Il tuo team è diviso in gruppetti? E se il problema fossi tu?

team divisoFoto di Serkan Göktay

All’inizio sembrano solo affinità naturali tra colleghi.

Due o tre persone che si capiscono al volo.
Altri che si ritrovano spesso insieme alla macchinetta del caffè.

Nulla di strano.
Nulla di preoccupante.

Poi, un giorno, realizzi.
Te ne accorgi.

A un certo punto lo vedi.
Non puoi più non vederlo.

Le e-mail non girano a tutti.
Le informazioni si fermano tra poche persone.

Le idee non circolano più

Qualcuno prende decisioni che coinvolgono l’intero team… ma senza avvisare.

Durante le riunioni, alcuni parlano poco.
Altri dominano il discorso.

C’è chi ascolta e osserva, cercando di capire il contesto.
Perché è la prima volta che sente certe informazioni.

Si sono creati piccoli gruppi ermetici.
Che non comunicano tra loro.

Le pause pranzo si fanno in gruppetti chiusi.
Le chat coinvolgono sempre gli stessi.

I feedback costruttivi scompaiono.
I commenti si fanno sottovoce, nei corridoi.

Il “noi” si è trasformato in “noi” e “loro”

Qualcuno si sente escluso.
Qualcun altro si prende tutto lo spazio.

Le riunioni diventano una formalità.
La creatività si spegne.
L’entusiasmo si affievolisce.

Nessuno rischia più.
Nessuno propone più.

Sei il leader di gruppetti separati.
Il leader… di un team diviso. Che non esiste più.

Hai perso la connessione con i tuoi collaboratori.

Le tue parole e le tue scelte hanno più impatto di quanto immagini.

Se vuoi migliorare la tua comunicazione e il tuo impatto come leader, trovi spunti concreti nel mio libro “Autorevolezza“.

Team diviso? Il problema non è nato ieri

È cresciuto lentamente.
Quasi in silenzio.

Potresti pensare che sia un problema dei tuoi collaboratori.

Ma fermati un attimo.

E se fosse anche il riflesso della tua leadership?

Non è una colpa.
È una responsabilità.

Quanto sei davvero presente come leader?

Essere fisicamente presente non significa essere davvero presente.

Magari sei assorbito dalle urgenze.

Hai smesso di ascoltare davvero.
Hai smesso di creare connessione.

Quando manca una guida chiara, le persone cercano sicurezza altrove.
Nei piccoli gruppi.

Dove si sentono protette.
Comprese.
Accettate.

Chi sta guidando davvero la squadra?

Se non sei più il fulcro del team, chiediti:

  • Quando è stata l’ultima conversazione sincera con ogni collaboratore?
  • Mi vedono come una guida… o solo come qualcuno che assegna compiti?
  • Sto dando spazio a tutti… o solo a chi parla di più?

Un team unito ha bisogno di un centro.

Se quel centro non sei tu, sarà qualcos’altro.
O qualcun altro.

Dai al tuo team diviso un motivo per restare unito

Le persone lavorano bene insieme quando sentono di far parte di qualcosa di più grande.

  • Il tuo team sente questo?
  • Ogni persona sa perché-fa-quello-che-fa?
  • Sente che il suo contributo conta?
  • Oppure sta solo sopravvivendo… trovando rifugio nel suo gruppetto?

Se domani entrassi in ufficio e chiedessi:

“Qual è la cosa più importante su cui stiamo lavorando insieme?”

Otterresti la stessa risposta da tutti?

Se la risposta è no, il problema non sono i gruppetti.
È l’assenza di una direzione condivisa.

La fiducia non si impone. Si costruisce.

Non basta dire: “Siamo una squadra”.

Non basta pretenderlo.

La fiducia si costruisce.
Conversazione dopo conversazione.

Scelta dopo scelta.

Se leggendo queste righe ti sei riconosciuto, chiediti:

Cosa posso fare oggi per essere un leader più presente?

Più equo.
Più chiaro.
Umano.
Spesso bastano poche azioni mirate per cambiare la direzione.

Rendi visibile il problema. Senza accusare

Apri il dialogo.

Fai domande vere:

  • Cosa sta succedendo nel team?
  • Cosa ci impedisce di collaborare meglio?
  • Cosa stiamo perdendo?
  • Qual è il nostro vero obiettivo?

Quando le persone possono nominare un problema, possono iniziare a risolverlo.

Ricostruisci la fiducia, una conversazione alla volta

Dedica tempo ai colloqui individuali.
Ascolta davvero.

Chiedi:

  • “Come ti senti nel team?”
  • “Cosa possiamo migliorare insieme?”

Le persone non si chiudono per caso.
Si chiudono quando smettono di sentirsi viste.

Rompi le dinamiche esistenti

Crea nuove connessioni.
Mescola i gruppi di lavoro.
Assegna responsabilità condivise.

Premia la collaborazione.
Non solo i risultati individuali.

Crea momenti di dialogo autentico.
Anche fuori dal contesto formale.

A volte basta uscire dal contesto abituale per cambiare le dinamiche.
Un workshop.
Un confronto guidato.
Un momento di connessione reale.

Se senti che il tuo team si sta frammentando, scopri il percorso di coaching mirato:
“Motivare il team demotivato”

Possiamo lavorare insieme per ricostruire fiducia, coesione e performance.

Perché senza squadra… nessuna leadership può funzionare.

Un team non si divide all’improvviso

Si divide lentamente.
Nel silenzio.
Nelle dimenticanze.
Nelle distanze non colmate.

Ma allo stesso modo, può essere ricostruito.

Una conversazione alla volta.
Una scelta alla volta.

E tutto ricomincia nel momento in cui il leader decide di tornare davvero presente.

Leader di successo: concentrati sulle persone, non solo sulle strategie

leader di successoFoto di olia danilevich

Chissà quante volte ti sei chiesto:
“Come raggiungeremo i nostri obiettivi?”

È una domanda logica.
Inevitabile,
nel tuo ruolo di leader.

Ma sei sicuro che sia quella giusta?

Ti concentri sulle strategie.
Sugli step da seguire.
Sui numeri da raggiungere.

Fissare obiettivi.
Risolvere problemi.
Creare sistemi.
Misurare risultati.

  • Qual è il nostro target di vendita?
  • Qual è la scadenza del progetto?
  • Come possiamo superare i concorrenti?

Domande importanti, certo, ma …

se il tuo sguardo si ferma solo qui — numeri, piani, scadenze — stai dimenticando il motore che rende tutto possibile:

le persone.

Puoi avere il piano perfetto.
La strategia impeccabile.
L’obiettivo chiarissimo.

Senza le persone giuste, quei risultati resteranno sulla carta.

Il successo non nasce (solo) dai numeri

Se ti focalizzi solo sulle metriche, metterai pressione senza costruire collaborazione.
Se parli solo di performance, dimenticherai la motivazione.

Inseguendo l’obiettivo, rischi di perdere di vista chi lo rende possibile.

Fermati un momento e chiediti:

  • Le persone intorno a me sentono di avere un ruolo chiave?
  • Si fidano di me? Io mi fido di loro?
  • Si sentono valorizzate o solo utilizzate?

Perché spesso la risposta al “come” è sempre “chi”.

Un leader di successo che investe sulle persone costruisce successo a lungo termine.

Le persone ottengono risultati straordinari quando…

  • l’ambiente valorizza il talento
  • la leadership ispira fiducia
  • la cultura promuove crescita

Allora perché concentrarsi solo sui problemi, quando la soluzione sono le persone?

Se non puoi fidarti di qualcuno, aiutalo a crescere.
Se non vuole crescere, accompagnalo alla porta.

Le persone giuste sono ali.
Quelle sbagliate sono zavorra.

Chi nella tua squadra sta spingendo?
Chi sta frenando?

Fatti le domande che contano davvero

Invece di chiederti:
“Come raggiungiamo questo obiettivo?”

Prova con:

  • Chi aspiriamo a diventare come team?
  • Chi ha il potenziale per fare la differenza?
  • Ha bisogno di più supporto o formazione?
  • Chi ha bisogno di sentirsi più apprezzato?
  • Come posso creare le condizioni per farlo eccellere?

La trasformazione non arriva solo da strategie migliori,
ma dalle persone in cui scegli di investire.

Dovresti dedicare il 20–30% del tuo tempo allo sviluppo del team.
Coaching.
Mentoring.
Feedback.
Crescita.

Pensi davvero di costruire un’organizzazione efficace con le persone sbagliate nei ruoli chiave?

Il coraggio di fidarsi (o di lasciare andare)

Le persone di talento non sono perfette.
Sono eccellenti in alcune cose. Nella media in altre.

Il tuo compito non è pretendere la perfezione.
È far brillare il talento.

Per farlo serve tempo.
Osservazione.
Ascolto.
Coraggio.

  • Chi è pronto per una nuova sfida?
  • Come posso metterlo nelle condizioni di eccellere?
  • Chi non è più allineato e sta rallentando il cammino?

Le persone giuste ti portano lontano.
Quelle sbagliate ti fermano.

Leader di successo? Leadership che fa la differenza

Il successo non nasce da strategie migliori.
Nasce da persone più forti.
Competenti.
Coinvolte.

Un buon piano è fondamentale.
Ma senza un team motivato resta teoria.

I numeri raccontano il risultato.
Le persone scrivono la storia.

Vuoi migliorare il tuo impatto?
Trovi spunti concreti nei miei libri:

E puoi approfondire con i miei servizi di coaching dedicati ai leader di successo che vogliono fare la differenza.

Cambiare lavoro? 9 segnali che è il momento giusto

cambiare lavoro

Foto di Andrea Piacquadio

Decidere di cambiare lavoro non è mai semplice.

Ti chiedi se sia la scelta giusta.

Se in un’altra azienda sarà davvero meglio.
Se valga la pena affrontare l’incertezza di un nuovo inizio.

Eppure, restare in un ambiente che non ti soddisfa,
in un ruolo che non ti valorizza,
o in un’azienda che non rispecchia più i tuoi valori
può essere ancora più rischioso.

Quando è il momento di cambiare lavoro?

Non esiste un momento “perfetto”.
Esistono segnali.

9 segnali chiave che indicano che potresti essere pronto a cambiare lavoro:

1. Hai problemi seri con il tuo capo

Ogni riunione diventa uno scontro.

Le tue idee vengono ignorate.
Ti senti controllato, non guidato.

La mancanza di fiducia logora motivazione e autostima.

Il tuo contributo sembra non avere valore.

Se non vedi margini di miglioramento,
cercare altrove non è debolezza.
È lucidità.

La situazione diventa ancora più complessa se c’è incompatibilità caratteriale.

Ad esempio,
se hai bisogno di feedback costruttivi e il tuo capo è distante e poco comunicativo.

2. Ti senti sottovalutato

Poche cose sono più frustranti di sentirsi sottovalutati.

Ti impegni.
Ti assumi responsabilità.
Risolvi problemi.

Eppure, nessuno sembra accorgersene.

Se il tuo stipendio è fermo da anni, nonostante le tue competenze siano cresciute, ti chiedi sempre più spesso se valga la pena restare.

Se il tuo contributo resta invisibile e la tua crescita si è fermata,
forse non sei tu il problema.

Forse è il contesto.

3. Si è spenta la passione

La passione nel lavoro crea un senso di scopo e realizzazione.

Quando sei appassionato, ogni giorno è una nuova sfida,
impari,
cresci.

Invece, le giornate scorrono tutte uguali.
I progetti non ti stimolano più.

Non cresci.
Non impari.
Ancor meno sei coinvolto.

Quando inizi a chiederti se stai sprecando il tuo potenziale, è un segnale importante.

4. L’ambiente è tossico

Comunicazione assente.
Pressione costante.
Clima di tensione.

Un ambiente tossico non distrugge solo la motivazione.
Annienta energia, fiducia e benessere.

