Riunioni con il capo, direzione, CEO: un estratto dal mio libro “Autorevolezza”

libro michele ferrarelli

  • Vorresti essere più carismatico e meno impacciato?
  • Emanare più rigore e autorevolezza?
  • Hai bisogno di raccogliere più credito e considerazione con i capi, il board, il CEO?
  • I feedback e le riunioni ti agitano il sonno?
  • Mostri buone maniere e toni pacati ma anche nessun contraddittorio?
  • Ti senti continuamente sotto esame?

L’autorevolezza non è solo una questione pratica

È quella particolare abilità che motiva e coinvolge gli altri a “fare alcune cose” perché lo vogliono e non perché si sentono obbligate.

Autorevolezza come riconoscimento della tua influenza e del ruolo di guida, di leader; chiedere piuttosto che ordinare, senza dover dire “Si fa così e basta!”.

Trasporre il tuo pensiero in parola con la massima chiarezza ed equilibrio, con una comunicazione chiara e diretta, sia quando ti rapporti faccia a faccia con una singola persona sia quando si tratta di parlare davanti a un “pubblico” (anche se di poche persone: i capi, il team, i clienti, i colleghi ecc.).
 


 

Un estratto del capitolo 5 del mio libro (riunioni con il capo, direzione, CEO – e uscirne bene):

“Capita a molti di vivere con forte disagio la presenza di una o più figure autorevoli (e spesso anche autoritarie) che vengono considerate “superiori”.

Questa soggezione ci toglie spontaneità, ci limita nell’esprimere le nostre idee e capacità.

Ci boicotta proprio quando dovremmo rendere al meglio. Infatti, nell’occasione di presenziare e conoscere la “gente che conta” della sua azienda,
Agnese si sta sempre più focalizzando sugli aspetti negativi e ansiogeni (l’AD è descritto come uno sempre serio, che parla poco e guarda dritto negli occhi) perdendo di vista opportunità e vantaggi di una chance (imperdibile) che le si sta presentando. Ha paura di sbagliare completamente la prima impressione.

E fa bene… come ci ricorda Oscar Wilde:

“Non c’è una seconda occasione
per fare una buona prima impressione.”

Siamo esseri umani sociali, influenziamo e siamo influenzati. Quando interagiamo, reagiamo anche al successo, allo status o al potere dell’altra persona.

Infatti, molti dipendenti sono intimiditi dai loro manager, gli studenti dai loro professori.

Qualcuno si sente a disagio nei confronti di buttafuori, poliziotti e soldati in divisa oppure professionisti come medici e avvocati, autorità politiche e religiose ma anche al superiore, il datore di lavoro, tutte le persone molto sicure di sé che si esprimono con toni decisi.

Anche quando siamo confrontati a individui ritenuti intelligenti e competenti o VIP possiamo sentirci timorosi e impacciati. Siamo preoccupati di fare/dire qualcosa di stupido. Non essere all’altezza.

Per di più ci sono persone insicure e arroganti che usano deliberatamente la loro personalità, posizione, fisicità o potere per intimidire e approfittare degli altri. Fanno i prepotenti per sostenere il loro (fragile) ego. Ne abbiamo già parlato in merito all’essere autoritari, nel Capitolo 1.

In primo luogo, Agnese deve comprendere che non sta scegliendo questo comportamento in modo consapevole.

Le sue esperienze passate (prima di ogni cosa l’imprinting familiare) la stanno facendo reagire con timore.
Il primo passo è riconoscere consapevolmente quanto sta accadendo.

È perfettamente normale provare una fitta d’ansia all’idea di interagire con persone importanti.
Immagino anche che la prima volta potrai sentirti un po’ intimorito ma dopo venti volte, gran parte della paura sarà svanita.

Il timore che senti non ha nulla a che fare con gli altri: riguarda te.

Continuando a osservare e dare importanza agli altri, la tua vita perde consistenza e i tuoi gesti assumono meno forza e meno valore.

Non sono gli altri a pensare che tu non sia abbastanza bravo, la verità è che sei tu a credere di non essere abbastanza “capace”.

La maggioranza delle persone sperimenta qualche insicurezza quando affronta nuove sfide. Agnese non è in grado di interiorizzare e accettare il suo successo, accusando un vero e proprio sentimento di paura e di inadeguatezza. Ha difficoltà a credere di esserne degna, attribuendo il successo alla fortuna piuttosto che alla sua capacità.

Teme che, prima o poi, il capo e i colleghi smascherino la sua incapacità, il suo inganno (ecco perché questa particolare condizione psicologica è denominata “sindrome dell’impostore”).”

Il libro Michele Ferrarelli è in versione cartacea e digitale

Una buona parte di ciò che leggerai sono riflessioni e considerazioni sulla base delle esperienze dei percorsi di coaching che ho vissuto con i miei clienti.

Il libro contiene strumenti, strategie pratiche e concrete che ti permetteranno di “costruire” la tua reputazione, evitare di “nasconderti” dietro atteggiamenti arroganti e posture autoritarie, potenziare i tuoi talenti, il tuo carisma, le tue abilità comunicative per creare forti relazioni con le persone che ti circondano.

Diventa il punto di riferimento carismatico del tuo team.
Buona lettura!
 

Il mio libro “Autorevolezza”: da settembre su Amazon

libro di ferrarelli

Strategie e tecniche per diventare il riferimento carismatico dei tuoi collaboratori e colleghi.

 

A settembre su Amazon (cartaceo e digitale)

 

Che tu sia manager di una multinazionale, il piccolo imprenditore della tua zona,
un professionista con il suo studio ben avviato,
lo store manager del centro, un quadro aziendale,
il coordinatore con il suo piccolo team,

che il tuo team sia di 2 o 20 collaboratori, poco importa …
trasmettere forza, autorevolezza, utilizzare una comunicazione efficace, è una sfida che può risultare ostica e faticosa.

Da cui rischiamo di uscirne perdenti!

Il mio proposito di coach è allenare i tuoi “muscoli caratteriali”: la fiducia, l’intraprendenza e la determinazione.

Questo libro è un valido spunto per darti tutti gli strumenti che servono per potenziare le tue doti personali, migliorare la tua comunicazione,
i tuoi rapporti interpersonali, il tuo carisma,
il rispetto dei tuoi collaboratori e dei tuoi colleghi.

Spesso, chi gestisce (oppure ha intenzione di farlo) un team non ha completa coscienza delle difficoltà. Pochi si pongono domande su come ottimizzare e gestire al meglio i propri collaboratori.

È a queste domande che cercherò di darti soluzioni pratiche.

“Non ascolto gli altri perché sono smart e intelligente”… la trappola del leader

la trappola del leader

Foto di Vitabello da Pixabay

Lo stereotipo del leader competente è ancora molto radicato.

Deve sapere tutto.
Avere sempre la risposta pronta.
Prendere decisioni immediate.
Non mostrare dubbi.

Per questo, una delle frasi più difficili da pronunciare per un leader è:

“Non lo so.”

Quelle tre parole fanno sentire molti inadeguati.

Come se ammettere un’incertezza significasse perdere autorevolezza.

Eppure è proprio qui che potresti cadere in una trappola.

Credere che il tuo valore dipenda dalla quantità di risposte che sai dare.

In realtà, spesso accade il contrario.

Più senti di dover avere sempre la risposta, meno ascolti.

Entri in riunione con la soluzione già pronta. Interrompi.

Concludi troppo in fretta.
Difendi la tua idea invece di esplorarne altre.

L’obiettivo non diventa più capire.
Diventa avere ragione.

La leadership, invece, raramente consiste nel conoscere tutte le risposte.

Molto più spesso consiste nel creare le condizioni perché emergano quelle migliori.

Per questo non dovresti aver paura di dire:

“Non lo so. Ragioniamoci insieme.”

Non perché tu sia impreparato.

Perché sai che nessuna persona può vedere tutto da sola.

La trappola è credere di dover avere tutte le risposte

Nessuno può sapere tutto.

Nessuno possiede la soluzione migliore per ogni problema, decisione o situazione.

Se sei convinto che un leader debba sempre avere la risposta pronta, sei già entrato in una delle trappole più pericolose della leadership.

Ascoltare diventa allora una competenza strategica.
Non un gesto di cortesia.

Molti leader e imprenditori di successo raccontano che una parte importante della loro crescita è nata proprio dall’ascolto dei feedback più scomodi.

Spesso sono stati proprio quelli a permettere i miglioramenti più importanti.

L’ascolto è una parte fondamentale della comunicazione

Saper ascoltare ti permette di:

  • comprendere meglio ciò che sta accadendo;
  • costruire relazioni più solide;
  • valorizzare competenze che da solo non potresti vedere;
  • aumentare il senso di appartenenza del team.

Le persone hanno bisogno di sentirsi ascoltate.

Di contribuire.
Di percepire che le proprie idee hanno un peso.

Naturalmente esistono situazioni nelle quali devi decidere rapidamente.

Emergenze.
Crisi.
Momenti in cui serve una direzione chiara.

Ma queste sono l’eccezione.
Non la regola.

Dovresti ascoltare i tuoi collaboratori

Presta attenzione a quello che hanno da dirti.

Non restare ancorato alla tua prima idea.

Prima di una riunione prova a confrontare questi due approcci:

  • entrare con la risposta già pronta;
  • entrare con l’obiettivo di trovare insieme la risposta migliore.

Sembrano simili.

In realtà cambiano completamente la qualità della conversazione.

Valorizza le competenze del tuo team.
Ascolta prima di decidere.
Rispetta idee diverse dalle proprie.

Non sentire il bisogno di dimostrare continuamente di avere ragione.
Non devi conoscere tutte le risposte.

Devi imparare a fare le domande giuste.

È questo che ti tiene lontano dalla trappola del leader “so-tutto-io”.

Ecco 14 motivi per cui, spesso senza accorgertene, smetti di ascoltare i suggerimenti degli altri… e perché questo può diventare uno dei limiti più grandi della tua leadership.

Non ascolto perché mi piace dare risposte alle persone.

Mi fa sentire importante.

Non ascolto perché la conoscenza è potere.

Se ho le risposte elevo il mio status.

Non ascolto perché non ho bisogno di sprecare il mio tempo prezioso.

Non ascolto perché sono il capo e non ho bisogno di suggerimenti.

Non ascolto perché non ho bisogno di aiuto.

Posso fare tutto da solo.

Non ascolto perché tutto quello che ho davvero bisogno è che facciate quello che vi dico.

Non ascolto perché sono competente.

Molto competente.

Non ascolto chi ha meno esperienza della mia.

Non ascolto perché non mi piace né il messaggio né il messaggero.

Non ascolto chi non ha il quadro completo.

Non può capire!

Non ascolto chi non condivide le stesse mie responsabilità. Non può comprendere!

Non ascolto chi so che sicuramente non mi capirà.

Non ascolto chi ha fallito.

Non ascolto perché sono l’esperto.

