuti.

Alzati.
Raffredda la mente.
Fai due passi.
Bevi un bicchiere d’acqua.

Resisti alla tentazione
di saltare subito alle conclusioni.

Rileggi.
Assicurati di aver compreso davvero
prima di rispondere.

Ammetti i tuoi (eventuali) errori

A volte sei convinto di avere ragione.

Altre volte scopri che
la causa del problema —
o chi ha aggravato la situazione —
sei proprio tu.

Riconosci l’errore
e porgi le tue scuse
a tutte le persone coinvolte.

Non permettere che una svista o un fraintendimento
rovini la tua immagine professionale
e mandi in fumo anni di relazioni costruite.

Fare ciò che è giusto
è sempre la scelta più solida.

Concedi una “possibilità” alla persona

Dare il beneficio del dubbio
aumenta la probabilità
di una risoluzione sana.

Non è facile.

Soprattutto se la persona non ti piace
o sei convinto si sia comportata male.

Ti incoraggio a provarci comunque.

Anche se non ti senti a tuo agio,
avvicina la persona
con domande chiarificatrici,
non con dichiarazioni accusatorie.

Nelle email di lavoro distingui tra i fatti
e la tua “visione”

In un conflitto professionale
ci sono due elementi distinti:

  • cosa è successo (i fatti)
  • la tua interpretazione (la tua storia)

La tua storia
può essere più negativa della realtà.

Esistono sempre più motivi
— validi o meno —
per cui qualcuno ha fatto
o non ha fatto qualcosa.

Hai un solo modo per verificarlo:
chiedere direttamente.

  • “Ho notato che le riunioni del Dipartimento ora sono alle 16:00.
    Questo è in conflitto con…
    Puoi aiutarmi a capire perché hai scelto questo orario?
    Mi piacerebbe parlarne per risolvere la pianificazione.”

La vera domanda è:
desideri davvero risolvere il conflitto?

Se il tuo obiettivo è trovare una soluzione reale,
la scelta migliore è un incontro
faccia a faccia
o una chiamata
(telefonica o video).

Scrivere mail aggressive
è facile.

Affrontare un confronto diretto
richiede coraggio e autocontrollo.

Ed è proprio lì
che si vede la tua autorevolezza.

Sulla preparazione al confronto difficile puoi leggere il mio post
Confronto difficile in arrivo? La preparazione che nessuno racconta

Chiedi un incontro esplicativo

  • “Possiamo risolvere meglio di persona.
    Prendiamoci un caffè.”
  • “Parliamone.
    Ti chiamo domani mattina.”
  • “Inseriamolo nell’ordine del giorno
    della prossima riunione.

Scoprirai che, spesso,
l’altro non voleva creare conflitto.

Di persona,
le persone sono molto meno aggressive
che dietro uno schermo.

Ecco come essere autorevoli.

La vera autorevolezza
nasce dal modo in cui comunichi.

In conclusione

Comprendere non significa giustificare.
Empatizzare non vuol dire subire.

Puoi scegliere di ascoltare,
chiarire
e costruire.

L’assertività è
presenza, confini chiari
e nessun bisogno di alzare la voce.

7 caratteristiche che indicano una personalità forte

personalità forte

Foto di Fifaliana Joy da Pixabay

In un mondo dominato da insicurezze e paura,
poche persone si distinguono davvero.

Una personalità forte non finge.
Non si esibisce.
Non cerca di apparire.

Avere una personalità forte
non significa voler vincere a tutti i costi.

Significa non lasciarsi condizionare.
E non farsi sfruttare.

Quando qualcuno incontra una personalità forte,
spesso non capisce subito chi ha davanti.

C’è chi si sente turbato.
Chi pensa che voglia dominare.
Chi la scambia per durezza.
Maleducazione.

Ma non è questo.

A volte la forza appare intimidatoria solo perché è l’espressione esterna di una fiducia interiore profonda.

Di chi non cerca conferme.

Di chi comunica con sicurezza senza bisogno di imporsi.

1. Non sopporta le scuse

La vita non va sempre come vogliamo.
Una personalità forte lo sa.

Per questo non perde tempo
in giustificazioni inutili.

È concreta.
Agisce.
Lavora.

Ascolta, ma non alimenta lamentele, alibi o vittimismo.