Tutti si sentono costantemente sull’orlo dello stress mentale.

Un ambiente di lavoro tossico può avere gravi conseguenze sulla tua serenità e salute mentale.

5. Non cresci più

Ogni percorso professionale ha il suo ciclo naturale.

All’inizio impari.
Poi consolidi.
Infine, ti fermi.

Se non hai più opportunità di crescita, nuove responsabilità o nuove competenze da sviluppare, rischi di restare fermo per anni.

La stagnazione è una forma lenta di frustrazione.

Se non vedi prospettive di miglioramento, inizia a cercare nuove opportunità che valorizzino le tue capacità.

Restare bloccato nell’indecisione non è una soluzione.

Se vuoi capire qual è davvero la scelta giusta per te, scopri il percorso:
“Ti senti bloccato nel tuo lavoro? Capire prima di decidere”

6. Il futuro della tua azienda è incerto

Licenziamenti.
Segnali di declino.
Turnover elevato.

Il turnover anticipa una crisi imminente: i dipendenti abbandonano l’azienda prima che la situazione peggiori ulteriormente.

È un campanello d’allarme da non ignorare.

7. I tuoi valori non sono più allineati

Molte aziende, a parole, promuovono innovazione e benessere.

In pratica, le decisioni vengono prese esclusivamente in base ai costi, senza considerare la qualità del lavoro o il carico sulle persone.

Non è solo una questione di stipendio.
È una questione di identità.

Se ogni giorno devi agire contro i tuoi principi, il prezzo non è solo professionale.
È personale.

Se ogni giorno devi giustificare azioni contrarie ai tuoi principi, è un segnale chiaro che è ora di cambiare.

Cambiare non è una sconfitta.
È un atto di rispetto verso te stesso.

8. Non hai più equilibrio tra lavoro e vita

Se il lavoro invade ogni spazio:
e-mail nel weekend,
cancelli impegni personali,
sensi di colpa il giorno libero,
qualcosa non funziona.

Stress cronico.
Stanchezza costante.
Assenza di confini.

La motivazione si spegne e si rischia il burnout.

Il successo non vale la perdita di te stesso.

Se il tuo lavoro assorbe tutte le tue energie senza darti nulla in cambio, forse è il momento di guardarsi intorno, cambiare lavoro.

9. Ti senti sopraffatto

Non è solo stanchezza.
È un peso costante.

Se il lavoro inizia a influenzare la tua salute mentale e fisica, non ignorare il segnale.

Quando il malessere lavorativo inizia a influenzare la tua salute fisica e mentale, non è più solo una questione di insoddisfazione.

Ma di benessere.

Il burnout non arriva all’improvviso.
Si costruisce lentamente.

Una verità importante

Cambiare lavoro non è solo una decisione pratica.
È una decisione identitaria.

Un recente sondaggio ResumeTemplates.com ha rilevato che il 56% dei dipendenti desidera cambiare lavoro.

Il 27% ha già iniziato a cercare.

Eppure, molti restano.
Non per scelta.
Per paura.

Preferiamo la comodità dell’insoddisfazione
all’incertezza del cambiamento.

La domanda più importante non è:

  • “Devo cambiare lavoro?”

ma piuttosto:

  • Sto diventando la persona che voglio essere – restando dove-sono-adesso?

Chiediti:

  • Come mi sento davvero al lavoro?
  • Sto crescendo o sto sopravvivendo?
  • Dove sarò tra un anno, se non cambia nulla?

Rifletti sui tuoi valori e obiettivi

Nel tempo, si cambia.

Ciò che volevi 10 anni fa potrebbe non rispecchiare più chi sei oggi.

  • Il tuo lavoro è ancora in linea con i tuoi valori?
  • Ti senti allineato alla missione e alla cultura aziendale?
  • Questo lavoro rispecchia ancora chi sei?

Se la risposta è no, forse è il momento di cercare un contesto più in sintonia con te.

Considera un cambiamento interno

A volte, il cambiamento che cerchi non richiede di lasciare l’azienda.

Potresti trovare maggiore soddisfazione rinegoziando il tuo ruolo o proponendo nuove iniziative:

  • Cosa vorresti cambiare nel tuo attuale lavoro?
  • Hai espresso le tue esigenze al tuo capo/titolare/CEO?
  • Ci sono progetti o opportunità interne che potrebbero rendere il tuo ruolo più stimolante?

Se il problema non è il lavoro in sé, ma il modo in cui lo vivi, modificarlo dall’interno potrebbe essere una soluzione efficace.

Pianificare, non fuggire

Il cambiamento non deve essere impulsivo.
Deve essere consapevole.

Un cambiamento ben preparato non è un salto nel vuoto.
È un’evoluzione.

Se senti che il tuo lavoro non ti offre più stimoli o opportunità di crescita, forse è il momento di fermarti e valutare con lucidità.

Se vuoi fare chiarezza prima di decidere, scopri il percorso mirato:
“Esplora, valuta, decidi”

In poche sessioni analizziamo motivazioni, possibilità e strategia.
Per aiutarti a scegliere con consapevolezza.

Restare per paura non è stabilità

È rinuncia silenziosa.

Il momento giusto non arriva da solo.
Arriva quando decidi di ascoltarti davvero.

E di metterti, finalmente, al primo posto.

Ansia del leader: 5 strategie per affrontare le tue sfide con più calma

ansia del leader
Foto di cottonbro studio

Ti è mai capitato di rigirarti nel letto la notte ripensando a riunioni, decisioni, progetti?

Ti chiedi se avresti potuto fare di più.

O semplicemente meglio.

Le responsabilità di un leader portano spesso con sé un senso di pressione costante:
il timore di deludere le aspettative,
il peso delle decisioni complesse.

Quella vocina che incalza:
“Sarò all’altezza?”

Questa tensione — che molti provano ma pochi confessano —
è l’ansia da leadership.

Quando l’ansia non resta solo nella testa

Non invade solo la mente.
Si manifesta nel corpo.

La senti nello stomaco.
Nelle spalle.
Nel collo.

Se non gestita, l’ansia:

  • riduce la creatività
  • prosciuga la determinazione
  • amplifica le difficoltà

Combatterla non serve.
Resisterle la rende più forte.

La chiave non è negarla,
ma risponderle con consapevolezza e azione strategica.

Ecco 5 strategie per trasformare l’ansia del leader in una forza:

1. Consapevolizza: l’ansia è normale

L’ansia non è debolezza.
È una reazione naturale alle responsabilità e all’incertezza.

Anche i leader più esperti la provano.

Accettarla è il primo passo per ridimensionarla.
Ignorarla o fingere che vada tutto bene, nel tempo, peggiora le cose.

Chiediti:

  • Qual è la vera causa del disagio?
  • Cosa è sotto il mio controllo?

Su questo tema parlo in modo approfondito nel mio libro
“Prima volta Leader”.

Ciò che non puoi controllare,
lascialo andare.

2. Cambia il tuo rapporto con l’ansia

Invece di resisterle, prova a collaborare con la tua ansia.

Trattala come un messaggero e chiediti:

  • “Cosa mi sta segnalando?”
  • “È legata a una decisione concreta o a una paura più profonda?”

L’ansia amplifica scenari negativi.
Usa la logica per ridimensionarli.

Senti le emozioni,
non reprimerle.
Poi lasciale andare.

Condividerle con una persona fidata o con un coach
aiuta a trovare nuove prospettive.

Non devi avere tutte le risposte subito.
Anche le pause sono uno strumento di leadership.

3. Dai un nome alle tue ansie

Quando l’ansia ha un nome,
diventa qualcosa su cui puoi lavorare.

Esempio.

Devi fare una presentazione importante davanti al management.
Da giorni ti tormentano pensieri come:

  • “E se sbaglio?”
  • “E se non sono all’altezza?”

Fermati e chiediti:

  • “Cosa sto davvero provando?”

Forse è insicurezza sulla tua comunicazione.

Ora l’ansia non è più indefinita:
è una paura specifica.

Puoi:

  • esercitarti
  • chiedere feedback
  • prepararti alle domande critiche

Non sei un leader-ansioso.
Sei una persona che affronta una situazione complessa.

Questo cambio di prospettiva non elimina l’ansia,
ma la rende affrontabile.

4. Ansia del leader? Passa all’azione

Puoi ignorare i problemi.
Ma non puoi evitarne le conseguenze.

Alcuni si risolvono da soli.
Quelli che non lo fanno, peggiorano.

Il non-fare-niente (se non come scelta strategica)
alimenta l’ansia.

La paura si nutre di indecisione.

L’azione, quasi sempre, è meglio dell’inazione.

Strategie pratiche:

  • Prioritizza: affronta ciò che è urgente
  • Resta nel presente: meno ruminazione, più realtà
  • Cerca supporto: confronto e nuove prospettive

L’azione non deve essere perfetta.
Deve essere migliorativa.

5. Trasforma l’ansia in una forza positiva

Se gestita con consapevolezza, l’ansia può diventare un motore.

  • Usala come motivazione
  • Impara ciò che ti segnala
  • Costruisci resilienza

Non serve essere perfetti per essere efficaci.
Spesso “fatto” è meglio di “perfetto”.

Ogni passo ti avvicina ai tuoi obiettivi.

A questo proposito approfondisci con il mio post:
“5 circostanze in cui è preferibile accettare un risultato sufficiente anziché perfetto”

La risposta all’ansia del leader: leadership consapevole

Affrontare l’ansia non significa eliminarla.
Significa integrarla nel tuo percorso di crescita.

Con consapevolezza, strategie e
supporto professionale,
può diventare un’opportunità concreta di evoluzione.

In finale

L’ansia non è il segnale che non sei adatto.

Spesso è la prova che
stai prendendo sul serio ciò che fai.

La differenza non è tra chi la prova e chi no,
ma tra chi la subisce
e chi impara a usarla come alleata.

Parole che fanno la differenza: rendi memorabili i tuoi one-to-one

parole che fanno la differenza
Gli incontri individuali con i collaboratori sono momenti preziosi.

Sono spazi in cui puoi:

  • rafforzare la relazione
  • motivare
  • sostenere lo sviluppo professionale.

In questi momenti le parole fanno la differenza.

La differenza tra una conversazione superficiale
e una conversazione che lascia il segno.

Ogni incontro one-to-one è un’opportunità per:

  • ispirare
  • costruire fiducia
  • creare connessione.

Essere ascoltati non dipende solo da cosa dici,
ma anche da come lo dici.

Le parole possono cambiare prospettiva

Quante volte una semplice frase ha cambiato il modo in cui guardavi una situazione?

Prendiamo un esempio.

Invece di chiedere:
“Cosa hai fatto di sbagliato?”

prova a chiedere:

“Cosa farai la prossima volta?”

Sembra una piccola differenza.
In realtà cambia tutto.

La prima domanda cerca una colpa.
La seconda apre una possibilità.

La conversazione passa dal giudizio alla crescita.

Le parole sono chiavi di connessione

Le parole hanno un potere straordinario.

Possono:

  • motivare
  • aprire comprensione
  • accendere creatività.

Ma possono anche fare l’opposto:

  • scoraggiare
  • chiudere il dialogo
  • creare distanza.

Le parole possono diventare barriere.
Oppure ponti.

Quando scegli con cura parole che fanno la differenza, puoi offrire energia e direzione.

A volte basta davvero una frase detta al momento giusto per cambiare il corso di una conversazione.

L’intenzione dietro le parole

Prima di ogni incontro individuale, chiediti:

Qual è la mia intenzione?

Vuoi:

  • correggere
  • supportare
  • incoraggiare
  • far crescere la persona?

L’intenzione determina il tono della conversazione.

Per esempio.

Se un collaboratore fosse in difficoltà con una scadenza, potresti dire:
“Perché non hai rispettato la scadenza?”