Un esperto non chiede. Mai.

Partecipare a una riunione: come rovinare la tua immagine professionale

partecipare a una riunione

Foto di BROTE studio da Pexels

Molte persone pensano che una riunione serva soltanto a discutere progetti, condividere aggiornamenti o prendere decisioni.

In realtà, ogni riunione comunica anche qualcos’altro.

Comunica chi sei professionalmente.

Il modo in cui ascolti.
Intervieni.
Prendi appunti.
Gestisci un disaccordo.
Oppure rimani in silenzio.

Tutto contribuisce a costruire la tua reputazione.

Le persone si fanno un’idea di te molto prima che tu finisca il tuo intervento.

Per questo una riunione è uno degli strumenti più potenti per rafforzare il tuo personal branding.

Ogni comportamento può aumentare oppure indebolire la tua credibilità.

Ecco 14 errori che rischiano di compromettere la tua immagine professionale.

1. Interrompere continuamente

Lascia terminare il ragionamento dell’altra persona.

Interrompere comunica impazienza, non autorevolezza.

Anche il silenzio fa parte di una buona conversazione.

2. Arrivare in ritardo

La puntualità comunica rispetto.

Per le persone.
Per il tempo.
La riunione.

Presentarti sempre all’ultimo minuto non ti rende importante.

Ti rende poco affidabile.

3. Presentarti impreparato

“Non ho letto la mail.”

Può capitare.

Se però diventa un’abitudine, la tua credibilità diminuisce rapidamente.

Prima della riunione chiediti:

  • Qual è il messaggio principale che voglio portare?
  • Quale contributo posso dare?
  • Chi sarà presente?
  • Quale risultato vorrei ottenere?

Cinque minuti di preparazione fanno una grande differenza.

4. Usare il telefonino

Non puoi essere realmente presente se stai controllando notifiche.

Anche quando credi di farlo con discrezione.

Le persone se ne accorgono.

E interpretano quel comportamento come disinteresse.

5. Non prendere appunti

Prendere appunti comunica attenzione.

Non farlo, soprattutto abitualmente, può dare l’impressione opposta.

Non serve trascrivere tutto per partecipare a una riunione.

Basta annotare ciò che conta.

6. Ripetere ciò che hanno già detto gli altri

Intervenire solo per ripetere un concetto non aggiunge valore.

Se vuoi richiamare un’idea già emersa, riconoscine l’autore.

Per esempio:

  • “Come diceva Piercarlo, credo che la priorità sia…”

È più elegante.
E molto più autorevole.

7. Prenderti il merito del lavoro degli altri

Attribuirti successi condivisi o scaricare gli errori sul gruppo è uno dei modi più rapidi per perdere fiducia.

Le persone lo ricordano.

Sempre.

8. Cercare continuamente di compiacere il capo

Annuire a ogni frase.

Confermare ogni opinione.

Sostenere qualsiasi decisione.

Più che consenso, trasmette insicurezza.

9. Essere sempre negativo

Ogni team ha bisogno anche di chi evidenzia i rischi.

Ma c’è una differenza tra evidenziare un problema e alimentarlo.

Se porti una criticità, prova a portare anche una possibile soluzione.

10. Trasformare la riunione in una questione personale

Le riunioni servono a far avanzare il lavoro.

Non a regolare conti personali.

Se hai un problema con un collega, affrontalo nel contesto giusto.

11. Trascurare il linguaggio del corpo

Le parole non bastano.

Evita di:

  • roteare gli occhi;
  • scuotere continuamente la testa;
  • sbadigliare;
  • sussurrare con il vicino;
  • assumere una postura chiusa o annoiata.

Anche il corpo partecipa alla riunione.

12. Essere presente… solo quando conviene

Se inizi a lavorare al computer appena cambia argomento, il messaggio è chiaro.

“Mi interessa solo ciò che riguarda me.”

Partecipare a una riunione significa restare coinvolti per tutta la durata dell’incontro.

Lasciare il segno non significa parlare di più, ma farsi ascoltare meglio.

Scopri il servizio di coaching mirato “Come lasciare il segno in meeting e riunioni” e

allenati a portare nei tuoi interventi chiarezza, sicurezza e presenza autentica.

13. Indebolire le tue domande

Evita introduzioni come:

  • “Scusate se faccio una domanda…”
  • “Forse è una domanda stupida…”
  • “So che dovrei saperlo, ma…”

Fai semplicemente la domanda.

Non hai bisogno di giustificarla.

14. Parlare solo per farti notare

Intervenire tanto non significa contribuire tanto.

A volte il contributo più autorevole è una domanda.
Altre volte è una sintesi.

Oppure un’idea che fa avanzare davvero la discussione.

Le persone ricordano chi porta valore.

Non chi occupa più tempo.

In conclusione

Partecipare a una riunione è molto più di un semplice momento operativo.

È uno spazio nel quale costruisci, un intervento dopo l’altro, la tua immagine professionale.

Le persone non ricordano tutto quello che hai detto.

Ricordano come le hai fatte sentire.

E soprattutto ricordano se, grazie al tuo contributo, quella riunione è stata migliore oppure semplicemente più lunga.

Colloqui di lavoro: l’attenzione del selezionatore non si pretende, si guadagna

colloqui di lavoro

Foto di Aksel Lian da Pixabay

Il selezionatore ti sta accompagnando nella sala del colloquio.

Il momento è arrivato.
Sei concentrato.
Bene.

Adesso rilassati ancora un po’.

Fino a ieri ti sei forse concesso qualche fantasticheria: il nuovo lavoro, il primo stipendio, il momento in cui firmerai il contratto.

Ma non è ancora il momento di parlare di salario o data d’inizio.

Per ora concentrati su un obiettivo molto più concreto:

ottenere il secondo colloquio.

L’autorevolezza comincia dall’ingresso

Dal primo istante stai inviando messaggi non verbali.

Anche se non dici nulla, il tuo corpo comunica sicurezza, tensione e atteggiamento.

Quando entri nella stanza, la prima impressione è già in costruzione.

Evita un ingresso esitante, ma anche uno troppo sicuro o arrogante.

Cammina con passo deciso, senza fretta.

Saluta.
Sorridi.
Mantieni lo sguardo alto.
Raddrizza le spalle.

Stai proponendo il tuo valore professionale, non chiedendo un favore.

Per approfondire: Come entrare con autorevolezza nella stanza del colloquio.

Riconosci l’ansia invece di combatterla

Se il colloquio ti mette agitazione, è normale.

Non perdere energie cercando di nasconderla.
Riconoscila.

Puoi dirti:

  • “Sono agitato. Va bene così. Posso fare comunque un buon colloquio.”

Poi osserva il tuo linguaggio del corpo.

Evita di:

  • camminare troppo velocemente;
  • parlare a raffica;
  • interrompere;
  • tamburellare con le dita;
  • muovere continuamente gambe o piedi.

Rallentare è già un modo per trasmettere maggiore sicurezza.

Mantieni il contatto visivo

Il contatto visivo comunica fiducia e presenza.

Se abbassi continuamente lo sguardo o eviti gli occhi del selezionatore, potresti apparire insicuro.

Non serve fissarlo.

Mantieni uno sguardo naturale e torna regolarmente sul tuo interlocutore.

Se ti mette in difficoltà, concentra lo sguardo tra le sopracciglia.

L’effetto sarà molto simile.

L’attenzione del selezionatore non si pretende, si guadagna

Non cercare di compiacerlo.

Più provi a indovinare la risposta che desidera sentirsi dire, più rischi di apparire costruito.

Sii semplice.
Sii concreto.

Se bastano dieci parole, non usarne trenta.

Tieni la testa alta, siediti composto e guarda il selezionatore quando parli.

Non nascondere la tua personalità dietro il curriculum.

Sii te stesso. L’autenticità paga

Mantieni un atteggiamento positivo.

Sorridi senza forzature e mostra interesse per il ruolo.

Ai selezionatori piacciono persone preparate, autentiche e fiduciose.

Ricorda una cosa importante:

se sei stato invitato al colloquio, significa che il tuo profilo ha già suscitato interesse.

Adesso devono conoscere la persona.

Prova a stabilire una connessione

Durante il colloquio non limitarti a impressionare.

Prova a creare una connessione autentica.

Non serve diventare amici del selezionatore.
Basta instaurare un dialogo naturale.

Anche una breve conversazione iniziale può rompere il ghiaccio e creare un clima più sereno.

Essere cordiale, mentre vieni osservato e valutato, è già un segnale di sicurezza.

Usa le pause

Non avere paura delle pause.

Quando affronti un punto importante, concediti qualche secondo prima di rispondere.

Le pause trasmettono controllo e danno peso alle parole.

Evita invece di costruire risposte solo per ottenere l’approvazione del selezionatore.

Se ne accorgerà.

Limita anche espressioni come:

  • “Forse…”;
  • “Credo…”;
  • “Immagino…”.

Usate continuamente, rendono il messaggio meno deciso.

Non affrettare le risposte

Quando sei nervoso è facile parlare troppo.

Rallenta.

Ascolta la domanda fino alla fine e concediti il tempo di riflettere.

Un colloquio non è una gara di velocità.

Parla con calma, imposta bene la voce e non temere qualche breve silenzio.

Non limitarti a rispondere

Il colloquio è un dialogo.

Il selezionatore valuta te.
Ma anche tu stai valutando l’azienda.

Fai domande quando nasce l’occasione.

Quando racconti un’esperienza, entra nei dettagli che dimostrano il tuo contributo e i risultati ottenuti.

Soprattutto, ascolta fino in fondo la domanda prima di preparare la risposta.

MORE > scopri il percorso di coaching ideale per il tuo colloquio vincente.

La trappola: non essere arrogante

Una buona dose di fiducia è indispensabile.

L’arroganza, invece, ti allontana dal selezionatore.

Mostrati:

  • ambizioso, ma non impaziente;
  • disponibile, ma non timoroso;
  • sicuro di te, ma senza ostentazione.

La vera autorevolezza non ha bisogno di alzare la voce.

Si riconosce dalla calma, dalla preparazione e dal rispetto con cui affronti il colloquio.

L’attenzione del selezionatore non si pretende.

Si guadagna.
Una risposta alla volta.
In bocca al lupo!

Email di lavoro: come risolvere conflitti con autorevolezza

email di lavoro

Foto di Andrea Piacquadio da Pexels

Ogni giorno, appena sveglio,
ti piaccia o no, sai che dovrai comunicare.

Il modo in cui scegli di farlo
— consapevolmente o no —
influenzerà le tue giornate.

Intensificherà le tue emozioni.

Ti sarai sicuramente accorto di come
le email di lavoro
possano diventare un modo terribile di comunicare.

E ti credo.
Usando solo il testo,

..perdi oltre il 90% dell’efficacia della comunicazione

E con queste premesse
è facile che i toni si scaldino,
nascano attriti,
si creino incomprensioni ed equivoci.

