Come essere leader in tempi difficili: 8 spunti da mettere in pratica

come essere leader

Foto di Florin Radu da Pixabay

Siamo tutti impreparati ad affrontare questa nuova situazione socio-economica.

Ignoriamo o sottovalutiamo il cambiamento.
oppure reagiamo male di fronte alle difficoltà che incontriamo.

A volte con eccessivo entusiasmo e smisurata fiducia, oppure al contrario…
troppa benevolenza e scarsa intraprendenza.

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Come essere leader?
È necessario guidare le persone e non concentrarsi solo sui compiti da eseguire e sulle mansioni da gestire.

Devi andare oltre a distribuire incarichi,
inviare messaggi di posta elettronica e assicurarti che ognuno faccia il suo lavoro.

La vera leadership viene da chi sei,
non solo da quello che dici o fai.

Ecco come essere leader in questo momento così particolare:

1. Dai speranza

L’ignoto crea disagio.
Nei momenti difficili, di cambiamenti organizzativi o di gestione,
mostrare speranza è fondamentale.

I tuoi collaboratori vogliono sapere che c’è un futuro.

Non si tratta semplicemente di copiare “le mosse” di un concorrente o creare nuovi processi aziendali rispetto al passato,
ma avere una “visione” che va oltre.

Le persone vogliono esser certe che c’è una meta.
Vogliono sapere dove-si-deve-andare.
Devi mostrare una visione, motivare e ispirare le persone a seguirti.

Un gruppo con un leader indeciso non ha direzione.
Un team senza direzione,
è sopraffatto da incertezza e paralisi.

2. Resta calmo e freddo anche sotto pressione

In questi tempi così caotici,
può essere difficile trasmettere stabilità e sicurezza.
 


 
Il tuo team ha bisogno di rassicurazioni, vuole sapere che hai una presa salda sul timone, anche nel bel mezzo di una tempesta.

3. “Tira” fuori il meglio dalle persone

Non parlare sempre di quello che i tuoi collaboratori non riescono a fare.

Concentrati piuttosto sui loro punti di forza,
aiuta (davvero) i tuoi collaboratori ad avere successo.

Porta pazienza,
e sfrutta ogni opportunità per aiutare il tuo team a crescere e svilupparsi.

Anche quando sbagliano, dai tempo,
concedi altri tentativi. Dagli errori arrivano i miglioramenti.

Chiediti spesso:

  • “Sto facendo il meglio per il mio team?”
  • “Come posso aggiungere valore?”

4. Ascolta con attenzione

In tempi di cambiamento, potresti sentirti spinto in molte direzioni, più del solito.

Ascolta le persone che ti circondano.
Meno sei isolato come leader, meglio è.

Fai un check ogni giorno, anche se non l’hai fatto prima.
Assicurati di chiedere al tuo team: ‘Cosa posso fare per supportarti?’
Ascolta le risposte.

 
More: scopri il percorso di coaching ideale per potenziare la tua leadership
 

È importante che le persone che stanno attraversando il cambiamento si sentano come se avessero voce in capitolo.

Dovresti dedicare tanto tempo all’ascolto dei dipendenti,
quanto agli aggiornamenti.

5. Interessati (davvero) alle persone

Occupati del tuo team come fossero … persone!

Questo non significa che devi coccolarle o adularle ma semplicemente “entrare in contatto” (anche) a livello personale.
I grandi leader si preoccupano della “loro gente”.

I tuoi collaboratori devono sapere di poter contare su di te nel momento del bisogno.

Mostrati come qualcuno che ha (veramente) a cuore le persone,
che vuole costruire un impatto positivo nella vita degli altri.

6. Dimostra integrità …

Dimostra correttezza e onestà.
In tutto quello che fai.

Devi comportarti in maniera coerente e affidabile, essere trasparente quando si tratta di etica e valori.

Non devi desiderare di “avere ragione”,
ma piuttosto di “fare la cosa giusta”.

… fiducia …

La fiducia è uno dei pilastri fondamentali della leadership.
Le persone non tollerano la disonestà.

Quando la fiducia è persa, non può più essere recuperata.
Fiducia, comunicazione, sostegno e rispetto sono alla base di tutte le relazioni solide e ben funzionanti (anche personali).
 


 
La capacità di fidarsi è essenziale e non puoi permetterti di darla per scontata.
La fiducia è influenzata più dalle azioni che dalle parole.

Solo se le tue azioni saranno coerenti con le tue parole,
le persone avranno fiducia in te.
Nella tua leadership.

La costruzione richiede tempo, la distruzione pochi secondi.

… credibilità e autenticità.

La credibilità è un attributo di leadership importante in qualsiasi situazione, ma in un periodo di cambiamenti diventa ancora più critica.

La trasparenza è essenziale.
Se manca, cresce l’immaginazione, le voci si agitano, si riduce la produttività e il morale.

Assicurati che le persone siano informate su ciò che è importante fare/non fare,
su-cosa è necessario spostare l’attenzione.