Oppure:

“Ho notato che ci sono state alcune difficoltà nel progetto.
Cosa pensi stia rallentando il progresso?”

E poi aggiungere:

“Come posso supportarti per superare queste difficoltà?”

La seconda apertura crea collaborazione.
Non difesa.

Infine, puoi orientare la conversazione al futuro:

“Qual è il prossimo passo per completare il progetto?”

Il messaggio diventa chiaro:

sono qui per aiutarti a trovare una soluzione.

Frasi utili per rendere memorabili gli incontri one-to-one:

Dimostrare ascolto e interesse

  • “Come ti senti in questo momento?”
  • “Dimmi di più, voglio capire meglio.”
  • “Su una scala da 1 a 10, quanto è sfidante questa situazione?”
  • “Puoi approfondire questo punto? Voglio essere sicuro di aver capito.”

Mostrare riconoscimento e apprezzamento

  • “Ti sei guadagnato questa opportunità.”
  • “Ti voglio al mio fianco durante questa sfida.”
  • “Ho notato il tuo impegno su questo progetto. È stato molto prezioso.”
  • “Grazie per il tuo lavoro. Ha avuto un impatto reale su questo risultato.”

Stimolare crescita e autonomia

  • “Cosa stai imparando da questa esperienza?”
  • “Come puoi passare al livello successivo?”
  • “Cosa pensi potrebbe funzionare meglio?”
  • “Come posso supportarti nel raggiungere questo obiettivo?”
  • “Qual è la sfida principale che stai affrontando in questo momento?”
  • “Quale potrebbe essere il prossimo passo?”

I miei libri

“Autorevolezza” nella nuova edizione aggiornata 2025

“Prima volta Leader”

Due libri con strumenti pratici per migliorare il tuo impatto, carisma e leadership.

Chiedere feedback al team

Un buon leader ascolta anche il punto di vista dei collaboratori.

Puoi chiedere:

  • “Cosa posso fare meglio per supportarti?”
  • “C’è qualcosa che potremmo migliorare come team?”
  • “C’è qualcosa che vorresti vedere fatto diversamente?”

Dare feedback nei momenti delicati non è semplice.

Basta una parola sbagliata per creare tensione.

Scopri il percorso mirato
“Dare feedback costruttivi in situazioni critiche”,

per gestire queste conversazioni con equilibrio e autorevolezza.

Concludere bene l’incontro

Anche la chiusura di una conversazione è importante.

Una conclusione positiva aiuta a mantenere motivazione e chiarezza.

Puoi usare parole che fanno la differenza come:

  • “Cosa possiamo fare per mantenere lo slancio fino al prossimo incontro?”
  • “Sono fiducioso che farai un ottimo lavoro su questo.”
  • “Grazie per la condivisione di oggi. Sono qui per supportarti.”

Parole che fanno la differenza: per un leader, le parole contano

Trasforma i tuoi incontri individuali in momenti di crescita reale.

Per te.
E per il tuo team.

Ma ricorda anche che le parole da sole non bastano.

Un leader credibile non si limita a parlare bene.
Fa ciò che dice.

Le parole giuste possono aprire una conversazione.
Ma è la coerenza tra parole e azioni che costruisce vera leadership.

Conquistare la stima del tuo team: riconosci i meriti – 3

la fiducia dello staff

STAI LEGGENDO LA PARTE 3
Vuoi la fiducia dello staff? Impara a dare feedback migliori.

La positività non costa nulla.

E può produrre risultati sorprendenti.

Le persone vogliono essere tenute nella giusta considerazione.

L’autostima è un bisogno umano.

Si alimenta di riconoscimento.
Di fiducia.
Di rispetto.

Riconosciamo i meriti in due modi

Attraverso il feedback costruttivo.

Oppure attraverso lode e critica.

Un feedback costruttivo è specifico.
Si basa su osservazioni.
Ha l’obiettivo di aiutare la persona a crescere.

L’elogio e la critica, invece, sono giudizi personali.

Uno favorevole.
L’altro sfavorevole.

Spesso sono vaghi.

E molto meno utili di quanto immaginiamo.

Se vuoi la fiducia dello staff, evita di riconoscere esclusivamente i risultati.

Riconosci i comportamenti che hanno portato a quei risultati.

Riconoscere il lavoro svolto e l’impegno dimostrato, anche quando l’obiettivo non è stato raggiunto, contribuisce a creare un ambiente positivo.

Motivato.
Produttivo.

Non considerare una buona performance come qualcosa di dovuto

C’è chi pensa che un feedback positivo possa far montare la testa.

Che un complimento riduca autorevolezza e autorità.

Per questo motivo alcuni leader si trattengono dal gratificare i collaboratori.

È un errore.

La fiducia dello staff? Inizia da oggi. Non costa nulla.

Trova qualcosa di positivo da dire a ogni persona con cui lavori.

Puoi aumentare motivazione e soddisfazione.

E rafforzare immediatamente il rapporto professionale.

Ecco alcune indicazioni per dare feedback più efficaci.

1. Preparazione adeguata

Anche se il feedback sarà breve, preparalo.

Scrivi cosa devi dire.

Sintetizza il messaggio.

Chiediti:

  • Qual è il punto?
  • Che cosa deve passare assolutamente?
  • Che cosa posso evitare?

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2. Diretto

Molti leader evitano di dare feedback chiari e diretti.

Poi si sorprendono se non ottengono la fiducia dello staff.

Spesso utilizzano una frase positiva per addolcire un feedback correttivo.

Per esempio:

“Michele, hai sempre lavorato bene e in modo professionale, ma…”

Il problema è che tutto ciò che segue il “ma” diventa il vero messaggio.

E il resto sparisce.

Si dice che un’idea è intelligente quando è semplice.

Arriva al punto.
Evita giri di parole.

Sia nel feedback positivo che in quello negativo.

3. Sintetico

Un feedback dispersivo e ridondante trasmette insicurezza.

Fa sembrare poco preparati.

Riduce l’efficacia del messaggio.

Non devi essere robotico ma dovresti andare rapidamente al punto.

Senza tentennamenti.

4. Aperto e sincero

È fondamentale essere sinceri.

Ed evitare messaggi ambigui o contraddittori.

Essere sinceri non significa essere buonisti.

Significa dire ciò che va detto.

Con rispetto.

Evita parole come:

  • ma;
  • però;
  • anche se.

Possono creare dubbi e contraddizioni.

5. Specifico

Senza dettagli otterrai solo elogi o critiche.

Non basta dire:

“Hai sbagliato.”

Oppure:

“Hai un atteggiamento scorretto.”

Il feedback deve riferirsi a qualcosa di preciso.

Spiega:

  • cosa è successo;
  • dove;
  • quando;
  • quali comportamenti hai osservato.

6. Un feedback = un fatto

Ogni feedback dovrebbe riguardare un solo episodio.

Una sola situazione.
Un solo comportamento.

Se mescoli progetti, incarichi e problemi diversi nello stesso discorso, perdi incisività.

Efficacia.

Chiarezza.

LA TUA AUTOREVOLEZZA SUL LAVORO > puoi prendere spunti interessanti dal mio libro “Autorevolezza“.

7. Frequente

Utilizza il feedback con regolarità.

Per riconoscere.
Per correggere.
Orientare.

Quanto spesso?

Dipende.

Non puoi tormentare il team ogni giorno.

Ma nemmeno intervenire una o due volte l’anno.

Serve equilibrio.

Il giusto punto tra “troppo” e “mai”.

8. Tempistica adeguata

Quando un comportamento positivo merita di essere riconosciuto, fallo il prima possibile.

Più tempo passa.
Più il valore del feedback diminuisce.

Per il feedback negativo la logica è diversa.

Dallo quando sei pronto.

L’emotività è una cattiva consigliera.

Se non riesci a gestire ciò che provi, meglio attendere qualche ora.
O qualche giorno.

Ma non evitare il confronto.

Aspettare non significa scappare.

Se aspetti troppo, il collaboratore penserà che stai raccogliendo prove contro di lui.

9. Di persona

Offri il feedback di persona.

Non via mail.
Non tramite SMS.

La natura del feedback costruttivo è verbale.

Quando possibile, parlane faccia a faccia.

Se non è possibile, utilizza una telefonata o una videoconferenza.

10. Confidenziale

Non dare mai un feedback davanti ai colleghi o ai clienti.

La persona si sentirà umiliata.

Ferita.
Messa in difficoltà.

Scegli un luogo riservato.

Il tuo ufficio.
Una sala riunioni.
Uno spazio tranquillo.

Lontano da occhi e orecchie indiscrete.

11. Potenziante

Nel feedback positivo esprimi un apprezzamento specifico.

Altrimenti rischia di trasformarsi in una semplice lode.

E di suonare scontato.
Oppure ruffiano.

Per esempio:

Normale:

  • “Ottimo lavoro, ben fatto.”

Potenziante:

  • “Il modo in cui hai gestito il reclamo del signor Rossi è stato ottimo. Sei stato gentile, comprensivo e allo stesso tempo deciso.”

Normale:

  • “Ottimo approccio, bravo.”

Potenziante:

  • “Il modo in cui hai risposto alle domande del cliente stamattina è stato eccellente. Hai dimostrato di conoscere procedure e filosofia aziendale.”

Lo scopo di un feedback negativo non è accusare.

È creare consapevolezza.
E favorire il miglioramento.

12. Osservazioni, non interpretazioni

Le osservazioni descrivono ciò che hai visto o sentito.

Le interpretazioni sono le tue conclusioni.
Ipotesi.
Spiegazioni.

Riporta i fatti.

Non le deduzioni.

Puoi dire:

“Ho notato…”
“Ho osservato/visto…”
“Mi hanno riferito…”

Guarda la differenza.

“Ma cosa hai detto al cliente? È andato via scuro in volto.”

Oppure:

“Ho notato che il cliente è andato via scuro in volto.”

La seconda frase apre un dialogo.

La prima apre uno scontro.

13. Focus sul comportamento, non sulla persona

Questo è probabilmente il punto più importante.

Se vuoi la fiducia dello staff, non trasformare il feedback in un attacco personale.

Concentrati sul comportamento.

Sul compito.
Sul risultato.

Mai sulla persona.

L’autostima del collaboratore non va toccata.

Qui sei su un terreno molto delicato.

Un passo falso può danneggiare il rapporto per sempre.

Evita parole come:

sempre;
mai;
ogni volta.

Rischiano di trasformare il feedback in un rimprovero scoraggiante.

14. Non focalizzarti sulle intenzioni

Non nutrire rancore.
Cercare un colpevole.

Neanche trasformare il confronto in una gara tra vincitori e vinti.

Un leader eccellente non cerca rivincite.

Cerca miglioramento.

Nel mondo del lavoro ci sono pochi feedback efficaci.

La maggior parte sono semplici critiche.

Oppure elogi superficiali.

Una cattiva abitudine si modifica con costanza.

Preparati.
Allenati.

Comincia a invertire la tendenza.

Meno critiche scoraggianti.
Più feedback potenzianti.

Vedrai che, giorno dopo giorno, diventerà naturale.

CONTINUA A LEGGERE LE ALTRE PARTI DELL’ARTICOLO:

  1. La motivazione parte da te
  2. Mostra ascolto attivo
  3. Riconosci i meriti
  4. Parla chiaro e diretto
  5. Evita simpatie e favoritismi
  6. Scegli colloqui di persona
  7. Non stare sulla difensiva
  8. Frasi celebri sul conquistare la stima

Buone vacanze


 

La pubblicazione di articoli e i servizi di coaching sono sospesi.
Riprenderà mercoledì 13 settembre.

BUONA PAUSA ESTIVA A TUTTI!

Michele

 

 

 

Accettare un’offerta di lavoro? La difficoltà di una scelta

accettare un'offerta di lavoro

Foto di Andrea Piacquadio

STAI LEGGENDO LA PARTE 1
Nuova offerta di lavoro: accettare o restare?

