Imparare ad ascoltare è il primo passo verso il tuo successo di leader

successo di leader

Foto di Med Ahabchane da Pixabay

Forse non sei così consapevole del fatto che ogni tuo collaboratore o dipendente desidera essere ascoltato.

Con attenzione.

Vuole sentire la tua partecipazione e la tua empatia (anche se per pochi secondi).

Più percepisce il tuo reale interesse nei suoi confronti.

Più aumenta il suo desiderio di comunicare e di interagire con te (e più aumenterà la sua produttività).

Ascolta i tuoi collaboratori senza condizionamenti.

Ascolta i loro bisogni, le loro perplessità,
i loro dubbi, senti cosa vorrebbero cambiare, come possono aiutarti e …

poi agisci di conseguenza, sempre mantenendo la tua autonomia di pensiero e d’azione (guai a perderla!).

1. Se pensi che ascoltare sia facile, non ne conosci il vero significato.

2. Il 97% delle persone crede di essere un buon ascoltatore. In realtà sono solo “sentitori”.

3. Ascoltare in modo attivo è una skill fondamentale del leader di successo.

4. Il nostro ascolto è spesso distratto e prevenuto. Pronto a consigliare, giudicare, criticare, condannare .. ancor prima che le parole ci giungano all’orecchio.

5. Ricorda che … lo sciocco parla. Il saggio ascolta.

6. Meno parli, meno probabilità avrai di dire qualcosa di stupido.

7. Se sai ascoltare vuol dire che sei una persona sicura di te. Non ritieni di aver la soluzione per tutto e tutti. Non hai paura del confronto.

8. Hai notato? Desideriamo che gli altri ci ascoltino con attenzione ma non sappiamo, non riusciamo o non vogliamo fare altrettanto.

9. Ascoltare esprime interesse. Mostra rispetto. Riconosce il valore. Crea fiducia. Rafforza la connessione. Aumenta l’efficacia e l’efficienza.

10. Guadagni rispetto ascoltando (tanto). Lo perdi parlando (tanto).

11. Ascoltare è difficile quando ti senti dannatamente intelligente. Quando non hai tempo da perdere. Hai cose importanti da fare. Hai fretta.

12. Ricorda che alle persone piace essere ascoltate e comprese. Tanto quanto piace a te!

13. Ascoltare significa che sei disposto a scoprire che forse stai sbagliando o non stai andando nella giusta direzione.

14. Se sei disposto a metterti in discussione e cerchi costantemente evoluzione e crescita vuol dire che sei … un vero leader.

15. La differenza tra ascoltare e sentire è enorme. Il vero ascolto è la volontà di lasciare che l’altra persona ti cambi.” Alan Alda

16.La maggior parte delle persone non ascolta con l’intento di capire; ascoltano con l’intento di rispondere.” Stephen R. Covey

Successo di leader: impara a prestare vero ascolto a quello che dicono i collaboratori o colleghi.

Diventerai il loro punto di riferimento.
Importante e irrinunciabile.

Demotivazione sul lavoro: come affrontare un collaboratore stanco e scoraggiato

demotivazione sul lavoro

A volte un collaboratore attraversa un periodo difficile.

È stanco, meno coinvolto, più distante. Quella motivazione che fino a poco tempo prima sembrava naturale comincia a diminuire.

All’inizio può sembrare solo una fase.

Poi però il periodo si prolunga e il rapporto diventa più faticoso per tutti.

Il rendimento cala

La persona fa il minimo indispensabile, esegue ciò che viene richiesto ma senza partecipazione, iniziativa o interesse.

E quando questa situazione dura troppo a lungo, il rischio è che la demotivazione non riguardi più soltanto il singolo collaboratore, ma inizi a pesare anche sul clima del team.

La difficoltà aumenta soprattutto quando quella stessa persona, fino a poco tempo prima, lavorava bene e portava risultati.

Per questo è facile reagire con frustrazione.

Pensare:

  • “Prima era diverso.”
  • “Potrebbe fare molto di più.”
  • “Non capisco cosa gli sia successo.”

Il rischio, però, è trasformare la delusione in rancore e finire in una dinamica fatta di critiche, giustificazioni e rinfacci reciproci.

L’obiettivo non è stabilire chi ha ragione e chi ha torto.

Dovrebbe essere capire che cosa sta succedendo e verificare se esistono ancora le condizioni per recuperare coinvolgimento, responsabilità e qualità del lavoro.

Perché quando un collaboratore valido smette di dare il meglio, spesso perde qualcosa lui/lei.

Ma perde qualcosa anche il team.

Per un manager, un imprenditore o un responsabile, una delle sfide più delicate è proprio questa: intervenire senza ignorare il problema, ma anche senza ridurre tutto a una questione di volontà o atteggiamento.

Serve equilibrio.
Capacità di osservare.

E la lucidità necessaria per distinguere tra un momento di difficoltà, un problema organizzativo e una reale perdita di motivazione.

Anche il modo in cui dai un feedback fa la differenza

Una critica costruttiva, capace di unire chiarezza e rispetto, può aiutare la persona a comprendere ciò che non sta funzionando senza sentirsi semplicemente sotto accusa.

Da qui puoi partire per affrontare la situazione in modo più utile e concreto.

Vediamo i punti chiave per approcciare la demotivazione sul lavoro:

1. Se vuoi “salvare” il rapporto devi consapevolizzare che ti prenderà tempo e (soprattutto) energie.

2. L’emotività è cattiva consigliera. Se, al momento, non sei in grado di gestire e controllare la tua reattività, prendi tempo.

3. Utilizza feedback negativi lontano da occhi indiscreti. In privato e a quattr’occhi.

4. Se ti senti teso e nervoso ricorda che il tuo collaboratore lo sarà ancora di più (sapendo il motivo della convocazione).

5. Evita di partire con un’osservazione positiva sulla persona, tanto per “addolcire la pillola”. Susciteresti immediatamente ancor più chiusura. Vai dritto al punto!

6. Meglio evitare tutte le esortazioni all’ottimismo, il classico consiglio di “tirarsi su” o slogan motivazionali presi in prestito dal web.

7. Parla poco ed evita prediche.Certe prediche mi fanno venir voglia di commettere i peccati che condannano.” Scrive Roberto Gervaso

8. Ricorda … dire a un demotivato di “tirarsi su” è come dire a una persona con una gamba rotta di alzarsi e di camminare.

9. Evita l’atteggiamento tipo “Io avrei fatto …”, “Io avrei detto…”, “Se …ma…”.

10. Permetti alla persona di spiegarsi. Ascolta senza giudicare e interrompere. Anche se non ti piace quello che dice.

11. Focus sulle azioni non sulla persona. Concentrati solo sulla prestazione. Evita attacchi personali o commenti sulla persona.

13. Commenta un comportamento specifico. Evita parole generiche tipo OGNI VOLTA, SEMPRE, MAI.

14. Devi essere chiaro su cosa/dove/quando. Spiega le azioni fatte, i comportamenti avuti o le cose dette.

15. Non mortificare la persona. Può avere (forse) un effetto immediato ma perde velocemente la sua efficacia.

16. Riafferma la fiducia nella persona e nelle sue capacità. Poi chiudi la questione. Non ripeterti, perdi incisività.

17. Evita approcci via e-mail. Il feedback motivazionale si fa guardandosi negli occhi.

Autorevole al colloquio di lavoro: entrare nella stanza come un leader

autorevole al colloquio

Un ingresso impacciato, frettoloso o troppo contratto può indebolire la prima impressione ancora prima che il colloquio inizi davvero.

Non significa che tutto si giochi nei primi secondi.
Ma quei primi momenti contano.

Essere autorevole al colloquio di lavoro comincia infatti molto prima di attraversare la porta. Parte dalla preparazione, dal modo in cui gestisci il nervosismo e dalla presenza che riesci a trasmettere quando incontri il tuo interlocutore.

Non devi entrare fingendo sicurezza per essere autorevole al colloquio.

Devi creare le condizioni per sentirti sufficientemente preparato da non doverla fingere.

Preparazione significa sicurezza

Più sei preparato, più sarà facile sentirti tranquillo e presente.

Arrivare trafelato perché non hai trovato parcheggio, scoprire all’ultimo momento di aver sbagliato sede o confondere il nome della persona che incontrerai sono errori evitabili.

Prima del colloquio verifica:

  • luogo e orario;
  • nome e ruolo delle persone che incontrerai;
  • posizione per cui ti candidi;
  • informazioni essenziali sull’azienda;
  • modalità per raggiungere la sede;
  • abbigliamento adeguato al contesto.

Un imprevisto può sempre capitare.
La mancata preparazione, invece, no.

La sicurezza non nasce dall’improvvisazione. Nasce anche dal sapere di aver fatto ciò che potevi fare prima di entrare.

Vestiti in modo coerente con il contesto

Vuoi essere ricordato per ciò che dici, per le tue competenze e per il modo in cui ti presenti.

Non per un abbigliamento trascurato o completamente fuori contesto.

Non serve vestirsi per impressionare.
Serve presentarsi con cura.

Scegli un abbigliamento professionale, sobrio e coerente con l’ambiente in cui stai entrando.

Meglio evitare sia l’eccessiva informalità sia l’effetto opposto: sentirti così “ingessato” da non riconoscerti più.

Il tuo abbigliamento dovrebbe sostenere la tua presenza.
Non diventare il protagonista.

Gestisci il nervosismo prima di entrare

Essere nervosi prima di un colloquio è normale.

Non devi eliminare completamente la tensione. Devi evitare che prenda il controllo.

Può aiutarti ricordare una situazione in cui ti sei sentito competente e apprezzato.