Non chiede:

  • “Perché proprio a me?”

ma piuttosto:

  • “Cosa posso fare ora?”

2. Non tollera le chiacchiere vuote

“Chiacchiere, pettegolezzi e spazzatura
è ciò che la gente vuole, non l’azione.”

Søren Kierkegaard

Evita conversazioni senza sostanza.
Le trova prevedibili.
Inutili.

Non ama mezze verità, pettegolezzi, superficialità.
Preferisce la profondità.
L’autenticità.

Può sembrare troppo seria.
A volte persino rigida.

In realtà non rifiuta la leggerezza.
Rifiuta l’inconsistenza.

3. Dice ciò che pensa

“Nel tempo dell’inganno universale,
dire la verità è un atto rivoluzionario.”

George Orwell

Dire la verità richiede coraggio.
E spesso non è ben visto.

La personalità forte non si nasconde.
Parla con onestà.

Rifiuta la menzogna,
senza mancare di rispetto alla persona.

Sa che la verità può fare male.

Ma sa anche che può far crescere.
Non teme il confronto.
Esporsi.

4. Trasforma l’insicurezza in opportunità

“La fortuna non esiste:
esiste il momento in cui il talento incontra l’opportunità.”

Seneca

L’insicurezza, se affrontata, diventa energia.

La personalità forte impara dalle difficoltà.
Vede possibilità dove altri vedono blocchi.

Non si incolla al passato,
neanche alla negatività.

Sa con chiarezza
cosa non è più disposta ad accettare.

5. Non ha bisogno di piacere a tutti

Come scrivo nel mio libro “Autorevolezza” (ed. aggiornata 2025),
molte persone preferiscono piacere
anche a costo di snaturarsi.

Una personalità forte no.

Non mendica approvazione.
Non cerca consenso a tutti i costi.

Ha fiducia.
Lascia parlare azioni e risultati.

Rispetta gli altri,
ma non sacrifica la propria identità.

E per questo, a volte,
viene fraintesa.

6. Non sopporta superficialità e idiozia

“Non perdere tempo a discutere con gli sciocchi:
la parola ce l’hanno tutti, il buonsenso pochi.”

Catone il Censore

È informata.
Riflessiva.
Attenta.

Si irrita davanti a giudizi superficiali
o opinioni espresse senza comprensione.

Non ama chi parla solo per riempire il silenzio.

Usa ciò che sa
per stimolare i pensieri, non per dominare.

7. È realista e decisa

Ha i piedi per terra.
Obiettivi chiari.

Vede la realtà per quella che è,
non per come vorrebbe che fosse.

Va al punto.

Preferisce i fatti alle illusioni.

E se capisce di aver sbagliato strada,
cambia direzione.
Senza drammi.
Senza difendere l’ego.

È fedele all’obiettivo,
non all’immagine di sé.

Conclusione

Una personalità forte non è rumorosa.

Non è spettacolare.

È coerente. Presente.
È responsabile.

Non cerca di piacere.
Neanche di dominare.

Semplicemente …
non tradisce se stessa.

La voce, lo sguardo, la presenza dicono molto di più delle parole.

Il coaching mirato “Voce, attitudine, presenza: comunica autorevolezza da Executive”: allenati a trasmettere leadership autentica.

Un capo tirannico esige il rispetto del team – il leader autorevole lo guadagna

il leader autorevole

“Ho imparato a rispettare le idee altrui, a capire prima di discutere,
a discutere prima di condannare.”

Norberto Bobbio

Un capo può avere un titolo importante, un ufficio più grande, maggiore esperienza e il potere di prendere decisioni.

Può assegnare compiti, stabilire priorità, approvare ferie, valutare prestazioni.
Può ottenere obbedienza.

Ma il rispetto è un’altra cosa.

Il ruolo ti dà autorità. Non ti garantisce autorevolezza.

Un capo insicuro tende a dimenticarlo. Pensa che il rispetto sia una conseguenza naturale della posizione che occupa.

“Qui decido io.”

Forse è vero.

Ma essere il capo non significa automaticamente essere riconosciuto come il leader autorevole.

Il capo tirannico pretende ciò che non riesce a guadagnare

Quando l’autorevolezza manca, è facile compensarla con il potere.