Hai lasciato un’ottima impressione al colloquio.

Dopo 24 ore arriva l’offerta.
Contratto pronto da firmare.

Wow.
Oppure… no.

Troppo bello?
Ma perché tutta questa fretta?

Oppure succede questo.

Ti chiama un’ex collega.
Lavora per la concorrenza.

C’è una posizione perfetta per te.
Ti vogliono subito.

Peccato che tu sia nella tua nuova azienda da meno di sei mesi.

La proposta è allettante:
stipendio più alto, nuove sfide.

Lasciare un contesto in cui stai bene non è una decisione leggera.

Cambiare lavoro sembra semplice.
In realtà può incidere molto sulla tua carriera e sulla tua vita.

Come scegliere con lucidità:

Accettare un’offerta di lavoro? Prenditi tempo

La prima cosa da fare è non rispondere subito.

Quando ricevi un’offerta, è normale sentirsi gratificati.
L’autostima sale.
L’entusiasmo pure.

Ma una decisione importante non si prende sull’onda del momento.

Rallenta.

Analizza davvero il nuovo ruolo

Durante il colloquio non limitarti a “piacere”.

Devi capire.

Chiarisci:

  • responsabilità reali
  • competenze richieste
  • orari e modalità di lavoro
  • possibilità di smart working
  • sede
  • livello di autonomia

Più sei preciso qui, meno sorprese avrai dopo.

Guarda con onestà la tua situazione attuale

Se stai già lavorando, fermati un attimo.

  • Quanto ti soddisfa davvero il tuo ruolo oggi?
  • Tra un anno, questa nuova scelta sarà ancora migliore?

Non svalutare ciò che hai solo perché qualcosa è nuovo.

Stabilità, relazioni, contesto: pesano.

Attenzione alle decisioni veloci

Una mia cliente, Manuela, aveva accettato un lavoro convinta di occuparsi di marketing.

Si è ritrovata a fare chiamate a freddo per un servizio in cui non credeva.

Nel giro di poco: da entusiasmo a frustrazione.

Il punto non era solo l’azienda.

Aveva deciso troppo in fretta.
Senza verificare davvero il ruolo.

Prima di dire sì, verifica.
Sempre.

Se sei senza lavoro, non accettare a occhi chiusi

La pressione è alta, lo so.

Ma proprio lì serve più lucidità.

Controlla:

  • solidità dell’azienda
  • affidabilità
  • prospettive del ruolo

Un salto nel vuoto può complicarti ancora di più la situazione.

Scopri il percorso di coaching mirato “Nuova offerta di lavoro: accettare o restare?” per valutare con lucidità pro e contro.

È davvero l’azienda giusta per te?

Una cultura aziendale tossica non si vede subito.

Si scopre col tempo.

E quando emerge, il prezzo si paga.

Analizza la cultura aziendale

Non fermarti alla superficie.

Guarda il sito, sì.
Ma leggi tra le righe.

Osserva:

  • linguaggio
  • valori dichiarati
  • tono della comunicazione
  • coerenza tra parole e contenuti

Chiediti: questa azienda mi somiglia davvero?

Fai domande mirate al colloquio

Il colloquio non è solo per loro.

È anche per te.

Chiedi:

  • cosa farai concretamente
  • quali saranno le priorità
  • come viene valutato il tuo lavoro

E osserva:

Come ti trattano?
Le persone sembrano coinvolte o spente?

Scopri “Vuoi cambiare lavoro! Esplora, valuta, decidi”, il percorso che ti aiuta a fare chiarezza prima di muoverti.

Guarda anche oltre il colloquio

LinkedIn è una miniera.

Chi lavora lì?
Da quanto tempo?
C’è turnover?

Le aziende parlano.
Anche quando non parlano.

Valuta la stabilità reale

Non fidarti solo dell’immagine.

Chiediti:

  • il business è solido?
  • il ruolo è centrale o marginale?
  • quanto rischio sto accettando?

Startup e Mercati nuovi danno energia.
Ma anche meno garanzie.

Non farti guidare solo da entusiasmo o paura

Sono due estremi.

E portano entrambi fuori strada.

La vera domanda non è:

  • “Mi conviene?”

Ma è:

  • “È coerente con me, oggi?”

Il coaching come supporto

Accettare un’offerta di lavoro non è una scelta banale.

Serve chiarezza.
Serve metodo.

Prenota il percorso di coaching per analizzare la tua situazione e decidere con lucidità.

Non tutte le offerte veloci sono opportunità.

A volte la scelta migliore
non è dire subito sì.

È capire bene a cosa lo stai dicendo.

15 motivi perché non piaci ai colleghi: 9 è colpa tua, 6 no

piacere ai colleghi

Foto di NoName_13 da Pixabay

“Non si può piacere a tutti”
non è solo una bella frase.

È una verità.

Tuttavia, quando il problema diventa una consuetudine
è necessario fermarsi
e fare una riflessione su sé stessi.

Non piacere ai colleghi,
non sentirsi accettati sul luogo di lavoro,
può influenzare profondamente la tua autostima.

Ci sono 15 motivi per cui potresti non piacere ai colleghi

Di questi, 9 dipendono (anche) da te:

dal tuo approccio,
dal tuo stile comunicativo,
dalle aspettative su cosa gli altri devono o non devono fare o dire.

Ecco i 9 motivi per cui non piaci ai colleghi

e la colpa è tutta tua!

1. Sei un menzognero seriale

A nessuno piacciono i bugiardi.
Anche se, sul lavoro, tutti mentiamo.

Sì. Come no!

Se dicessimo sempre quello che pensiamo davvero,
le relazioni professionali sarebbero spesso disastrose.

Le cosiddette bugie bianche
servono a evitare imbarazzi
e a non ferire inutilmente.

Ma se menti di continuo,
ti troverai presto isolato.

Giustamente.

2. Sei presuntuoso e arrogante (ed è difficile piacerti)

  • Vivi il lavoro come una giungla?
  • Pensi che “la miglior difesa sia l’attacco”?

Così, a ogni osservazione,
reagisci contrattaccando.

Ti imponi.
Usi sarcasmo e battute per svalutare gli altri.
Sei critico.
Sempre.

Attenzione:
non stai confondendo arroganza e prepotenza
con grinta e carattere?

Spesso l’aggressività
è solo un tentativo (vano)
di nascondere un profondo senso di inferiorità.

La vera sicurezza
si manifesta con calma,
misura,
presenza.

3. Sei sempre ipercritico

  • Hai standard altissimi?
  • Pretendi che tutti siano al tuo livello?
  • Devi sempre puntualizzare?
  • Usi sarcasmo o provocazioni?

Forse pensi che la critica
stimoli gli altri a migliorare.

In realtà,
logora le relazioni.

Genera tensione.
Spinge i colleghi a evitarti.

La polemica gratuita
va trasformata.

L’energia critica può diventare
costruttiva.

4. Ricerchi costantemente attenzioni

  • Giochi a fare la vittima?
  • Vuoi essere sempre al centro?
  • Metti in scena comportamenti teatrali?

Esageri storie, gesti, mimica.
Drammatizzi.
Usi toni seduttivi o provocatori.

Vuoi piacere ai colleghi.

Il problema?

Lo fai con persone
che non hanno alcun interesse
nelle tue vicende personali.

Risultato:
nonostante gli sforzi,
fatichi a creare
una vera vicinanza emotiva.

5. Empatia zero

  • Eviti di condividere emozioni?
  • Le vedi come segno di debolezza?

Così facendo
nascondi il tuo lato umano.

Non ti sintonizzi con gli altri.

Prova a condividere un po’ di più
(non dettagli intimi).
Esperienze.
Prospettive.

Gli altri seguiranno.

Senza trasformare l’ufficio
in una seduta terapeutica.

6. Non ti assumi mai responsabilità

  • “Non è colpa mia.”
  • “Io non c’ero.”
  • “Chiedete a Manuel.”

Ne hai sempre una pronta.

Possibile che sbaglino sempre gli altri?

Assumersi responsabilità
crea rispetto e fiducia.

E incoraggia gli altri a fare lo stesso.

7. Sei un ambizioso “tritatutto”

Sminuisci gli altri
per apparire migliore.
Manipoli.
Calcoli.

È un modo sicuro
per farti nemici.

C’è una grande differenza
tra vendere sé stessi
ed essere arroganti.

L’egoismo
non porta successo duraturo.
Solo relazioni povere.


La comunicazione è il cuore dell’autorevolezza:

Con la nuova edizione 2025 del mio libro “Autorevolezza”
e il volume complementare “Prima volta Leader”
hai strumenti pratici per migliorare
impatto, carisma e leadership.

8. Parli sempre e solo di te

“So bene cosa provi… infatti
anche a me è successo…”

Parti con buone intenzioni.
Poi prendi la scena.

Viaggi.
Hobby.
Successi.
Sempre tu.

Alla lunga diventi prevedibile.
E vieni evitato.

9. Sei un lecchino

Complimenti strategici.
Accondiscendenza.

Mai un’opinione vera. Sincera.

Credi davvero
che bastino quattro salamelecchi
per manipolare gli altri?

6 motivi per cui non piaci ai colleghi

Ma stavolta non è colpa tua!

1. Fai da “specchio” agli altri

Spesso ricordi, in modo inconsapevole,
proprio quei tratti che l’altro non accetta di sé.

Vediamo negli altri atteggiamenti che ci infastidiscono
perché non li riconosciamo (o non li accettiamo) dentro di noi.

Così li proiettiamo all’esterno.

Risultato:
chi ti ha davanti
reagisce con fastidio o ostilità
senza sapere nemmeno perché.

Cosa puoi fare?
Molto poco.

Non puoi cambiare le dinamiche inconsce degli altri.

2. I tuoi successi suscitano invidia

Ogni successo — anche piccolo —
porta con sé approvazione e riconoscimento.

Ma anche invidia.

Quando possiedi carisma, talento, creatività
(o semplicemente una vita che funziona),
per qualcuno sei una minaccia.

L’invidia è universale.
È fatta di paura, insicurezza, confronto continuo.

3. Il tuo aspetto fisico “disturba”

Potresti non piacere ai colleghi
semplicemente perché sei di bell’aspetto.

La bellezza sul lavoro
è un’arma a doppio taglio.

Porta vantaggi,
ma anche pregiudizi e rivalità.

C’è chi ti vede come una minaccia.
Chi ti svaluta.
Chi ti giudica meno competente
solo per come appari.

Non dipende da te.
Dipende dalle insicurezze altrui.

4. Dici la verità (e hai il coraggio di farlo)

Sei trasparente.
Diretto.
Leale.

Ma la verità, sul lavoro,
non è sempre ben accolta.

Dire ciò che si pensa
può creare attriti,
risentimenti,
chiusure.

Non tutti sono pronti
a ricevere verità scomode.

E molti non amano
chi pensa in modo indipendente.

Perché non è facilmente manipolabile.

5. Sei vittima di pregiudizi

  • “Le donne sono nevrotiche”
  • “I giovani non hanno voglia di lavorare”
  • “I senior sono lenti”

Se qualcuno ha preconcetti su di te,
non è colpa tua.

I pregiudizi nascono da scorciatoie mentali:
età, genere, origine, aspetto, modo di vestire o parlare.

Limitano.
Impoveriscono il pensiero.
Ma sono difficili da scardinare.

Chi li usa
spesso non se ne rende nemmeno conto.

6. Sei bersaglio della frustrazione altrui

Alcune persone hanno bisogno di attenzione.

Pettegolezzi.
Malignità.
Commenti fuori luogo.

Scaricano la loro frustrazione
svalutando gli altri.

Anche qui,
puoi fare ben poco.

Se non mantenere una distanza sana
e condividere solo ciò che è necessario
per il lavoro quotidiano.

Non sempre, quindi, il problema sei tu.