Un risultato importante.
Un problema che hai risolto.
Un feedback positivo.
Un momento in cui hai affrontato bene una situazione impegnativa.

Puoi anche utilizzare gli ultimi minuti per fare qualcosa che ti aiuti a staccare mentalmente: ascoltare musica, fare due passi, respirare con calma.

L’obiettivo è arrivare presente.

Non già esausto per il colloquio che hai vissuto nella tua testa prima ancora di cominciare.

Prima di entrare, rallenta

Gli ultimi minuti non servono per ripassare freneticamente tutto ciò che sai.

Servono per recuperare presenza.

Raddrizza la postura.
Respira.
Rilassa le spalle.

Evita di entrare camminando troppo velocemente, con lo sguardo basso e il corpo contratto.

Non devi assumere una posa artificiale.

Devi semplicemente evitare che la tensione riduca la tua presenza.

Rallentare leggermente comunica più sicurezza che precipitarsi nella stanza cercando di sembrare sicuro.

Entra nella stanza con presenza

La prima impressione non nasce soltanto dalle parole.

Prima ancora che inizi la conversazione, il tuo interlocutore vede come entri, come ti muovi, dove guardi e come reagisci all’incontro.

Tieni la testa dritta.
Cammina con un ritmo naturale.
Non trascinarti, ma nemmeno correre.
Apri leggermente le spalle ed evita di chiuderti su te stesso.

Non stai chiedendo un favore.

Sei lì perché l’azienda vuole capire se le tue competenze e il tuo modo di lavorare possono rispondere a un’esigenza.

E tu devi capire se quell’opportunità è adatta a te.

Questa consapevolezza cambia già il modo in cui entri nella stanza.

Autorevole al colloquio? Cerca il contatto visivo

Quando incontri il tuo interlocutore, cerca naturalmente il suo sguardo.

Il contatto visivo comunica attenzione, interesse e disponibilità al confronto.

Non significa fissare.
Significa evitare di parlare continuamente guardando il pavimento, la scrivania o altrove.

Se fai fatica a mantenere il contatto visivo, non trasformarlo in un esercizio meccanico.

Guarda la persona quando saluti, quando ascolti e nei momenti importanti della conversazione.

Poi lascia che lo sguardo si muova naturalmente.

Essere autorevole al colloquio non nasce dal fissare qualcuno negli occhi.
Nasce dal riuscire a restare presente nella relazione.

Saluta in modo semplice e sicuro

Quando entri, saluta con naturalezza.

Presentati chiaramente.
Sorridi.

Anche la stretta di mano falla in modo semplice e professionale, senza cercare di dimostrare sicurezza attraverso la forza della presa.

Non hai bisogno di costruire una performance.

Le persone sicure non cercano continuamente di dimostrare di esserlo.

Siediti con naturalezza

Aspetta che ti venga indicato dove accomodarti.

Poi siediti evitando i due estremi.

Non afflosciarti sulla sedia.
Ma non stare nemmeno rigido come se fossi sull’attenti.

Mantieni una postura aperta e comoda, con i piedi ben appoggiati e il corpo orientato verso l’interlocutore.

Anche qui vale la stessa regola:

presente, non impostato.

Una postura naturale ti permette anche di respirare meglio, ascoltare con maggiore attenzione e rispondere senza quella sensazione di dover controllare ogni gesto.

Essere autorevole non significa recitare il leader

È facile trasformare il colloquio in una performance.

La postura giusta.
Lo sguardo giusto.
La stretta di mano giusta.
La frase giusta.

Ma se pensi continuamente a come stai apparendo, rischi di smettere di ascoltare.

L’autorevolezza non nasce dalla perfezione dei gesti.

Nasce dalla combinazione di preparazione, presenza e consapevolezza del proprio valore.

Entra con rispetto.
Ma senza sentirti inferiore.

Ascolta. Parla con calma.

Non cercare di impressionare a ogni costo.

Se sei stato invitato a quel colloquio, qualcuno ha già visto qualcosa di interessante nel tuo profilo.

Adesso il tuo compito è permettere che quella persona incontri te, non una versione costruita per l’occasione.

Poi, probabilmente, arriverà la domanda:

“Mi parli di lei.”

Ma questa è un’altra storia.

Scopri il coaching per colloqui di successo!

La motivazione del personale parte inevitabilmente dal leader

motivazione del personale

Foto di Angelo Esslinger da Pixabay

Se hai già avuto problemi di motivazione nel tuo team, sai bene che una pacca sulla spalla e qualche frase di circostanza servono a poco.

Finto entusiasmo e incoraggiamenti presi in prestito dal web raramente producono effetti duraturi.

E anche quando funzionano, quanto durano?

Qualche giorno.

Poi l’ambiente torna passivo, l’energia cala e gli obiettivi iniziano di nuovo a perdere forza.

Allora la domanda è inevitabile:

  • Come si motivano davvero le persone che lavorano con te?

Di certo non basta dire loro di “darsi una mossa”.

La motivazione del personale passa inevitabilmente da te

Il lavoro è cambiato.

E con lui deve cambiare anche il modo di guidare un team.

Non basta più distribuire compiti:

“Tu fai questo.”
“Tu occupati di quello.”

Le persone hanno bisogno di capire il senso di ciò che fanno, sentirsi coinvolte e percepire che il loro contributo viene riconosciuto.

Quando il team perde motivazione, prima o poi ne risentono i risultati, i progetti, il clima e anche la tua leadership.

Per questo la motivazione non può essere delegata completamente a un corso, a un formatore o a un coach.

Il primo riferimento resti tu.

Prima di chiedere energia al team, devi chiederti quale energia stai portando tu.

Se avessi davanti un responsabile che vuole “motivare i collaboratori”, probabilmente partirei proprio da qui.

Non aspettarti una formula magica

Tempo fa mi contattò la titolare di tre centri estetici.

Voleva aumentare la motivazione del suo staff.

All’inizio cercava soprattutto strumenti da utilizzare con le collaboratrici. Poi, lavorando sulla situazione, riconobbe un aspetto importante: fino a quel momento aveva considerato la motivazione quasi esclusivamente come un problema del personale.

Lei, in fondo, si era sentita più spettatrice che protagonista.

Si era affidata soprattutto ai riconoscimenti economici e sperava di trovare qualche tecnica capace di “riaccendere” rapidamente il gruppo.

Ma la motivazione del personale raramente funziona così.

Non esiste una frase, un premio o un intervento occasionale capace di sostituire ciò che accade ogni giorno dentro il team.

Motivare è un lavoro quotidiano

La motivazione si costruisce nel tempo.

Attraverso attenzione, presenza, riconoscimento e coerenza.

Richiede interesse reale per le persone che lavorano con te.

E questo, diciamolo, costa fatica.

Hai scadenze.
Problemi da risolvere.
Obiettivi da raggiungere.
Riunioni.
Pressioni.

È comprensibile che la motivazione del team finisca spesso in fondo alla lista.

Ma se guidi delle persone, non puoi occuparti di loro soltanto quando qualcosa non funziona.

Un leader trova il tempo per correggere.
Ma anche per riconoscere.

Per chiedere come stanno andando le cose.
Per ascoltare.
Per far capire a ciascuno quale contributo sta portando.

Se la tua attenzione arriva soltanto quando c’è un problema, il team imparerà presto che per essere notato deve sbagliare.

La motivazione non è entusiasmo permanente

Essere un leader motivante non significa arrivare ogni mattina con un sorriso forzato e una scarica di entusiasmo da distribuire al gruppo.

Non devi diventare un animatore.
Devi essere credibile.

Una persona può essere riservata, tranquilla, persino poco espansiva e riuscire comunque a motivare molto bene.

Conta ciò che trasmette.

Fiducia.
Chiarezza.
Coerenza.
Interesse.

Capacità di dare direzione.

La domanda quindi non è:

  • “Sono abbastanza energico?”

Ma:

  • “Che effetto produce il mio modo di guidare sulle persone che lavorano con me?”


Vuoi potenziare la tua assertività?
Trovi spunti interessanti nei miei libri:

“Autorevolezza” , ora nella NUOVA edizione aggiornata, è perfetto se vuoi rafforzare la tua presenza autorevole con il team.

“Prima volta Leader” è pensato se hai assunto da poco un ruolo di leader.

Valuta la tua capacità di motivare

Prova a fermarti un momento.

  • Il tuo team vede in te una persona che crede in quello che sta facendo?
  • Riconosci ciò che funziona oppure intervieni soprattutto quando qualcosa va storto?
  • Sai spiegare perché un obiettivo è importante?
  • Le persone sentono di poterti parlare?
  • Sai trasmettere fiducia anche quando la situazione è complicata?

E soprattutto:

  • chiedi ai tuoi collaboratori un atteggiamento che tu per primo riesci a mostrare?

Sono domande meno spettacolari di una tecnica motivazionale.

Ma molto più utili.

Parti da te stesso

Un corso può darti strumenti.
Un coach aiutarti a leggere meglio una situazione.
Una formazione nuove modalità di gestione.

Ma nessuno può sostituirti nel ruolo di leader.

Se vuoi un team più coinvolto, devi essere disposto a entrare per primo nella dinamica.

Non per trascinare tutti con entusiasmo artificiale.

Ma per creare le condizioni perché le persone possano lavorare con maggiore fiducia, responsabilità e coinvolgimento.

La motivazione del personale non nasce dal tentativo di “caricare” continuamente gli altri.

Nasce anche dal modo in cui li guidi ogni giorno.

Prima di chiederti come motivare il team, chiediti che cosa il team riceve ogni giorno dalla tua leadership.

Se il tuo team ha perso energia e coinvolgimento,

scopri il mio coaching mirato “Motivare il team demotivato”.

