“Che cosa fare della mia vita?” Domanda, invocazione o insoddisfazione – parte 2

che cosa fare della mia vita

Foto di engin akyurt da Pixabay

Leggi anche la parte 1.

“Se tu fallissi, potresti essere deluso, ma sarai dannato se non provi.”

Questa frase di Beverly Sills ci invita a provare, altrimenti non possiamo crescere e avere successo.
E sarai tormentato dai rimorsi e rimpianti.

Nessuno – ripeto nessuno – ha raggiunto ricchezza, fama e successo senza cadute, spesso gravi, ma anche errori ingenui ed evitabili.
Errori che riportano (amaramente) al punto di partenza.

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Ma quando torni indietro, hai però un vantaggio … provarci di nuovo perché conosci già la strada.
Puoi tornare al punto (dove ti sei bloccato) più velocemente e spingerti oltre l’ostacolo con rinnovata energia.

Che cosa fare della mia vita?
Cosa ti blocca?
Cosa ti tiene a terra?
Paura?
Paura di sbagliare … di fallire?
Di esser deriso? Criticato?
Di aver deluso le aspettative?

Ricorda che …
rinunciare per paura di fallire è il fallimento più amaro!

Fai il primo passo, anche se hai paura di fallire

Hai un’idea …
ma cominci a ritardare, aspettare, pensare, perfezionare e modificare, fino a quando ti rendi conto che … qualcun altro è già partito e ti ha superato da un pezzo.
E butti la spugna.

Se rinunci quando fallisci, non imparerai mai nulla.

 


 

Se guardi al fallimento come un’opportunità, come l’inizio di un nuovo viaggio …
scoprirai che l’esperienza ti aiuterà e la prossima volta che farai la stessa cosa, la farai molto meglio.

Ma se non provi, non lo saprai mai.
Demordere a prescindere … è il fallimento peggiore!

Le circostanze sfavorevoli … plasmano il tuo carattere

Sono tantissime le persone che incolpano le loro carriere miserevoli per le circostanze difficili in cui si dibattono.
“Ho avuto un’infanzia difficile … nessuno ha creduto in me …
ecco perché non ce lo fatta.”

Eppure non sono poche le persone di successo che rivelano …
“Ho avuto un’infanzia difficile … nessuno ha creduto in me …
ecco perché ce lo fatta!”

Le circostanze che hai vissuto rivelano chi-sei, le tue convinzioni e il tuo atteggiamento,
cosa otterrai (o no) dalla vita.

Non rotolarti nel dilemma “Che cosa fare della mia vita?” … conta solo il tuo atteggiamento!

Poco importa se decidi di lavorare nel sociale, lanciarti come influencer o aprire un agriturismo nella cascina che hai ereditato dal nonno …
quello che più conta è il tuo atteggiamento e le tue convinzioni.

Come vedi te stesso e cosa vuoi ottenere.

Una volta che hai deciso dove vuoi andare, chi vuoi essere e cosa vuoi fare …
sarà impossibile fermarti.

“Che cosa fare della mia vita” avrà la sua risposta!

Piuttosto chiediti … quanto riesci a perseverare di fronte gli ostacoli?

La maggior parte delle persone getta via sogni e obiettivi, perché si arrende al primo ostacolo o difficoltà.

Se le cose ti sono sempre arrivate con poco sforzo o una botta di culo, potresti non aver mai allenato i “muscoli” della perseveranza, necessari quando la strada si fa in salita.

Invece di mettere energia e tempo per superare difficoltà e impedimenti … potresti prendere l’ostacolo come un segnale che non sei “capace”, che non sei “tagliato” e …
mollare di schianto.

La perseveranza è la differenza tra successo e fallimento

Devi imparare da quelle persone che hanno sempre dovuto lavorare sodo.
Hanno sviluppato determinazione, costanza e forza di volontà per padroneggiare una nuova abilità o superare un ostacolo.

Non si raggiunge il traguardo senza fatica, senza un impegno straordinario.

 
More: scopri il percorso di coaching ideale per la tua carriera di successo
 

All’inizio – se non sei abituato – troverai difficoltà.
Dopo varie volte – tale sforzo – diventa naturale e istintivo.

Quando la salita si fa dura, quando (sembra) che non c’è alcuna ragione di continuare,
quando tutto intorno a te invita a mollare, arrendersi, rinunciare, a non continuare …
proprio a quel punto che se vuoi ottenere qualcosa dalla vita,
devi perseverare.

La chiave non è che COSA fare della tua vita ma piuttosto COME affrontare la tua vita

Sei disposto a lavorare intensamente?
A non cedere alle difficoltà?
Sei disposto a cadere e rialzarti? Sempre ogni volta?
Dove trovare la forza per andare avanti?
Mettere in discussione le tue credenze e le tue certezze?

Devi trovare la forza di percorrere ancora qualche altro metro.
E andare avanti.

La perseveranza è quella dote che ti permette di andare oltre la fatica e le circostanze.
Ti permette di superare un fallimento, un ribaltamento, un passo falso, un colpo di sfiga,
recuperare da un infortunio, se sei uno sportivo.

Con la perseveranza, verrà il risultato

Una forte motivazione aiuta a vincere molte difficoltà.
Uno sforzo affannoso o occasionale non sarà di nessun valore.

Per ottenere risultati devi applicarti tutti i giorni, fino a quando diventerà un’abitudine.
Perseveranza vuol dire “attaccare” giorno dopo giorno.

Non solo per una settimana, non solo per un mese ma per anni … nonostante gli ostacoli che incontri sulla tua strada.

Non puntare solo sulla competenza e gli studi

Anche il solo talento non è sufficiente.
Occorre duro lavoro e tenacia.
Perseveranza.
Grinta.

“Arrivare da qualche parte nella vita” non è solo questione di talento, intelligenza, bellezza.
Tra una persona talentuosa senza tenacia e un’altra perseverante ma senza talento, probabilmente sarà quest’ultima a ottenere i risultati migliori. Leggi post.

E adesso che lo sai anche tu … che cosa fare della mia vita?
Davanti al prossimo ostacolo non paralizzarti … pazienza e perseveranza.
Riprova.
Credimi.
Ce la farai!

“Cosa fare della mia vita?” Domanda, invocazione o insoddisfazione – parte 1

che cosa fare della mia vita

Foto di engin akyurt da Pixabay

“Cosa fare della mia vita?
“Tranquillo, un giorno lo capirai “
” Fidati della vita. Sei esattamente, dove dovresti essere”
“Vedo in te grandi potenzialità, se ci credi, ce la fai”
“Yes, you can!”

Potrei continuare con le frasi a effetto.
Ma mi fermo qui.

Mah! Non so che dire …

A certe domande non puoi rispondere con slogan e frasi fatte

La domanda “cosa fare della mia vita” lascia un retrogusto acidulo.

Questa sensazione – poi – diventa particolarmente acuta quando accade qualcosa di inaspettato – un licenziamento a sorpresa, una promozione negata, ecc – che ha un impatto sul lavoro, sulla carriera.
Sulla vita.

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Se stai leggendo questo articolo, c’è qualcosa dentro di te che non è soddisfatta.
Senti un ovo-sodo in gola che non va né su né giù.

Si potrebbe chiamarla “insoddisfazione”.
Che ti lascia così.
A-metà, spiazzato, tramortito.
Incompiuto.

Se non capisci cosa intendo significa che non hai mai provato la sensazione

Non recepisci cosa voglio intendere.
Puoi chiudere qua la lettura … e passare a un altro post di ferrarelli-coaching.

Ma se continui … basta guardarti in giro.
Per farti male.
Tanto.

“C’è quel 25enne che sta decollando con la sua start up tecnologica”
“E quell’altro che ha appena conseguito un master e ha scritto un libro di successo”
“Quel CEO quanti anni ha? … Ma dai! Così giovane!”

E come se non bastasse c’è sempre …
l’amico-quello-bravo che ha sta ottenendo grandi promozioni.
Conteso dalle migliori aziende.

Guardi la carriera degli altri e pensi “Cosa fare della mia vita?”

Un bagno di sangue.

È un mix di emozioni.
Gelosia e ammirazione, anche tristezza e rimpianto.
Delusione.
C’è anche frustrazione.
Rabbia.

 


 

Queste emozioni scatenano ancor più paure, dubbi e insicurezze.

Sai che non stai sfruttando appieno il tuo potenziale.
Non sai neanche più se hai ancora un potenziale!

Al tuo giudice interiore – ebbro di piacere – non sembra vero di poter infierire, così comodamente.
Lama infuocata nel burro.

Ho perso tempo!
Ho fatto scelte giuste?
Perché mi sento così indietro? Sono al palo!
Sono davvero bravo?
Arriverò mai, dove voglio?
Cosa ho fatto di sbagliato?
Non ho raggiunto i miei traguardi!
Avrò mai una seconda chance?

“Houston, abbiamo un problema” … Cosa fare della mia vita?

Si dice che chi-cerca-trova.
Google è perfetto per darti le risposte che cercavi.
E infatti ne trovi tante.
Tantissime.

Purtroppo … le conosci già.
Chissà quante volte le hai lette.
Anche “l’oracolo” Google qui è in difficoltà.

A differenza di tante altre domande, questa è tosta-tosta.
Lascia stare Google.
Rimboccati le maniche.
È il momento di un faccia-a-faccia con … te stesso.

 
More: scopri il percorso di coaching ideale per la tua carriera di successo
 

Preparati per un “lungo viaggio”

“Prima di partire per un lungo viaggio,
Devi portare con te la voglia di non tornare più”

“Prima di partire per un lungo viaggio,
Porta con te la voglia di adattarti.”