Con un aumento di tensione e conflitto.

Le email di lavoro aumentano in modo esponenziale
e con esse le occasioni per creare frizioni.

Spesso la tensione si esaspera

A tal punto da diventare un enorme spreco di tempo,
tanto inefficace quanto inefficiente.

Ore di lunghe riflessioni,
su cosa/come rispondere,
coinvolgendo colleghi e partner
nei tuoi “drammi digitali”.

È necessario interrompere
questo circolo vizioso (e infinito)
di scambi digitali al veleno.

Risolvere la questione in modo autorevole
è più facile a dirsi che a farsi.

Un conflitto gestito per mail
genera ancora più conflitto

Quando sorge un conflitto,
siamo spesso tentati di usare istintivamente
la posta elettronica
per risolvere velocemente il problema.

Purtroppo una frase —
anche ben intenzionata
o un feedback costruttivo —
può diventare aspra e irritante
se interpretata nel modo sbagliato.

Attribuiamo una nostra personale tonalità e significato,
trasformando un semplice commento
in qualcosa di completamente diverso.

Ovviamente, negativo.

Non utilizzare le mail
per risolvere i conflitti

Rispondere con animosità a un’email di lavoro
non è quasi mai il modo più efficace
per risolvere la questione.

Prima di rispondere fai un respiro.
Meglio due.

La velocità delle comunicazioni elettroniche
raramente ti lascia il tempo di fermarti
e considerare la situazione in modo obiettivo.

Se il tuo collega, capo o cliente
si sono lasciati sopraffare dalle emozioni,
non ripetere lo stesso errore.

Prendi tempo.
Ti aiuterà a evitare una reazione istintiva.

Lascia un po’ sbollire.

Rispondi sempre in modo professionale

Se la risposta è urgente
o senti troppa tensione,
avrai comunque almeno 5 minuti.

Alzati.
Raffredda la mente.
Fai due passi.
Bevi un bicchiere d’acqua.

Resisti alla tentazione
di saltare subito alle conclusioni.

Rileggi.
Assicurati di aver compreso davvero
prima di rispondere.

Ammetti i tuoi (eventuali) errori

A volte sei convinto di avere ragione.

Altre volte scopri che
la causa del problema —
o chi ha aggravato la situazione —
sei proprio tu.

Riconosci l’errore
e porgi le tue scuse
a tutte le persone coinvolte.

Non permettere che una svista o un fraintendimento
rovini la tua immagine professionale
e mandi in fumo anni di relazioni costruite.

Fare ciò che è giusto
è sempre la scelta più solida.

Concedi una “possibilità” alla persona

Dare il beneficio del dubbio
aumenta la probabilità
di una risoluzione sana.

Non è facile.

Soprattutto se la persona non ti piace
o sei convinto si sia comportata male.

Ti incoraggio a provarci comunque.

Anche se non ti senti a tuo agio,
avvicina la persona
con domande chiarificatrici,
non con dichiarazioni accusatorie.

Nelle email di lavoro distingui tra i fatti
e la tua “visione”

In un conflitto professionale
ci sono due elementi distinti:

  • cosa è successo (i fatti)
  • la tua interpretazione (la tua storia)

La tua storia
può essere più negativa della realtà.

Esistono sempre più motivi
— validi o meno —
per cui qualcuno ha fatto
o non ha fatto qualcosa.

Hai un solo modo per verificarlo:
chiedere direttamente.

  • “Ho notato che le riunioni del Dipartimento ora sono alle 16:00.
    Questo è in conflitto con…
    Puoi aiutarmi a capire perché hai scelto questo orario?
    Mi piacerebbe parlarne per risolvere la pianificazione.”

La vera domanda è:
desideri davvero risolvere il conflitto?

Se il tuo obiettivo è trovare una soluzione reale,
la scelta migliore è un incontro
faccia a faccia
o una chiamata
(telefonica o video).

Scrivere mail aggressive
è facile.

Affrontare un confronto diretto
richiede coraggio e autocontrollo.

Ed è proprio lì
che si vede la tua autorevolezza.

Sulla preparazione al confronto difficile puoi leggere il mio post
“Confronto difficile in arrivo? La preparazione che nessuno racconta”

Chiedi un incontro esplicativo

  • “Possiamo risolvere meglio di persona.
    Prendiamoci un caffè.”
  • “Parliamone.
    Ti chiamo domani mattina.”
  • “Inseriamolo nell’ordine del giorno
    della prossima riunione.”

Scoprirai che, spesso,
l’altro non voleva creare conflitto.

Di persona,
le persone sono molto meno aggressive
che dietro uno schermo.

Ecco come essere autorevoli.

La vera autorevolezza
nasce dal modo in cui comunichi.

In conclusione

Comprendere non significa giustificare.
Empatizzare non vuol dire subire.

Puoi scegliere di ascoltare,
chiarire
e costruire.

L’assertività è
presenza, confini chiari
e nessun bisogno di alzare la voce.

Un capo tirannico esige il rispetto del team – il leader autorevole lo guadagna

il leader autorevole

“Ho imparato a rispettare le idee altrui, a capire prima di discutere,
a discutere prima di condannare.”

Norberto Bobbio

Un capo può avere un titolo importante, un ufficio più grande, maggiore esperienza e il potere di prendere decisioni.

Può assegnare compiti, stabilire priorità, approvare ferie, valutare prestazioni.
Può ottenere obbedienza.

Ma il rispetto è un’altra cosa.

Il ruolo ti dà autorità. Non ti garantisce autorevolezza.

Un capo insicuro tende a dimenticarlo. Pensa che il rispetto sia una conseguenza naturale della posizione che occupa.

“Qui decido io.”

Forse è vero.

Ma essere il capo non significa automaticamente essere riconosciuto come il leader autorevole.

Il capo tirannico pretende ciò che non riesce a guadagnare

Quando l’autorevolezza manca, è facile compensarla con il potere.

Controllare di più.
Imporsi.
Ricordare chi comanda.
Circondarsi solo di persone fidate.

Gli altri ricevono briciole di attenzione e poca considerazione.

Può nascere così un piccolo gruppo di “fedelissimi” che gode di maggiore accesso, informazioni e opportunità, mentre una parte del team rimane ai margini.

Il problema non è avere collaboratori di fiducia.

È normale avere maggiore sintonia con alcune persone.

Il problema nasce quando questa vicinanza diventa favoritismo e il team inizia a percepire che opportunità, ascolto e considerazione non dipendono più dal contributo professionale, ma dalla vicinanza al capo.

È lì che la fiducia comincia a incrinarsi.

Il rispetto non si può imporre

Puoi pretendere che vengano rispettate le regole.

Puoi chiedere puntualità, responsabilità, risultati e comportamenti professionali.

Ma non puoi ordinare a qualcuno di stimarti.

Il rispetto che devi continuamente esigere, probabilmente non lo hai ancora guadagnato.

E guadagnarlo richiede tempo.

Passa dalla coerenza tra ciò che chiedi agli altri e ciò che fai tu. Dal modo in cui mantieni una promessa, affronti un problema, gestisci un errore o prendi una decisione difficile.

Il tuo team osserva molto più di quanto immagini.

Non soltanto quello che dici.

Osserva come ti comporti quando sei sotto pressione.

Se ti senti meno incisivo nelle decisioni o nelle relazioni con il team, è il momento di lavorare sulla tua presenza da leader.

Scopri “Problemi di leadership? Ritrova autorevolezza nel tuo ruolo”.

Dare rispetto è il primo passo per riceverlo

Essere autorevole non significa essere accomodante.

Non significa evitare decisioni scomode, chiudere un occhio sui problemi o cercare continuamente l’approvazione del team.

Se hai bisogno di essere amato da tutti, prima o poi avrai difficoltà a guidare.

Alcuni momenti dovrai dire no.
Dare un feedback poco piacevole.
Prendere una decisione impopolare.
Chiedere di più.

Puoi farlo senza umiliare, sminuire o trattare le persone come semplici esecutori.

Puoi essere fermo senza diventare autoritario.

Il rispetto per il leader autorevole passa anche da qui.


Vuoi potenziare la tua assertività?
Trovi spunti interessanti nei miei libri:

“Autorevolezza” , ora nella NUOVA edizione aggiornata, è perfetto se vuoi rafforzare la tua presenza autorevole.

“Prima volta Leader” è pensato se hai assunto da poco un ruolo di leader.

Non avere paura di quelli bravi

Un capo insicuro può vivere il talento degli altri come una minaccia.

Teme il collaboratore competente, autonomo, capace di ottenere visibilità.

Così lo controlla, lo limita oppure evita di coinvolgerlo troppo.

Il leader autorevole fa il contrario.

Sceglie persone competenti e accetta che possano sapere qualcosa più di lui. Lascia spazio all’autonomia. Valorizza capacità che non possiede.

Non ha bisogno di essere sempre la persona più brillante nella stanza.

Il talento degli altri non diminuisce la tua autorevolezza. Il modo in cui sai valorizzarlo può rafforzarla.

Le persone non sono soltanto ruoli

Un capo vede facilmente collaboratori, mansioni, obiettivi e scadenze.

Un leader continua a vedere anche le persone.

Persone con capacità diverse, ambizioni, difficoltà, motivazioni e modi differenti di lavorare.

Questo non significa trasformarti nel loro confessore o psicologo.

Significa conoscere abbastanza il tuo team da capire chi hai davanti.

Non puoi guidare veramente persone che conosci soltanto attraverso la loro job description.

Un gruppo di professionisti non è ancora un team

Puoi mettere insieme persone molto competenti e ottenere comunque risultati mediocri.

Perché un team non nasce semplicemente distribuendo compiti.

Non basta assegnare incarichi, controllare le scadenze e verificare che ognuno faccia il proprio lavoro.

Serve fiducia.
Serve chiarezza.
La percezione che il contributo di ciascuno abbia valore.

E serve un leader capace di tenere insieme tutto questo.

La leadership comincia proprio qui: non nel potere che il ruolo ti concede, ma nel modo in cui scegli di esercitarlo.

Puoi avere collaboratori che fanno ciò che chiedi perché sei il capo.

Oppure persone che riconoscono la tua guida perché, nel tempo, hai dimostrato di meritarla.

La differenza è enorme.

Perché l’autorità può essere assegnata dall’azienda.

L’autorevolezza, invece, te la assegna il tuo team.

16 chiavi per farsi rispettare dai colleghi più giovani

farsi rispettare dai colleghi più giovani

Foto di Keith Johnston da Pixabay

“Rispetta i più anziani.”

È una frase che ci sentiamo ripetere fin da piccoli.

Il rispetto, però, quello vero,
non arriva per diritto anagrafico.

Il rispetto va costruito

Farsi rispettare dai colleghi più giovani
non è molto diverso dal guadagnare il rispetto di un adulto.

I giovani di oggi non danno rispetto solo per l’età

Sono poco inclini a mostrare stima
se non si sentono ricambiati.