9 spunti per comunicare con il team come un grande leader – in tempi di CV19

comunicare con il team

Foto di Dirk Hoenes da Pixabay

Sei il leader del tuo team.
È il momento di entrare nel concreto.
Fornire il tuo appoggio e aiutare chi ti circonda.

Far sentire che ci sei.

Sostieni e incoraggia la “tua gente”. Costantemente,
Fai sentire che sei un capo attento e presente anche e soprattutto in questi momenti difficili.

Iscriviti alla mia newsletter.

Compilando il modulo riceverai news e aggiornamenti sulla formazione e il coaching.

Sei il leader del tuo team.
Devi trasmettere fiducia e importanza a ogni singola persona.
Diventa un supporto attivo e concreto per ognuno di loro.

Fai sentire la tua presenza.
Fai sentire la tua squadra importante.

1. Sii trasparente, chiaro e diretto

Non nascondere, raddolcire o minimizzare i fatti.
L’autenticità ti fa guadagnare la stima delle persone.

Evita i FORSE e i MA. Parole dispersive come “Giusto?” -“Vero? “portano inazione e confusione.

Il bisogno di addolcire il messaggio (quando vuoi comunicare con il team) ti induce a utilizzare parole dispersive che tolgono energia e incisività alla tua comunicazione.

2. “Andrà tutto bene” sono solo parole vuote se non entri nel concreto

Evita di minimizzare.
Non confortare sdrammatizzando le preoccupazioni.
Non negare l’evidenza con banali frasi di circostanza.

Se ignori l’ansia,
il tuo team penserà che non ti importa.

Specifica quello che intendi dire.

Evita di comunicare con il team in modo troppo indiretto, con domande che inducono alla riflessione o all’analisi.

Non stiamo parlando con bambini, lascia da parte gli indovinelli e vai dritto al sodo.
Se c’è qualcosa che devi dire, dillo, altrimenti meglio tacere!

Devi essere specifico. Diretto.
Spiega, esattamente quali azioni devono essere intraprese.
Quali comportamenti non ti sono piaciuti.
 


 

3. Non basta dire “Buon lavoro!” per comunicare con il team

Sporcati le mani. Anche tu.
Ora più che mai.

Il coraggio di pedalare ti viene quando qualcuno -a fianco a te- comincia a pedalare.

4. Non nasconderti

Sotto il ponte.
Quando il mare è agitato, il capitano dovrebbe camminare sul ponte.

5. Rinforza la fiducia dei tuoi collaboratori

Chiediti spesso: “Come posso rafforzare la fiducia del mio team?”
Onora il lavoro di coloro che ti circondano.

Lascia che la tua gente sappia che conta.
Pensa quanto sono speciali-loro, non quanto sei speciale-tu.

Condividi esperienze, spiega le azioni e dai la possibilità di esplorare nuove opportunità.
Ringrazia il tuo staff.
Spesso.

6. Dimentica il tuo titolo o posizione

Non innamorarti di dare consigli.
Dai consigli con semplicità. È inebriante se qualcuno cerchi il tuo aiuto.
Tieni i piedi per terra.

Pretendi di più da te stesso che dai tuoi collaboratori.

Non dire mai “Io sono il capo”, a meno che tu non debba assumerti la piena responsabilità.
Oggi più che mai!

7. Dai supporto alle persone del tuo team

Ripensa alla tua vita.
Scommetto che ricordi ancora con ammirazione chi ti ha aiutato.

 
More: scopri il percorso di coaching ideale per potenziare la tua gestione del team
 

Includi tutti i collaboratori nelle riunioni e nelle discussioni.
Non emarginare,
escludere o escludere una sola persona.

8. Guarda in faccia le persone

Non cercare il contatto visivo è segno di disinteresse. Mancanza di rispetto.
Velare. Nascondere le tue vere intenzioni.

Utilizza gli occhi per stabilire un contatto visivo (senza esagerare) per evidenziare l’interesse che provi nei confronti delle persone.

9. Ascolta … davvero!

Ascolta cosa hanno da dire le persone, prima di esprimere il tuo punto di vista.
Non interrompere.

Usa le loro idee per migliorare il lavoro.
Fai sapere ai tuoi dipendenti che hai usato la loro idea o incoraggiali a implementarla.

Ascoltare va oltre il semplice “sentire” … è empatia.
Esprime interesse. Mostra rispetto. Riconosce il valore.
Crea fiducia. Rafforza la connessione.
Aumenta l’efficacia e l’efficienza.

Se sei disposto a metterti in discussione e cerchi costantemente evoluzione e crescita vuol dire che sei … un leader.
Un grande leader.

Donna sul lavoro: 11 spunti per guadagnare il rispetto che meriti – parte 1

donna sul lavoro

Foto di Анастасия Гепп da Pixabay

Il mondo del lavoro si è fatto ancora più duro, spietato e competitivo.

Le persone troppo accondiscendenti finiscono per avere la peggio. Probabilmente te ne sei resa conto anche tu. In prima persona.

“La questione non è chi mi darà il permesso,
ma chi mi fermerà”
Ayn Rand

Iscriviti alla mia newsletter.

Compilando il modulo riceverai news e aggiornamenti sulla formazione e il coaching.

Ecco 11 suggerimenti per guadagnare più rispetto. Per te donna sul lavoro…

1. Donna sul lavoro? Non ricercare la perfezione

L’errore più grande che commettono molte donne è cercare di … essere perfetta come collega e team leader (ma anche come … moglie, madre, amante).

Si abbandona al confronto e alla “disperazione” quando si compara con altre donne.
L’asticella è sempre più alta.
Si sentono sfiduciate e fallite per non aver raggiunto l’obiettivo.
Irrealistico e inarrivabile.

Non restare bloccata nel tentativo di voler fare tutto.
Perfettamente.

Non fare tutto da sola.
Evita la trappola di pensare che gli altri (colleghi, collaboratori, partner, figli, ecc..) non faranno mai bene le cose, così come le faresti tu.

Decidi cosa è “necessario”. Accontentati di “buono”.
Non annegare nella perfezione.

More: Leggi il post.
 


 

2. Evita i pettegolezzi e i flirt sul lavoro

Per quanto possa essere divertente,
sparlare dei tuoi colleghi di lavoro ti darà un’immagine di persona poco affidabile.

Invece di spettegolare, tieni gli occhi e le orecchie aperti su ciò che sta accadendo intorno a te. Quando gli altri cercano di coinvolgerti, non sentirti obbligata a partecipare.

Cambiando argomento, i tuoi colleghi di lavoro si renderanno conto che non sei interessata. Probabilmente ti rispetteranno per questo.

Evita anche i flirt sul lavoro.
A volte, incontrare qualcuno sul posto di lavoro è inevitabile.

Ritengo che la donna sul lavoro (come l’uomo) sia libera di uscire o flirtare con chiunque ritengano opportuno, senza affrontare il giudizio.
Sfortunatamente, non è così.

Rischi di compromettere la tua credibilità e in definitiva la tua carriera.

3. Non scusarti così tanto

Molte donne utilizzano come riempitivo inconsciamente parole tipo “Mi dispiace” oppure “Scusa”.
“Mi dispiace, vorrei semplicemente aggiungere qualcosa?”
“Mi scusi, vorrei parlare del punto iniziale”
“Scusa ma … non avevo ancora finito”.

Sei veramente dispiaciuta?
Hai fatto qualcosa di sbagliato?
Nella maggior parte dei casi, no, non l’hai fatto.

 
More: scopri il percorso di coaching ideale per potenziare la tua autostima sul lavoro
 

C’è bisogno di chiedere così tanto scusa per condividere i tuoi pensieri?

Le persone forti e fiduciose,
sono disposte ad ammettere l’errore ma dire sempre “scusa” è fuori luogo.

Non è necessario continuare a scusarsi.
Costantemente. Tutto il giorno.
Per tante piccole cose che non hai fatto.

4. Sii professionale

Semplice. Lineare.
Ovvio.

Il modo migliore per ottenere rispetto sul posto di lavoro è fare il tuo lavoro.
E farlo bene!

Quando vuoi guadagnare rispetto e influenza,
devi dimostrare di essere degna e capace di tali responsabilità.

Una professionista di successo rispetta sé stessa e rispetta il tempo degli altri.

5. Osa un po’ di più

Durante le sessioni di coaching,
molte delle mie clienti-donne (anche se molto competenti) “spiccano” per la loro mancanza di fiducia.

Dichiarano che spesso si “trattengono” (invase dal dubbio e dalla poca fiducia). Perdono le opportunità che invece i loro colleghi-maschi, anche se non hanno idea di cosa stanno facendo, riescono a cogliere.

La paura di fallire ti impedirà di avanzare.
Se ti angosci di ciò che può andare storto, non progredisci.

Vale la pena investire tempo ed energia.
Sii entusiasta di una nuova sfida. Sii coraggiosa.
Almeno un po’.

Prenditi qualche rischio.
Decidi di essere più visibile come donna sul lavoro.
Preparati domande durante le riunioni. Sii più audace nella tua rete. Parla con le persone che ce l’hanno fatta.

Usa i tuoi punti di forza.
In ogni situazione.
Sempre.

Continua a leggere la parte 2.

Essere un leader: 10 segnali che non sei ancora pronto – 2

un leader.

Foto di Bessi da Pixabay

Leggi anche la parte 1.

6. Non vedi l’ora di dire alla gente cosa fare

Se sei convinto che le persone prepotenti siano i migliori leader,
forse è meglio aspettare un po’ per lanciarsi nella leadership!

Iscriviti alla mia newsletter.

Compilando il modulo riceverai news e aggiornamenti sulla formazione e il coaching.