La canzone di Irene Grandi è ideale per introdurre il concetto che “sapere cosa fare nella vita” è per la maggior parte delle persone come un viaggio.

Un viaggio stimolante, affascinate ma anche scomodo e pauroso.
Spesso incompiuto.

Ci vorrà tempo.
Le cosiddette “crisi della vita” per capirlo.
Fatica e determinazione per portarlo a termine.

Non cadere nel grande equivoco

La risposta a “Cosa fare della mia vita?” difficilmente sarà in un fremito improvviso,
un istante magico.

Un sussulto inatteso di estrema chiarezza, dove tutto “s’incastra”.
Miracolosamente.
E avrai pianificato di colpo tutta la tua vita.

Non dico che non esiste un momento topico,
ma sarà molto più facile che ti ritroverai – sorpreso- a prendere nuove decisioni.
Decidere nuove azioni.

In realtà,
la vita cambia costantemente e dovrai riconsiderare più volte la “direzione” del tuo viaggio.

Preparati a lasciare la tua zona di comfort

Prova cose nuove.
Qualcosa che hai sempre desiderato, qualcosa che ti spaventa.
Allarga i tuoi orizzonti.
Inizia a escludere.

Prova … qualcosa di molto diverso (senza lanciarti senza paracadute) da quello che fai normalmente.
Potresti essere sorpreso quanto ti piacerà qualcosa, che non avresti mai immaginato.

Rimanere dove sei, è una garanzia per rimanere marginale.
Se non ti spingi al di là della tua “zona di comfort”, se non chiedi più a te stesso, stai scegliendo un’esistenza vuota.
Ti neghi questo “viaggio” straordinario.

Ricorda … non sarai mai pronto

Non continuare a usare il condizionale “Farei” o “Vorrei”.
Non parlare di ciò che farai.
Un giorno.

Non vivendo il presente e temendo che si possa ripetere un’esperienza spiacevole, continui a rimandare.

Devi fare il primo passo adesso.
Non esiste il giorno o l’ora giusta per iniziare a fare qualcosa.
Non lasciarti immobilizzare dalla sindrome di “domani”.

Il tempo giusto per l’azione è “oggi”.
Iniziare “da domani”, “da lunedì”, “dal mese prossimo”, ecc … non ti farà cominciare mai.

Quando un’opportunità si presenta, nessuno si sente mai pronto al 100%.

Fai il primo passo, poi segui il flusso.

Continua a leggere la parte 2.

La chiave per non prendere le critiche come offese personali

critiche

Foto di I-Martin da Pixabay

A un certo punto, accadrà.

Sarai criticato.
Anche se non ti va.
Anche se non ti piacerà.

Non puoi aspettarti una vita senza critiche.

Guarda qualsiasi persona di successo:
riceve apprezzamenti, certo.

Ma anche critiche.
A volte dure.
A volte ingiuste.

Spesso … gratuite.

Come ho scritto in “Autorevolezza”, quando ho pubblicato il mio primo articolo (marzo 2013), avevo timore.

Paura di scrivere banalità.
Di essere poco incisivo.
Di non piacere.

Volevo approvazione.
Commenti positivi.
Consensi.

“Bravo.”
“Fantastico.”
“Wow.”

Pensavo quasi di meritarli.

Su quale base, poi?

Non avevo mai scritto.
Non sono uno scrittore.

Forse perché mi sentivo onesto? Coraggioso?

Volevo essere trattato con gentilezza.
Scrivere senza essere criticato.

Ovviamente… non funziona così.

Sono arrivati messaggi poco incoraggianti.
Inviti a smettere.
A cambiare strada.

“Ferrarelli? Chi?”
“Coaching? Cosa?”

Ecco perché, se vuoi crescere davvero,
devi imparare a non prendere tutto sul personale.

Prendere le critiche troppo sul personale è estenuante

Se avessi preso tutto sul personale,
avrei smesso subito.

Mi sarei sentito:
inutile
inadeguato
fuori posto

E probabilmente oggi non starei scrivendo queste righe.

È stancante.
Logorante.
Insostenibile.

L’autostima scivola… e arriva il dubbio

Le critiche, se non gestite, ti tirano giù.

Inizi a pensare:

“Non sono abbastanza.”
“Non sono capace.”
“Neanche all’altezza.”

Diventi dipendente dall’approvazione.

Hai bisogno di un elogio per sentirti bene.

E se non arriva?
Crolli.

È un meccanismo pericoloso.

Metti al centro l’opinione degli altri

La critica può essere utile.

Può aiutarti a migliorare.

Ma se diventa il tuo unico riferimento…
sei in balia degli altri.

Una critica? Ti abbatti.
Un complimento? Ti esalti.

Non è equilibrio.
È instabilità.

Regalare il tuo potere

Quando lasci che una critica determini come ti senti…
stai cedendo il controllo

Stai dicendo:
“Decidi tu come devo stare.”

È un lusso che non puoi permetterti di concedere.

Riprendi il controllo.
Decidi tu.

Diventi una facile preda

Se reagisci sempre alle critiche…
qualcuno lo noterà.

E basterà poco per colpirti!

Una parola.
Un commento.
Una battuta.

E la tua giornata è rovinata.

Non è forza.
È vulnerabilità esposta.

E perdi la parte più importante

Quando prendi tutto sul personale…
smetti di imparare.

La critica non è più uno strumento.

Diventa un attacco.

E tu ti difendi.
Ti chiudi.
Ti irrigidisci.

Invece di chiederti:
“C’è qualcosa di utile qui dentro?”

Se vuoi lavorare sulla tua comunicazione, sulla gestione delle emozioni e sull’autorevolezza, trovi qui un percorso concreto:

“Voce, attitudine e presenza: comunica autorevolezza da Executive “

Se prendi tutto sul personale… soffri per niente

Il mondo può criticarti.

Ma sei tu che scegli quanto peso dare.

Quando smetti di prendere tutto sul personale…
senti una libertà nuova.

Più leggerezza.
Più lucidità.
Maggiore energia.

Altrimenti preparati:
a soffrire… spesso inutilmente.

La chiave: accettare la polarità

Come scriveva Hermann Hesse:

“I dolori, le delusioni e la malinconia non servono a toglierci valore, ma a maturarci.”

Non puoi avere solo una parte.

Vuoi l’elogio?
Devi accettare anche la critica.

Sono due facce della stessa medaglia.

Il nostro ego vorrebbe solo il lato piacevole.
Non funziona così.

Crescere significa accettare anche ciò che non ti piace

La crescita personale passa da qui:

Accettare la critica
senza farti travolgere

Non significa subirla.
Non significa darle ragione.

Significa:

  • valutarla
  • filtrarla
  • usarla (se serve)

E lasciare andare il resto.

E quando è solo veleno?

Ci sono critiche che non servono a niente.

Non costruiscono.
Non aiutano.
Ancor meno migliorano.

Servono solo a colpire.

In quel caso?

Non analizzare.
Non rimuginare.
Evita di trattenerti.

Passa oltre.
Senza sprecare un secondo.

Non puoi evitare le critiche.

Ma puoi evitare di diventarne prigioniero.

È lì che smetti di difenderti…

17 spunti per riuscire a dire quello che pensi (veramente)

dire quello che pensi

C’è chi dice NO canta Vasco Rossi.

Invece c’è chi dice SI.
Sempre.

È addirittura entusiasta delle idee altrui.Pur di non creare conflitto.
Pur di mantenere la pace.

Altri invece la prendono così alla lontana da non arrivare mai al punto.

Altri ancora restano in silenzio, confidando che l’interlocutore intuisca il suo disaccordo.
Magicamente.

In tutti i casi, senti la – grande – frustrazione di non riuscire a dire quello che pensi veramente.

Perché hai timore del giudizio degli altri.
Paura di non essere accettato.
Di non essere amato.

Ecco 17 spunti per dire quello che pensi – veramente – …

1. Rilassati. Siediti. Respira profondamente. Parla lentamente.

2. Smettila di indossare maschere per piacere agli altri, per essere alla moda, per non essere tagliato fuori dal gruppo. Così ti tagli da solo ..

3. Basta pensare che gli altri possano leggere i tuoi pensieri. Non dedurre. Chiedi. Parla.

4. Scegli il momento giusto per parlare. Presta attenzione. Il momento giusto è quando il tuo interlocutore è più ricettivo.

5. Non complicare la situazione con giri di parole. Inizia dal nocciolo della questione. Esprimilo chiaramente.

6. “Potrei sbagliarmi” è meglio di “Ti sbagli”. Non far seguire “Potrei sbagliarmi” con ” ma ..”.

7. Il messaggio TU (“E’ colpa tua”, “Sei egoista”, “Non mi ascolti mai”) offende e sminuisce. La conseguenza è chiusura e difesa.

8. Poni domande prima di fare dichiarazioni. Non sei furbo quanto credi. Gli altri non sono stupidi come sembrano.

9. Non invidiare troppo quelli “senza peli sulla lingua”. Spesso sono persone impulsive, senza filtri e limiti. Rigide e bloccate sulle loro posizioni.

10. Chiediti “In che modo le mie idee/parole avranno un impatto su altre persone/lavoro/team?” (È così che pensano i leader)

11. Non dire “Tu”. Concentrati sulle questioni, non sulle persone. Le conversazioni diventano personali quando attacchi.

12. Pianifica risposte semplici a possibili obiezioni. La spontaneità è una strategia pericolosa quando sei sotto stress.