Se viene detto loro cosa fare senza spiegare perché.
Se non vengono inclusi nelle conversazioni che contano.

Quando percepiscono distanza,
superiorità,
chiusura.

Spesso i giovani rispecchiano il nostro comportamento.

Se qualcuno non ti rispetta,
prima di giudicare,
osserva anche il tuo atteggiamento.

Ecco alcune chiavi per farsi rispettare dai colleghi più giovani:


Il rispetto dei più giovani non si pretende solo per l’anagrafe e capelli sale-e-pepe.
Va guadagnato!

Dare rispetto è uno dei segreti per guadagnare il rispetto dei più giovani.

Ascolta più di quanto parli.
I giovani hanno idee ed esperienze che desiderano condividere.

Non lasciare che la differenza di età diventi un ostacolo.
Trattali come colleghi, ascolta dicono, dai feedback costruttivi.

Non essere sprezzante o intollerante solo perché sono “diversi” dal tuo stile.

Poni domande.
Fare domande mostra il tuo interesse per ciò che il giovane pensa-e-crede.

Non essere prepotente.
Chiedi, piuttosto che sentenziare o esigere.

Accetta e riconosci le differenze di opinione.
Non negare l’opinione di un giovane pensando che è ingenuo e tra 20 anni la penserà diversamente.

Evita frasi tipo “Io avrei fatto …”, “Io avrei detto…”, “Quando ero giovane io…”.

Evita le prediche, oltre a colpevolizzare la persona sono perfettamente inutili.

Non fare il finto-giovane tipo “Bella zio”.
Non sei divertente. Facile diventare patetico.

Vai aldilà delle loro felpe e tatuaggi, scava più in profondità.
Cerca il valore aggiunto che i collaboratori più giovani possono dare.


La comunicazione è il cuore dell’autorevolezza:

con la nuova edizione aggiornata 2025 del mio libro “Autorevolezza”

e il volume complementare “Prima volta Leader” hai due strumenti pratici per migliorare il tuo impatto, carisma e leadership.

Non agire come se fossero bambini e tu l’adulto che dice cosa-fare.
Li farà risentire e.. avranno ragione!

Sii aperto con consigli, guidando i tuoi colleghi più giovani.
Dai suggerimenti e offri feedback.
Fagli sapere che puoi offrire il tuo aiuto se necessario.

Accetta i loro consigli e pareri.
Anche se hai esperienza, non significa che hai tutte le risposte.

Non giudicare.
Non confrontare i giovani di oggi a quando avevi tu 20 anni.


Il rispetto reciproco è alla base di ogni relazione professionale

Le persone tendono a rispettare
chi riconosce il loro valore
e comunica con chiarezza, non con arroganza.

Ecco perché, nel lavoro con leader e manager,
emerge spesso una sorpresa:

Anche il collega più giovane
vive la differenza d’età come un problema.

Si sente in difetto.
O sotto esame.
Non visto.

Quando questo viene portato alla luce,
la relazione può cambiare — in meglio — per entrambi.

In finale

Comprendere non significa giustificare tutto.
E ascoltare non vuol dire subire.

Puoi essere aperto, curioso, rispettoso…
senza tollerare atteggiamenti spocchiosi o irriverenti.

La vera leadership sta qui:
nel tenere insieme empatia e confini,
dialogo e assertività.

Se senti che la tua leadership sta perdendo impatto,
puoi intervenire subito
con un lavoro di coaching mirato e concreto.

Mancanza di rispetto al lavoro? Cosa è reale e cosa è solo una tua paranoia

mancanza di rispetto al lavoro

Foto di Quim Muns da Pixabay

Poca attenzione.
Risposte di circostanza.
Risatine.
Occhi al cielo (traduzione: “che palle”).

Segnali tutt’altro che positivi.

Non sono poche le persone che avvertono mancanza di rispetto sul luogo di lavoro.

Se qualcuno ti mette a disagio,
il primo passo è:
non interiorizzare gli sgarbi ricevuti.

Se i colleghi ti mancano di rispetto, devi prima riconoscerlo come vero. Reale.

Poi distinguere ciò che è oggettivo da ciò che è il prodotto di una mente tesa e intimorita.

“Tutti parlano alle mie spalle” – Paranoia

Il pettegolezzo esiste in quasi ogni luogo di lavoro.

Prima o poi, tutti finiscono sotto i riflettori della pausa-caffè.

Se pensi di essere costantemente sulla bocca di tutti (tutti-tutti?)
probabilmente stai esagerando.

Se invece fosse vero, fermati un attimo:
forse hai fatto — o stai facendo — qualcosa (al lavoro o nella vita privata)
che ha acceso il treno infinito dei gossip.

“Nessuno mi considera” – Paranoia

Ti senti invisibile?
Nessuno ascolta le tue proposte?
Le tue e-mail restano senza risposta?
Avverti mancanza di rispetto al lavoro?

Chiediti onestamente:

  • aggiungi valore alle conversazioni?
  • sei chiaro o rendi tutto imbarazzante e pesante?

Le generalizzazioni non funzionano:
TUTTI – NESSUNO – MAI.

Davvero nessuno ti considera?
O il tuo approccio è chiuso, schivo, sdegnoso?

Qui sento odore di paranoia.

“I colleghi mi criticano di continuo” – Reale. Fai attenzione

Se commetti un errore, è giusto ricevere un feedback dal capo.
Ma critiche continue da colleghi o pari grado sono un’altra cosa.

Minano la tua credibilità.
Intaccano la sicurezza.
Mettono in discussione la tua autorità.

Se succede, non ignorarlo.
Chiedi un incontro privato.
Quel comportamento è sminuente e non va accettato.

“Non sono incluso in conversazioni, meeting, aperitivi”

Paranoia… ma potrebbe essere reale

Una e-mail mancata può essere una svista.
Capita.

Ma se l’esclusione è costante e riguarda decisioni importanti,
allora sì: è un problema.

“Mi rubano sempre le idee” – Reale. Fai attenzione

Succede.
In ambienti frenetici può capitare.

Ma se diventa uno schema ripetitivo,
è una chiara mancanza di rispetto.

Qui devi difenderti.
Non farlo significa legittimare il comportamento.

“Faccio il lavoro di tutti” – Reale

Hai difficoltà a dire NO?
Cerchi sempre di essere gentile?

I colleghi se ne approfittano perché hanno capito come prenderti?

NO è una parola potente.
Dire sempre sì ti logora nel lungo periodo.

Impara a dire NO.

No perché sei già carico.
No perché non vuoi lavorare fino a sera.
Perché non ti interessa.
Semplicemente.

“Mi guardano tutti strano” – Paranoia

Una mente sospettosa cerca significati nascosti ovunque.

Così sprechi energie mentali
e diventi guardingo, nervoso, talvolta ostile.

E questo, paradossalmente, allontana gli altri.

“Mi hanno assunto per fare X ma faccio Y” – Reale

È il momento delle domande scomode:

  • Stai esagerando?
  • È solo un problema di comunicazione?
  • Hai sottovalutato il ruolo?
  • Era tutto un fake ben confezionato?

Se il lavoro non è quello promesso,
ora la domanda è una sola:

Lasciare o resistere?

Mollare con il rischio di non trovare nulla?
Restare con l’ulcera in agguato?

Leggi il post dedicato per approfondire.

“Tutti trovano sempre il modo di evitarmi” – Paranoia

Immaginare che tutti facciano lo slalom per evitarti
è poco realistico.

Attenzione a non creare legami attraverso il gossip:
ti danneggerà, sempre.

“Non sono mai ascoltato” – Reale. Fai attenzione

Le persone ti valutano su ciò che dici.

Forse parli troppo.
Sei dispersivo.
Non arrivi mai al punto.

Più prolunghi, più perdi attenzione.
Taglia. Sintetizza.
Arriva al nocciolo.

“Non rispettano il mio tempo” – Reale

Chi ti rispetta, rispetta il tuo tempo.

Chi interrompe continuamente
o tenta di scaricarti il suo lavoro “per pochi secondi”
è semplicemente irrispettoso.

In conclusione

Se senti mancanza di rispetto sul lavoro, non minimizzare.

Ma nemmeno reagire d’istinto.

Valuta con lucidità:

  • stai esagerando?
  • è un episodio isolato?
  • il tuo approccio contribuisce al problema?

Il rispetto non si pretende.

Si costruisce, si protegge,
e quando serve…
si difende
.

Trovi spunti sul tema rispetto e autorevolezza nei miei libri:

Due strumenti complementari per sviluppare la tua assertività e leadership
sul lavoro.

Come essere autorevole durante il colloquio di lavoro: 17 spunti

autorevole durante il colloquio di lavoro

“Le aziende, oggi, non sono interessate a sapere dove, come e cosa avete studiato.
Vogliono sapere cosa avete imparato.”
Beppe Severgnini

Essere autorevole durante il colloquio di lavoro?

Non avrai mai una seconda possibilità di fare un’ottima prima impressione.

Prepararsi per un colloquio di lavoro è di vitale importanza se vuoi aumentare le tue chance di successo.

È importante migliorare il tuo stile, il tuo approccio, proiettare un atteggiamento fiducioso.

Padroneggiare comportamenti che “traspirano” fiducia, rendendo più efficace la tua comunicazione verbale e non verbale.

Ecco 17 spunti per essere autorevole durante il colloquio di lavoro:

1. Evita “ingressi” a sguardo basso e il-cappello-in-mano. Stai trattando un posto di lavoro non elemosina. Raddrizza le spalle!

2. Passo deciso ma non affrettato. Assicurati di salutare tutti con un sorriso.

3. Rispetta i tempi della conversazione. Non avere paura delle pause e dei silenzi.

4. Imposta bene la voce. Sii sintetico. Non bisbigliare. Alza il tono della tua voce.

5. Quando cambi argomento o spieghi un punto importante, riposizionati sulla sedia per enfatizzare il momento.

6. Quando spieghi un punto importante fai una pausa prima/dopo..crea un senso di anticipazione e sottolinea il concetto (approfondisci).

7. Evita di costruire risposte ad hoc per compiacere il selezionatore e ottenere la sua approvazione. Se ne accorgerà subito!

8. Usare spesso parole come “Immagino“, “Credo” e “Forse” vuol dire restare nel-mezzo. Sospeso nel nulla. Insipido. Banale.

9. Se sei introverso …alza i toni di una tacca. Se sei effervescente.. scala-una-marcia. In entrambi i casi, non tirare fuori la scusa “Cosa ci posso fare. Sono fatto così“!

10. La tua espressione facciale è il tuo “marchio di fabbrica”. Un sorriso va lontano. Trasmette fiducia, autorità e … calore.