Puoi migliorare comunicazione, atteggiamento e consapevolezza quanto vuoi …

ma se dall’altra parte trovi persone rigide, insicure o invidiose,
la tua responsabilità finisce lì.

La vera competenza sta nel riconoscerlo …

senza rinunciare a essere professionale, autentico e autorevole.

11 segnali di scarsa leadership che non dovresti mai ignorare

scarsa leadership

Foto di Pixabay

La scarsa leadership può distruggere il clima di lavoro.

Può provocare la fuga dei migliori collaboratori.

E quelli che restano?

Diventano ansiosi.
Demotivati.
Distaccati.

La fiducia si incrina. La tossicità si diffonde.
La produttività cala. Lentamente. Inesorabilmente.

Molti team leader non riescono a sviluppare il potenziale dei propri collaboratori.

Non perché manchino di volontà, ma perché non hanno mai sviluppato davvero le competenze di leadership.

La leadership non è uno status

È un’azione.
Quotidiana.
Consapevole.

È ciò che costruisce — o distrugge — un team.

Vediamo 11 segnali di scarsa leadership che non dovresti mai ignorare.

1. Risposte secche, senza spiegazioni

“Sì.”
“No.”

Senza contesto. Senza motivazione.

Questo approccio, nel tempo, crea frustrazione e distanza.
Le persone non vogliono solo eseguire. Vogliono capire.

Condividere il-perché delle decisioni costruisce fiducia.

Il silenzio la distrugge.

2. Confondere arroganza con sicurezza

Come ho scritto nel mio libro “Autorevolezza“, l’arroganza non è sicurezza.
È spesso il suo contrario.

Il leader arrogante ostenta.
Ha bisogno di dimostrare continuamente il proprio valore.

Il leader sicuro, invece, non ne ha bisogno.
La sua presenza parla per lui.

Chiediti:

sto cercando rispetto…
o approvazione?

3. Essere inflessibile

Il contesto cambia.
Le persone cambiano.
Il mercato cambia.

Un leader rigido resta fermo.
E un leader fermo, prima o poi, diventa un ostacolo.

Essere risoluti è una forza.
Essere inflessibili è una debolezza.

Una leadership rigorosa può portare a un ostinato rifiuto di tutti i nuovi concetti o processi,
una rigida aderenza alle tempistiche,
un’organizzazione non produttiva.

La flessibilità mentale è una competenza chiave della leadership moderna.

4. Essere troppo sensibile con i collaboratori

Alcuni team leader hanno un approccio troppo indiretto con i loro collaboratori.

Sono in soggezione (o al contrario boicottano) il collaboratore competente e preparato.
Sono insicuri e dovrebbero lavorare sulla loro scarsa leadership!

Alcuni leader evitano feedback difficili per paura di perdere consenso.
E così facendo, perdono autorevolezza.

Non guidano. Compensano.

Il risultato?
Problemi ignorati.
Frustrazione crescente.
Perdita di credibilità.

Il tuo ruolo non è essere amato.
È essere rispettato.

5. Non ascoltare davvero

Molti leader parlano.
Pochi ascoltano davvero.

L’ascolto attivo è ciò che ti permette di capire il tuo team.
Di anticipare i problemi. Di costruire fiducia.

Quando una persona si sente ascoltata, si sente valorizzata.

Inoltre, i leader che ascoltano in modo efficace hanno il “polso” dei dipendenti,

Vuoi rafforzare la tua presenza e la tua credibilità come leader?

Scopri il percorso mirato:
“Voce, attitudine, presenza: comunica autorevolezza da Executive”

6. Nascondersi dietro regole e procedure

Le regole servono a supportare il lavoro.
Non a sostituire la leadership.

Quando un leader usa solo procedure, spesso sta evitando di assumersi responsabilità.

Le persone non seguono le procedure.
Seguono le persone.

L’amore ossessivo per la procedura (spesso) maschera un’incapacità,
che può diventare letale.

Una tendenza che porta a perdersi in lungaggini concettuali, complesse teorie e procedure prolisse anziché “calarsi” su priorità vitali sono in spasmodica (e pericolosa) attesa.

7. Concentrarsi solo sui risultati

La scarsa leadership è concentrata solo sul successo personale.

I risultati sono importanti.
Ma sono le persone che li rendono possibili.

Un leader che vede solo numeri perde il team.

Basta poco per fare la differenza:
ascoltare,
riconoscere,
essere presenti.

La leadership è anche relazione.

Esprimi il tuo lato più umano e sarai apprezzato anche sul lato personale.
A volte, basta un pizzico di disponibilità in più.

8. Mancanza di fiducia in sé stessi

Il team percepisce immediatamente l’insicurezza.

Il team leader che non ha fiducia in sé stesso crea frustrazione (poiché è indeciso),
oppure fornisce feedback di scarso valore (dice solo cosa-non-va).

Un leader indeciso crea confusione.
Un leader sicuro crea direzione.

Le persone cercano stabilità.
Cercano qualcuno che sappia dove andare.

La scarsa leadership porterà perdita di informazioni strategiche, scadenze non rispettate,
efficienza mancata e conseguenze rovinose.

9. Essere troppo distante dal team

Delegare è corretto.
Disinteressarsi, no.

Quando perdi il contatto con la realtà quotidiana del team, perdi la tua efficacia.

Alcuni leader per evitare l’etichetta (non lusinghiera) di micro-manager,
cercano di coinvolgere meno i propri dipendenti.

Elargendo a “piene mani” fiducia e libertà (che detto-fra-noi è una bella cosa!).

L’intento è nobile, ma quando “indietreggiano” troppo, il risultato è inefficace perché perdono la prospettiva sul lavoro. Diventano improduttivi nella gestione del team.

La leadership richiede presenza.
Non controllo.
Presenza.

10. Valutare le persone solo dalle ore lavorate

Non conta quanto tempo lavori.
Conta il valore che produci.

I leader immaturi premiano la presenza.

Diversi team leader sono impressionati solo da chi-lavora-tanto,
dai grandi-lavoratori, i “drogati” degli straordinari.

Ma non è detto!

I grandi-lavoratori possono impiegare il doppio del tempo per svolgere il lavoro.
Hanno perso ogni prospettiva di un sano bilanciamento lavoro-privato.

I leader efficaci premiano l’impatto.

Il vero obiettivo è il risultato. Non la fatica visibile.

11. Cambiare comportamento davanti ai superiori

Un leader debole cambia atteggiamento davanti al potere.

Si comportano come bambini quando è presente l’autorità (titolare, CEO ecc.).

Diventa compiacente.
Insicuro.
Sottomesso.

Un leader autorevole resta coerente.
Con tutti.

Ma soprattutto per se stesso.

Il tuo valore non dipende da quello che pensano gli altri,
dall’approvazione che riceverai da chi occupa una posizione gerarchicamente superiore.

La scarsa leadership ha un costo enorme

Distrugge la fiducia.
Riduce la motivazione.
Allontana i talenti migliori.

Al contrario, una leadership consapevole crea un ambiente in cui le persone crescono, contribuiscono e danno il meglio.

Ricorda

Le persone non lasciano le aziende.
Lasciano i leader.

E la buona notizia è questa:
la leadership si può imparare.

Cosa dire i primi giorni di lavoro per fare colpo sui nuovi colleghi

i primi giorni di lavoro
I primi giorni di lavoro.
(quello che non è scritto nel contratto ma conta moltissimo).

Nei primi giorni di lavoro c’è quasi sempre un divario
tra ciò che dovresti fare
e ciò che accade davvero.

Non dovresti trascurare alcun compito formale,
ma esistono aspettative implicite
che i colleghi danno per scontate.

Meglio intercettarle subito.

Sii disponibile (davvero)

All’inizio, le persone contano più delle attività.

Frasi semplici, potenti:

  • “Di cosa hai bisogno?”
  • “Posso aiutarti in qualche modo?”
  • “Vuoi una mano con questo?”

Aiutare è un ottimo modo per:

  • costruire relazioni
  • capire come funzionano davvero le cose
  • dare una prima impressione solida

Anche su progetti fuori dal tuo to-do.

Non puoi sapere se il tuo aiuto sarà apprezzato
o visto come un’imprudente intrusione,

ma se lo fai con rispetto, prudenza e senza prevaricazioni,
dimostri il tuo interesse della squadra.

Non rifiutare l’invito a pranzo

Se ti invitano: vai.

  • “Sì, volentieri. A che ora?”

È un segnale chiaro:
sono parte del team.

Se sei impegnato, rifiuta con eleganza
e proponi un’alternativa.

E se nessuno ti invita?
Succede.

Non c’è confidenza, familiarità,
ognuno resta sulle sue.

Non farne un dramma.
Respira.
Chiedi tu di sederti con qualcuno.

Fare il primo passo comunica sicurezza, apertura, maturità.

Mostra la tua personalità (restando professionale)

Non serve raccontare la tua vita.
Basta qualche aggancio.

Argomenti sicuri:

  • animali domestici
  • eventi (meglio se neutri)
  • hobby
  • città di provenienza o trasferimento

Piccoli dettagli creano connessione.

Non parlare male della vecchia azienda (mai)

Frasi da evitare:

  • “Nel mio vecchio lavoro era tutto un disastro”
  • “Il mio ex capo era incapace”

Non ti valorizzano.
Ti squalificano.

Concentrati sull’entusiasmo per il nuovo inizio.
Il passato… resta passato.

Non criticare la nuova azienda (almeno all’inizio)

Processi lenti?
Strumenti migliorabili?

Probabile.

Ma i primi giorni non sono il momento di criticare.

Chiedi ciò che ti serve con educazione.
Osserva.
Annota.

Capirai quando/come proporre miglioramenti.

Prepara una presentazione di te (sì, davvero)

Ti presenterai molte volte.

Meglio essere pronto!

Elementi chiave:

  • nome
  • ambito
  • Il tuo ruolo attuale: cosa fai e di cosa ti occupi davvero, per orientare chi ti ascolta.
  • Il tuo percorso precedente: da dove vieni, per creare connessioni e punti in comune.
  • Un dettaglio personale: un fatto o un cambiamento che aiuti gli altri a ricordarti.

Esempio:

“Ciao, sono Michele.
Sono entrato da poco nel team marketing.

Mi occupo principalmente di (ambito/attività chiave), lavorando su (breve focus concreto).

Arrivo da Milano, dove ho maturato la mia esperienza precedente,
e mi sono trasferito a Lugano per questa opportunità.

Sono contento di essere qui e di collaborare con voi.”

Presentazioni di gruppo

Se ti presentano a un team:

  • parla chiaro
  • sorridi
  • sii breve
  • guarda le persone

Chiudi con una frase positiva:

  • “Non vedo l’ora di lavorare con voi”
  • “Sono felice di iniziare questo progetto”

E prova a ricordare i nomi.
Farà la differenza.

Fai domande – parla poco – ascolta tanto

I primi giorni servono a capire:

  • i flussi
  • le regole non scritte
  • le persone

Quindi:

  • fai domande
  • ascolta
  • prendi appunti

E non interrompere chi è concentrato o in chiamata.

Un gesto, un sorriso, “a dopo”.

Metti il cellulare in silenzioso

(soprattutto) Nei primi giorni:
presenza totale!

Non serve aggiungere altro.

Non lamentarti

Anche se vedi inefficienze.

Un cliente appena-assunto mi raccontò di aver criticato (con ironia)
un software aziendale…
parlandone proprio con chi ne aveva sponsorizzato l’acquisto.

Errore classico.
Costoso.

Avrai tempo per proporre miglioramenti.
Non subito.

Chiedi consigli

Le persone amano sentirsi competenti.

  • “Hai qualche suggerimento per chi ha appena iniziato?”
  • “Posso chiederti un parere?”