13. Costruisci relazioni. Una relazione forte include il diritto di non essere d’accordo.

14. Ascolta in modo attivo. Ascolta per capire, non per controbattere.

15. A volte le cose che ti danno fastidio riguardano te, non gli altri.

16. Mostra rispetto e gentilezza alle persone perché sei-fatto-così, non perché se lo meritano!

17. Ricorda che le persone vogliono “qualcosa” per se stesse.

10 errori di comunicazione che non ti fanno decollare come leader

comunicazione del leader

Foto di Alexas_Fotos da Pixabay

Puoi avere una strategia brillante.

Conoscere il mercato.
Essere competente.

Ma se non sai comunicare con il tuo team, prima o poi qualcosa inizierà a incrinarsi.

Non succede da un giorno all’altro.

Succede poco alla volta.

Una frase poco chiara.
Un feedback ambiguo.
Una porta sempre chiusa.
Un riconoscimento che non arriva mai.

La comunicazione del leader non serve solo a trasmettere informazioni.

Serve a creare fiducia.

E quando la fiducia diminuisce, diminuiscono anche coinvolgimento, iniziativa e responsabilità.

Ecco gli errori che vedo più spesso.

1. Concentrarti più sugli errori che sui punti di forza

Correggere è necessario.

Ma se ogni conversazione ruota attorno a ciò che non funziona, i collaboratori iniziano a lavorare per evitare gli errori, non per dare il meglio.

Le persone crescono quando qualcuno riconosce anche ciò che sanno fare bene.

2. Essere difficile da avvicinare

“È sempre occupato.”
“Non è il momento.”
“Ci penserà lui.”

Quando un collaboratore smette di farti domande, non significa che sia diventato autonomo.

A volte significa semplicemente che ha smesso di chiedere.

E questo è molto più pericoloso.

3. Pensare che il silenzio significhi che va tutto bene

Molti leader ragionano così:

Se nessuno mi dice niente, significa che non ci sono problemi.

Purtroppo funziona raramente.

Molte persone preferiscono adattarsi, aspettare o arrangiarsi piuttosto che esporsi.

Per questo il dialogo va cercato.
Non aspettato.

4. Dare per scontato il lavoro fatto

Un “bravo” generico dura pochi secondi.

Un riconoscimento preciso rimane molto più a lungo.

Non limitarti a dire:

“Ottimo lavoro.”

Spiega cosa hai apprezzato.

Le persone hanno bisogno di capire quale comportamento desideri vedere ancora.

5. Comunicare in modo ambiguo

Ironia.
Allusioni.
Messaggi lasciati a metà.
Frasi interpretabili.

Quando la comunicazione del leader non è chiara, il team riempie i vuoti.

Con supposizioni.
Dubbi.
Paure.

La chiarezza riduce l’ansia molto più di tante rassicurazioni.


Vuoi che la tua comunicazione rifletta davvero il tuo ruolo e il tuo valore?

Con il percorso di coaching mirato “Voce, attitudine, presenza: comunica autorevolezza da Executive” impari a gestire voce, postura e linguaggio del corpo per lasciare il segno

6. Nascondere la verità

Essere trasparenti non significa raccontare tutto.

Esistono informazioni riservate.
Decisioni ancora in corso.
Temi che non possono essere condivisi.

Ma una cosa è non poter parlare.
Un’altra è mentire.

Se oggi perdi la fiducia del tuo team, domani nessuna comunicazione sarà davvero credibile.

7. Sottovalutare le persone

Molti collaboratori hanno già capito che qualcosa non sta funzionando.

Aspettano soltanto che qualcuno glielo dica.

Pensare:

“Tanto non capirebbero.”

è spesso un errore.

Se una decisione è complessa, il compito del leader non è semplificarla fino a renderla banale.

È spiegarla meglio.

8. Usare il canale sbagliato

Non tutti i messaggi meritano una mail.

E non tutte le conversazioni devono avvenire davanti a tutti.

Una critica importante.
Un feedback delicato.
Un cambiamento organizzativo.

Sono temi che richiedono presenza, tono di voce e possibilità di confronto.

Scegliere il canale giusto fa già parte della comunicazione.

9. Ignorare ciò che il team non dice

Le parole raccontano solo una parte della storia.

L’altra emerge dai silenzi.

Dalle esitazioni.
Dalle riunioni in cui nessuno interviene.
Le domande che non arrivano più.

Un buon leader ascolta anche quello che non viene espresso apertamente.

10. Pensare che comunicare significhi parlare

Molti leader parlano molto.
Pochi verificano davvero che il messaggio sia arrivato.

La comunicazione non finisce quando hai spiegato.
Finisce quando l’altro ha capito.

La comunicazione del leader non misura quanto sei bravo a parlare.
Misura quanto riesci a creare fiducia.

Ogni parola può aumentare oppure ridurre la distanza tra te e il tuo team.

E spesso non sono i grandi discorsi a fare la differenza.

Sono le piccole conversazioni di ogni giorno.

15 suggerimenti per farsi prendere sul serio al lavoro .. e tutti ascolteranno

farsi prendere sul serio al lavoro

Foto di StockSnap da Pixabay

A volte ti sembra di non essere preso sul serio sul lavoro?

Senti poco coinvolgimento?

Una fastidiosa sensazione di invisibilità?

Nessuno ti contraddice.
Ma nessuno si complimenta.
Nessuno commenta il tuo lavoro.

Complimenti!
Hai un super-potere da super-eroe: sei invisibile.

Spesso mi contattano persone (giovani e alla prima esperienza, ma non solo)
che vogliono una cosa molto semplice:
farsi prendere sul serio sul lavoro.

Essere notate.
Riconosciute.

Non è sempre facile, soprattutto quando intorno ci sono colleghi più anziani.
Ma con un po’ di strategia e consapevolezza puoi migliorare molto.

Ecco 15 dritte concrete per farti prendere sul serio sul lavoro
(per approfondire trovi altri spunti nel mio libro “Autorevolezza” – NUOVA edizione aggiornata 2025).

1. Smettila di scusarti (se non hai fatto nulla)

  • “Scusa il disturbo”
  • “Mi dispiace…”
  • “Scusa, era solo un’idea”
  • “Spero di non aver sbagliato…”

Scusarsi troppo spesso indebolisce il messaggio.

Chiedi scusa solo se hai davvero sbagliato.

Devi scusarti per aver espresso un’idea?
Quasi mai.

2. Spettegolare è il modo più rapido per perdere credibilità

Il pettegolezzo incuriosisce.
Ma distrugge la fiducia.

Chi ascolta capisce subito una cosa:
con te non è al sicuro.

E senza discrezione non c’è professionalità.

3. Essere sempre “troppo gentile” non aiuta

Non hai bisogno di essere né stronzo né aggressivo.

Ma nemmeno perennemente accomodante.

L’approccio migliore – per farsi prendere sul serio – è sapere misurare …

secondo le circostanze,
grinta e diplomazia.

Non devi cambiare personalità.
Solo alcuni automatismi.

4. Taci, se non hai qualcosa di buono da dire

Dire cose inopportune ti rende fragile agli occhi degli altri.

Meglio il silenzio
che parole confuse, inutili o mal posizionate.

Quando parli:

  • pensa prima
  • struttura
  • sii conciso

Ogni parola deve valere.

5. Diventa proattivo

Non subire.
Non aspettare sempre indicazioni.

Valuta alternative.
Proponi soluzioni.
Esci dai “non posso” e “non riesco”.

L’iniziativa comunica affidabilità.

6. Vai preparato alle riunioni

Preparati più di quanto pensi.

Magari userai solo il 30% di ciò che hai preparato.
Ma quel 30% farà la differenza.

La preparazione costante costruisce la tua reputazione.

Sarà difficile per le persone non prenderti seriamente.

7. Non far perdere tempo alle persone

“Hai un minuto?”
Spesso… non è così.

Quando interrompi qualcuno, stai entrando nel suo flusso di lavoro.

Chiedi un incontro.
Lascia all’altro la scelta del momento.

È una forma di rispetto.
E di intelligenza relazionale.

8. Cura il tuo aspetto

Il modo in cui ti presenti parla per te.

Vestirsi con cura comunica:

  • attenzione
  • rispetto
  • affidabilità

Scarpe consumate e camicia stropicciata trasmettono – invece – disimpegno,
superficialità e poca professionalità.

9. Se non sai, meglio tacere

Non giudicare prima di capire.
Non parlare senza dati.

Meglio il silenzio
che un dietrofront imbarazzante.

Meglio il silenzio su un argomento che non conosci
che blaterare idiozie.

10. Ascolta di più

Evita monologhi.
Prediche.
Rumore inutile.

Regola semplice:
una parola è poco.
Due parole sono spesso troppe.

Essere ascoltati non dipende solo da cosa dici,
ma da come lo dici.

Scopri il percorso mirato
“Voce, attitudine, presenza: comunica autorevolezza da Executive”.

11. La postura parla per te

Il 55% della comunicazione è non verbale.

Postura, gesti, sguardo raccontano:

  • sicurezza
  • apertura
  • intenzioni

Prestaci attenzione.
Anche quando non parli.

12. Far ridere tutti non ti rende autorevole

L’ironia è una risorsa.
Il bisogno di attenzione no.

Ancora meno guadagnarsi la reputazione
di “clown” e “buffone” dell’ufficio.

Un’etichetta poco edificante.

13. Non esagerare. E non mentire

  • “La riunione di ieri è stata l’esperienza più straordinariamente appagante della mia vita.”
  • “Oh mio Dio, sono letteralmente esplosa quando ho visto la mail”
  • “Ho lavorato tutto il week end. Notte e giorno… ininterrottamente …”

L’enfasi continua svuota le parole.
La bugia distrugge la fiducia.