11. Tieni il mento alto quando parli.

12. Ricorda che …le persone che mantengono il contatto visivo sono giudicate più autorevoli e fiduciose (approfondisci).

13. Prenditi il tempo di rispondere. Non si tratta di un “botta e risposta” in velocità. Mantieni il controllo.

14. “Entra” nei dettagli, spiegando la loro importanza e sviluppi. Ti farà sembrare più SMART. Conoscere i fatti e i dettagli sarà impressionante.

15. Se vuoi essere autorevole durante il colloquio di lavoro, non limitarti a rispondere alle domande o peggio lasciarle tutte alla fine. La precisazione di un argomento già trattato prima, apparirà fuori luogo.

16. Cerca di instaurare un vero e proprio dialogo con il tuo interlocutore. Lui/lei sta valutando te. Tu stai valutando l’azienda.

17. Saper comunicare, essere autorevole vuol dire (innanzitutto) avere qualcosa d’interessante da dire. Se così non fosse .. meglio tacere!

Nella vita una buona dose di fiducia è auspicabile.

Quando si tratta della tua vita professionale, ci sono alcune linee sottili che devono essere tratteggiate,
confini che non possono e non devono essere superati.

Autorevole durante il colloquio di lavoro: attenzione a non cadere nell’arroganza

Devi essere ambizioso senza essere impaziente.
Disponibile senza essere timoroso.
Flessibile senza essere sfruttato.

Essere sicuro di te, confidente e ambizioso,
senza alzare troppi i toni fino a diventare eccentrico e pomposo.

Desideri lavorare sulla preparazione dei colloqui di lavoro faccia-a-faccia, via skype o cellulare?

Aumentare la tua autorevolezza “lavorando” sulla tua postura, espressioni, gesti, ecc.?

Scopri il mio servizio di coaching per il colloquio di lavoro!

Come essere autorevoli: la comunicazione non verbale per il successo

come essere autorevoli
Come essere autorevoli?

Gli specialisti della comunicazione sono piuttosto concordi su una cosa:
la postura conta.

Una postura dritta.
Un passo deciso.
Una stretta di mano schietta (quando è possibile).
Un sorriso sincero.

Possono fare una prima impressione molto potente.

Al contrario, alcune posture comunicano l’esatto opposto:

  • corpo chiuso
  • sguardo sfuggente
  • testa inclinata
  • postura molle o eccessivamente rilassata.

Sono segnali che trasmettono insicurezza o scarsa fiducia in sé stessi.

Una buona postura, invece, crea:

  • presenza
  • energia
  • autorevolezza.

Come essere autorevoli?

Serve autocontrollo… e un pizzico di strategia

La comunicazione non verbale è spesso sottovalutata.

Eppure, incide moltissimo sull’efficacia della nostra comunicazione.

Anche quando non parliamo.

Gesti, movimenti e posture raccontano molto:

  • della nostra personalità
  • delle nostre intenzioni
  • del nostro atteggiamento.

Come essere autorevoli? Ecco 9 segnali del linguaggio del corpo che le persone sicure di sé utilizzano spesso:

1. Stai diritto

Vuoi apparire più sicuro?

Raddrizzati.

Subito.

  • piedi all’altezza dei fianchi
  • schiena allungata
  • spalle leggermente indietro
  • petto aperto.

Immagina una cordicella che ti tira verso l’alto dalla testa.

Mantieni quella sensazione di altezza, ma senza irrigidirti.

Evita di appoggiarti continuamente a muri, porte o scrivanie.
Questa postura comunica passività.

2. Tieni dritta anche la testa

Le ore davanti al computer ci fanno incurvare.

Ma la posizione della testa cambia molto la percezione che gli altri hanno di noi.

  • testa dritta
  • mento leggermente sollevato
  • sguardo in avanti.

Evita di guardare continuamente verso il basso mentre cammini.

3. Usa le mani quando parli

Le mani aiutano la comunicazione.

Usale per:

  • sottolineare un concetto
  • aggiungere energia
  • dare ritmo al discorso.

Movimenti lenti e naturali rendono la tua presenza più dinamica e professionale.

La tua voce, il tuo sguardo e la tua presenza comunicano molto più delle parole.

4. “Fronteggia” le persone

La posizione del corpo invia messaggi molto chiari.

Se tieni i piedi troppo vicini o incrociati puoi trasmettere insicurezza.

Meglio una posizione leggermente più ampia.

Quando parli con qualcuno:

  • orienta il corpo verso di lui/lei
  • evita le braccia conserte
  • mantieni una postura aperta.

Il corpo rivolto verso l’interlocutore comunica interesse e coinvolgimento.

Un dettaglio sottile.
Ma fa una grande differenza.

5. Rallenta

Quando siamo nervosi tendiamo a:

  • parlare velocemente
  • muoverci in modo frenetico.

Rallenta.

Passi più regolari.
Movimenti più controllati.

Anche se all’inizio ti sembrerà innaturale, questa calma trasmette subito maggiore sicurezza.

6. “Prenditi spazio”

La psicologa americana Amy Cuddy ha osservato che, nel mondo animale, le posture espansive sono associate al potere.

Occupare spazio comunica presenza.

Sia seduto che in piedi:

  • schiena dritta
  • piedi ben appoggiati a terra
  • braccia rilassate e visibili.

Se devi fare una telefonata importante, prova ad alzarti.

Quando sei in piedi:

  • respiri meglio
  • la voce diventa più piena
  • l’energia aumenta.

Voce e corpo sono profondamente collegati.

7. Mostra il tuo lato piacevole

Sorridere è uno dei segnali non verbali più potenti.

Un volto teso o corrucciato può creare distanza.

Non serve avere un sorriso permanente.

Ma mantenere un’espressione rilassata sì.

Un sorriso autentico comunica:

  • apertura
  • fiducia
  • disponibilità.

Un piccolo esercizio.

Quando incontri qualcuno:

  1. guarda il colore dei suoi occhi
  2. sorridi
  3. mantieni il sorriso un paio di secondi in più.

Il legame che si crea è sorprendente.

8. Una stretta di mano ferma (ma naturale)

La stretta di mano è un gesto antico.

Per secoli è stato il modo più comune per salutarsi negli affari e nella vita sociale.

Una stretta di mano molle fa perdere credibilità.
Ma anche stringere troppo forte non è il massimo.
Serve equilibrio.

Negli ultimi anni molte abitudini sociali sono cambiate, ma il messaggio resta lo stesso:
trasmettere apertura e cooperazione.

Come essere autorevoli?

Con il percorso di coaching
“Voce, attitudine, presenza: comunica autorevolezza da Executive”
impari a gestire voce, postura e linguaggio del corpo per lasciare il segno.

9. Mantieni il contatto visivo

Molte persone distolgono lo sguardo appena incrociano gli occhi di qualcuno.
Tu fai il contrario.
Mantieni il contatto visivo.

Guardare negli occhi comunica:

  • sicurezza
  • leadership
  • presenza.

Non serve fissare in modo intenso.

Basta tornare regolarmente con lo sguardo sull’interlocutore.

Se ti mette a disagio, puoi guardare un punto tra le sopracciglia.
La persona percepirà comunque contatto visivo.
E ricordati di sorridere.

Uno sguardo fisso e privo di espressione può risultare inquietante.

L’autorevolezza non nasce solo da ciò che dici

Nasce da come occupi lo spazio, da come cammini, da come guardi le persone.

Il tuo corpo parla continuamente.

La buona notizia?
Puoi allenarlo.

E quando postura, voce e presenza cominciano a lavorare insieme…
la tua leadership diventa immediatamente visibile.

Colloquio di lavoro telefonico: come essere autorevole solo con la voce

colloquio di lavoro telefonico

Il colloquio di lavoro telefonico viene spesso utilizzato come primo passaggio della selezione.

Permette all’azienda di verificare rapidamente la disponibilità del candidato, approfondire alcuni aspetti del curriculum e decidere chi invitare alla fase successiva.

Proprio perché può sembrare una semplice telefonata, rischi di sottovalutarlo.

“Devo solo parlare.”
“Durerà pochi minuti.”
“Non è ancora il vero colloquio.”

Eppure proprio quella telefonata può decidere se il processo continuerà oppure si fermerà lì.

Durante un colloquio telefonico non puoi contare sul tuo abbigliamento, sul sorriso o sul linguaggio del corpo visibile all’interlocutore.

Hai soprattutto uno strumento:
la tua voce.

Attraverso il tono, il ritmo e il modo in cui ascolti dovrai trasmettere preparazione, interesse e sicurezza.

La preparazione è già autorevolezza

Parlare al telefono sembra facile.
Non sempre lo è.

L’ansia può farti accelerare, rispondere in modo confuso oppure dimenticare informazioni che conosci perfettamente.

Per questo è utile prepararti come faresti per un colloquio in presenza.

Prima della telefonata assicurati di conoscere:

  • il nome dell’azienda;
  • la posizione per cui ti sei candidato;
  • i principali requisiti dell’annuncio;
  • il nome e il ruolo della persona che ti contatterà, se disponibili;
  • gli aspetti del tuo percorso più coerenti con la posizione.

Non devi imparare risposte a memoria.

Devi sapere quali esperienze e competenze vuoi far emergere.

Registra la tua voce

Una simulazione può aiutarti molto.

Chiedi a una persona di fiducia di farti alcune domande e registra la telefonata.

Riascoltandoti potresti accorgerti che:

  • parli troppo velocemente;
  • abbassi eccessivamente la voce;
  • dai risposte troppo lunghe;
  • utilizzi spesso intercalari;
  • sembri meno coinvolto di quanto pensassi;
  • interrompi prima che la domanda sia conclusa.

La tua voce registrata può sembrarti strana.

È normale.

Il punto non è giudicarla, ma capire come utilizzarla meglio.

Scegli un luogo tranquillo

Durante il colloquio di lavoro telefonico devi poter ascoltare e rispondere senza distrazioni.

Scegli uno spazio silenzioso e riservato.

Evita bar, mezzi pubblici, luoghi affollati o ambienti in cui qualcuno potrebbe interromperti.

Controlla che il telefono sia carico e che la connessione sia stabile.

Disattiva notifiche e altre chiamate, quando possibile.

Non fare altro mentre parli.

Niente mail.
Niente messaggi.
Niente attività domestiche.

Anche se il selezionatore non può vederti, percepirà facilmente quando la tua attenzione non è completamente nella conversazione.

Tieni tutto a portata di mano

Durante la telefonata evita di cercare freneticamente documenti o informazioni.

Prepara prima:

  • il curriculum;
  • l’annuncio di lavoro;
  • qualche informazione sull’azienda;
  • una penna e un foglio per gli appunti;
  • le domande che desideri porre;
  • un bicchiere d’acqua.

Puoi anche annotare alcune parole chiave sulle esperienze che vuoi raccontare.

Non scrivere risposte complete.

Se leggi, il tono rischia di diventare artificiale.

Le note devono aiutarti a ricordare.
Non sostituire la conversazione.

Se la telefonata arriva all’improvviso

Può capitare che il selezionatore chiami senza appuntamento.