Chiedere consigli:

  • costruisce relazioni
  • accelera l’apprendimento
  • ti fa apparire intelligente, non debole

Non spettegolare

  • “Ho sentito che il mio capo esce con la figlia del direttore finanziario. È vero?”
  • “Chi è la biondona alla reception?”

Evita:

  • gossip
  • battute sul capo
  • commenti sui colleghi

Non ti renderanno “uno del gruppo”.
Piuttosto inaffidabile.

SUGGERIMENTO

Se qualcuno prova a coinvolgerti nel gossip:
sorridi, ascolta,
non alimentare.

Capiranno.

Non fare il saputello

Questa è una buona regola da ricordare,
non solo i tuoi primi giorni di lavoro.

Il tuo primo istinto potrebbe essere di mostrare (in tutti i modi)
quanto sei brillante e capace.

Sei già stato assunto.
Non devi dimostrare nulla.

Resisti alla tentazione di impressionare a ogni costo.

Osserva.
Capisci.
Mostra rispetto.

L’umiltà nei primi giorni
vale più di qualsiasi brillantezza esibita.

SUGGERIMENTO
leggi il post con la storia di Edoardo (arrivato nel nuovo lavoro con tanta sicurezza ma poi ..)

Goditi il momento

Hai ottenuto questo lavoro.
Quindi, non dimenticare di … essere felice!

Sorridi.
Presentati.
Mostra gratitudine.

Le persone lo percepiscono.


Vuoi migliorare il tuo modo di comunicare sin da subito?

La NUOVA edizione aggiornata 2025 di “Autorevolezza” offre strumenti immediati e concreti.

Se sei all’inizio, “Prima volta Leader” ti accompagna con chiarezza nei primi passi.

Esprimi il piacere di far parte del team

Se sei felice di esserci, dillo.

Ricorda però:
per qualcuno il tuo arrivo
potrebbe sembrare una minaccia.

Per questo:

  • osserva
  • adattati
  • non forzare

In conclusione

I primi giorni non servono solo a brillare.
Servono a capire.

Il tuo approccio iniziale
influenzerà profondamente
il tuo successo (o fallimento) in azienda.

Non cercare di essere perfetto.
Cerca di essere lucido, presente, rispettoso.

L’autorevolezza non si impone il primo giorno.

Si costruisce, un gesto alla volta.

Cosa dire quando qualcuno ti interrompe in un meeting

qualcuno ti interrompe
Immagina di essere nel pieno di un meeting.

È il tuo turno di parlare.
Hai un’idea brillante e non vedi l’ora di condividerla.

Appena inizi, però, qualcuno ti interrompe.
Devia la conversazione.
Il focus salta.

Un attimo di sorpresa.
Un altro per raccogliere i pensieri.
Poi provi a riprendere il filo.

Non sai cosa pesa di più:
tollerare l’interruzione
o affrontarla.

Spesso chi interrompe non se ne rende conto

Non si scusa.
Non ti restituisce la parola.

E prima che tu possa reagire, tra esitazioni e nuove intrusioni…
il meeting è finito!

Succede.
Più spesso di quanto pensi.

Se a interromperti è il capo, il CEO o il titolare,
(per quanto poco gradevole) l’episodio viene spesso tollerato.

Ma se l’interruzione è continua …

e arriva da un tuo pari grado o da un collaboratore,
l’impatto sulla tua leadership è reale.

Anche se dice più sull’altra persona che su di te,
essere interrotti fa sentire sminuiti.
Poco rispettati
.

Perché le persone interrompono

Quando qualcuno ti tronca, chiediti prima perché lo sta facendo.

Ecco i motivi più comuni:

  • Dimenticanza

Temono di perdere il loro pensiero e intervengono subito.

  • Entusiasmo

Sono coinvolti e vogliono partecipare.

  • Visibilità

Competono per riconoscimento e spazio.

  • Maleducazione

Dominano la conversazione e mostrano “chi conta”.

  • Inconsapevolezza

Sono nel loro loop mentale e non se ne accorgono.

  • Arroganza

Pensano che il ruolo o l’anzianità giustifichi l’interruzione
(ma non vogliono essere interrotti a loro volta).

La buona notizia?

Puoi gestire le interruzioni senza perdere credibilità.

Gestire un’interruzione rafforza la tua leadership

Essere interrotti crea disagio.
È normale.

Perdi il filo.
Ti senti esposto.
Hai voglia di lasciar perdere.

Invece:
fai un respiro.
ricentra il messaggio.
continua a parlare con calma e sicurezza.

Questo comunica una cosa chiara:
non hai finito.

Se l’interruzione continua, rispondi prima di arrivare al punto di ebollizione.
Non serve agitarsi.

Serve lucidità.

Non prenderla sul personale

Non esigere rispetto.
Se lo chiedi, spesso è già perso.

Il rispetto non deriva dal titolo.
Si conquista nel modo in cui comunichi.

Minacciare (“Lo dico al capo!”) ti rende lamentoso.
Come un bambino che chiama la maestra.

Evita.

Sii conciso

Più sei dispersivo,
più aumenti la probabilità di essere interrotto.

Un punto alla volta.
Poi spazio agli altri.

Se hai più punti, numerali:

  • “Ho due considerazioni. La prima è…”

Questo segnala chiaramente che non hai ancora finito.

Se il contenuto è denso, anticipa:

  • “Rispondo volentieri alle domande appena concludo.”


Anche nei meeting, la comunicazione è il cuore dell’autorevolezza.

Con la nuova edizione aggiornata 2025 di “Autorevolezza”

e il volume complementare “Prima volta Leader”

hai due strumenti pratici per migliorare impatto, carisma e leadership.

Quando qualcuno ti interrompe: ascolta e rispondi con decisione

Stabilisci contatto visivo e usa frasi come:

  • “Ottimo punto, Annamaria. Aggiungo solo un altro aspetto…”
  • “Finisco il mio ragionamento, poi torno volentieri su questo.”
  • “Vorrei condividere alcuni dati prima di aprire il confronto.”

Non stai invalidando l’altro.

Stai tenendo il tuo spazio.

Poi, quando hai finito:

  • “Annamaria, volevi aggiungere qualcosa?”

Tornare al punto interrotto

Usa frasi semplici e neutrali:

  • “Tornando a quello che stavo dicendo…”
  • “Come spiegavo poco fa…”
  • “Riprendo da dove ero rimasto…”

Attenzione al tono:
deve restare calmo e amichevole.

Quando l’interruzione è segno di interesse

A volte chi interrompe…
sta semplicemente seguendo.

Mostra connessione:

  • “Esatto!”
  • “Sono d’accordo, infatti…”
  • “Ecco perché lo trovo rilevante.”

Ignorare queste interruzioni significa perdere un’occasione.

Per approfondire il tema della comunicazione autorevole,
ti consiglio il mio post → “Come dire, senza dirlo, “Il capo sono io!”

Frasi utili per “mettere in attesa” l’interruzione

  • “Ne parliamo tra un attimo, fammi solo finire.”
  • “Ottimo spunto, ci torniamo subito.”
  • “Mi interessa molto, ma prima chiudo questo punto.”

Comunichi ascolto senza perdere il filo.

E se l’interruzione continua…

Usa frasi più dirette (solo se necessario):

  • “Non ho ancora finito.”
  • “Ti chiedo di lasciarmi concludere.”
  • “Preferisco completare il mio pensiero.”

Conta come lo dici:
sguardo neutro,
tono fermo,
non irritato.

Se serve, chiarisci dopo il meeting, in privato:

  • “Quando mi interrompi spesso, mi sento poco ascoltato.
    Mi aiuterebbe se mi lasciassi finire.”

Quando a interromperti è il capo

Aspetta la fine della riunione.
Poi chiedi un confronto uno-a-uno:

  • “Ho notato che sei intervenuto durante il meeting…”
  • “C’è qualcosa che avrei potuto fare diversamente?”
  • “Come posso presentare meglio i miei punti la prossima volta?”

In conclusione

Le interruzioni parlano più di chi interrompe che di te.

Tempismo e consapevolezza fanno la differenza.

Saper gestire quando parlare — e quando non farlo —
rafforza la tua leadership.

Da ricordare

Non serve alzare la voce per farsi ascoltare.
Serve tenere il punto.

Con calma, presenza e autorevolezza.

Lasciare il segno non significa parlare di più,
ma farsi ascoltare meglio.

Scopri il servizio di coaching mirato
“Come lasciare il segno in meeting e riunioni”

Allena chiarezza, sicurezza e presenza autentica nei tuoi interventi.

Parlare al team: 9 suggerimenti per la tua comunicazione efficace

parlare al team

Foto di Pavel Danilyuk

Nel tuo ruolo di manager, imprenditore o team leader
— anche di un piccolo gruppo di collaboratori —

è normale essere chiamati a parlare davanti ad altre persone
(team, capo, clienti…)
anche solo per pochi minuti.

I motivi sono tanti:
una nuova procedura,
una presentazione,
una riunione,
un report,
un aggiornamento.

Parlare davanti agli altri non è facile

Soprattutto se:
sei nuovo,
sei introverso,
lavori con persone di forte personalità.

Se provi timore o imbarazzo,
se ti senti ansioso, nervoso, “non abbastanza” …

sei in ottima compagnia!

Sono in tanti a sentirsi così,
a “annegare” in dubbi e fantasie di giudizi poco lusinghieri.

Se ti riconosci,
sai perfettamente di cosa sto parlando.

La tua voce.
Il tuo sguardo.
La tua presenza.

Dicono molto di più delle parole.

9 suggerimenti per superare il disagio di parlare davanti al team:

1. Non essere troppo severo con te stesso

Siamo i nostri peggiori critici.
Perfezionisti, severi, implacabili.

Le tue valutazioni su di te
sono spesso molto più dure
di quelle degli altri.

Stai affrontando qualcosa di difficile
e stai dando il meglio che puoi.

Non chiederti più di quanto puoi (realisticamente) dare.

Sii te stesso.
È così che risulti davvero efficace.

E ricorda:
Churchill, J.F. Kennedy e Margaret Thatcher
ammettevano di temere il parlare in pubblico.

2. Non cercare la perfezione

Dire:
“Ho perso il filo, dove ero rimasto?”
non è un fallimento.

Qualcuno te lo ricorderà con naturalezza.

Un po’ di autoironia crea simpatia.
Quando ridi di te stesso,
le persone non ridono di te,
ma con te.

Nessuno si ricorderà delle tue piccole gaffe.
Rilassati.
Segui il flusso.

3. Preparati una scaletta

Anche per interventi brevi.

Pochi punti chiave.
Un filo logico.

Non imparare il discorso a memoria.
Se dimentichi una frase… vai in tilt.

Meglio concentrarsi su uno o due messaggi centrali.

Se c’è un punto importante o “scottante”,
affrontalo subito.

4. Cura il linguaggio del corpo

Come scrivo nel mio libro “Autorevolezza”
— NUOVA edizione aggiornata 2025 —
il volto e lo sguardo parlano più delle parole.

Rilassa corpo e viso.
Evita segnali involontari di chiusura.

  • Sorridi
  • Mantieni il contatto visivo
  • Annuisci per mostrare ascolto
  • Evita braccia incrociate e sguardi vaganti

APPROFONDISCI CON > il post dedicato

5. Usa un linguaggio semplice

Non devi impressionare nessuno.

Parla in modo:
semplice,
diretto,
chiaro.

Se ti perdi in discorsi lunghi e complessi,
il messaggio si perde.

Calibra le parole.
Meno è spesso di più.

6. Non si tratta di te (ma del contenuto)

Non prenderla sul personale.

Le persone ascoltano cosa dici,
non chi sei.

Salvo casi rari,
non sono lì per giudicarti.

Dai loro ciò che cercano:
chiarezza,
senso,
utilità.

7. Impara a esprimere il disaccordo

Affrontare temi delicati davanti ad altri
può creare tensione.

Ma a volte è necessario.