E senza fiducia
nessuno ti prende sul serio.

14. Non essere eccessivamente emotivo

Ti offendi subito?
Ti chiudi al primo dissenso?

Mostrare fragilità emotiva costante
ti fa apparire immaturo.

Autoironia e autocritica – invece – sono segni di forza.

15. Fai quello che dici che farai

Mantieni le promesse.
Sempre.

Se qualcuno ti chiede di fare qualcosa di impossibile,
sii onesto.

Meglio un no sincero
che un sì non mantenuto.

Un’ultima cosa

Farsi prendere sul serio è importante.
Ma non diventare un fanatico della serietà.

Mascella rigida, sguardo spento, rigidità costante
non sono autorevolezza.

Ironia, leggerezza e umanità
sciolgono tensione e apprensione in un mondo del Lavoro
sempre più opprimente e cupo.

“Se non riesci a ridere di te,
è giusto che lo facciano gli altri.”

Mirko Badiale

L’autorevolezza non si impone.

Si costruisce, giorno dopo giorno,
con coerenza,
presenza e
responsabilità.

Come rapportarsi con successo con un capo diffidente e sospettoso

capo diffidente

Foto di Gerd Altmann da Pixabay

Sospettoso e guardingo.

Se li vai incontro, si ritrae.

Il capo diffidente .. è sempre a debita distanza

Se cerchi un contatto, ti blocchi davanti ad un muro di sfiducia e perplessità.

Ritiene (a torto o a ragione) di avere avuto precedenti esperienze negative. È diventato ancora più diffidente e chiuso per paura di soffrire nuovamente.

È convinto che gli altri vogliano raggirarlo, truffarlo o sfruttarlo.

Non agisce sotto lo stimolo di prove concrete ma secondo pregiudizi e preconcetti.
E ne ha tantissimi.

Per tenersi lontani dai pericoli evita tantissime situazioni lavorative che potrebbero essere piacevoli o vantaggiose.

Ecco 15 spunti per lavorare con successo con un capo diffidente:

1. Non cercare di diventare suo “amico”. Manterrà sempre i limiti professionali.

2. Il capo diffidente ti studia. Vuole capire le tue intenzioni. Anche dopo anni …

3. Non credere che siccome non parla o risponde a fatica non sia interessato a cosa dici oppure è arrabbiato.

4. Non credere che siccome non parla o risponde a fatica sia soddisfatto del tuo lavoro.

5. È convinto che tutti vogliano raggirarlo o sfruttarlo. Tu compreso.

6. Il capo diffidente parla pochissimo, quasi senza espressione del viso, non capisci se è interessato o invece non vede l’ora che la pianti e te ne vai …

7. Non interrompere una persona diffidente durante i suoi brevi interventi.

8. Evita assolutamente le pause che potrebbero imbarazzarlo.

9. Non parlare e argomentare troppo, insistere, premere o mettere fretta.

10. Evita i complimenti pomposi o eccessivi. Lo imbarazzerai e penserà che tu voglia aggirarlo o manipolarlo.

11. Usa una comunicazione trasparente, onesta e autentica. Sempre.

12. Non sorvolare, nascondere o eludere eventuali argomenti delicati e spinosi. Sempre.

13. Non cambiare opinione o versione perché li suonerà ambiguo o manipolatore.

14. Non sono le tue parole che lo convinceranno, ma le tue azioni.

15. Calma e pazienza sono fondamentali per relazionarsi con un capo/a diffidente.

Collaboratore negativo: come gestirlo con successo in 11 passi

il collaboratore negativo

Foto di Christian Supik (Fotografie) + Manuela Pleier (Design) da Pixabay

È successo.
Ancora.

Uno dei tuoi collaboratori è improvvisamente (ma forse non così all’improvviso) diventato un problema.

Sempre di cattivo umore.
Rifiuta le buone idee.
Mette in circolo quelle cattive.

Si lamenta costantemente,
di un collega,
di ogni iniziativa.

Il collaboratore negativo vede solo nero

Mai positivo.
Solo negativo.

Questo atteggiamento distruttivo (per qualsiasi dinamica di gruppo) sta influenzando i tuoi collaboratori
nel restare concentrati e motivati sul lavoro.

Un collaboratore negativo può intossicare un gruppo di lavoro più velocemente di quanto tu possa immaginare.

Gestire il comportamento di un dipendente negativo
può essere incredibilmente esasperante.

Potresti avere l’impulso di lasciarlo fare.
Sperare che la persona si dimetta.

Non sperare che la situazione si risolva da sola

Non succederà.

Spesso gli altri membri del team si rivolgono a te (il manager / leader / capo) per risolvere la questione.

Se stai pensando di evitare o sviare questo compito,
sappi che il resto del team resterà deluso
dal fatto che tu accetti questa situazione improduttiva.

Il tuo approccio migliore
è evitare che la negatività si “espanda”
a tutto il luogo di lavoro.

Ecco 11 passaggi per gestire il collaboratore negativo:

1. È un periodo storto o la sua vera natura?

Di tanto in tanto tutti attraversiamo un periodo sfavorevole.

Se un collaboratore sta vivendo un momento difficile,
la strategia migliore è essere di supporto.

Ma se i giorni difficili diventano tanti,
non aspettare che la crisi si allarghi a tutto il team.

Un atteggiamento negativo si diffonde.
E continuerà a farlo.
A meno che tu non lo fermi.

È tempo di una conversazione seria.

2. Chiediti: i dipendenti negativi sono un’eccezione?

Se non lo sono,
forse il problema è più grande.

Un modello di negatività può guidare l’organizzazione.

Gli atteggiamenti sono contagiosi.

È tempo di parlare con le persone chiave
e assicurarti che stiano dando l’esempio giusto.

A volte, senza volerlo, inviano messaggi sbagliati.
Controversi.
Negativi.

3. Verifica i tuoi pregiudizi

Prima di formulare ipotesi,
fermati.

Rifletti davvero su chi-è il tuo collaboratore negativo.

Controlla i tuoi pregiudizi.

Chiediti:

  • È negativo cosa dice o il modo in cui lo espone?
  • È davvero distruttivo?
  • E se fosse un problema solo di comunicazione?
  • Nessuno gli ha mai detto che non può comportarsi così?

4. Non ingigantire il problema

Come leader sei responsabile anche del clima emotivo.

Il collaboratore può essere frustrante,
ma non devi abbassarti al suo livello.

Evita di puntare il dito.
Di sparlare con il team.

  • “È davvero una persona distruttiva!”

Gli altri si chiederanno:

  • .. e di me cosa dice quando non ci sono?

È il modo più rapido per perdere fiducia.

5. Iniziare la conversazione

Ora la parte difficile.
(Eh sì, la leadership non è comoda.)

Sedersi e parlare di comportamento.
Dare feedback.

È scomodo.
Per entrambi.

Valuta il livello di soddisfazione professionale del tuo collaboratore.

Poni domande aperte:

  • Come ti senti a lavorare qui?
  • Quanto le tue aspettative sono state soddisfatte?
  • Quando ti senti felice al lavoro?
  • Cosa trovi più frustrante o più stimolante ora?

Ascolta.
“Dimmi di più…”

Sii diretto, ma non conflittuale.

6. Evita di diventare difensivo

In situazioni stressanti è facile irrigidirsi.

Non prendere sul personale
parole o atteggiamenti.

Non sono diretti a te.
C’è qualcosa che non funziona per lui/lei.

Nel lavoro.
O nella vita.

7. Poni un feedback specifico

Porta esempi concreti.

Evita:

  • “Stai facendo questo. Non farlo più!”

Descrivi fatti,
azioni,
comportamenti.

Spiega l’impatto sul team.

Sottolinea come il continuo monologo su ciò-che-non-funziona, senza soluzioni, abbassi l’umore e l’energia di tutti.

Fai una richiesta chiara:
cosa vuoi vedere cambiato in futuro.

A questo proposito puoi approfondire con il mio post

→ “Feedback difficile: come dire a un collaboratore che deve migliorare senza attaccarlo”

8. Chiedi se sta accadendo qualcosa di negativo

Non sei un terapeuta.

Tuttavia, mostra empatia.
Ascolta davvero.

Alcune difficoltà personali possono influire pesantemente sul lavoro.

Chiedi però con fermezza che i problemi personali non ricadano sulle prestazioni.

9. Concentrati sulle soluzioni

Non fossilizzarti sul negativo.

Rinforza ciò che funziona.
Valorizza i contributi positivi.
Riconosci i progressi.

Se la persona non è disposta a collaborare, termina il confronto.

10. Effettua controlli regolari

Incontri one-to-one.
Feedback.
Incoraggiamento.

Chiedi spesso:

  • Come posso aiutarti?
  • Di cosa hai bisogno per avere successo?

11. Sapere quando è abbastanza

A volte la negatività persiste.

Hai dato tempo.
Hai dato feedback.
Opportunità.

Se non cambia nulla,
è necessario separarsi.

È un beneficio per tutti.

Per il team.
Per te come leader.

E — spesso — anche per la persona.

In conclusione

La vera leadership
non è evitare i problemi.

È affrontarli prima che diventino contagiosi.

Se anche tu hai un collaboratore ti mette continuamente alla prova
o ti fa perdere la calma …

con il percorso mirato “Gestire un collaboratore difficile”
impari a ristabilire equilibrio e rispetto reciproco con strategie pratiche e personalizzate.

→ Scopri il servizio

7 compiti che dovresti rimandare se hai una giornata storta sul lavoro -2

giornata storta sul lavoro

Foto di Daniel Nebreda da Pixabay

Leggi anche la parte 1.