Il grande leader è umile.
Tratta tutti con rispetto.
Ha la forza di ammettere quando ha fatto un errore.
È felice di riconoscere quando qualcuno ha un’idea migliore.

Non si prende tutto il merito.
Riconosce e celebra il lavoro … il successo degli altri.

Non dovresti mai approcciare un tuo dipendente con “Qui si fa così. Prendere o lasciare!
Il grande leader è in costante stato di crescita.

7. Sei convinto che il rispetto viene dalla posizione

C’è ancora un deficit di autostima!
Non puoi ottenere il rispetto del team semplicemente perché hai “studiato”, sei il capo o hai l’ufficio più grande.
Avere una posizione, non significa essere un leader.

Non funziona così.
Devi essere meritevole.
Di rispetto e lealtà.
 


 

Se rispetti i tuoi collaboratori, consideri i loro interessi, in cambio ti stimeranno e ti apprezzeranno.

Spesso ci comportiamo male e senza riguardo senza rendercene conto,
anche in buona fede, per mancanza di tempo, lo stress, incomprensione, superficialità, ignoranza (nel senso di non conoscenza).

Ricorda che .. il tuo atteggiamento ispira tutto il personale.

8. Puntare tutto sui numeri non significa essere un leader.

I grandi leader hanno prima di tutto grandi capacità relazionali.

Il tratto caratterizzante dei grandi leader è l’enorme valore che danno alle persone.

Avere il titolo di team leader è molto invitante e stimolante.
Gestire persone è molto affascinante ma anche molto difficile.
Richiede tempo e applicazione.

Un cliente mi ha detto che avrebbe voluto proporsi in azienda per una posizione di team leader,
senza però la gestione delle risorse. Delle persone.

Essere leader richiede follower (lascia stare Instagram…qui non c’entra niente!).
Senza follower, non puoi essere un leader.

 
More: scopri il mio servizio di coaching per la team leadership
 

9. Sei inaffidabile e inconsistente

Credo fermamente che la coerenza sia una parte fondamentale di essere un leader.
Le persone devono poter contare su di te.
Si devono fidare delle tue parole.
Sanno che possono rivolgersi a te in caso di crisi o di dubbi.

La chiarezza è la chiave.
La fiducia è fondamentale.
Evita di nasconderti nell’ironia.
Nel giro di parole.

Affronta efficacemente il problema,
che si tratti di una riorganizzazione o della partenza di collaboratore indispensabile per il team.
Trasmettere empatia, condividendo il “possibile scenario” vuol dire essere un leader.

I team leader che non si sentono in grado di fornire critiche o feedback costruttivi possono trarre un grande beneficio dal coaching specifico.

10. Mostri poca empatia / freddezza

La mancanza di empatia è un rilevatore-chiave del leader meschino.

Ti sei mai chiesto …
che cosa percepisce una persona quando entra nel tuo ufficio?
Che cosa trasmetti, anche inconsciamente, quando ti relazioni con un collaboratore?

Attenzione, partecipazione, disponibilità, ascolto?
Oppure rimane la gelida sensazione di sufficienza,
indifferenza o risentimento (sembra che si stia disturbando)?

Lo sai,
allo stesso tempo possiamo essere professionali e competenti ma anche gelidi, scortesi o scostanti.

Essere un leader può essere gratificante ma anche molto frustrante

In alcuni frangenti,
lo stipendio più alto o l’ufficio più grande non compensa l’insoddisfazione che senti!

Un ruolo di gestione è un’eccitante prospettiva per ogni professionista,
ma come tutte le cose nella vita, hanno bisogno di venire al momento giusto.

Se questo post ha risvegliato le tue paure, difficoltà e dubbi sulla tua leadership… non farne un dramma!
Non rinunciare alla posizione di leadership, non mollare l’idea di essere un leader.

Se non sei pronto in questo momento, puoi sempre lavorarci.
Mantiene una mente aperta e un atteggiamento positivo.

Iscriviti a un corso di formazione, “lavora” con un coach professionista.
Hai tanti modi per aumentare le tue conoscenze. Dimostrare le tue qualità.

Se capisci che la leadership proprio non è per te,
cerca altri ruoli influenti nella tua azienda che non richiedono la gestione delle persone.
Probabilmente troverai lo stesso ruoli prestigiosi e autorevoli.

Essere un leader: 10 segnali che non sei ancora pronto – 1

un leader

Foto di Bessi da Pixabay

A volte non importa quanto desideri qualcosa, non sei pronto.
Semplicemente.

Questo è ancora più vero se si parla di leadership.

Vuoi la leadership,
i soldi e il prestigio ma raramente consideri il fatto di essere pronto per questa grande promozione.
Almeno non ancora.

Iscriviti alla mia newsletter.

Compilando il modulo riceverai news e aggiornamenti sulla formazione e il coaching.

Ti senti pronto per essere un leader?

Se cerchi solo la posizione, il denaro o l’ufficio più grande con vista-sul-centro,
Probabilmente sei troppo egocentrico per essere un leader veramente efficace e stimolante.

La leadership non è su di te!
Si tratta di persone, di opportunità create e problemi da risolvere.

Ecco 10 segnali che non sei ancora pronto per essere un leader:

1. Non sai gestire l’incertezza

Hai bisogno di conoscere ogni dettaglio prima di decidere?

Quando sei leader, l’incertezza e l’ambiguità aumenta in modo esponenziale.
Entri in un mondo “sospeso” fatto di attese e complessità che influenzano il risultato finale.

L’incertezza e il cambiamento sono una costante nel Mercato del lavoro di oggi.

È necessario abbracciare il mutamento e imparare a “navigare a vista”.
Il grande leader fa così!
 


 

2. Vuoi essere amico di tutti

Insegui la popolarità e desideri essere amato?
Sei subito disposto al compromesso?

Non fraintendermi,
la capacità di trovare il compromesso è una competenza fondamentale per il leader.
Tuttavia, se comprometti velocemente le tue idee o ideali, non stai traendo il massimo vantaggio per il tuo team e la tua azienda.

Devi trovare il delicato equilibrio tra grinta e diplomazia perché …
la leadership non è un concorso di popolarità!

3. Sei nella “media”

Nessuno vuole sentirsi nella media.
Tiepido. Insapore.
Incolore.

Per essere un leader efficace devi mirare all’eccellenza.
Avere l’obiettivo di essere il migliore nel tuo campo.

Altrimenti perché la gente dovrebbe seguirti?

Se non eccelli,
vacilli e arranchi per la maggior parte delle cose che fai,
avrai difficoltà in una posizione di leadership.

 
More: scopri il mio servizio di coaching per la team leadership
 

4. La tua immagine di leadership si basa su potere, autorità, fama, denaro, macchine veloci e borse LV

Se vuoi solo gloria ma nessuna responsabilità,
la leadership non fa per te.
Almeno non ancora.

Devi ancora maturare un po’!
Nessuno vuole lavorare per un leader che è preoccupato -anzi ossessionato- per il proprio successo.

I grandi leader non occupano solo posizioni,
esercitano un’influenza (con il loro comportamento e come trattano le persone) per produrre cambiamenti.

Influenzano le persone per garantire l’eccellenza e raggiungere un obiettivo comune.
Guidano con l’esempio.

5. Il conflitto ti crea ansia e disagio

Con il titolo di leader avrai prestigio.
Ma anche mal di testa.

Il tuo compito sarà quello di gestire le persone.
Persone che litigano, si pugnalano alle spalle, si lamentano del collega, minacciano le dimissioni, ecc…

Eh, si, ti tocca anche questo!
Se ti crea disagio, ansia e imbarazzo confrontarti su questi temi ricorda che …
qualcuno gerarchicamente più-in-alto-di-te non avrà alcun problema a confrontarsi con te!

Continua a leggere la parte 2.

Il contatto visivo: un modo semplice per aumentare la tua autorevolezza

essere il leaderFoto di chitsu san da Pixabay

Ornella mi guarda per 1 secondo (attraverso lo schermo) poi gira gli occhi in alto a sinistra per circa 15-20 secondi,

poi mi guarda per 1 secondo … poi altri 20 secondi via … e via dicendo…

se li conti 20 secondi sono tantissimi..

“Sto pensando …” dice durante le sessioni di coaching.

Chiedo. “Fai così anche durante le riunioni con il tuo dipartimento?”
“Ma no!
Oddio … penso di no … spero di no… non ci ho fatto mai caso.

È così grave?”

Ed è così abbiamo cominciato a lavorare anche sullo sguardo per potenziare la sua presenza di team leader.

Quando pensiamo all’autorevolezza immaginiamo parole giuste, competenze e decisioni.

Eppure una delle cose che influenza di più il modo in cui gli altri ti percepiscono dura pochi secondi.

Il tuo sguardo.

Puoi avere un’ottima idea, parlare con competenza e preparazione. Ma se mentre parli continui a guardare il telefono, il monitor o la stanza, trasmetti involontariamente un messaggio diverso:

  • “Quello che sto dicendo non è così importante.”

Oppure, peggio ancora:

“Tu non sei così importante.”

Il contatto visivo è uno dei segnali più potenti della comunicazione.

È essere il leader.

Guardare negli occhi significa dire: “In questo momento sei importante”

Quando una persona si sente davvero guardata, si sente anche ascoltata.

Lo sguardo comunica presenza.
Attenzione.
Rispetto.

È il modo più semplice per trasformare un monologo in una conversazione.

Evitare lo sguardo comunica più di quanto immagini

Ti è mai capitato di parlare con qualcuno che continuava a guardare altrove?

Magari il computer.
Il cellulare.
Le persone che passano.

Probabilmente hai avuto la sensazione di non essere davvero importante.

Lo stesso succede quando sei tu a evitare il contatto visivo.