Se sei in macchina, in un luogo rumoroso o impegnato in qualcosa che non puoi interrompere, non sentirti obbligato a sostenere subito il colloquio.

Puoi dire:

  • “La ringrazio per la chiamata. In questo momento non mi trovo nelle condizioni migliori per parlare. Possiamo fissare un orario nei prossimi giorni?”

Chiedere di spostare la telefonata non è poco professionale.

Lo è affrontarla distrattamente, con rumori intorno e senza sapere nemmeno quale azienda ti stia contattando.

Se invece non è possibile rimandare, spostati nel luogo più tranquillo disponibile e concentrati sull’essenziale.

L’autorevolezza comincia dal primo “Pronto”

Quando rispondi a un numero che non conosci, evita formule distratte o troppo informali.

Un semplice:

“Pronto, Michele Ferrarelli.”

permette all’interlocutore di capire subito di aver contattato la persona giusta.

Mantieni un tono cordiale e professionale.
Non essere freddo.

Ma non parlare nemmeno come se avessi davanti un amico, anche se il selezionatore utilizza un tono molto informale.

Cura la postura

Anche se nessuno può vederti, il corpo influenza il modo in cui parli.

Se sei sdraiato sul divano o accasciato sulla sedia, la voce può risultare più debole e meno energica.

Siediti dritto oppure resta in piedi, se questa posizione ti aiuta a respirare meglio e a sentirti più presente.

Rilassa le spalle.
Non irrigidirti.

Puoi anche sorridere mentre saluti o rispondi.

Un sorriso naturale modifica il tono della voce e la rende più aperta e disponibile.


Vuoi potenziare la tua assertività?
Trovi spunti interessanti nei miei libri:

“Autorevolezza” , ora nella NUOVA edizione aggiornata, è perfetto se vuoi rafforzare la tua presenza autorevole.

“Prima volta Leader” è pensato se hai assunto da poco un ruolo di leader.

Parla con chiarezza

Non cercare di sembrare autorevole alzando troppo il volume o utilizzando parole complicate.

L’autorevolezza passa soprattutto dalla chiarezza.

Parla con un ritmo tranquillo.
Pronuncia bene le parole.
Evita risposte interminabili.

Quando racconti un’esperienza, cerca di seguire una struttura semplice:

  • quale situazione hai affrontato;
  • quale responsabilità avevi;
  • che cosa hai fatto;
  • quale risultato hai ottenuto.

Non serve dire tutto.
Serve far arrivare il punto.

Ascolta fino in fondo

Durante un colloquio di lavoro telefonico è ancora più facile interrompere.

Non puoi vedere il volto dell’altra persona e potresti non capire immediatamente se abbia concluso la domanda.

Aspetta un istante prima di rispondere.
Ascolta fino in fondo.

Se qualcosa non è chiaro, chiedi:

  • “Può ripetere l’ultima parte della domanda?”

oppure:

  • “Quando parla di esperienza commerciale, si riferisce soprattutto alla gestione dei clienti oppure anche allo sviluppo delle vendite?”

Chiedere un chiarimento non ti rende meno preparato.

Dimostra che vuoi rispondere in modo pertinente.

Non avere paura delle pause

Quando sei nervoso, pochi secondi di silenzio sembrano interminabili.

In realtà puoi prenderti il tempo necessario per organizzare la risposta.

Puoi dire:

  • “Mi lasci un momento per riflettere.”

oppure fare semplicemente una breve pausa.

Affrettarti può portarti a rispondere prima di aver compreso davvero la domanda.

Una pausa breve, invece, comunica che stai pensando.

Essere autorevole non significa rispondere subito. Significa rispondere con senso.

Riduci gli intercalari

“Ehm.”
“Diciamo.”
“Praticamente.”
“Nel senso.”

Qualche intercalare è naturale.

Il problema nasce quando riempie ogni pausa e indebolisce il messaggio.

Non cercare di sostituirlo con un’altra parola riempitiva.

Impara piuttosto a lasciare qualche secondo di silenzio.

La pausa è più efficace di un suono utilizzato soltanto per evitare il vuoto.

Utilizza le pause per dare forza alle parole

Una pausa breve prima di un concetto importante prepara l’ascoltatore.
Una pausa dopo permette al messaggio di arrivare.

Non devi trasformare ogni frase in una performance.

Ma quando vuoi evidenziare un risultato o una competenza, rallenta leggermente.

Per esempio:

  • “Nel mio ultimo ruolo ho riorganizzato il processo di gestione degli ordini.”

Pausa.

  • “Questo ha ridotto i tempi di risposta ai clienti.”

Non aggiungere immediatamente:

“Giusto?”
“Vero?”
“Capisce?”

Ricorda l’obiettivo della telefonata

Durante il primo colloquio non devi raccontare tutta la tua carriera.

E nemmeno ottenere immediatamente il posto.

Il tuo primo obiettivo è far emergere una corrispondenza sufficiente tra il tuo profilo e ciò che l’azienda sta cercando.

Vuoi arrivare alla fase successiva.

Per questo ascolta con attenzione, rispondi in modo mirato e non perderti in dettagli poco utili.

Fai anche tu qualche domanda

Il colloquio non è un interrogatorio.

È un primo confronto.

Quando è il momento, puoi chiedere:

  • quali sono le principali responsabilità del ruolo;
  • quali competenze considerate più importanti;
  • come proseguirà il processo di selezione;
  • quando prevedono di concludere questa prima fase;
  • chi sarà il referente per i prossimi passaggi.

Se il selezionatore lavora per un’agenzia o per conto dell’azienda, potrebbe non conoscere ancora tutti i dettagli.

Non è necessariamente un segnale negativo.

Potrai approfondire in una fase successiva.

Chiudi la telefonata con chiarezza

Alla fine ringrazia il selezionatore per il tempo dedicato.

Ribadisci brevemente il tuo interesse, senza esagerare:

  • “La ringrazio per il confronto. La posizione mi interessa e ritengo che la mia esperienza nella gestione dei clienti possa essere coerente con ciò che state cercando.”

Poi verifica i passaggi successivi:

  • “Come proseguirà ora la selezione?”
  • “Sarete voi a ricontattarmi?”
  • “Entro quale periodo prevedete un aggiornamento?”

Non chiudere la telefonata senza aver capito cosa accadrà dopo.

In conclusione

Un colloquio di lavoro telefonico non è un colloquio minore.

È spesso il passaggio che decide se potrai arrivare a quello successivo.

Preparati.
Scegli un ambiente adatto.
Ascolta.
Parla con chiarezza.
Prenditi il tempo per pensare.

Non cercare di impressionare attraverso una voce costruita o un entusiasmo forzato.

Essere autorevole al telefono significa far percepire, soltanto attraverso la voce, che sei preparato, presente e consapevole del valore che puoi portare.

Scopri il coaching mirato per il colloquio di lavoro.

Il contatto visivo: un modo semplice per aumentare la tua autorevolezza

essere il leaderFoto di chitsu san da Pixabay

Ornella mi guarda per 1 secondo (attraverso lo schermo) poi gira gli occhi in alto a sinistra per circa 15-20 secondi,

poi mi guarda per 1 secondo … poi altri 20 secondi via … e via dicendo…

se li conti 20 secondi sono tantissimi..

“Sto pensando …” dice durante le sessioni di coaching.

Chiedo. “Fai così anche durante le riunioni con il tuo dipartimento?”
“Ma no!
Oddio … penso di no … spero di no… non ci ho fatto mai caso.

È così grave?”

Ed è così abbiamo cominciato a lavorare anche sullo sguardo per potenziare la sua presenza di team leader.

Quando pensiamo all’autorevolezza immaginiamo parole giuste, competenze e decisioni.

Eppure una delle cose che influenza di più il modo in cui gli altri ti percepiscono dura pochi secondi.

Il tuo sguardo.

Puoi avere un’ottima idea, parlare con competenza e preparazione. Ma se mentre parli continui a guardare il telefono, il monitor o la stanza, trasmetti involontariamente un messaggio diverso:

  • “Quello che sto dicendo non è così importante.”

Oppure, peggio ancora:

“Tu non sei così importante.”

Il contatto visivo è uno dei segnali più potenti della comunicazione.

È essere il leader.

Guardare negli occhi significa dire: “In questo momento sei importante”

Quando una persona si sente davvero guardata, si sente anche ascoltata.

Lo sguardo comunica presenza.
Attenzione.
Rispetto.

È il modo più semplice per trasformare un monologo in una conversazione.

Evitare lo sguardo comunica più di quanto immagini

Ti è mai capitato di parlare con qualcuno che continuava a guardare altrove?

Magari il computer.
Il cellulare.
Le persone che passano.

Probabilmente hai avuto la sensazione di non essere davvero importante.

Lo stesso succede quando sei tu a evitare il contatto visivo.

Anche senza volerlo.

Guardare non significa fissare

Naturalmente non si tratta di trasformare una conversazione in una gara di resistenza.

Il contatto visivo deve essere naturale.

Alterna lo sguardo con spontaneità, senza evitare gli occhi dell’altro ma senza nemmeno fissarlo in modo insistente.

L’obiettivo non è mettere a disagio.
È creare connessione.

Lo sguardo rende più credibili le tue parole

Le persone non valutano soltanto quello che dici.

Valutano anche come lo dici.

Uno sguardo presente trasmette sicurezza.
Disponibilità.
Coinvolgimento.

Per questo il contatto visivo aumenta la tua autorevolezza ancora prima che il contenuto venga elaborato.

Se vuoi essere ascoltato, fai sentire l’altro visto

Molti cercano autorevolezza scegliendo parole più forti.

Oppure parlando di più.

In realtà, spesso ottengono l’effetto opposto.

L’autorevolezza nasce anche da piccoli comportamenti.

Guardare negli occhi una persona mentre ti parla è uno di quelli.

È un gesto semplice.
Ma comunica attenzione, rispetto e presenza.

E, molto spesso, è proprio questo che le persone ricordano di più. È questo essere il leader!

Scopri il percorso di coaching mirato “Voce, attitudine, presenza: comunica autorevolezza da Executive” e rafforza la tua leadership comunicativa.

Presenza carismatica: non essere concentrato solo su te stesso

presenza carismatica

Foto di PublicDomainPictures da Pixabay

Alcune persone illuminano la stanza con il solo passaggio.
Sono le persone carismatiche.
Autorevoli.

Sono il tipo di persone che tutti desiderano, gradiscono …
e vogliono essere!

Presenza carismatica? Il focus non sei tu

Essere carismatici,
vuol dire “costruire” ottimi rapporti, influenzare positivamente le persone,
farle sentire meglio con se stesse!

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Essere carismatici,
non vuol dire sedersi e “aspettare” gli inchini e gli elogi dei presenti.
Niente è più lontano dalla realtà.
È solo fantasia.

È vero … l’esatto contrario!