5. Rispondere a una mail incazzosa

Se il tuo collega, capo o cliente si sono lasciati sopraffare dalle emozioni, non ripetere lo stesso errore.
Prendi tempo.
Ti aiuterà a evitare una reazione istintiva.

Uno dei vantaggi del mailing è che non devi per forza rispondere immediatamente.

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Sfrutta tutto il tempo che hai a disposizione. Lascia un po’ sbollire e potrai rispondere in modo professionale.

Nel caso che urge risposta, senti troppo la tensione oppure l’altro è in attesa, di sicuro hai almeno 5 minuti disponibili. Alzati, raffredda la mente, fai due passi fuori dall’ufficio,

Non è che (forse) stai travisando o esagerando il tutto?
Resisti alla tentazione di saltare subito alle conclusioni.

6. Trovare una soluzione

Trovare la soluzione giusta richiede apertura mentale, ricettività e creatività.
Dove le vai a prendere in una giornata storta sul lavoro?
In questi momenti è impensabile.

 


 

Quando non siamo in vena …
è come se avessimo davanti agli occhi un velo che non ci lascia vedere,
e spesso nemmeno pensare.

Per trovare la soluzione migliore,
è necessario mettere una distanza (una sorta di cuscinetto) tra noi e il problema,
guardarlo da un altro punto di vista, in un modo diverso da quello cui siamo abituati.

Anche se non trovi la soluzione perfetta,
di sicuro scoprirai molte opzioni in grado di risolvere il problema in un modo adeguato.

7. Prendere una decisione – completare un incarico

Qualcuno sta aspettando che tu decida il budget mensile?
Devi completare entro sera questo compito così importante?
Come puoi fare questo tipo di scelta proprio oggi?

Sei convinto che non ce la farai,
e presumibilmente con un risultato poco lusinghiero nelle mani.

Ancora una volta,
quando qualcosa non è urgente,
è strategico (da parte tua) spostare la scadenza in modo da prendere la decisione migliore.

Se hai bisogno di rinviare la scadenza,
fai sapere (a chi è in attesa) che sei-sul-pezzo e che riuscirai in quel giorno specifico a soddisfare le aspettative di tutti.

Se reputi che questo incarico non entrerà nella tua hall of fame professionale,
ricorda che in futuro avrai molte altre opportunità per riscattarti e creare qualcosa di grande.

Concediti il diritto di sentirti giù – almeno per oggi

Una giornata storta sul lavoro è un naturale (e breve) momento di avvilimento.
Non devi prenderlo come un segnale di debolezza.

Le energie in questi momenti storti, sono risorse vitali.
Impara a staccare la spina e gestire tutte le tue risorse mentali e fisiche.

Anche se è naturale voler sfuggire alla negatività del momento,
i momenti di rabbia, tristezza, sfiducia, paura,
o di sentimenti negativi fanno parte della nostra vita quotidiana.


Massimizza la produttività anche nei momenti difficili > Parliamone insieme

È inutile ripetersi l’imperativo (tanto di moda) di essere UP a tutti i costi …
positivi, brillanti, e felici e che …
esiste sempre un lato positivo.

Una giornata storta sul lavoro .. va vissuta per quello che è

Semplicemente.

Mostrarsi diversi …
assecondare le attese e le aspettative degli altri …
reprimere continuamente il proprio stato d’animo … voler essere sempre al Top …
ci fa disperdere energie preziose e causa maggiore infelicità e malessere.

7 compiti che dovresti rimandare se hai una giornata storta al lavoro -1

giornata storta sul lavoro

Foto di Daniel Nebreda da Pixabay

Ti sei svegliato con un inizio di emicrania, hai versato caffè dappertutto,
la chiave gira a vuoto nella toppa della porta, come fai a chiudere adesso?
stai per urlare per la frustrazione,
e sono solo le 6.45 di mattina …

per qualche strano motivo ti sei svegliato con il piede sbagliato,
e tutto intorno sembra più pesante e difficile del solito.

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Alcuni giorni sono semplicemente peggiori di altri. Siamo sopraffatti, sfiduciati, ansiosi.
Non ci sentiamo “abbastanza”.
Ci sentiamo piccoli, “non abbastanza” per niente e nessuno.

Sai di cosa sto parlando…

Quando hai una giornata storta al lavoro,
probabilmente non dovresti prendere grandi decisioni o cimentarti in compiti importanti,
perché potresti facilmente peggiorare la situazione.

Certo,
rimandare, posticipare, annullare … non sempre sono opzioni realizzabili!

Mettiamola così …
ecco 7 compiti che dovresti rimandare (se ne hai la possibilità) se ti accorgi di avere una giornata storta al lavoro:

1. Soffermarsi su numeri sensibili

Ecco come farsi male!

Se non è improrogabile …
non soffermare la tua attenzione su “numeri sensibili” (incassi, rendiconto, budget, previsioni, etc.) che sono generatori di stress e pensieri negativi, capaci di farti vivere costantemente in uno stato d’allerta e crearti costantemente un’ansia di fondo.

Stabilisci un appuntamento fisso con i “numeri” e le tue preoccupazioni: una mezz’ora può bastare per riflettere e dar libero sfogo ai tuoi pensieri.

 


 

Quando non è strettamente necessario,
non soffermarti inutilmente a rimuginare sulle cifre e non saturarti d’informazioni inutili.
Ti basterà raccogliere solo i dati strettamente necessari.

2. Avere una conversazione difficile

Quanta voglia hai di discutere (proprio oggi) con il tuo collaboratore o il collega?
Poca di sicuro,
non ho dubbi!

E sicuramente stai sperando che per qualche motivo l’appuntamento salti.

Se sei già di cattivo umore,
diventa praticamente impossibile contenere la rabbia o il risentimento e avvicinarti a quella conversazione in modo appropriato.

Se puoi spostarlo … fallo!
È nel tuo interesse rimandare l’incontro in modo da essere più preparato sia mentalmente sia emotivamente.

Prova con qualcosa tipo:
“… so che abbiamo a calendario un incontro per discutere di …. Oggi per me è stata una giornata frenetica e voglio darti la mia piena attenzione e il miglior feedback. Potremmo fissare l’appuntamento per (data …) per affrontarlo al meglio?”.


Massimizza la produttività anche nei momenti difficili > Parliamone insieme

3. Fare una telefonata importante

Un cliente aspetta la tua telefonata per discutere il prossimo rinnovo,
il tuo collega è in attesa di proporti alcuni cambiamenti a quel progetto così importante.

Se non è urgente, rimanda la telefonata,
in modo di avere una conversazione più produttiva in seguito.

Non devi cancellare l’appuntamento telefonico,
ma spiegare che sei molto occupato (anche se non è vero) e che preferisci spostare il colloquio in un altro momento.

4. Chiedere spiegazioni è pericoloso se sei nel pieno di una giornata storta al lavoro

Hai ricevuto un feedback del capo che ti ha spiazzato, ferito, messo al tappeto,
che ti ha fatto male.

Ti senti attaccato, arrabbiato, sbagliato …
e sottovalutato.

Inizi a digitare la tua mail di dimissioni.
Prima di premere invio, però ti fermi per riflettere (meglio così).
Pretendi ulteriori spiegazioni.
Chiarimenti.

Non sempre è possibile migliorare le cose,
ma è sempre possibile peggiorarle.

Se sei nel pieno di una giornata storta al lavoro … taci!
Non muoverti.

Rischi solo di infilarti in una spirale di atteggiamenti rancorosi e contestatori che possono portarti a pericolosi portamenti sabotatori.

Continua a leggere la parte 2.

“And the winner is ..” 6 spunti per reagire quando quello promosso non sei tu – 2

promozione sul lavoro

Foto di Anemone123 da Pixabay

Leggi anche la parte 1.

4. Prendi questa mancata promozione sul lavoro come un’opportunità per conoscere te stesso

Ora che hai (quasi tutte) le risposte è il momento di confrontarti con … te stesso!

Credi ancora di meritare la promozione sul lavoro?
Hai dato qualche motivo per non essere meritevole?

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Sei stato in malattia, hai accumulato ritardi, non hai rispettato le scadenze?
Dai l’impressione di essere annoiato o disattento?
C’era qualcosa che avresti potuto fare (con più impegno da parte tua), oppure tutti i fattori-chiave erano completamente fuori dal tuo controllo?

Se non è possibile ottenere una risposta diretta (o è meglio non svegliare malumori assopiti) cerca una persona fidata e competente che possa darti consigli pertinenti.

Otterrai un’idea delle aree in cui migliorare, una prospettiva esterna per sapere se hai –davvero- le competenze e l’esperienza giusta per quel tipo di lavoro.

5. Decidi la tua prossima mossa

Una bocciatura non è la fine del mondo.

In un primo momento,
puoi sentirti bocciato, silurato, sfiduciato ma imparando a rimanere resiliente puoi trasformare in positivo questa battuta d’arresto.

Inizia a pensare la tua prossima mossa professionale e stabilisci un intervallo per provarci nuovamente.

Se ti sembra di essere stato manipolato o sfruttato,
potresti pensare di rispolverare il tuo CV e cercare un’altra azienda.

 


 

È importante avere un piano alternativo,
nel caso ti fosse negata per una seconda volta.

Mantieni la tua rete sociale aperta e attiva in modo di cogliere la prossima opportunità,
sia all’interno sia all’esterno della tua organizzazione.

6. Non trasformare la bocciatura in un’esperienza devastante

Riconoscila per quello che è … una (grande) delusione.