Anche senza volerlo.

Guardare non significa fissare

Naturalmente non si tratta di trasformare una conversazione in una gara di resistenza.

Il contatto visivo deve essere naturale.

Alterna lo sguardo con spontaneità, senza evitare gli occhi dell’altro ma senza nemmeno fissarlo in modo insistente.

L’obiettivo non è mettere a disagio.
È creare connessione.

Lo sguardo rende più credibili le tue parole

Le persone non valutano soltanto quello che dici.

Valutano anche come lo dici.

Uno sguardo presente trasmette sicurezza.
Disponibilità.
Coinvolgimento.

Per questo il contatto visivo aumenta la tua autorevolezza ancora prima che il contenuto venga elaborato.

Se vuoi essere ascoltato, fai sentire l’altro visto

Molti cercano autorevolezza scegliendo parole più forti.

Oppure parlando di più.

In realtà, spesso ottengono l’effetto opposto.

L’autorevolezza nasce anche da piccoli comportamenti.

Guardare negli occhi una persona mentre ti parla è uno di quelli.

È un gesto semplice.
Ma comunica attenzione, rispetto e presenza.

E, molto spesso, è proprio questo che le persone ricordano di più. È questo essere il leader!

Scopri il percorso di coaching mirato “Voce, attitudine, presenza: comunica autorevolezza da Executive” e rafforza la tua leadership comunicativa.

16 lezioni che i grandi leader ci invitano a imparare il prima possibile – 2

i grandi leader

Foto di Sofía López Olalde da Pixabay

Leggi anche la parte 1.

9. I grandi leader ti invitano ad accettare i fallimenti

I leader eccellenti desiderano che tu comprenda che …
per evitare i fallimenti, rischi di trascinare i progetti – che non funzionano – troppo a lungo.

Ti invitano a mantenere un atteggiamento determinato e positivo ma non cocciuto e -pericolosamente- ostinato.

Focalizzarsi troppo sul fallimento rischia un pericoloso stillicidio di energie e vitalità. Quanto ti costa “Non posso assolutamente fallire”?

I grandi manager “staccano la spina” esattamente al momento giusto per liberare energie e risorse per progetti migliori … e di successo!

Iscriviti alla mia newsletter.

Compilando il modulo riceverai news e aggiornamenti sulla formazione e il coaching.

10. Ricompensare anche la creatività, non solo il compito

I grandi leader ci spiegano che hanno premiato i dipendenti (con soldi o riconoscimento) quando hanno terminato un progetto o un compito.

Tornando indietro,
dichiarano che avrebbero voluto premiarli anche per aver trovato soluzioni alternative.

Per aver pensato in modo creativo.
Per aver “lavorato fuori dagli schemi“.

11. Uscire dall’ufficio

I grandi leader ti avvertono che è un grande errore trascorrere molte – troppe – ore in ufficio.

Le mura del tuo ufficio rischiano di diventare un muro di gomma che – con il tempo – rischia di tagliarti fuori dalla quotidianità.

Uscendo,
vedrai cosa fanno realmente le persone.

Vedrai il loro impegno, i loro sforzi e i loro risultati in prima persona.
Sarai ancora più orgoglioso del tuo team.

12. Coltivare gli alleati al lavoro

La leadership è spesso vista come uno sforzo da solista.
Non lo è.

I migliori leader dichiarano di aver pagato la mentalità da lupo-solitario.
Ci avvertono di ricercare amici e alleati leali che forniscano consigli e feedback.
Sinceri e produttivi.

 


 

13. Non essere la persona “più intelligente” nella stanza

Essere un leader non significa conoscere più di chiunque altro.

È fondamentale riconoscere, incoraggiare e promuovere gli altri a “essere esperti”.
Dare loro la fiducia e l’autonomia per essere creativi e fare un lavoro eccellente.

14. Concentrarsi solo su alcune cose

I grandi leader ci invitano a concentrarci solo sulle “cose” che contano.
Davvero!
Su quelle dove puoi fare la differenza.

Ci sono centinaia di azioni, migliaia distrazioni e dispersioni del tuo tempo.

Solo poche decine di azioni – accuratamente scelte – forniscono i risultati di successo.
Focalizzati su queste.


LA TUA LEADERSHIP AUTOREVOLE > trovi spunti interessanti nei miei libri Autorevolezza e Prima volta Leader.

15. Accettare il non-equilibrio lavoro/vita

Il work life bilance può diventare un obiettivo ossessivo.
Che può creare un forte impatto sulla tua vita e sul tuo lavoro.

Alcuni grandi leader ci invitano a uscire dall’ossessione.

Meglio fare ciò che ami o stare con chi ami?
Non entrare in questa dicotomia.
Ricerca l’equilibrio più sottile.
Accettala.
Smetti di combattere. La lotta ti logorerà!

Non è possibile scalare –contemporaneamente– entrambe le montagne.
Come ci può essere equilibrio lavoro/privato quando sei ambizioso, motivato e … affamato?

16. Prendere la decisione giusta

Leadership non è piacevole.

Leadership è il coraggio di prendere decisioni impopolari.
Perché sono le decisioni giuste.

È anche compito del leader ascoltare le preoccupazioni delle persone in modo da poter prendere una decisione più giusta.

I leader forti non evitano decisioni difficili.

Potrebbero non gradirle,
ma sanno che evitare o procrastinare, non fa che aggravare il problema.

16 lezioni che i grandi leader ci invitano a imparare il prima possibile – 1

i grandi leader

Foto di Sofía López Olalde da Pixabay

Non importa se hai studiato tanto, poco conta se dirigi 2 o 200 collaboratori.
La leadership non è facile.

Essere leader non è (e non sarà mai) comodo.
La leadership riguarda più il tuo modo di essere, che le parole stampate sul tuo bigliettino da visita.

Iscriviti alla mia newsletter.

Compilando il modulo riceverai news e aggiornamenti sulla formazione e il coaching.


Se stai cercando una strada facile, forse la leadership non fa per te.

Ecco 16 lezioni che i grandi leader ci invitano ad apprendere il prima possibile.

16 importanti lezioni sulla leadership (che non sono insegnate nelle aule universitarie) e che possono fare una grande differenza per la tua carriera.

Falle tue, prima che sia troppo tardi.

A scanso di equivoci fallo subito, leggile adesso:

1. Affrontare prima le sfide più difficili

In qualsiasi lavoro,
tutti abbiamo la tendenza a svolgere prima le attività più semplici.

I grandi leader ci spiegano che … nella leadership è un grosso errore.

Un collaboratore negativo sta “intossicando” tutto il team?
C’è un calo improvviso delle vendite?
È necessario rispondere al reclamo di quel cliente tanto incazzoso quanto importante?

Affronta prima le grane più difficili.
Così liberi il tempo (e la mente) per gestire meglio il resto della settimana.

 


 

2. Chiedere scusa immediatamente

Subito e senza esitazioni.

I grandi leader ci invitano a non isolarsi dai collaboratori.
“Mi dispiace” può essere di grande aiuto.

Non evitare di nascondere eventuali punti deboli.
Occultare un errore, fare finta che è solo un malinteso.
Dare la colpa di qualcun altro.

Se ti scusi prontamente,
le persone che lavorano per te, faranno lo stesso.
Ti rispetteranno di più e seguiranno le tue indicazioni.

3. Ammettere quando non conosci ogni risposta

Non ammettere errori e dubbi viene dal senso di superiorità e di orgoglio.

Essere leader non significa avere ragione per “diritto divino”.
Avere la risposta a tutto.

I grandi leader ci invitano a guardare alla leadership con occhi diversi.
Ci ricordano che non avrai mai tutte le risposte.
I più grandi leader “cercano e trovano” le risposte di cui il team ha bisogno.

Leggi il post.

 


 

4. Iniziare le riunioni condividendo qualcosa di personale

I leader eccellenti ci invitano a iniziare la riunione condividendo – rapidamente – qualcosa di personale.

Qualcosa sulla tua persona,
curiosità sui tuoi figli o sulle vacanze appena passate,
che esisti come persona al di fuori del lavoro.

Sapranno che sei umano!
Non è necessario parlare delle intrusioni familiari di tua suocera e di tutte le questioni molto personali e private.

5. Essere veloci con i feedback positivi, lenti con le critiche

I grandi leader desiderano spiegarci che soprattutto i collaboratori più giovani hanno bisogno di costante incoraggiamento.

Viviamo in tempi complessi e competitivi.
La tecnologia, la pressione, i troppi compiti e il tempo-contro possono essere travolgenti.
Tanta-roba per chiunque.

È importante sottolineare continuamente le vittorie,
non importa quanto piccole.

E se devi proprio criticare … pensa seriamente all’impatto!


LA TUA LEADERSHIP AUTOREVOLE > trovi spunti interessanti nei miei libri Autorevolezza e Prima volta Leader.

6. I grandi leader ti invitano ad ascoltare di più

Le persone presteranno attenzione a ciò che dici, anche (e non solo) per la tua posizione.

Il compito del leader – ci spiegano i grandi capofila – è prestare attenzione a ciò che dicono le persone,
in particolare a chi pensa che la sua opinione non conta.

Mostra che stai ascoltando.
Fai cenni di assenso.
Guadagna la fiducia riconoscendo il merito.

7. Non intervenire con soluzioni troppo rapidamente

Anche gli errori sono preziosi.
Soprattutto se le persone continuano a fare ciò che sanno già fare.

Nessuno impara nulla di nuovo se non permetti di provare.
Di sbagliare.
Pensa all’impatto di frasi tipo “Qui non è tollerato l’errore”.

I grandi leader non arrivano subito con le soluzioni.
Lasciano che i collaboratori trovino un modo diverso, migliore. Da soli.