Controllare di più.
Imporsi.
Ricordare chi comanda.
Circondarsi solo di persone fidate.

Gli altri ricevono briciole di attenzione e poca considerazione.

Può nascere così un piccolo gruppo di “fedelissimi” che gode di maggiore accesso, informazioni e opportunità, mentre una parte del team rimane ai margini.

Il problema non è avere collaboratori di fiducia.

È normale avere maggiore sintonia con alcune persone.

Il problema nasce quando questa vicinanza diventa favoritismo e il team inizia a percepire che opportunità, ascolto e considerazione non dipendono più dal contributo professionale, ma dalla vicinanza al capo.

È lì che la fiducia comincia a incrinarsi.

Il rispetto non si può imporre

Puoi pretendere che vengano rispettate le regole.

Puoi chiedere puntualità, responsabilità, risultati e comportamenti professionali.

Ma non puoi ordinare a qualcuno di stimarti.

Il rispetto che devi continuamente esigere, probabilmente non lo hai ancora guadagnato.

E guadagnarlo richiede tempo.

Passa dalla coerenza tra ciò che chiedi agli altri e ciò che fai tu. Dal modo in cui mantieni una promessa, affronti un problema, gestisci un errore o prendi una decisione difficile.

Il tuo team osserva molto più di quanto immagini.

Non soltanto quello che dici.

Osserva come ti comporti quando sei sotto pressione.

Se ti senti meno incisivo nelle decisioni o nelle relazioni con il team, è il momento di lavorare sulla tua presenza da leader.

Scopri “Problemi di leadership? Ritrova autorevolezza nel tuo ruolo”.

Dare rispetto è il primo passo per riceverlo

Essere autorevole non significa essere accomodante.

Non significa evitare decisioni scomode, chiudere un occhio sui problemi o cercare continuamente l’approvazione del team.

Se hai bisogno di essere amato da tutti, prima o poi avrai difficoltà a guidare.

Alcuni momenti dovrai dire no.
Dare un feedback poco piacevole.
Prendere una decisione impopolare.
Chiedere di più.

Puoi farlo senza umiliare, sminuire o trattare le persone come semplici esecutori.

Puoi essere fermo senza diventare autoritario.

Il rispetto per il leader autorevole passa anche da qui.


Vuoi potenziare la tua assertività?
Trovi spunti interessanti nei miei libri:

“Autorevolezza” , ora nella NUOVA edizione aggiornata, è perfetto se vuoi rafforzare la tua presenza autorevole.

“Prima volta Leader” è pensato se hai assunto da poco un ruolo di leader.

Non avere paura di quelli bravi

Un capo insicuro può vivere il talento degli altri come una minaccia.

Teme il collaboratore competente, autonomo, capace di ottenere visibilità.

Così lo controlla, lo limita oppure evita di coinvolgerlo troppo.

Il leader autorevole fa il contrario.

Sceglie persone competenti e accetta che possano sapere qualcosa più di lui. Lascia spazio all’autonomia. Valorizza capacità che non possiede.

Non ha bisogno di essere sempre la persona più brillante nella stanza.

Il talento degli altri non diminuisce la tua autorevolezza. Il modo in cui sai valorizzarlo può rafforzarla.

Le persone non sono soltanto ruoli

Un capo vede facilmente collaboratori, mansioni, obiettivi e scadenze.

Un leader continua a vedere anche le persone.

Persone con capacità diverse, ambizioni, difficoltà, motivazioni e modi differenti di lavorare.

Questo non significa trasformarti nel loro confessore o psicologo.

Significa conoscere abbastanza il tuo team da capire chi hai davanti.

Non puoi guidare veramente persone che conosci soltanto attraverso la loro job description.

Un gruppo di professionisti non è ancora un team

Puoi mettere insieme persone molto competenti e ottenere comunque risultati mediocri.

Perché un team non nasce semplicemente distribuendo compiti.

Non basta assegnare incarichi, controllare le scadenze e verificare che ognuno faccia il proprio lavoro.

Serve fiducia.
Serve chiarezza.
La percezione che il contributo di ciascuno abbia valore.

E serve un leader capace di tenere insieme tutto questo.

La leadership comincia proprio qui: non nel potere che il ruolo ti concede, ma nel modo in cui scegli di esercitarlo.