Piuttosto che considerare l’esperienza come orribile, inquadrarla come un’opportunità per imparare e crescere.

Spesso le persone di successo parlano delle loro battute d’arresto come grandi momenti d’introspezione e di consapevolezza.

Mantieni la prospettiva.
Prova a vedere la bocciatura da una diversa angolazione.

Forse c’erano -davvero- buone ragioni per cui non hai ottenuto il lavoro.
Probabilmente eri appagato, poco determinato.

Ora hai l’impeto giusto per concentrarti di più, migliorare le tue capacità e raccogliere nuove opportunità.

 


 

Le promozioni passano, la passione resta

Il web è pieno di richiami e citazioni sul vivere la vita, perseguendo le nostre passioni e seguire i nostri sogni.

Ci sarà ben un motivo!

Le persone che raggiungono traguardi importanti, quelle che arrivano in alto, siano sportivi, musicisti, chef, stilisti o imprenditori sono spronate dalla vocazione, sono persone che fanno (davvero) quello che amano.

Quando si ama ciò che si sta facendo,
ci si sente euforici, eccitati, desiderosi di creare, pieni di energia,
si ottiene maggiore successo.

Chiediti cosa vuoi veramente ..

Alcune persone si fissano eccessivamente sulla carriera perché vogliono mettersi alla prova,
altri per rivincita personale o sociale, chi per raggiungere uno status,
altri ancora non sanno neppure perché la ambiscano!

Se sei stato bocciato, chiediti se la volevi davvero questa promozione sul lavoro.
Cosa ti interessa di più in una carriera professionale: il rispetto, il titolo, i soldi.

Ci possono essere altri modi per ottenere le stesse cose,
anche senza la promozione.


Deluso per la mancata promozione? Trasforma la delusione in opportunità > Confrontati con me.

Promozione sul lavoro: quello che più conta è il tuo atteggiamento e le tue convinzioni

Se rinunci quando fallisci,
non imparerai mai nulla.

Se guardi al fallimento come un’opportunità, come l’inizio di un nuovo viaggio, scoprirai che l’esperienza ti aiuterà e la prossima volta che farai la stessa cosa, la farai molto meglio.

Ma se non provi ancora, non lo saprai mai.
Rinunciare per paura di fallire ancora … è il fallimento più amaro!

“And the winner is ..” 6 spunti per reagire quando quello promosso non sei tu – 1

promozione sul lavoro

Foto di Anemone123 da Pixabay

“Talvolta una piccola disavventura è l’origine di una grande carriera:
vi sono individui che su un torto subito hanno edificato la loro fortuna.”

Mario Andrea Rigoni

Hai lavorato ogni weekend degli ultimi mesi.
Ti sei messo in gioco con progetti improbabili che nessuno voleva.
Hai dato fondo a tutte le energie per essere la persona giusta giusto al momento giusto … ma la promozione è andata a qualcun altro.

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Tutti pretendiamo che le promozioni premino solo le persone più talentuose, laboriose e meritevoli,
ma l’esperienza ci dice che non sempre così.
Anzi.

Promozione al lavoro: non lasciare che questa battuta d’arresto faccia saltare tutto!

La tua prima reazione potrebbe essere quella di rispolverare il tuo CV, escogitando un piano per lasciare l’azienda appena possibile.

Ecco 6 modi di comportarsi quando quello promosso non sei tu:

1. Calma, calma e ancora … calma

È facile che tu prova delusione e frustrazione.
Rabbia.
Ci sta.

Non sempre è possibile migliorare le cose,
ma è sempre possibile peggiorarle.

Non agire in modo impulsivo, non aggravare il problema con uscite sprezzanti o comportamenti vendicativi.
Taci. Non muoverti.

Arrabbiarti e deprimerti rischiano di infilarti in una spirale di atteggiamenti rancorosi e contestatori che possono portarti a pericolosi portamenti sabotatori.
Altro che promozione al lavoro!

Aspetta di calmarti prima di fare qualsiasi cosa.

2. Reindirizza le tue emozioni negative

Una bocciatura -ancor di più se inaspettata- è un boccone difficile da digerire.

È perfettamente normale provare rabbia e scoraggiamento.

Vorresti inviare le tue dimissioni,
ma spero che prima valuti il grande sforzo che hai fatto per costruire la tua reputazione professionale.

E mi auguro che tu decida di tornare in ufficio lunedì prossimo- con una rinnovata energia e intensità, desideroso di non lasciare che questa battuta d’arresto distrugga completamente la tua fiducia e la tua crescita professionale.

Riprendi il tuo controllo emotivo, reindirizza i tuoi turbamenti negativi e trasforma quest’esperienza negativa in un’opportunità di apprendimento.

 


 

3. Richiedi risposte dirette

Dopo avere “scaricato” la tua frustrazione della mancata promozione al lavoro e rinunciato all’idea di lasciare l’azienda,
è il momento di scoprire “cosa è successo”.

Hai bisogno di elementi concreti per troncare -il prima possibile- i probabili scenari che si intrecciano concitatamente (e pericolosamente) nella tua mente.

Meglio evitare confronti con i colleghi, iniziare la caccia agli indizi, la ricerca di segnali, evita di chiedere a tutti “Secondo te perché non hanno scelto me?”

La mossa migliore per scoprire perché non hai ricevuto la promozione è andare direttamente alla fonte:
le risorse umane, il titolare o il tuo capo/a.

Chiedi un appuntamento

Lo scopo di questo incontro non è quello di sbraitare e accusare la persona che ha ottenuto la promozione al lavoro.

Ne tantomeno le persone che sono state coinvolte nella decisione.
Puoi solo renderli difensivi e arrabbiati, giustificando così la loro decisione di non promuoverti.

Piuttosto prova a coinvolgere la persona in una conversazione professionale (sincera e produttiva) dove poter mostrare le tue ragioni e trovare la soluzione migliore.

Non stare sulla difensiva

Ascolta.
Non danneggiare l’incontro con uno scontro astioso.
Almeno non ancora.


Quando la promozione non arriva, prepara la tua rivincita > Parliamone insieme.

Promozione al lavoro: Prepara i punti di discussione

Decidi cosa vuoi dire e come vuoi dirlo.
Inizia spiegando che la tua intenzione è di ottenere il meglio del tuo ruolo.

Prova a dire qualcosa del tipo “Come posso lavorare (insieme a voi) per essere sicuro di essere promosso in futuro?”

Presenta il problema in modo costruttivo e assertivo.
Resta ai fatti. Lascia da parte i tuoi giudizi personali.
Cerca di essere il più specifico possibile e porta esempi concreti.

Promozione al lavoro saltata? Inizia a lavorare su te stesso

Non c’è niente di sbagliato nel mostrare le tue emozioni …“Sono davvero amareggiato”.

Se sei stato “bocciato” perché non hai alcune competenze tecniche o abilità personali, è il momento di lavorare su te stesso attraverso una formazione individuale.

Non sono pochi –nella mia esperienza- i clienti che iniziano un percorso di coaching dopo una valutazione dell’azienda o un feedback da parte del capo/a o il titolare dell’azienda.

Continua a leggere la parte 2.

Il rapporto con il capo: 13 spunti per lavorare anche se non piace

il rapporto con il capo

Foto di Jan Hoekstra da Pixabay

In un mondo del lavoro ideale,
i giorni trascorrono felici tra gesti amichevoli e sorrisi gentili.

Ma non è così.
A volte, i rapporti professionali non funzionano.

Rendersi conto che il rapporto con il capo -proprio- non funziona, non è cosa divertente né tanto meno rassicurante.

Tuttavia,
non è nemmeno la fine del mondo…

Il rapporto con il capo non funziona?

Calma!

Rifletti … anche se il tuo primo istinto potrebbe essere quello di cercare un nuovo lavoro o chiedere un trasferimento in un altro dipartimento.

A volte abbiamo il piacere di lavorare con persone che rispettiamo e che (a loro volta) ci rispettano.

Altre volte, lavoriamo con qualcuno che a malapena sopportiamo.

Alcuni boss sono stronzi perché è stato insegnato loro che dovevano esserlo.

Altri lo sono diventati, un po’ alla volta.

Il Mercato del Lavoro è-quello-che-è.

Non si può entrarne/uscirne ogni volta a piacimento, solo perché lavoriamo per qualcuno che non ci piace.

Non sperare che cambi.
Non sperare di riuscirci (proprio tu)

Porta fatti. Soluzioni. Niente parla più forte delle azioni positive

Non lamentarti del tuo capo con le persone che lo hanno assunto.

Le persone amano essere considerate esperte del settore (anche il tuo capo).

Non ritardare decisioni e azioni dolorose sperando che il problema sparisca da solo.

Evita “È un problema” e “Non posso”. La scelta delle parole la dice lunga su di te.

Controlla prima di inviare una mail al capo. Sempre!

“Nessun capo terrà mai un impiegato che ha sempre ragione.” cit. Arthur Bloch

Preparati alle conseguenze di uscite tipo “Il vecchio capo non faceva così” o “Prima le cose erano gestite meglio”

Se il rapporto non funziona “fatti scivolare” il tutto … poi trova una soluzione!

Metti in conto che il tuo capo possa vedere qualcosa che a te è sfuggito.

Non è mai efficace usare un capo mediocre come scusa per fare un lavoro mediocre

Anche le persone più sicure di sé (incluso il tuo capo) hanno paure, incertezze e dubbi.

Chiedere scusa al lavoro: 6 modi peggiori che fanno ancora più danni

chiedere scusa al lavoro

Foto di giselaatje da Pixabay

Sbagliare è inevitabile.