Meglio usare domande, non accuse.

Ad esempio:

  • “Vorrei condividere un’osservazione”
  • “Sono curioso, puoi spiegarmi meglio?”
  • “Aiutami a capire come sei arrivato a questa conclusione”

Questo approccio apre il dialogo
e porta a soluzioni, non scontri.

8. Mostra apprezzamento

Il riconoscimento crea fiducia.

Ringrazia chi contribuisce.
Valorizza idee, impegno, ascolto.

Se le persone si sentono ignorate,
smettono di partecipare.

Dai spazio anche a chi parla meno.
Non tutti entrano in conversazione con la stessa facilità.

9. “Investi” in supporti visivi

Se non ami essere al centro dell’attenzione,
usa slide o materiali visivi.

L’attenzione si sposta dal tuo volto
al contenuto.

Meno pressione per te.
Più chiarezza per il team.

La tua passione è la tua alleata

Se parli davanti a qualcuno
— anche solo due persone —

è perché hai qualcosa di importante da condividere.

Lascia che passione e competenza guidino il messaggio.

Ogni pubblico è un privilegio.
Alla fine, sarà sempre gratificante.

In definitiva

Parlare al team i non è questione di talento naturale.

È una competenza allenabile.

Non serve diventare qualcun altro.

Serve imparare a stare nel ruolo,
con più presenza,
meno giudizio su di sé,
maggiore fiducia nel proprio messaggio.

Ed è lì che l’autorevolezza comincia a farsi sentire.

Errori del manager: concentrarsi solo sui risultati e non sulle persone

errori del manager
Avere il titolo di team leader è molto invitante e stimolante.

Gestire persone è affascinante.
Ma è anche difficile.

Richiede tempo.
Richiede applicazione.

Spesso le persone approdano in ruoli manageriali senza avere la preparazione necessaria e le competenze adeguate.

I collaboratori impegnano.
Fiaccano.
Prosciugano.

Se vuoi gestire un team, piccolo o grande che sia, e il tuo successo dipende dalle persone che coordini, devi riuscire a portare un valore aggiunto.

Come scritto nel mio libro “Autorevolezza”, Melissa è una dipendente competente e dedita al lavoro.

La sua natura coscienziosa e il suo talento per la comunicazione le permettono di svolgere con efficacia il ruolo di content editor, ottenendo grande apprezzamento da parte dell’azienda milanese per cui lavora.

Melissa è anche una persona molto sensibile.

Non si sente a suo agio nel parlare davanti a un pubblico, anche ristretto.
Fatica nelle telefonate difficili con clienti o colleghi.

Errori del manager?

Melissa soffre i cambiamenti dell’ultimo minuto e, quando viene spinta oltre la sua zona di comfort senza essere pronta, tende a diventare emotiva e agitata.

Turbata.

Il suo nuovo team leader, Domenico, l’aveva rapidamente etichettata come poco-smart.

Pur senza volerla tiranneggiare, cercava continuamente di stimolarla:

  • “Coraggio! Fallo e basta! Se va male, la prossima volta andrà meglio!”

Melissa ha iniziato a provare un forte disagio nel sentirsi osservata e incalzata durante il lavoro.

Anche i continui promemoria e controlli che Domenico proponeva venivano percepiti come una mancanza di fiducia.

POTENZIA LA TUA LEADERSHIP > scopri il percorso di coaching ideale per te

Un vortice di emozioni che ha compromesso una performance eccellente

Quando una collaboratrice corretta, apprezzata e produttiva accusa un evidente calo di rendimento proprio dopo l’arrivo di un nuovo manager, è quest’ultimo che deve fornire delle spiegazioni.

“Domenico, come reagisce Melissa quando le fai una domanda improvvisa o una richiesta a bruciapelo?”

Aspetta.

Non è lenta.

Le serve semplicemente più tempo.

Non commettere l’errore di pensare che questa necessità le impedisca di lavorare in ambienti veloci e complessi.

Sa adattarsi.
E anche bene.

Deve soltanto prendere le misure.

Le esortazioni continue non aiutano i timidi a diventare coraggiosi.

Anzi.

Ci sono persone che preferiscono osservare prima di saltare.

Tutto qui.

PIÙ AUTOSTIMA SUL LAVORO > scopri il percorso di coaching più efficace per te

Lascia ai collaboratori più sensibili il tempo di raccogliere i pensieri

In cambio otterrai idee.
Soluzioni.
Fedeltà aziendale.

Il percorso di coaching di Domenico è iniziato con incontri individuali quindicinali con Melissa.

L’obiettivo era semplice: costruire una relazione più consapevole.

Il primo incoraggiamento che puoi offrire a una persona molto emotiva è essere presente.

Fare una domanda.
E ascoltare davvero.

Grazie a un clima di fiducia, il collaboratore si sentirà più a suo agio e più disposto ad aprirsi.

Spronalo a esprimere i suoi punti di forza e le aree in cui vorrebbe migliorare.

Chiedigli:

  • Come posso aiutarti?
  • Di cosa hai bisogno?
  • Ti serve più tempo?

E ancora:

  • Ti serve più spazio?
  • Il supporto di un collega?
  • Un corso specifico?
  • Come possiamo rendere questo progetto più semplice?

Le persone sensibili tendono ad avere confini più rigorosi e ben definiti.

A volte è meglio fare un passo indietro

Piuttosto che rischiare di perdere un collaboratore valido.

Domenico avrebbe dovuto rispettare maggiormente i confini di Melissa.

  • Comunicare soprattutto via e-mail.
  • Evitare di piombarle in ufficio con richieste improvvise.
  • Avvisarla con un minimo anticipo prima di riunioni o attività importanti.

Se Melissa si fosse agitata, avrebbe avuto il tempo necessario per recuperare la calma.

È importante sottolineare che questi suggerimenti non sono “coccole” rivolte a collaboratori fragili o insicuri.

Non si tratta di proteggere qualcuno dal mondo.

Si tratta di gestire bene le persone.

Ognuno ha punti di forza, debolezze e bisogni differenti

Alcune persone richiedono più attenzione rispetto ad altre.

Quando comprendi il livello di sensibilità di ciascun collaboratore, puoi valorizzarne meglio il potenziale, i talenti, il benessere e le prestazioni.

Nel caso di Domenico, pochi accorgimenti mirati sono stati sufficienti per ricucire un rapporto che rischiava di lasciare conseguenze durature.

Facendo un passo indietro, permetti agli altri di avanzare.

Diminuendo la paura di sbagliare, favorisci la crescita delle persone.

Se ispiri fiducia, farai volare il tuo team.

E con lui volerai anche tu.

Errori del manager: senza cuore costruisci solo ambienti indifferenti

Spesso le persone molto sensibili sono creative, coscienziose ed empatiche.

Possono diventare una risorsa preziosa per l’organizzazione.

E per il team leader che le guida.

Il solo orientamento all’azione, il focus esclusivo su risultati e prestazioni, rischia di farti credere che contino soltanto i numeri.

E in effetti i numeri contano.

Ma le persone?

Non cadere nell’errore di nominare i tuoi collaboratori soltanto quando qualcosa non funziona.

Quando devi correggerli.
Valutarli.
Criticarli.

Ricorda che i grandi leader si preoccupano della loro gente.

Frasi divertenti sul colloquio di lavoro

un colloquio di lavoro
Quando aspetti una risposta dopo un colloquio
non c’è dubbio..

il tempo si dilata.
Sembra scorrere più lentamente.

Ti dicono:
“Le faremo sapere tra una settimana.”

Per te diventa un’attesa snervante.
Una sospensione continua.
Quasi un logorio.

Per l’azienda, invece, è solo una scadenza.
Un momento decisionale da comunicare… tra una settimana.

Il colloquio di lavoro mette alla prova

Per molti, è una situazione stressante.

Devi essere ambizioso
senza risultare impaziente.

Disponibile
senza sembrare timoroso.

Flessibile
senza farti sfruttare.

Sicuro di te, determinato, credibile…
senza alzare troppo i toni.

Il confine è sottile.

Basta poco per sembrare eccentrico.
O, al contrario, poco incisivo.

Un modo per alleggerire

Per questo ho raccolto alcune frasi divertenti
(che ho trovato sul web e in particolare su aforisticamente).

Un modo per sdrammatizzare
un momento che, spesso, di divertente ha ben poco.

Prima dei 30 anni, troppo giovane, senza esperienza.
Dopo i 50 anni, troppo vecchio, troppo caro.
Per molti la speranza di lavoro è di 20 anni
contro una speranza di vita di 100 anni.

Bernard Pivot

 

L’Italia è una Repubblica fondata sui colloqui di lavoro.

Graziella Natale

È facile passare un colloquio di lavoro, basta essere per 20 minuti tutto il contrario di quello che sei veramente.

p_episcopo, Twitter

“Nel suo curriculum lei ha specificato che parla una lingua straniera. L’inglese?”.
E il candidato: “Oui”.
“Ma questo è francese!”.
“Allora corregga: parlo due lingue straniere”.

Anonimo

“I suoi punti di forza?”
“Sono ottimista.”
“Mi farebbe un esempio?”
“Quando comincio?”

Anonimo

Sogno di andare ad un colloquio di lavoro e spiazzare tutti esordendo con un “Vi farò sapere”,
andandomene.

unFabbioAcaso, Twitter

Ti offrono uno stage gratis.
Pensi: “È solo l’inizio, farò carriera”.
Un anno dopo sei dirigente gratis.

IdeeXscrittori, Twitter

Negli annunci di lavoro sono tutte “aziende leader nel settore”. Mai che uno scriva “piccola azienda col padrone stronzo”.

FranAltomare, Twitter

PIÙ AUTOREVOLEZZA SUL LAVORO > Il mio libro “Autorevolezza” (NUOVA edizione aggiornata 2025) ti guida se vuoi consolidare il tuo impatto e carisma.

“Buongiorno, sono venuto per il colloquio di lavoro.”
“Ha esperienza?”
“Sì, questo è il mio 75esimo colloquio!”

Anonimo

“Ha degli hobby?”.
“Ho una collezione di 150 figure di merda”.
“Le sembrano cose da dire ad un colloquio di lavoro?”.
“151”.

Anonimo

“E il colloquio di lavoro?”
“L’ho superato.”
“Davvero? Grande!”
“Intendevo il trauma. L’ho superato.”

IdeeXscrittori, Twitter

COLLOQUIO DI SUCCESSO > scopri il tuo percorso di coaching ideale

“Lei come si definirebbe?”
“Come la nebbia del mare.”
“Capisco. Perché lei è un tipo misterioso?”
“No, perché prima delle dieci e mezzo, undici non mi alzo mai.”

Luca Klobas

La parte più difficile di un colloquio di lavoro è ricordare tutti i talenti che ti sei inventato.

BarbyeTurica, Twitter

Fare il ministro del lavoro in un paese dove il lavoro non c’è, è come fare il bidello di una scuola a Ferragosto!

Maurizio Crozza

12 cose da ricordare prima di una videochiamata importante

videochiamata
Utilizziamo spesso la videochiamata sul posto di lavoro.

La maggior parte delle volte è normale routine: chiarimenti, aggiornamenti, contatti con clienti, confronti operativi.

Altre volte, però, l’asticella si alza.

Una videochiamata può diventare decisiva

Un confronto con il tuo capo o con il CEO.
Il reclamo di un cliente importante.
Un richiamo a un collaboratore.
Una riunione con il team.
Un colloquio di lavoro.
La presentazione di un servizio o di un progetto a un potenziale cliente.

In quei momenti…

le parole diventano rilevanti.

Il tuo approccio ancora di più.

È necessario trasmettere il giusto equilibrio tra garbo e determinazione.

Affrontare la situazione con obiettività, calma e sicurezza.

Leadership.