Puoi avere collaboratori che fanno ciò che chiedi perché sei il capo.

Oppure persone che riconoscono la tua guida perché, nel tempo, hai dimostrato di meritarla.

La differenza è enorme.

Perché l’autorità può essere assegnata dall’azienda.

L’autorevolezza, invece, te la assegna il tuo team.

Equilibrio lavoro-privato: 14 semplici spunti da applicare subito

equilibrio lavoro-privato

Se ti senti sopraffatto e hai la sensazione di vivere solo per lavorare, probabilmente il tuo equilibrio tra lavoro e vita privata si è spostato troppo da una parte.

La tecnologia ha reso i confini molto più sfumati.
Un tempo lasciavamo il lavoro in ufficio.

Oggi ce lo portiamo in tasca.

Mail, messaggi, chiamate e notifiche rendono più difficile uscire dalla “modalità lavoro”, anche quando siamo a cena con gli amici o in vacanza.

Il lavoro sta occupando troppo spazio nella tua vita?

Non riesci mai davvero a staccare?

Trascuri la famiglia o senti di non avere più tempo per te?

Quando questa mancanza di equilibrio dura a lungo, aumenta stress, irritabilità e senso di affaticamento. E prima o poi si riflette anche sulle relazioni e sul lavoro stesso.

Il punto non è dividere perfettamente ogni giornata tra lavoro e vita privata.

È trovare un equilibrio sostenibile per te.

1. Definisci cosa significa equilibrio per te

L’equilibrio lavoro-privato è personale.

Per qualcuno significa avere più tempo per la famiglia. Per altri riuscire ad allenarsi con continuità, dedicarsi a un interesse o semplicemente arrivare a sera con ancora un po’ di energia.

Prima di cambiare qualcosa, chiediti:

Che cosa mi manca davvero in questo momento?

Abbiamo spesso obiettivi professionali molto chiari e idee molto più confuse su ciò che desideriamo nella vita privata.

Non copiare il modello di qualcun altro. Ciò che funziona per una persona può non funzionare per te.

2. Considera l’impatto delle tue scelte sugli altri

Le tue decisioni professionali non riguardano soltanto te.

Accettare un trasferimento, ridurre l’orario, cambiare lavoro o assumerti nuove responsabilità può avere conseguenze sul partner, sulla famiglia e sulla vita quotidiana.

Questo non significa rinunciare ai tuoi obiettivi.

Significa considerarne il prezzo reale.

Anche i sacrifici che oggi sembrano inevitabili, se protratti troppo a lungo, possono diventare i rimpianti di domani.

3. Accetta che a volte sarai sbilanciato

L’equilibrio lavoro-privato non significa distribuire ogni giorno il tempo in modo perfetto.

Ci saranno periodi in cui un progetto importante richiederà più lavoro, qualche sera lunga o un weekend impegnativo.

Il punto è capire se stai vivendo un’eccezione o se l’eccezione è diventata la regola.

Puoi essere ambizioso, amare il tuo lavoro e avere periodi intensi.

Ma nessuno riesce a scalare contemporaneamente tutte le montagne.

4. Equilibrio lavoro-privato? Impara a dire no

È facile dire sì a ogni opportunità.

Sì a una nuova responsabilità.
Sì a un progetto interessante.
Sì a un altro impegno.

Poi però ogni sì occupa spazio.

Dire no non significa essere poco disponibili.

Significa riconoscere che tempo ed energie sono limitati.

Ogni no consapevole protegge qualcosa a cui hai già detto sì.

5. Disconnettiti. Davvero

Essere sempre raggiungibile rende difficile recuperare energia mentale.

Non serve sparire per giorni.

Può bastare decidere che, in alcuni momenti, mail e messaggi di lavoro restano fuori.

Durante una cena.
Per qualche ora la sera.
In una parte del weekend.

Ridurre la connessione continua aiuta a recuperare attenzione e presenza.

Non tutto richiede una risposta immediata.

6. Concentrati sulle attività che contano davvero

Essere occupato non significa essere produttivo.

Puoi passare l’intera giornata tra piccoli compiti e arrivare a sera con la sensazione di non aver concluso nulla di importante.

Chiediti quali attività producono realmente risultati e quali ti tengono semplicemente impegnato.

Lavorare meglio non significa necessariamente lavorare di più.