Anche sul lavoro.

Prima o poi capita a tutti di dimenticare una scadenza, reagire male, prendere una decisione sbagliata o creare un problema a un collega.

In questi casi chiedere scusa è importante.
Ma non basta dire “Mi dispiace.”

Alcune scuse riparano una relazione.
Altre la peggiorano.

Non perché manchi educazione, ma perché manca responsabilità.

Ecco sei errori che rendono le tue scuse molto meno efficaci.

1. Chiedere scusa via e-mail quando dovresti metterci la faccia

Una mail è comoda.
Anche troppo.

Quando l’errore ha coinvolto direttamente una persona, il modo migliore per chiedere scusa è parlarle.

Di persona, se possibile.
Oppure al telefono o in videochiamata.

La voce, lo sguardo e il modo in cui ti esprimi comunicano molto più di qualsiasi testo scritto.

L’e-mail dovrebbe essere l’ultima opzione.

2. Dire soltanto “Scusa”

“Scusa.”

Fine.

A volte sembra quasi un modo per chiudere rapidamente la questione.

Una buona scusa mostra che hai compreso cosa è successo e quale effetto ha avuto sull’altra persona.

Non servono giustificazioni infinite.
Serve far capire che hai capito.

3. Aggiungere subito un “…ma”

È probabilmente l’errore più comune.

  • “Mi dispiace… ma eri tu che mi avevi interrotto.”
  • “Mi dispiace… ma non avevo alternative.”

Ogni volta che aggiungi un “ma”, la responsabilità si sposta immediatamente sull’altro.

La tua scusa perde forza.

Assumerti la responsabilità non significa prenderti colpe che non hai.

Significa riconoscere il tuo contributo a ciò che è successo.

4. Chiedere scusa senza essere sinceri

Le persone riconoscono quasi sempre una scusa detta solo per convenienza.

Se chiedi scusa soltanto per chiudere il discorso, evitare conseguenze o metterti la coscienza a posto, il risultato rischia di essere l’opposto.

Meglio poche parole sincere che una lunga dichiarazione senza autenticità.

5. Dare la colpa a qualcun altro

“Mi dispiace… però è stato Pierluigi.”
“Non è colpa mia.”
“Mi hanno detto di fare così.”

Ogni volta che scarichi la responsabilità, la tua credibilità diminuisce.

Le persone rispettano chi sa assumersi i propri errori.

Molto più di chi riesce sempre a trovare un colpevole.


Vuoi potenziare la tua assertività?
Trovi spunti interessanti nei miei libri:

“Autorevolezza” , ora nella NUOVA edizione aggiornata, è perfetto se vuoi rafforzare la tua presenza autorevole.

“Prima volta Leader” è pensato se hai assunto da poco un ruolo di leader.

6. Aspettare troppo

A volte servono alcune ore per calmarsi.
È normale.

Ma aspettare giorni o settimane rende tutto più difficile.

L’altra persona può interpretare il silenzio come indifferenza o mancanza di rispetto.

Se hai sbagliato, affronta la situazione appena sei in grado di farlo con lucidità.

E se le tue scuse non bastassero?

Può succedere.

Non sempre una relazione si ricostruisce immediatamente.

Le scuse non cancellano ciò che è accaduto.

Creano però le condizioni perché la fiducia possa ricominciare a crescere.

E questo richiede tempo.

Una buona scusa non serve a salvare la tua immagine.
Serve a ricostruire la relazione.

Quando chiedi scusa nel modo giusto, non dimostri debolezza.

Dimostri maturità, responsabilità e autorevolezza.

6 spunti per mantenere viva la discussione (quando non sai più cosa dire)

non sapere cosa dire

Foto di Mabel Amber, still incognito… da Pixabay

Non sapere cosa dire…

Succede anche a professionisti competenti, esperti, brillanti.

Persone che, nella conversazione, finiscono per sembrare passive.

Timide.
Poco collaborative.
A volte perfino scontrose.

La scena è nota.
Stai parlando con qualcuno che hai appena incontrato.

All’inizio fila tutto liscio.

Poi, all’improvviso…

La conversazione si blocca. La mente si spegne.
Il silenzio diventa pesante.

Cerchi qualcosa di intelligente, di rilevante, di interessante.
Ma niente.
Zero.

È imbarazzante non sapere come andare avanti

Per evitare il disagio, spesso usciamo di scena con un generico “Ci vediamo” (o peggio: “Alla prossima”, Ah, si davvero! Quando?).

E così rischiamo di perdere un’occasione.
Conoscere meglio una persona interessante.

Creare un contatto che potrebbe contare davvero.

Nel lavoro.
Nella vita.

O anche solo in una conversazione che valeva la pena vivere.
La vita è sorprendente.

Molto più di quanto pensiamo.
Per questo vale la pena dedicare qualche minuto a questo post.

Non per “fare colpo”, ma per rendere le conversazioni più naturali, evitare silenzi (innaturali) che non dicono nulla.

1. Fai domande (quando non sai cosa dire)

È il punto di partenza più semplice.
E anche il più efficace.

Fai domande aperte.

Evita quelle da sì/no, e quelle scontate tipo “Come stai?”.

Qualche criterio:

  • niente di troppo personale
  • cerca punti in comune
  • usa il buon senso

Esempi:

  • “Che ne pensi di quel film?”
  • “Che idea ti sei fatto di questo progetto?”

Le domande tengono viva la conversazione, senza forzarla.

2. Usa il “Dimmi di più”

  • “Dimmi di più del tuo lavoro.”
  • “Dimmi di più della tua idea.”
  • “Più di quello che accennavi prima.”

È semplice.
E funziona.

Mostra curiosità reale.
Non riempitivi.

Le persone amano sentirsi ascoltate.
E quando percepiscono interesse autentico, parlano volentieri.

Nella stragrande maggioranza dei casi, la conversazione riparte da sola.

3. Chiedi come è iniziato …

Esempi:

  • “Come sei entrato in azienda?”
  • “Quando hai iniziato a fare questo lavoro?”
  • “Come è nato il tuo interesse per…?”

Le persone amano raccontare le proprie storie.

Soprattutto quando non si sentono interrogate,ma ascoltate.

E se la risposta è:

  • “Sono appena arrivato/a in azienda”.

Ottimo!
Si è appena aperta una porta.

4. Parla di qualcosa di recente o imminente

Quando sei a corto di idee, agganciati a qualcosa che è successo, o sta per succedere.

Può essere:

  • evento in azienda
  • fatto rilevante nel mondo
  • evento culturale o sportivo
  • tema di attualità (senza scivolare nel sensazionalismo)

È uno spunto neutro.
Condivisibile.

E spesso sufficiente per evitare il vuoto imbarazzante.

5. Chiedi cosa sta facendo ora

Domande utili:

  • “Cosa stai facendo di interessante in questo periodo?”
  • “Cosa ti piace di più del tuo ruolo?”
  • “Qual è la parte più delicata del tuo lavoro?”

Ogni attività ha delle sfide.
Parlarne dà profondità alla conversazione.

A volte aiuta persino l’altra persona a chiarirsi le idee.


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6. Non devi essere interessante ..

devi essere interessato.
Questa è la regola.

Se vuoi creare connessione, devi essere presente.

Davvero presente.
Non distratto.
Non già altrove.

Far sentire l’altro l’unica persona nella stanza, è una forma rara di rispetto.

È per questo che alcune persone risultano carismatiche.

Non perché brillano.
Ma perché ascoltano.

Guardare il telefono non ti aiuterà a superare il silenzio.

Ti allontanerà soltanto.

Se sei in gruppo:

  • ascolta tutti
  • guarda chi parla
  • distribuisci l’attenzione

Se l’altra persona non partecipa, o non ha voglia di conversare, va bene concludere.

Con educazione.
Senza forzare.

Puoi parlare con qualcun altro.
Le buone conversazioni non si inseguono.

Si incontrano.
Si creano.

6 spunti per superare la paranoia “Non ho idea di cosa sto facendo” al lavoro

inadeguato al lavoro

Foto di PublicDomainPictures da Pixabay

Come ho scritto nel mio libro “Prima volta Leader” , a volte non ci sentiamo all’altezza del lavoro che stiamo facendo.

Pensiamo che tutti siano più bravi.
Succede quando cambiamo lavoro, ruolo, dipartimento oppure sono in atto cambiamenti strutturali o cambi di leadership.

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Altre volte questi sentimenti di inadeguatezza avvengono quando non siamo riconosciuti, poco considerati oppure stiamo vivendo sentimenti negativi in altre sfere della vita (affetti, famiglia, ecc..) e questa negatività la riversiamo nel lavoro.

Sfortunatamente,
la sindrome di “Non ho idea di cosa sto facendo” spazza via le certezze e può davvero avere un impatto negativo sul nostro percorso professionale.

Ecco 6 spunti per superare la paranoia di non essere adeguato al lavoro:

1. Basta pensare che tutti gli altri siano migliori

Pensare che tutti siano migliori una sensazione tanto penalizzante quanto demoralizzante.

Stop … guardare il collega che sembra prendere ogni decisioni con disinvoltura.
Basta … invidiare la collega che sembra sempre capace di uscire da una situazione spinosa.

Sì, a volte tutti sembrano più bravi.
Più SMART.
Più efficaci … e allora?

Confrontarsi con gli altri e preoccuparsi di non essere all’altezza, significa solo irrigidirsi ancora di più e prendere un colpo di sfiducia.