Come puoi leggere nel mio libro Autorevolezza, l’errore più grande che puoi fare è aspettarti che una videochiamata sia identica a un incontro in presenza, con l’unica differenza di uno schermo in mezzo.

Non lo è.

In video cambiano i tempi, cambia la percezione, cambia il modo in cui trasmetti presenza, attenzione e autorevolezza.

Per questo vale la pena prepararsi.

Ecco 12 cose da ricordare prima di una videochiamata importante.

La videochiamata richiede preparazione.
La pratica ti rende fiducioso.
Efficace.

La videochiamata non è così facile come sembra.
Sottovalutarlo è un errore che si paga caro.

La sfida più grande degli incontri virtuali è mantenere le persone coinvolte e interessate.

Ricorda che dovrai trasmettere competenza e autorevolezza solo attraverso un’immagine piatta su uno schermo.

POTENZIA LA TUA TEAM LEADERSHIP > scopri il percorso di coaching ideale per te

Aggiungi valore, non parole.

Imposta videochiamate brevi.
Immagina che le persone ti dicano:
“Okay. Dimmi cosa vuoi… veloce, però!”

Vestiti e agisci come se fossi nel tuo spazio professionale.
Perché lo sei!

Prima di cominciare voltati.
È quello che gli altri vedranno.


PIÙ AUTOREVOLEZZA SUL LAVORO
Trovi spunti interessanti nei miei libri:

“Autorevolezza” , ora nella NUOVA edizione aggiornata2025, è perfetto se vuoi rafforzare la tua presenza autorevole.

“Prima volta Leader” è pensato se hai assunto da poco un ruolo di leader.

Se la videochiamata è breve, efficace e produttiva
risulti autorevole.

L’obbiettivo di una fotocamera può essere il più grande critico che tu abbia mai incontrato.
Guardalo direttamente “in faccia”.

Non parlare troppo presto.
Interrompendo il flusso della conversazione sembrerai agitato e ansioso.

Evita tutto ciò che è banale.

Quando non hai qualcosa di significativo da aggiungere, TACI.

 

PER APPROFONDIRE L’ARGOMENTO >
Riunione online: 8 spunti per essere efficaci e autorevoli
La presenza executive al telefono

Parlare come un leader: l’approccio che fa tutta la differenza

parlare come un leader

Foto di Moose Photos da Pexels

Parlare come un leader.
La mentalità conta.
Fa la differenza.

Le parole sono importanti.

Come ho scritto nel mio libro “Autorevolezza” le parole possono attrarre, ispirare e convincere ma anche allontanare, disorientare o annoiare.

Rendere il lavoro difficile o piacevole.
Elevare il tuo status o
danneggiare la tua reputazione.

Dipende da ciò che dici.
Da come lo dici.

Spesso, le parole che utilizzi o che non utilizzi la dicono lunga su di te. Leggi il post.

A meno che tu non sia un comunicatore particolarmente brillante,
limita la quantità delle tue parole.

Potresti non essere così interessante come pensi

Non appena comprendi il reale potere delle parole, cominci a prestare sempre maggiore attenzione al loro peso.

Poche parole ben indirizzate possono dare speranza dopo una sconfitta.
Alcune parole maldestre possono rovinare una vittoria.

Se dici “Avresti potuto fare di più” dopo che la persona ha dato il massimo, togli forza e causi scoramento.

Non puoi dare energia con parole negative.
Non puoi raggiungere il massimo potenziale se parli di debolezza.

La comunicazione efficace (parlare come un leader) è il primo passo verso il tuo successo.

Ecco alcune frasi che “cambiate” fanno tutta la differenza:

“È difficile”

“È un’opportunità”

“Come hai potuto farlo!”

“Come possiamo farlo meglio?”

“Ignoralo!”

“Affrontiamolo!”

“È difficile, non raggiungeremo mai questo obiettivo”

“È un’opportunità stimolante, chi è con me?”

POTENZIA LA TUA TEAM LEADERSHIP > scopri il percorso di coaching ideale per te

“Non lo so”

“Chi lo sa?”

“Non hai ancora finito il progetto?”

“A che punto siamo con il progetto?”

“Hai un problema?”

“Come posso aiutarti?”

“Perché hai fatto quell’errore?”

“Parlami di quell’errore?”

PIÙ AUTOREVOLEZZA SUL LAVORO

Trovi spunti interessanti nei miei libri:
“Autorevolezza” , è perfetto se vuoi rafforzare la tua presenza autorevole.

“Prima volta Leader” è pensato se hai assunto da poco un ruolo di leader.

“Perché non hai fatto …?”

“Quali altri approcci potresti prendere la prossima volta?”

“Perché sei sempre così oberato di lavoro?”

“Cosa puoi delegare ai tuoi colleghi?”

“Non possiamo, perché …”

“Che cosa possiamo fare?”

“Abbiamo sempre fatto in questo modo”

“Come possiamo semplificare?”

CARRIERA DI SUCCESSO > scopri il percorso di coaching ideale per te

“Non ha importanza!”

“Quanto è importante?”

“Abbiamo sempre fatto in questo modo”

“Possiamo affrontarlo da una prospettiva diversa?”

“Mettiamolo nel cassetto”

“I tempi non sono ancora maturi. Mettiamolo in agenda tra un trimestre”

“È contro la nostra politica aziendale.”

“È contro la nostra politica aziendale. Puoi riformularlo in modo diverso?”


“È inutile. Ci abbiamo già provato”

“Ci abbiamo già provato. Come potremo riuscirci questa volta?”

“Non posso farlo”

“Penso che la soluzione migliore sia …”

” Non ti preoccupare” – “Stai tranquillo”

“Ti spiego perché non devi preoccuparti …” (esponendo fatti concreti)


“Non lo so”

“Dammi il tempo di controllare/verificare e ti ricontatto”

“(tu) Non lo hai spiegato bene”

“Faccio fatica (io) a comprendere completamente l’idea che stai condividendo”

“Capisci anche tu, adesso …”

“Mi sono spiegato bene?”

Esito colloquio di lavoro: come gestire l’ansia dell’attesa

esito colloquio di lavoro

Foto di cottonbro da Pexels

L’intervista di lavoro è finita.
Non è la prima.

Sai che siete rimasti in tre.
Ormai siamo al rush finale.
Alla decisione finale.

Il colloquio si è concluso con il prevedibile:
“Le faremo sapere.”

Tempi d’attesa?
1 settimana…
Uhm.
7 giorni.
168 ore d’attesa.

Uno stillicidio.

“Il buio e l’attesa hanno lo stesso colore.”

Giorgio Faletti

A quel punto inizia
(l’ossessiva) ricerca di indizi
per scoprire “come andrà a finire”.

Questo screening è spesso accompagnato
da tensione e ruminazione.

E non ti dico poi se,
oltre a questa risposta,
ne attendi anche un’altra precedente.

Che fare?
Cosa scegliere?

Se stai pensando di aver parlato troppo,
o di non aver parlato abbastanza,
o che alla domanda “dove ti vedi tra 5 anni” hai balbettato…

Ricorda: non vale la pena stressarti.

Non puoi tornare indietro nel tempo per cambiare.
Quindi perché preoccuparsi?

Macché.

Aspettare con trepidazione la telefonata,
controllare “se c’è linea”,
è estremamente logorante.

Finisci per perdere concentrazione
e sprecare tempo prezioso
che potresti investire in altre opportunità di lavoro.

Indirizza la tua energia nell’e-mail di follow-up.
E reinvesti quel vigore nella tua ricerca.

Continua la ricerca di lavoro

Perché?
Non è meglio aspettare che rispondano prima?

No.

Non dimenticare l’obiettivo finale:
trovare un lavoro.

Mandi una candidatura.
Aspetti la risposta.
Ti chiamano per il colloquio.
Pensi che sia andata bene.
Aspetti ancora.

Poi scopri che la scelta è andata su un altro candidato.
Peccato.

Peccato sì, perché
da quando hai mandato la prima mail
alla risposta
sono passati quasi due mesi.

E tu, nel frattempo?
Hai solo aspettato.

Non aspettare che finisca l’intero iter
di una sola selezione.

Apri più canali.
Più alternative.
Più sbocchi.

Porta avanti più selezioni alla volta

Non fermarti.
Rilancia.

Non aspettare.
Non sperare.

Continuare la ricerca di lavoro
ti aiuta a distogliere la mente dall’esito del colloquio
e a usare meglio il tuo tempo.

Resta concentrato.
Produttivo.

E, sì:
il tempo passerà anche più velocemente.

Il tempo non scorre allo stesso modo per tutti

Quando aspetti una risposta importante,
il tempo si dilata.
Sembra rallentare.

“Le faremo sapere tra una settimana”,
per te che aspetti
diventa un logorio continuo.

Per l’altra parte, invece,
è solo una decisione da comunicare…
tra una settimana.

Non credere che HR,
il datore di lavoro
o il manager che deve firmare il contratto
stia pensando:

“Meglio sbrigarsi, il candidato è in fervida attesa.”

Né che facciano apposta
a tenere i candidati sui carboni ardenti.

Le priorità sono diverse.

E spesso cambiano all’improvviso.

Ricordarlo aiuta a fare un respiro profondo
e a concedere il tempo necessario.

Non saltare alle conclusioni

Se cerchi di decifrare messaggi nascosti
durante il colloquio,
rischi solo di farti del male.

Dire che ci sono altri candidati
non significa che non siano stati colpiti da te.

Nella maggior parte dei casi,
le osservazioni fatte durante l’intervista
servono solo a tenerti informato.

Non leggere tra le righe.
Non costruire storie.

Evita conclusioni affrettate.

Ti risparmierai delusioni inutili
e manterrai aperte più opzioni possibili.

Esito colloquio di lavoro? Non vedere solo i lati negativi

Valutare il colloquio è utile.
Farlo diventare un’ossessione, no.

Se ti fissi solo su ciò che forse hai sbagliato,
minerai la fiducia per i colloqui futuri.

E sprecherai un’occasione di crescita.

Impara dai tuoi errori.
Sii costruttivo nella tua autocritica.

Non analizzare troppo.
Probabilmente non è andata così male
come pensi.

E se la risposta ritarda…

Quando passa “troppo tempo”,
la mente inizia a correre.

Fantastica.
Divaga.
Vaneggia.

E presume il peggio.

Più o meno così:

Non mi rispondono →
c’è un problema →
il problema sono io →
non sono piaciuto →
non prenderò il lavoro →
la mia carriera è finita.

Sic. Sic. Che sfigato.

Esagerazioni?

Eppure, molti professionisti e manager
si lasciano risucchiare da questo vortice
— complice l’ansia —
fino a consumarsi
nel fisico e nella testa.

L’attesa fa galoppare la fantasia.
E vedere fantasmi ovunque.

Chiediti:

  • Riesci davvero a sentire queste emozioni negative?
  • Stai giudicando le intenzioni degli altri attraverso il filtro dell’ansia?
  • Non stai forse esagerando?

Quando aspetti l’esito di un colloquio
è fondamentale fare un passo indietro,
fare un bel respiro profondo

Rimettere ordine nei pensieri.

A volte nemmeno il datore di lavoro ha tutte le idee chiare

Se non ti hanno spiegato i prossimi passi
non significa che l’esito sia negativo.

Spesso l’intervistatore
non conosce davvero gli step successivi.

Le aziende sono concentrate su costi,
scenari di mercato,
decisioni ancora in evoluzione.

Non far galoppare la fantasia

È spesso forviante e ansiogena.

Per quanto riguarda l’esito di un colloquio di lavoro,
ricorda:
la calma è (davvero) il potere dei forti.

Un buon curriculum ti apre la porta.

Ma è il colloquio
— e come lo gestisci prima e dopo —
a farti ottenere il lavoro.

Mi auguro che questi suggerimenti
per gestire l’ansia da esito del colloquio
ti siano stati utili.

L’attesa non è passività.
È disciplina.