A volte significa fare meno cose, ma quelle giuste.

7. Gestisci l’energia, non soltanto il tempo

Non tutte le ore della giornata valgono allo stesso modo.

Ci sono momenti in cui sei più concentrato e altri in cui fai più fatica.

Io, per esempio, sono molto produttivo la mattina e tendo a calare nel pomeriggio.

Conoscere il tuo ritmo ti permette di riservare le attività più impegnative ai momenti in cui hai più energia.

La gestione del tempo funziona molto meglio quando tiene conto anche di come stai.

8. Delega

“Se voglio farlo bene, devo farlo io.”

È un pensiero molto comune.

Ma voler fare tutto da solo ha un prezzo.

Aumenta il carico, riduce il tempo disponibile e rischia di trasformarti nel collo di bottiglia di ogni attività.

Delegare non significa disinteressarsi.

Significa capire quali compiti richiedono davvero la tua presenza e quali possono essere affidati ad altri.

Non tutto ha bisogno di passare dalle tue mani.

9. Limita il tempo dedicato a parlare di lavoro a casa

Condividere una giornata difficile può essere utile.

Il problema nasce quando il lavoro occupa ogni conversazione.

Prova a darti un limite.

Parlane.
Scarica la tensione.
Poi chiudi
.

Può essere una regola semplice: dopo cena niente lavoro, oppure mezz’ora per parlarne e poi si cambia argomento.

Se non metti un confine, il lavoro tende a utilizzare tutto lo spazio che gli concedi.

10. Crea confini chiari

Definisci quando lavori e quando no.

Non sempre sarà possibile rispettare il confine alla perfezione, ma averlo cambia molto.

Proteggi alcuni momenti della giornata e rendili riconoscibili anche alle persone che vivono con te.

La casa non deve diventare automaticamente un’estensione dell’ufficio.

Il tempo libero non è tempo vuoto.
È tempo di recupero.

11. Lascia perdere la perfezione

Il perfezionismo può consumare un’enorme quantità di tempo.

Ore spese su dettagli che cambiano pochissimo il risultato finale.

Controlli continui.
Revisioni.
Piccole correzioni.

Spesso ciò che stai facendo non deve essere perfetto.

Deve essere fatto bene.

Concentrati prima su ciò che conta davvero. I dettagli vengono dopo.

12. Imposta scadenze realistiche

Uno dei modi più rapidi per distruggere l’equilibrio è sottovalutare sistematicamente il tempo necessario.

Accetti una consegna per venerdì e scopri mercoledì che dovrai lavorare fino a notte.

Impara a stimare meglio.

Osserva quanto tempo richiedono davvero le attività e costruisci scadenze più realistiche.

Un’agenda impossibile non dimostra ambizione.

Dimostra soltanto che prima o poi qualcuno (non necessariamente te) dovrà pagarne il prezzo.

13. Pianifica il tempo libero come un impegno importante

Una riunione con il tuo capo entra in agenda.

La recita di tuo figlio, una cena con il partner o un’ora per te spesso no.

Eppure dovrebbero avere lo stesso livello di attenzione.

Non limitarti a “vedere se resta tempo”.
Proteggilo.

E quando arriva quel momento, prova a essere davvero presente.

Fisicamente e mentalmente.

14. Cura le basi: movimento, alimentazione e sonno

Quando il lavoro aumenta, spesso sono le prime cose che sacrifichiamo.

Mangiamo peggio.
Dormiamo meno.
Ci muoviamo poco.

E proprio così riduciamo ulteriormente le energie necessarie per affrontare giornate intense.

Non serve trasformare tutto in un progetto.

Muoviti con regolarità.
Mangia in modo ragionevole.
Proteggi il sonno.

E, quando puoi, riduci schermi e stimoli prima di andare a letto.

Le basi sembrano banali.
Finché non iniziano a mancare.

In conclusione

Ritrovare equilibrio lavoro-privato non significa lavorare poco.

Significa evitare che una parte della tua vita occupi tutto lo spazio disponibile.

Ci saranno periodi più intensi e altri più tranquilli.

Non serve inseguire un equilibrio perfetto.

Serve accorgersi quando lo stai perdendo.

E fare qualche scelta prima che siano stanchezza, stress o relazioni a chiedertelo al posto tuo.