La prossima volta che ti accorgi di cadere in questo vortice,
cerca un pensiero positivo che può interrompere questa spirale negativa “Sto facendo il meglio con quello che ho” oppure “Non ho più bisogno di confrontarmi con gli altri. Ognuno è migliore o peggiore su varie scale di valori“.

 


 

2. Gli altri sbagliano proprio quanto te

E anche di più.
Non stare a credere!
Anche gli altri fanno passi falsi quanto te, sono altrettanto incoerenti e contraddittori.

Anche i tuoi colleghi di lavoro (pure il tuo capo che ti sembra così brillante e competente) hanno paura di sbagliare, indietreggiano ai primi ostacoli,
sono paralizzati all’azione.

3. Smettila di credere che tu debba capire tutto

Non è vero che devi sapere tutto-tutto!

Fare cose che non hai mai fatto, richiede … una certa quantità di incertezza.
Guidare un nuovo team, iniziare un nuovo lavoro, cambiare azienda richiede doti (quali adattamenti, creatività, ecc) che solo l’incertezza è in grado di stimolare e “allenare”.

Senza l’insicurezza c’è solo sterile ripetizione di pratiche che già conosci.

Affrontare con curiosità i nuovi ostacoli “cammin facendo” è un modo efficace di crescere professionalmente.

Solo così puoi creare un reale valore aggiunto.


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4. Riconosci la “trappola” della perfezione

Ti senti soddisfatto quando termini il tuo lavoro, oppure pensi che “non sia abbastanza”?
Alzi continuamente l’asticella dei tuoi standard?
Anneghi in ansia da perfezione?

Quando vuoi essere sempre perfetto ed efficiente,
stai per imboccare uno dei percorsi più veloci per compromettere la tua fiducia.

Non devi puntare alla perfezione ma mirare al miglior risultato possibile.

La perfezione (sproporzionata) è un ostacolo,
e non qualcosa di cui essere orgogliosi.

5. Vai a “caccia” di informazioni

Se -in effetti- le tue capacità non sono buone quanto quelle degli altri,
prepara un piano d’azione per uscire da questa empasse.

Inizia a leggere di più.
Rivedi i concetti importanti.

Segui un corso.
Vai ai seminari.

Invia una mail di richiesta di delucidazioni a un amico o un professore che conosci.
Fatti seguire da un coach.
Fai domande.
Non restare paralizzato!

Non considerarti inadeguato al lavoro.
Sei – semplicemente- una persona che sta incontrando problemi e sta lavorando per trovare soluzioni.

6. Smettila di angosciarti che – prima o poi – sarai “scoperto”

Sei convinto che per i colleghi sei “l’anello debole”?
Si chiedono come diavolo passi il tuo tempo lavorativo?
Ti preoccupi che il tuo capo ti chiamerà per chiedere conto delle tue malefatte?

Pensare “Non ho idea di quello che sto facendo” è raramente reale.
Non avere la minima idea di quello che si fa, è certamente …
improbabile.

Preoccuparsi che gli altri –prima o poi- scoprano che sei un impostore,
ti farà girare in tondo, sprecare tanta energia nel tentativo di soddisfare gli altri.

L’inadeguatezza può diventare una spinta.

Sentirti inadeguato al lavoro può davvero spingerti a fare molto di più

Ti dà la propulsione,
la forza necessaria per lavorare con più impegno e più attenzione.

Ti spinge a fare ulteriore formazione, coaching, corsi di aggiornamento, insomma tutto quello che ti serve per colmare questo (presunto?) gap di competenza.

Invece di impantanarti nel dubbio ed essere paralizzato dalla tensione,
lascia che questa sensazione (anche se poco gradevole),
ti porti fuori della tua zona di comfort e ti spinga ad andare oltre.

La paura di essere inadeguato al lavoro può diventare (davvero) il tuo più grande alleato perché ti può spingere a persistere ad andare oltre . . .

Non temere, ce la farai!

Paura del cambiamento: timore di lasciare la sicurezza dell’attuale lavoro

paura del cambiamento

Foto di engin akyurt da Pixabay

“Se non cambi la tua direzione,
potresti finire dove stai andando.”

Lao Tzu

Hai paura di lasciare la sicurezza del tuo lavoro attuale?
La tua confortevole –anche se poco stimolante– routine professionale?
Di non andare d’accordo con il nuovo capo o i nuovi colleghi?

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Se desideri la stabilità e non ami le interruzioni della quotidianità

… è naturale aver paura del cambiamento e dell’ignoto

Avere paura di smuovere lo status quo.
Ci sta.

Se decidi un cambiamento professionale,
stai imboccando una strada affascinante e stimolante ma anche sconosciuta e (forse) piena di difficoltà.

Anche se l’ignoto può spesso apparire inizialmente minaccioso, può essere un catalizzatore per andare incontro alle soddisfazioni nella vita, tra cui una carriera piacevole e gratificante.

 


 

Come far fronte all’incertezza che accompagna il cambiamento?

Innanzitutto,
devi cercare di vivere i cambiamenti come incentivi e opportunità per la tua crescita (professionale e non) e non come minacce alla tua sicurezza e stabilità.

La reale sicurezza significa aver consapevolezza delle proprie difficoltà e sviluppare una sana fiducia in se stessi, che ti dà la certezza di essere in grado di gestire l’imprevisto.

Senza tale consapevolezza,
corriamo il serio pericolo di diventare troppo esitanti e titubanti oppure, al contrario, di buttarci con troppa foga senza calcolare rischi e conseguenze.

Temi l’ignoto perché non puoi anticipare il risultato

Non puoi controllare l’esito.
Preoccuparsi non farà che peggiorare le cose.

Tuttavia,
capire cosa sta succedendo nella tua mente può ridurre l’ansia. Aumenterà le tue possibilità di prosperare quando l’inatteso busserà alla tua porta.

Non ti sembra assurdo? Come società, adoriamo il progresso (che porta opportunità e miglioramenti) ma tuttavia –inconsciamente- tutti noi ne temiamo le conseguenze.

Desideriamo e temiamo il cambiamento allo stesso tempo.
Questo è il paradosso.

Il cambiamento è -sempre- incerto e rischioso

Se non c’è cambiamento … le organizzazioni muoiono.
Tutto ciò che resiste al cambiamento … si spegne!

Il cambiamento è vita.
L’assenza di cambiamento è morte. Estinzione.

La paura del cambiamento richiede coraggio.
Il coraggio è un muscolo che cresce lentamente e si indebolisce rapidamente.
Rimani aperto alla possibilità di sbagliare.

“Conosco delle barche che si dimenticano di partire…
hanno paura del mare a furia di invecchiare.”

Jacques Brel

Autostima al lavoro: il problema non è dire “non posso”. È crederci.

autostima sul lavoro

Foto by Engin Akyut – Pixabay

Hai mai detto una frase come questa?

“Non sono portato.”
“Non riesco.”
“Non fa per me.”

Oppure:

“Non sono capace di parlare in pubblico.”
“Non saprei mai cambiare lavoro.”
“Non riuscirei ad aprire un’attività.”

Sono frasi che sembrano descrivere la realtà.

In realtà fanno qualcosa di molto più pericoloso.

Trasformano una difficoltà temporanea in una definizione di chi sei.

Ed è qui che nasce il problema.

“Non posso” non descrive il presente

Descrive il futuro.

Quando dici:

“Non sono bravo.”

stai parlando del presente.

Quando dici:

“Non posso.”

stai già decidendo il tuo domani.

È una sentenza.

Come se il tribunale avesse già emesso il verdetto.

Caso chiuso.

Una parola cambia completamente il significato

Seth Godin propone un esercizio tanto semplice quanto potente.

Aggiungi due parole.

“Non ancora.”

Diventa:

“Non sono bravo a parlare in pubblico… non ancora.”
“Non riesco a cambiare lavoro… non ancora.”
“Non sono capace di scrivere… non ancora.”

Non è ottimismo.
Non è pensiero positivo.

È una lettura più onesta della realtà.

Perché ammette un limite senza trasformarlo in un’identità definitiva.

Anch’io ci sono passato

Quando ho iniziato a fare formazione, parlare davanti a un gruppo non mi veniva naturale.

Quando ho aperto il blog, non avevo mai scritto un articolo.

Non conoscevo la SEO.
Non sapevo come si costruisse un sito.

Se allora mi fossi definito con un semplice:

“Non sono capace.”

probabilmente oggi questo blog non esisterebbe.

Quelle frasi erano vere.

Ma erano vere in quel momento.
Non per sempre.

Autostima sul lavoro? Il problema non è il limite.

È quello che significa per te.

Molte persone credono che la fiducia arrivi prima.

In realtà spesso succede il contrario.

Prima fai esperienza.
Poi arriva la fiducia.

Chi aspetta di sentirsi pronto rischia di non iniziare mai.

Chi accetta di non esserlo ancora, invece, comincia a costruire quella competenza che oggi gli manca.

Attenzione, però

Aggiungere “non ancora” non è una formula magica.

Non ti rende più competente.
Non elimina la paura.
Non accorcia il percorso.

Ti impedisce semplicemente di fare l’errore più costoso: fare danni alla tua autostima sul lavoro.

Confondere ciò che sei oggi con ciò che potresti diventare domani.

Ed è una differenza enorme.

La prossima volta ascolta le tue parole

Ogni volta che ti sorprendi a dire:

“Non posso.”

fermarti un istante.

Chiediti se stai descrivendo una situazione…

oppure stai scrivendo una sentenza sulla tua carriera.

Perché le parole con cui racconti te stesso diventano spesso i confini dentro cui finirai per vivere.

E quei confini, molte volte, non li ha costruiti la realtà.

Li hai costruiti tu.