Leggi il mio post “Vuoi far crescere il tuo team? Non aiutarlo”

8. Essere autentico, appassionato, persino emotivo

Le emozioni sono argomenti scomodi per i leader deboli.

I leader forti si sentono a proprio agio nel parlarne perché sono fiduciosi.
La leadership richiede coraggio.
Per parlare di argomenti scomodi … come le proprie emozioni!

I grandi modelli ci invitano a essere autentici, appassionati, persino emotivi.
Condividi la tua visione e vivi i tuoi valori.
Il personale sarà più coinvolto, più stimolato.

Alcuni grandi leader avrebbero voluto capire di più le motivazioni personali del proprio team.
Relazionarsi di più a livello personale.

Continua a leggere anche la parte 2.

12 errori che il team leader commette con il nuovo assunto

nuovo assunto

Foto di Oliver Yxmark da Pixabay

Spesso accade così:

il nuovo assunto si presenta il primo giorno di lavoro,
riempie la documentazione di rito e (forse) si unisce al team per la pausa pranzo.

Prima di essere lasciato (ho meglio abbandonato) in qualche saletta con procedure, processi e powerpoint.

Potrebbe sentirsi isolato, incerto su ciò che ci si aspetta da lui/lei.

Mentre la sua immaginazione vaga.

Pericolosamente.

Si chiede se ha preso la decisione giusta.

Accogliere il nuovo assunto: eccitazione o scocciatura?

L’inserimento di un nuovo assunto dovrebbe essere un momento di scoperta,
eccitazione e potenziamento.

Da entrambe le parti… anche per te.

Spesso, sono noiosi ma dannatamente depotenzianti per il nuovo assunto.

Con queste semplici premesse,
non sorprende che, secondo Harvard Business Review, il 33% dei nuovi assunti sta già inviando il CV nei primi 6 mesi di lavoro.

Ecco 12 errori che come leader dovresti evitare quando entra un nuovo assunto nel tuo team:

1. Fornire una postazione di lavoro non funzionante. Le prime impressioni sono durature.

2. Concentrare 20 ore di informazioni in sole 4 ore (di fatica e noia). Non lasciare il nuovo assunto in una saletta a compilare documenti. Solo. Tutto il giorno.

3. Evita frasi tipo “Vedi Filiberto. Filiberto è bravo. Fai come Filiberto.” A nessuno piace iniziare all’ombra di Filiberto.

4. “Cosa devi fare? Semplice! Leggi questi Powerpoint e documenti”. Semplice no ..

5. Il modo in cui i dipendenti sono trattati all’inizio rimarrà per tutta la loro carriera.

6. Prepara il tuo team all’arrivo del nuovo collaboratore. “Scusa .. e tu chi sei?” non è da manuale di accoglienza.

7. Evita di sorprendere più tardi il nuovo assunto con qualcosa tipo “Questo avresti dovuto impararlo”. A nessuno piace essere sorpreso.

8. Non aspettarti che i nuovi assunti imparino tutto nella prima settimana.

9. Lascia stare l’approccio del battesimo-del-fuoco. Anneghi o nuota. Nessuno vuole sentirsi steso ad asciugare il primo giorno.

10. Non ricordare o pronunciare maldestramente il nome del nuovo collaboratore.
Non è solo questione di educazione. È una forma di rispetto. Leadership.

11. Non chiarire ciò che ti aspetti da lui/lei. Come sarà misurato il suo successo.

12. Non riconoscere e pianificare l’apprendimento. Se formuli ipotesi, fallisci.

Ecco le tue responsabilità di team leader.

Trascurarli comporterà il fallimento per il nuovo dipendente o per te come suo capo.

E pensa a quanto sarebbe appagante aiutare il nuovo dipendente a diventare una star del tuo team.

Tutto grazie a te!

Presenza carismatica: non essere concentrato solo su te stesso

presenza carismatica

Foto di PublicDomainPictures da Pixabay

Alcune persone illuminano la stanza con il solo passaggio.
Sono le persone carismatiche.
Autorevoli.

Sono il tipo di persone che tutti desiderano, gradiscono …
e vogliono essere!

Presenza carismatica? Il focus non sei tu

Essere carismatici,
vuol dire “costruire” ottimi rapporti, influenzare positivamente le persone,
farle sentire meglio con se stesse!

Iscriviti alla mia newsletter.

Compilando il modulo riceverai news e aggiornamenti sulla formazione e il coaching.

Essere carismatici,
non vuol dire sedersi e “aspettare” gli inchini e gli elogi dei presenti.
Niente è più lontano dalla realtà.
È solo fantasia.

È vero … l’esatto contrario!

Prima di “ricevere” .. devi “dare”

Non pensare a-cosa potrai ottenere.
Concentrati su ciò che puoi “dare” tu.
L’unica persona che conta davvero, non sei tu.
È l’altra.

“Dare” è l’unico modo per stabilire un vero e proprio collegamento e relazione con gli altri.
“Dai” e basta.

“Dimentica” te stesso.
Non preoccuparti … un giorno “riceverai”.

Concentrati sull’altra persona

Quando parli con qualcuno devi essere attento.
Concentrato, presente.

Quando dico presente, intendo … completamente presente.
Il tuo interlocutore deve percepire che lo ritieni l’unica persona nella stanza.
Offri la tua piena attenzione.

 


 

Sono pochi ad avere questa sensibilità!
Una tale presenza carismatica.
Solo grazie a questo “dono”, gli altri ti cercheranno e ti ricorderanno.

Non sbirciare continuamente il cellulare.
Evita di concentrarti su altre cose, anche solo per un attimo.
Non potrai mai connetterti con gli altri, se sei occupato con te stesso.

Se sei in un gruppo, presta attenzione a tutti. Guarda ogni persona.
Sforzati di guardare e parlare con tutti.

Focus sulle altre persone

Le persone sicure di sé non si preoccupano di riconoscimenti.
Le persone fiduciose “sanno chi sono” e ”sanno quello che hanno raggiunto”.

Non hanno bisogno dell’approvazione degli altri, perché hanno appreso che la vera conferma viene dal-dentro.

Quindi, fai un passo indietro e lascia “brillare gli altri”.

Quando lo fai, gli altri non penseranno che sei timido o hai poca fiducia.
Penseranno invece che sei molto sicuro.
Non hai bisogno di approvazione e adulazione da parte degli altri.

Dai il giusto riconoscimento

Nessuno riceve abbastanza riconoscimenti.
Nessuno.

Tutti abbiamo – chi più chi meno – bisogno di apprezzamenti e riconoscimenti.
Soprattutto nel mondo del Lavoro di oggi, dove i risultati si conquistano con grande fatica e impegno.

Complimenti e apprezzamenti – ben fatti – possono costruire e rafforzare le relazioni.
Aumentare la fiducia e migliorare la produttività.
Valorizzare il lavoro fatto, giorno dopo giorno.

 
More: scopri il percorso di coaching ideale per potenziare la tua autostima sul lavoro
 

Non solo le persone gradiranno i tuoi complimenti, apprezzeranno – soprattutto – il fatto che hai prestato la tua attenzione.

E si sentiranno molto più importanti.
Motivati.
Produttivi.

La maggior parte delle persone è troppo occupata e concentrata su se stessa, per prestare attenzione al dettaglio. Si lascia sfuggire l’occasione per complimentarsi con gli altri.

Se lo fai … con sincerità e passione avrai carisma.
Presenza carismatica.
Autorevolezza

14 cose che il tuo team sta cercando disperatamente di dirti – 2

un team demotivato

Leggi anche la parte 1.

7. “Siamo sovraccarichi di lavoro”

“Alcuni di noi si lamentano.
E lo faranno sempre-e-comunque.
Ti diranno che il loro carico di lavoro è diventato troppo da gestire.

Altri – la maggioranza che non si lamenta e lavora – non ti diranno niente, ma si bruceranno lungo la strada.

Iscriviti alla mia newsletter.

Compilando il modulo riceverai news e aggiornamenti sulla formazione e il coaching.

Quando c’è “troppa roba”, bisogna dare le priorità.
Qualcosa deve “essere lasciato andare”.

Devi intervenire per capire quanto sia realistico il carico di lavoro del tuo staff.

Cerca i modi per distribuirlo più uniformemente.
Lavora sulla definizione delle priorità.

8. “Non riconosci mai il lavoro fatto. E ti ritrovi con un team demotivato”

“Ognuno di noi non vuole essere considerato solo un numero senza volto.
Desidera essere riconosciuta come una persona.

Vuole essere apprezzata, ascoltata e compresa.
È semplice per te concludere … ho un team demotivato!

È importante riconoscere i successi che abbiamo ottenuto.
Onorare il nostro lavoro. Celebrare i risultati.
Offrire opportunità di crescita.

9. “Comunichi in modo ambiguo e controverso.. non capiamo cosa vuoi dirci”

“La chiarezza è la chiave.

Evita di nascondere il feedback nell’ironia.
Nel giro di parole.
Ci lasciano solo dubbi, ansia e resistenza.
Paura.

 


 

Affronta efficacemente il problema,
che si tratti di una riorganizzazione o della partenza di collaboratore.

Condividi le informazioni e lo “scenario possibile”.

10. “Vorremmo che la smettessi di prendere continuamente credito per il nostro lavoro.”

“Che mossa infantile e meschina!
E lo fai costantemente … senza ritegno.
Siamo offesi!

Dacci il giusto credito per quello che facciamo.
Ci sentiremo più apprezzati.

Il tuo successo … dipenda anche da noi.

11. “Stai nascondendo un segreto di Pulcinella”

“Non sottovalutare la nostra “intelligenza”.