Prima di “ricevere” .. devi “dare”

Non pensare a-cosa potrai ottenere.
Concentrati su ciò che puoi “dare” tu.
L’unica persona che conta davvero, non sei tu.
È l’altra.

“Dare” è l’unico modo per stabilire un vero e proprio collegamento e relazione con gli altri.
“Dai” e basta.

“Dimentica” te stesso.
Non preoccuparti … un giorno “riceverai”.

Concentrati sull’altra persona

Quando parli con qualcuno devi essere attento.
Concentrato, presente.

Quando dico presente, intendo … completamente presente.
Il tuo interlocutore deve percepire che lo ritieni l’unica persona nella stanza.
Offri la tua piena attenzione.

 


 

Sono pochi ad avere questa sensibilità!
Una tale presenza carismatica.
Solo grazie a questo “dono”, gli altri ti cercheranno e ti ricorderanno.

Non sbirciare continuamente il cellulare.
Evita di concentrarti su altre cose, anche solo per un attimo.
Non potrai mai connetterti con gli altri, se sei occupato con te stesso.

Se sei in un gruppo, presta attenzione a tutti. Guarda ogni persona.
Sforzati di guardare e parlare con tutti.

Focus sulle altre persone

Le persone sicure di sé non si preoccupano di riconoscimenti.
Le persone fiduciose “sanno chi sono” e ”sanno quello che hanno raggiunto”.

Non hanno bisogno dell’approvazione degli altri, perché hanno appreso che la vera conferma viene dal-dentro.

Quindi, fai un passo indietro e lascia “brillare gli altri”.

Quando lo fai, gli altri non penseranno che sei timido o hai poca fiducia.
Penseranno invece che sei molto sicuro.
Non hai bisogno di approvazione e adulazione da parte degli altri.

Dai il giusto riconoscimento

Nessuno riceve abbastanza riconoscimenti.
Nessuno.

Tutti abbiamo – chi più chi meno – bisogno di apprezzamenti e riconoscimenti.
Soprattutto nel mondo del Lavoro di oggi, dove i risultati si conquistano con grande fatica e impegno.

Complimenti e apprezzamenti – ben fatti – possono costruire e rafforzare le relazioni.
Aumentare la fiducia e migliorare la produttività.
Valorizzare il lavoro fatto, giorno dopo giorno.

 
More: scopri il percorso di coaching ideale per potenziare la tua autostima sul lavoro
 

Non solo le persone gradiranno i tuoi complimenti, apprezzeranno – soprattutto – il fatto che hai prestato la tua attenzione.

E si sentiranno molto più importanti.
Motivati.
Produttivi.

La maggior parte delle persone è troppo occupata e concentrata su se stessa, per prestare attenzione al dettaglio. Si lascia sfuggire l’occasione per complimentarsi con gli altri.

Se lo fai … con sincerità e passione avrai carisma.
Presenza carismatica.
Autorevolezza

Le tue espressioni facciali sono il tuo “marchio di fabbrica” come leader

essere un leader

Sei concentrato sul lavoro. Stai pensando a un problema. Hai una scadenza che ti preoccupa.

La fronte si corruga.
Lo sguardo diventa più duro.
Il viso si chiude.

Tu stai semplicemente pensando.

Chi ti incontra, però, potrebbe leggere tutt’altro.

È arrabbiato?
Ho fatto qualcosa che non va?
Meglio non disturbarlo.
Oggi non è giornata.

È facile dimenticarlo: il tuo volto comunica anche quando non vuoi comunicare nulla.

E se gestisci delle persone, questo conta ancora di più.

Il tuo team guarda il tuo viso più di quanto pensi

Le persone osservano il proprio leader.

Non soltanto quando parla, dà indicazioni o conduce una riunione. Lo osservano anche nei momenti apparentemente insignificanti.

Quando entra in ufficio.
Quando ascolta una proposta.
Riceve una brutta notizia.
Qualcuno gli fa una domanda.

Un’espressione infastidita, uno sguardo sfuggente o una fronte costantemente corrucciata possono trasmettere freddezza, tensione o disapprovazione.

Anche se non era questa la tua intenzione.

Ed è proprio qui il punto.

Nella comunicazione non conta soltanto ciò che volevi trasmettere. Conta anche ciò che l’altro ha percepito.

La tua espressione facciale diventa il tuo “marchio di fabbrica”

Ci sono persone che sembrano perennemente arrabbiate.

Non lo sono necessariamente.

Sono concentrate, stressate, immerse nei propri pensieri. E probabilmente non si rendono nemmeno conto dell’espressione che hanno sul volto.

Ma gli altri quell’espressione la vedono.

E alla lunga iniziano ad associarla alla persona.

Freddo.
Distaccato.
Inavvicinabile.
Sempre sotto pressione.

È questo il messaggio che vuoi inviare?

Soprattutto: è questo il messaggio che stai inviando senza accorgertene?

Un sorriso può cambiare il tono di una conversazione

Non significa andare in giro con un sorriso stampato sulla faccia.

Non devi fare il “piacione”, apparire artificialmente allegro o mostrare continuamente un sorriso di circostanza.

Anzi.

Un sorriso forzato si vede. E spesso produce l’effetto contrario.

Parliamo di qualcosa di molto più semplice: rilassare il volto e lasciare spazio a un sorriso naturale quando la situazione lo permette.

Un sorriso autentico comunica apertura.

Riduce la distanza.
Rende più facile avvicinarti.
Invita l’altro a parlare.
Può cambiare completamente il tono di una conversazione.

E spesso genera una piccola reazione a catena: sorridi, l’altro sorride, tu percepisci apertura e la conversazione diventa più naturale.

Non devi controllare continuamente la tua faccia

Essere un leader non è trasformarti in un attore.

Se durante una riunione inizi a chiederti continuamente “Come sono i miei occhi? Sto sorridendo abbastanza? Ho la fronte corrugata?”, probabilmente otterrai soltanto l’effetto di sembrare ancora più rigido.

La questione è un’altra: diventare consapevole dell’effetto che produci sugli altri.

Prova a osservarti.

  • Come reagisce il tuo volto quando qualcuno non è d’accordo con te?
  • Che espressione assumi quando un collaboratore ti porta un problema?
  • Quando ascolti qualcuno, il tuo viso comunica interesse oppure impazienza?
  • Quando sei sotto pressione, diventi improvvisamente freddo e inavvicinabile?

Potresti scoprire che alcune espressioni che consideri neutre non vengono percepite affatto come tali.


Vuoi potenziare la tua assertività?
Trovi spunti interessanti nei miei libri:

“Autorevolezza” , ora nella NUOVA edizione aggiornata, è perfetto se vuoi rafforzare la tua presenza autorevole.

“Prima volta Leader” è pensato se hai assunto da poco un ruolo di leader.

Essere leader significa anche sapere cosa comunichi senza parlare

Puoi scegliere con attenzione le parole.

Puoi preparare perfettamente una riunione, un feedback o una conversazione difficile.

Ma se mentre l’altro parla alzi gli occhi, irrigidisci il volto, corrughi la fronte o mostri impazienza, il tuo viso potrebbe comunicare qualcosa di molto più forte delle tue parole.

Non significa che devi sorridere sempre.

Ci sono momenti in cui devi essere serio, preoccupato, contrariato. Sarebbe artificiale nasconderlo.

Significa piuttosto essere consapevole che, quando sei leader, le persone cercano segnali anche quando non pensi di mandarli.

Osservano le tue parole.
Ma osservano anche il tuo sguardo, il tuo volto, le tue reazioni.

E da quei piccoli segnali decidono se possono avvicinarsi, parlare, esporsi oppure se è meglio stare alla larga.

La tua espressione facciale, giorno dopo giorno, diventa così una parte del tuo “marchio di fabbrica”.

L’autorevolezza non passa soltanto da ciò che dici. Passa anche da ciò che gli altri leggono sul tuo volto mentre li ascolti.

Vuoi che la tua comunicazione rifletta davvero il tuo ruolo e il tuo valore?

Con il percorso di coaching mirato “Voce, attitudine, presenza: comunica autorevolezza da Executive” impari a gestire voce, postura e linguaggio del corpo per lasciare il segno.

Comunicare al lavoro: tacere è molto più potente di parlare

comunicare al lavoro
Ascoltare è ammirevole.
E spesso impressionante.

Ti rende più intelligente.
E ti mette in una posizione migliore.

Chi riesce a stare in silenzio — e ascoltare davvero — sviluppa carisma e relazioni più forti.

Zitto e ascolta.

Gli altri ti daranno il loro cuore.

Se sai ascoltare gli altri significa che:

sei una persona sicura di te
sai comunicare al lavoro
non pensi di avere la soluzione per tutto e per tutti
non hai paura del confronto.

Quando ascolti, dimostri interesse autentico per l’opinione degli altri.

E questo vale ovunque:
con i collaboratori,
il capo,
i clienti…
ma anche con i figli,
il partner,
gli amici.

Ascoltare fa sentire le persone importanti.

Parla meno.
Ascolta di più.

Nel mio libro “Autorevolezza” ho dedicato un intero capitolo al potere del silenzio.

Non credere che, solo perché sei il capo o il responsabile, tu abbia il diritto di parlare più degli altri.

Spesso è vero il contrario.

Più fai silenzio.
Più ascolti.
Così cresce il tuo:

  • carisma
  • influenza
  • autorevolezza.

Il silenzio è considerato d’oro per il suo potere

È uno strumento che rafforza la tua presenza.
Aggiunge peso alle tue parole.

Il silenzio è forza.

Una persona esperta sa come usare il silenzio.
Sa quando parlare.
E sa quando fermarsi.

Il silenzio è:

  • forza
  • saggezza
  • presenza.

Più ascolti, più diventi forte.

Puoi usare il silenzio anche mentre parli

Per mantenere alta l’attenzione, inserisci piccole pause nei momenti chiave.

Quei momenti di silenzio tra le parole possono essere autorevoli quanto le parole stesse.

Una sospensione è potente.
Eppure la utilizziamo raramente.

Comunicare al lavoro: 2 tecniche da provare

1. Silenzio prima di un concetto importante

La pausa attira l’attenzione degli ascoltatori.
Li prepara a ciò che verrà dopo.

Aspetta un secondo…

… ancora un attimo …

Tutti stanno aspettando quello che dirai.

2. Silenzio dopo un concetto importante

Non c’è bisogno di riempire subito il vuoto con frasi come:

“Giusto?”
“Vero?”
“Capisci cosa intendo?”

Fermati.
Lascia che le tue parole facciano effetto.

Quando usi il silenzio prima e dopo, dai all’ascoltatore la possibilità di:

  • sintonizzarsi su ciò che stai dicendo
  • elaborare il messaggio
  • capire davvero il significato.

Quel piccolo intervallo di silenzio dimostra:

  • la forza del tuo pensiero
  • la tua autorevolezza.

Che potenza!

“Il silenzio non fa domande, ma può darci una risposta a tutto.”
— Ernst Ferstl

Stare in silenzio non significa non avere nulla da dire.