Siamo già ben consapevoli dei problemi che stai cercando di nascondere.
Desideriamo però conoscere la motivazione.

Non trincerarti dietro un “… tanto non capirebbero”.

Se pensi che non possiamo comprendere,
perché non lo spieghi?

Un dialogo più impegnato e intellettualmente onesto può portare a nuove – e inaspettate – soluzioni.
Anche per te”.

 
More: scopri il mio servizio di coaching per la team leadership
 

12. “Dimmi la verità”

“Siamo più propensi ad accettare cambiamenti se capiamo cosa sta succedendo.

Apprezziamo la comunicazione chiara e trasparente.
Così sappiamo esattamente cosa ti aspetti da noi.

Non mentire.
Soprattutto per quanto riguarda le informazioni riservate o sensibili.

Ricorda che … se veniamo a sapere che hai mentito o non hai mantenuto la riservatezza, perderai la nostra fiducia.
Per sempre.

È meglio tacere o dare risposte tipo “Al momento, non posso dire niente” o “Non posso rispondere interamente in questo momento.”

Non promettere vantaggi e benefit per risultati poco probabili.
Causi il nostro risentimento e … un team demotivato!

13. “Vorrei che tu ce ne avessi parlato prima.”

Perché razioni le informazioni?
Perché le centellini come acqua nel deserto?
Non chiedi mai pareri e feedback?

Tutto quello che stai ottenendo sono pettegolezzi e paura.
Poi non lamentarti se la produttività cala … e ti ritrovi un team demotivato.

Se condividi le informazioni è un grande atto di fiducia e un riconoscimento molto potente per noi.
Desideriamo fare un buon lavoro, condividere con te le responsabilità, i compiti e il raggiungimento dei risultati.

Quando distribuisci le responsabilità,
è un attestato di fiducia nei nostri confronti … è come dire a ciascuno di noi “Io mi fido di te”.

14. “Sei teso tutto il tempo. Metti ansia”

“Probabilmente non te ne accorgi neppure.
Quando sei sotto pressione o sei stressato inizi a girovagare come una trottola.

Muovendoti tutto il tempo (come un tarantolato) crei attorno a te un clima di nervosismo che può influenzare e condizionare negativamente i tuoi collaboratori.

Quando non ci sei, tiriamo tutti un sospiro di sollievo.

Pensaci la prossima volta che cominci a girare come una trottola.”

14 cose che il tuo team sta cercando disperatamente di dirti – parte 1

team demotivato

Team demotivato?
Il tuo successo di team leader dipende dalla tua capacità di essere di supporto al tuo staff.

Devi dimostrare al tuo team che sei lì per aiutarli.
Favorire il loro lavoro.

Team demotivato? Ascoltare è fondamentale

Ascoltare è la chiave per scoprire cosa rende “sensibili” i tuoi dipendenti.
Cosa li entusiasma.
Cosa li spinge ad andarsene.

L’ascolto attento rivela la verità.
Svela i significati più profondi.
Il “non detto”.
Va aldilà dei “Tutto bene, grazie” e dei sorrisi di circostanza.

Non bloccarti nel “Se il mio collaboratore ha un problema, dovrebbe venire a dirmelo direttamente“.
Spesso non è così.

Iscriviti alla mia newsletter.

Compilando il modulo riceverai news e aggiornamenti sulla formazione e il coaching.

Ci sono alcune cose che i tuoi collaboratori – comprensibilmente – potrebbero non sentirsi a loro agio a condividere con te.

Per salvaguardare il loro lavoro e il loro valore,
preferiranno nasconderle.
Non condividerle.

Ecco 14 cose che il tuo team demotivato sta cercando di dirti.
Disperatamente.

Attento…apri bene le orecchie!
È in gioco il tuo ruolo e il tuo successo professionale:


1. “Vorremmo sentirci a nostro agio nel chiederti supporto”

“È già difficile ammettere di aver bisogno di aiuto.
Per di più … sei poco disponibile se abbiamo domande o dubbi.
Non ce la sentiamo di chiedere il tuo supporto.

Così seguiamo il flusso.
Sperando che le nostre debolezze spariscano.
Passino inosservate.
Magicamente.

 


 

Lo sai …
imparare per tentativi ed errori è frustrante.

Vorremmo sentirci meno a disagio nel chiederti supporto.
Perché non ritagli un po’ di tempo per coaching uno-a-uno?

Aiutaci a raggiungere gli obiettivi.
Che sostanzialmente sono anche i tuoi!”

2. “Sei professionale ma anche gelido e indisponente”

“Sei una fredda macchina che distribuisce ordini, mansioni e scadenze.

Fai solo finta di essere interessato, si vede, si sente,
quando ti parliamo, abbiamo la netta sensazione di non essere ascoltati… siamo un team demotivato!

Non c’è niente di più frustrante e irritante vedere come la nostra richiesta o problematica sia stata poco ascoltata.
Addirittura fraintesa.”

3. “Toglici il fiato dal collo e lasciaci lavorare”

“Pretendi di controllare tutta la corrispondenza, le e-mail e i preventivi, di bloccare tutto finché non dai la tua benedizione.

Il tuo OK.

Sei riluttante a delegare, ti concentri anche su piccoli dettagli e non lasci libera iniziativa,
anche sulle decisioni più banali.

Così facendo mostri una completa mancanza di fiducia.
Ci fai sentire demotivati, inutili … improduttivi.
Bambocci.

Lasciaci fare – in pace– il nostro lavoro!”

4. “Un’altra riunione? Noooo”

“Ancora una riunione.
L’ennesima. Dove si parla, parla, parla, senza costrutto.
Ma basta!

La maggior parte delle riunioni ci ruba solo ore di lavoro produttive.
Spesso ci lasciano la sensazione di nullità e di confusione.

Se non sono realmente necessarie dovresti evitarle.
Per favore … “

5. “Manifesti apertamente simpatie e preferenze personali”

“Forse non te ne accorgi neppure …
ma coinvolgi sempre e solo il solito gruppetto di fedelissimi.

È naturale sentire maggiore feeling e simpatia per alcune persone rispetto ad altre,
ma devi cercare di coinvolgere ogni membro del tuo team.

Ma se poi inizi a sorvolare o non dire niente per amicizia e simpatia …
stai perdendo la faccia e la nostra stima.

Dai un’immagine di leader debole e influenzabile.”

6. “Sei inavvicinabile”

Reagisci negativamente a domande e preoccupazioni.
Sei sempre troppo occupato.
Poco disponibile.
Introvabile.
Assente.

Non essere così sicuro che …
se non ti diciamo niente … tutto sta andando bene!
Se c’è un problema … sarai sicuramente informato.

 
More: scopri il mio servizio di coaching per la team leadership
 

Così facendo,
sei out dalle questioni che affrontiamo quotidianamente.

Sai cosa c’è?
Pensiamo che tu non sia in grado di risolvere i problemi.
Non vuoi essere disturbato.

Non essere così inaccessibile.
Rispondi alle nostre domande e alle mail. Appena ti è possibile.

Pianifica riunioni di gruppo e incontri individuali. A intervalli regolari.
Tieni aperta la porta del tuo ufficio. Anche solo per farci capire che ci sei … “

Continua a leggere la parte 2.

18 spunti per essere leader autorevole e non capo autoritario

leader autorevole

Foto di khamkhor da Pixabay

“Oggi il segreto della leadership di successo è l’autorevolezza,
non l’autorità.”

Ken Blanchard

Il leader autorevole osserva senza dare giudizi o etichette.

Rispetta il punto di vista dell’altro, riconosce le capacità delle persone e le valorizza.

Lo stile autoritario richiede obbedienza.

Non scende a compromessi, ricorrendo anche a metodi repressivi e punitivi.

Essere un leader autorevole non significa fare il bullo o il dittatore

Ecco 18 spunti per essere leader autorevole.

Non un boss autoritario e arrogante:

1.

Ricorda che i leader più efficaci sono autorevoli, non autoritari.

2.

Celebra la competenza degli altri senza degradare il tuo ruolo.

3.

Sporcati le mani.
La partecipazione indica autorevolezza.
L’isolamento autoritarismo.

4.

Parla meno e ascolta di più.
Mostra sincero interesse per gli altri.

5.

Riconosci quando sbagli.
Non c’è vergogna nell’ammettere gli errori.

6.

Condividi il credito per i risultati raggiunti: raramente ottieni qualcosa al 100% da solo.

7.

Se sei tentato di giudicare gli altri (per sentirti superiore), giudica te stesso, notando le aree in cui non sei all’altezza.

8.

Complimenta gli altri per i loro talenti e le qualità positive.

9.

Impegnati a “non sapere”.
Con coraggio.
Crescita e apprendimento includono il “non sapere”.

10.

Concentrati su tutto ciò di cui devi essere grato e su tutte le persone che (direttamente o indirettamente) ti hanno aiutato ad arrivare dove-sei-oggi.

11.

Non essere mai così soddisfatto di quello che fai.
Non smettere di lottare per il miglioramento (personale o professionale).
Il compiacimento non è un atteggiamento costruttivo.

12.

È fondamentale sviluppare, non “riparare”.

13.

Ridi di te stesso.
Non prendere le cose sul personale.

14.

Aspettati prestazioni elevate da te stesso e dagli altri.
Non accettare la mediocrità.

15.

Persegui l’eccellenza sfidando lo status quo.

16.

Rimuovi i blocchi. Non crearli.

17.

I leader autorevoli sono fiduciosi ma non prepotenti, empatici ma non deboli.


18.

Il potere dell’autorevolezza è il rispetto; l’autoritarismo cresce nella paura.

10 errori di comunicazione che non ti fanno decollare come leader

comunicazione del leader

Foto di Alexas_Fotos da Pixabay

Puoi avere una strategia brillante.

Conoscere il mercato.
Essere competente.

Ma se non sai comunicare con il tuo team, prima o poi qualcosa inizierà a incrinarsi.

Non succede da un giorno all’altro.

Succede poco alla volta.

Una frase poco chiara.
Un feedback ambiguo.
Una porta sempre chiusa.
Un riconoscimento che non arriva mai.

La comunicazione del leader non serve solo a trasmettere informazioni.

Serve a creare fiducia.

E quando la fiducia diminuisce, diminuiscono anche coinvolgimento, iniziativa e responsabilità.

Ecco gli errori che vedo più spesso.

1. Concentrarti più sugli errori che sui punti di forza

Correggere è necessario.

Ma se ogni conversazione ruota attorno a ciò che non funziona, i collaboratori iniziano a lavorare per evitare gli errori, non per dare il meglio.

Le persone crescono quando qualcuno riconosce anche ciò che sanno fare bene.

2. Essere difficile da avvicinare

“È sempre occupato.”
“Non è il momento.”
“Ci penserà lui.”

Quando un collaboratore smette di farti domande, non significa che sia diventato autonomo.

A volte significa semplicemente che ha smesso di chiedere.

E questo è molto più pericoloso.

3. Pensare che il silenzio significhi che va tutto bene

Molti leader ragionano così:

Se nessuno mi dice niente, significa che non ci sono problemi.

Purtroppo funziona raramente.

Molte persone preferiscono adattarsi, aspettare o arrangiarsi piuttosto che esporsi.

Per questo il dialogo va cercato.
Non aspettato.

4. Dare per scontato il lavoro fatto

Un “bravo” generico dura pochi secondi.

Un riconoscimento preciso rimane molto più a lungo.

Non limitarti a dire:

“Ottimo lavoro.”

Spiega cosa hai apprezzato.

Le persone hanno bisogno di capire quale comportamento desideri vedere ancora.

5. Comunicare in modo ambiguo

Ironia.
Allusioni.
Messaggi lasciati a metà.
Frasi interpretabili.

Quando la comunicazione del leader non è chiara, il team riempie i vuoti.

Con supposizioni.
Dubbi.
Paure.

La chiarezza riduce l’ansia molto più di tante rassicurazioni.


Vuoi che la tua comunicazione rifletta davvero il tuo ruolo e il tuo valore?

Con il percorso di coaching mirato “Voce, attitudine, presenza: comunica autorevolezza da Executive” impari a gestire voce, postura e linguaggio del corpo per lasciare il segno

6. Nascondere la verità

Essere trasparenti non significa raccontare tutto.

Esistono informazioni riservate.
Decisioni ancora in corso.
Temi che non possono essere condivisi.

Ma una cosa è non poter parlare.
Un’altra è mentire.

Se oggi perdi la fiducia del tuo team, domani nessuna comunicazione sarà davvero credibile.

7. Sottovalutare le persone

Molti collaboratori hanno già capito che qualcosa non sta funzionando.

Aspettano soltanto che qualcuno glielo dica.

Pensare:

“Tanto non capirebbero.”

è spesso un errore.

Se una decisione è complessa, il compito del leader non è semplificarla fino a renderla banale.

È spiegarla meglio.

8. Usare il canale sbagliato

Non tutti i messaggi meritano una mail.

E non tutte le conversazioni devono avvenire davanti a tutti.

Una critica importante.
Un feedback delicato.
Un cambiamento organizzativo.

Sono temi che richiedono presenza, tono di voce e possibilità di confronto.

Scegliere il canale giusto fa già parte della comunicazione.

9. Ignorare ciò che il team non dice

Le parole raccontano solo una parte della storia.

L’altra emerge dai silenzi.

Dalle esitazioni.
Dalle riunioni in cui nessuno interviene.
Le domande che non arrivano più.

Un buon leader ascolta anche quello che non viene espresso apertamente.

10. Pensare che comunicare significhi parlare

Molti leader parlano molto.
Pochi verificano davvero che il messaggio sia arrivato.

La comunicazione non finisce quando hai spiegato.
Finisce quando l’altro ha capito.

La comunicazione del leader non misura quanto sei bravo a parlare.
Misura quanto riesci a creare fiducia.

Ogni parola può aumentare oppure ridurre la distanza tra te e il tuo team.

E spesso non sono i grandi discorsi a fare la differenza.

Sono le piccole conversazioni di ogni giorno.

Le tue espressioni facciali sono il tuo “marchio di fabbrica” come leader

essere un leader

Sei concentrato sul lavoro. Stai pensando a un problema. Hai una scadenza che ti preoccupa.

La fronte si corruga.
Lo sguardo diventa più duro.
Il viso si chiude.

Tu stai semplicemente pensando.

Chi ti incontra, però, potrebbe leggere tutt’altro.

È arrabbiato?
Ho fatto qualcosa che non va?
Meglio non disturbarlo.
Oggi non è giornata.

È facile dimenticarlo: il tuo volto comunica anche quando non vuoi comunicare nulla.

E se gestisci delle persone, questo conta ancora di più.

Il tuo team guarda il tuo viso più di quanto pensi

Le persone osservano il proprio leader.

Non soltanto quando parla, dà indicazioni o conduce una riunione. Lo osservano anche nei momenti apparentemente insignificanti.

Quando entra in ufficio.
Quando ascolta una proposta.
Riceve una brutta notizia.
Qualcuno gli fa una domanda.

Un’espressione infastidita, uno sguardo sfuggente o una fronte costantemente corrucciata possono trasmettere freddezza, tensione o disapprovazione.

Anche se non era questa la tua intenzione.

Ed è proprio qui il punto.

Nella comunicazione non conta soltanto ciò che volevi trasmettere. Conta anche ciò che l’altro ha percepito.

La tua espressione facciale diventa il tuo “marchio di fabbrica”

Ci sono persone che sembrano perennemente arrabbiate.

Non lo sono necessariamente.

Sono concentrate, stressate, immerse nei propri pensieri. E probabilmente non si rendono nemmeno conto dell’espressione che hanno sul volto.

Ma gli altri quell’espressione la vedono.

E alla lunga iniziano ad associarla alla persona.

Freddo.
Distaccato.
Inavvicinabile.
Sempre sotto pressione.

È questo il messaggio che vuoi inviare?

Soprattutto: è questo il messaggio che stai inviando senza accorgertene?

Un sorriso può cambiare il tono di una conversazione

Non significa andare in giro con un sorriso stampato sulla faccia.

Non devi fare il “piacione”, apparire artificialmente allegro o mostrare continuamente un sorriso di circostanza.

Anzi.

Un sorriso forzato si vede. E spesso produce l’effetto contrario.

Parliamo di qualcosa di molto più semplice: rilassare il volto e lasciare spazio a un sorriso naturale quando la situazione lo permette.

Un sorriso autentico comunica apertura.

Riduce la distanza.
Rende più facile avvicinarti.
Invita l’altro a parlare.
Può cambiare completamente il tono di una conversazione.

E spesso genera una piccola reazione a catena: sorridi, l’altro sorride, tu percepisci apertura e la conversazione diventa più naturale.

Non devi controllare continuamente la tua faccia

Essere un leader non è trasformarti in un attore.

Se durante una riunione inizi a chiederti continuamente “Come sono i miei occhi? Sto sorridendo abbastanza? Ho la fronte corrugata?”, probabilmente otterrai soltanto l’effetto di sembrare ancora più rigido.

La questione è un’altra: diventare consapevole dell’effetto che produci sugli altri.

Prova a osservarti.

  • Come reagisce il tuo volto quando qualcuno non è d’accordo con te?
  • Che espressione assumi quando un collaboratore ti porta un problema?
  • Quando ascolti qualcuno, il tuo viso comunica interesse oppure impazienza?
  • Quando sei sotto pressione, diventi improvvisamente freddo e inavvicinabile?

Potresti scoprire che alcune espressioni che consideri neutre non vengono percepite affatto come tali.


Vuoi potenziare la tua assertività?
Trovi spunti interessanti nei miei libri:

“Autorevolezza” , ora nella NUOVA edizione aggiornata, è perfetto se vuoi rafforzare la tua presenza autorevole.

“Prima volta Leader” è pensato se hai assunto da poco un ruolo di leader.

Essere leader significa anche sapere cosa comunichi senza parlare

Puoi scegliere con attenzione le parole.

Puoi preparare perfettamente una riunione, un feedback o una conversazione difficile.

Ma se mentre l’altro parla alzi gli occhi, irrigidisci il volto, corrughi la fronte o mostri impazienza, il tuo viso potrebbe comunicare qualcosa di molto più forte delle tue parole.

Non significa che devi sorridere sempre.

Ci sono momenti in cui devi essere serio, preoccupato, contrariato. Sarebbe artificiale nasconderlo.

Significa piuttosto essere consapevole che, quando sei leader, le persone cercano segnali anche quando non pensi di mandarli.

Osservano le tue parole.
Ma osservano anche il tuo sguardo, il tuo volto, le tue reazioni.

E da quei piccoli segnali decidono se possono avvicinarsi, parlare, esporsi oppure se è meglio stare alla larga.

La tua espressione facciale, giorno dopo giorno, diventa così una parte del tuo “marchio di fabbrica”.

L’autorevolezza non passa soltanto da ciò che dici. Passa anche da ciò che gli altri leggono sul tuo volto mentre li ascolti.

Vuoi che la tua comunicazione rifletta davvero il tuo ruolo e il tuo valore?

Con il percorso di coaching mirato “Voce, attitudine, presenza: comunica autorevolezza da Executive” impari a gestire voce, postura e linguaggio del corpo per lasciare il segno.