Significa scegliere quando parlare.


Essere ascoltati non dipende solo da cosa dici, ma da come lo dici.

Scopri il percorso di coaching mirato “Voce, attitudine, presenza: comunica autorevolezza da Executive” e rafforza la tua leadership comunicativa.

Non cadere nella trappola di riempire ogni vuoto con:

  • chiacchiere inutili
  • lo smartphone
  • rumore di fondo.

L’arte del silenzio creativo richiede pratica.

Ma una pausa ben usata può trasformare completamente la tua comunicazione.

Una pausa consapevole trasmette
sicurezza,
fiducia
e presenza.

Le persone autorevoli non parlano di più.
Parlano meglio.

E spesso, prima di farlo,
sanno restare in silenzio.

Niente da dire alla riunione: una delle più grandi insicurezze sul lavoro

insicurezze sul lavoro

“Quasi la metà di tutte le nostre angosce e le nostre ansie derivano dalla nostra preoccupazione per l’opinione altrui.”
Arthur Schopenhauer

Un’altra riunione sta arrivando e tu cominci a sudare freddo.
Come sempre.

Anche tu come tanti professionisti .. potresti non essere confortevole

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Sicuramente molte più persone di quello che pensi!

Durante la riunione, alcune persone possono dominare la discussione, prendere la scena, catturare l’attenzione, lasciando agli altri (te compreso) poche possibilità per mettersi in luce e mostrare la reale potenzialità.

Si dice che il silenzio è d’oro,
ma in questo caso … stare seduto congelato durante l’ennesima riunione, può essere una sensazione terribile.

Una delle maggiori insicurezze sul lavoro.

C’è qualcosa di peggio di sedersi in una riunione sapendo di non aver niente di produttivo con cui contribuire?

Anche tu … vuoi aggiunge valore, essere apprezzato per la tua capacità e la tua competenza.

Rilassati

Hai detto niente! Mi dirai …

Relazionarsi con gli altri può essere una sfida personale molto ardua.

Ti sei mai chiesto perché per alcuni tutto sembra semplice e naturale … per te invece sembra di scalare una montagna impervia?

La risposta è semplice:
gli altri sono più bravi di te per predisposizione naturale oppure perché hanno imparato meccanismi di copertura del nervosismo e accorgimenti per mascherare il suo effetto.

Quali? Leggi il mio post …

 


 

Fai attenzione al tuo dialogo interno

“Chissà cosa pensano di me!”
“E se faccio una figuraccia?”
“Se apro bocca sicuramente rischio di dire scemenze”
“Sono talmente ansioso che sicuramente rischio di inciampare!”

È importante acquisire consapevolezza rispetto il tuo dialogo interno, che è spesso disfunzionale.
Se sei convinto di essere un disastro, ti comporterai come un disastro, agirai proprio così, in modo da avere la conferma “Ecco, vedi, sono un disastro …”.

Se ti convinci (non so su quale base poi …) che se apri bocca durante la riunione gli altri rideranno …
sicuramente tenderai a rimanere in silenzio, sperimentando ansia e disagio, tutte le volte che avrai voglia di dire qualcosa.

È importante a riconoscere i tuoi pensieri depotenzianti e sostituirli con modalità più positive e rassicuranti, in modo da sentirti meglio e cominciare a rischiare!

Molto più produttivo convincersi che: “Se dico quello che penso non sarà un disastro necessariamente. Forse qualcuno potrà non condividere il mio punto di vista ma qualcun altro potrà essere d’accordo!”.

“Allenati” tutte le volte che hai occasione

Sfrutta tutte le occasioni che ti si presentano (il cameriere che non ti ha ancora servito, la venditrice pressante, un collega noioso alla pausa-caffè) per confrontarti ed esporti con gli altri.

Così un po’ alla volta, in modo graduale, partendo da piccoli contesti!

Per combattere la tua insicurezza è utile esporsi continuamente, alle situazioni che ti danno disagio e in imbarazzo, affinché la difficoltà possa diventare “familiare” e diminuire.

“Allenandoti” hai l’occasione di concentrarti sulle tue reazioni per poi deviarle in atteggiamenti più produttivi … e non farti inghiottire da queste insicurezze sul lavoro!

Guida con autorevolezza le tue prossime riunioni> scopri il coaching sulla leadership

Non essere troppo critico con te stesso

Come ho scritto nel mio libro “Prima volta Leader” , il tuo critico interiore non analizza oggettivamente.
Alimenta di continuo un dialogo interno eccessivamente negativo che crea ostacoli e impedimenti.

È autodistruttivo, può essere dannoso per te e per gli altri.

Focalizza le tue paure … sono davvero motivate?
O stai ampliando a dismisura una delle tue più grandi insicurezze sul lavoro?

Pensare che – appena apri bocca – un collega o il capo scoppi in una risata fragorosa ti sembra realistico?

Memorizzare non ti servirà a superare le insicurezze sul lavoro

Anzi.

Così rischi che se c’è un imprevisto che ti fa saltare la tua tabella-di-marcia vai in pallone completamente.

Riduci il discorso a poche parole-chiave.
Ti aiuterà a non incastrarti ed essere più naturale e tranquillo.

Se devi fare una presentazione, accompagnala con aiuti visivi, servono a distogliere l’attenzione su di te e suggerirti il passo successivo.

Leggi il mio post per approfondire.

Se non hai qualcosa di significativo da aggiungere, TACI

Se vuoi parlare solo per piacere agli altri, per paura di essere escluso, deriso o solo per essere “quello smart che aggiunge valore”.
Se ti accorgi che stai parlando solo per essere più gradito, accettato e amato dagli altri … meglio tacere!

Saper comunicare vuol dire (innanzitutto) avere qualcosa da dire. Di produttivo.
Se non hai nulla d’interessante da dire,
meglio tacere!

Aumentare la tua leadership? Impara a dire NO ai collaboratori

imparare a dire no
Martha è preparata, capace e appassionata del suo lavoro.

È office manager e coordina otto collaboratori. Tiene molto al clima del team, alle relazioni e alla collaborazione.

Forse anche troppo.

Martha vuole mantenere pace e tranquillità. Vuole essere una responsabile disponibile, aperta, diversa da quei capi rigidi che decidono senza ascoltare nessuno.

Così, quando dovrebbe dire NO, spesso preferisce evitare.

Dice “Vediamo”.
“Forse”.

Oppure finisce per dire SI anche quando vorrebbe dire tutt’altro.

Nel breve periodo funziona.

Nessuna discussione.
Nessuna faccia contrariata.
Nessuna tensione.

Ma quella tranquillità ha un prezzo.

Dire sempre SI non significa essere un leader disponibile

Martha comincia ad accorgersene.

Accetta richieste che vorrebbe rifiutare. Si assume attività che dovrebbero svolgere altri. Rimanda decisioni scomode.

Alla fine si ritrova oberata di lavoro, stanca e nervosa.

E soprattutto frustrata con se stessa.

Quando poi arriva al limite, succede il contrario: il NO che non è riuscita a dire prima esce improvvisamente.

Secco.
Brusco.
Irritato.

Il problema, allora, non è più soltanto la richiesta del collaboratore.

È tutto quello che Martha ha accumulato prima.

Dire NO al momento giusto avrebbe probabilmente creato meno tensione di quella che sta cercando di evitare.

Se vuoi essere leader devi accettare che qualche tua decisione non piacerà

È questo il passaggio più difficile.

Martha non teme realmente la parola NO.

Teme quello che potrebbe succedere dopo.

  • “Ci rimarrà male?”
  • “Penserà che non sono disponibile?”
  • “Si arrabbierà?”
  • “Cambierà atteggiamento nei miei confronti?”

Quando coordini altre persone è normale tenere conto delle loro reazioni.

Il problema nasce quando la paura della reazione comincia a decidere al posto tuo.

A quel punto non stai più scegliendo ciò che ritieni corretto per il lavoro, per il team o per la situazione.

Stai scegliendo ciò che ti permette di evitare il disagio.

Un NO non distrugge necessariamente una relazione

Molti leader associano il NO allo scontro.

Pensano che essere fermi significhi essere rigidi. Che mettere un limite significhi diventare autoritari. Che negare una richiesta significhi deludere inevitabilmente qualcuno.

Non è così.

Puoi dire NO e continuare ad ascoltare.
Puoi essere fermo senza diventare aggressivo.

Puoi rifiutare una richiesta spiegandone le ragioni, riconoscendo il punto di vista dell’altra persona e, quando possibile, proponendo un’alternativa.

Il problema non è il NO. È come lo dici e quanto sei capace di sostenerlo.

Non comprare la tranquillità del team con continui SI

È una tentazione comprensibile.

Dire SI risolve immediatamente il problema.

La persona è contenta.
La conversazione finisce.
La tensione sparisce.

Almeno apparentemente.

Ma se continui a evitare decisioni scomode, prima o poi il team comincerà a capire che i tuoi limiti sono negoziabili.

E tu potresti ritrovarti a dire SI non perché sei disponibile, ma perché non riesci più a dire NO.

C’è una grande differenza.

La disponibilità è una scelta.
L’incapacità di mettere un limite.. no.

Non hai bisogno che i tuoi collaboratori siano sempre contenti di te

Questa è forse la consapevolezza più importante per Martha.

Un leader può desiderare un buon rapporto con il proprio team. Anzi, dovrebbe.

Ma non può utilizzare l’approvazione dei collaboratori come criterio per stabilire se sta facendo bene il proprio lavoro.

Ci saranno decisioni apprezzate e altre contestate.
Richieste che potrai accogliere e altre che dovrai rifiutare.

Momenti in cui sarai vicino alle esigenze della persona e altri in cui dovrai tutelare quelle dell’intero team.

Essere autorevole non significa essere sempre apprezzato. Significa riuscire a rimanere coerente anche quando sarebbe più comodo compiacere.

Nel mio libro “Autorevolezza” approfondisco proprio il rapporto tra autorevolezza, comunicazione e gestione delle persone.

Martha non deve imparare soltanto a dire NO

Durante il coaching Martha mi disse:

“Voglio essere diversa, disponibile e aperta, ma anche ferma e decisa nelle mie decisioni.”

Ed è proprio qui il punto.

Non deve trasformarsi in una responsabile più dura.

Deve imparare a non confondere disponibilità con accondiscendenza.

Dire NO quando serve. Spiegarlo quando è utile. Ascoltare la reazione dell’altra persona senza sentirsi obbligata a cambiare decisione soltanto perché quella reazione è negativa.

All’inizio può essere scomodo.

Poi scopri spesso una cosa sorprendente: gli altri accettano i tuoi NO molto meglio di quanto avevi immaginato.

E anche quando non li accettano?

Puoi ascoltare il loro disappunto senza dover necessariamente eliminarlo.

Perché leadership significa anche questo:

non evitare ogni tensione, ma imparare a gestirla senza perdere te stesso.