7. Come essere leader: bilancia forza e umiltà

Leadership è un delicato equilibrio di vera fiducia e genuina umiltà.

Un grande leader non dimentica mai da dove è venuto.
Non si prende troppo sul serio.

Non considerare il tuo successo come il risultato di uno sforzo solitario ma riconosci il contributo di tutta la tua squadra.

8. Focus sul risultato

Resta concentrato –con tutte le tue energie– sul risultato.
Non farti fregare dalla tentazione di essere dispersivo, allentando così la presa dall’obiettivo.

Inquadra il bersaglio.
Resta determinato, fai i sacrifici necessari per raggiungere lo scopo.

Come essere leader: non ti scoraggiare, trova soluzioni ai problemi

Mantieni un atteggiamento vincente,
supera le difficoltà e prosegui nel cammino per la realizzazione dei tuoi obiettivi.

Come essere leader: titoli e competenze non bastano.

Requisiti e preparazioni sono importanti,
ma non darli per scontati.

Se essere un leader è una delle tue aspirazioni, inizia a chiederti, in totale onestà:
“Perché le persone dovrebbero seguirmi?”.
Te lo sei mai chiesto?

Raggiungere gli obiettivi ha il suo prezzo: 13 citazioni lo ricordano

raggiungere gli obiettivi

Sono poche le persone davvero disposte ad accettare
il disagio (e il sacrificio) necessari per raggiungere i propri obiettivi.

Desiderare il successo professionale non basta,
soprattutto se non sei disposto a pagarne il prezzo.

Non sorprenderti.

Non c’è nulla di nuovo.
È vecchio quanto il mondo.

Il successo non è in vendita. Il pagamento è sempre anticipato.

Se vuoi diventare un atleta professionista,
devi pagarne il prezzo.

Forse guadagnerai milioni,
ma prima ti allenerai per anni
più duramente della maggior parte delle persone.

Se vuoi diventare un avvocato di grido,
devi pagarne il prezzo.

Anni con il naso sui libri.
Fine settimana sacrificati,
mentre gli altri organizzano weekend al mare.

Se vuoi diventare un fotografo top nel settore moda,
devi pagarne il prezzo.

Non è per tutti

Ma vuoi mettere la gratificazione
di guadagnare da vivere — e più —
con la tua passione?

Qualunque sia l’obiettivo che scegli di perseguire
(al tuo livello, piccolo o grande che sia),
il prezzo va pagato.

Non è garantito che realizzerai ogni desiderio.

Ma se sei abbastanza coraggioso da provarci,
se resisti alla delusione,
se non ti accontenti per paura…

puoi farcela!

Meglio questo
che conformarti a una vita
di cui, alla fine,
potresti rammaricarti.

Ecco 13 frasi celebri per ricordarti che il “successo” ha sempre un prezzo da pagare.

“Se non c’è un prezzo da pagare,

allora non ha valore.”

Albert Einstein

“Non cadere nell’errore di abbandonare un’idea solo perché incontra delle resistenze iniziali.”

Seth Godin

“Ogni volta che il mondo vede una persona di successo, nota solo la gloria pubblica, e mai i sacrifici fatti in privato per raggiungerla”

Vaibhav Shah

“Non ho altro da offrire che sangue, fatica,

lacrime e sudore.”

Winston Churchill

“Il successo è come qualsiasi altra cosa di valore: ha un prezzo.

Devi pagare quel prezzo per vincere, lo devi pagare per raggiungere il punto in cui il successo diventa possibile.

Ma soprattutto devi pagare quel prezzo per restare una persona di successo.”

Vince Lombardi

“È importante lavorare assaporando il gusto di ciò che fai. Il sacrificio passa inosservato se fai le cose con slancio ed entusiasmo.”

Alex Zanardi

“Impegnarsi vuol dire soprattutto rischiare.

Non solo la vita, ma la propria serenità.”

Roberto Saviano

“Quando ho pregato per il successo, mi sono dimenticato di chiedere anche un buon sonno e una buona digestione.

Mason Cooley

“Le tue idee non ti renderanno ricco e famoso.

Saranno il duro lavoro e le tue abilità che lo faranno.”

Elon Musk

“Il successo è la somma di piccoli sforzi,

ripetuti giorno dopo giorno.”

Robert Collier

“Raggiungere un obiettivo ha un prezzo:

il rischio di fallire.”

Diego Agostini

“Il dizionario è l’unico posto dove successo viene prima di sudore.”

Vince Lombardi

“Alcune persone sognano il successo…

mentre altre si svegliano e lavorano sodo.”

Anonimo

11 credenze sul percorso di personal coaching da sfatare. Subito.

Ci sono molte idee preconcette sul coaching.
Alcuni di queste sono infondate. Veri e propri miti.

Sono tante le convinzioni la cui credibilità si basa non su chi, ma su quanti ne parlano.
Queste opinioni si sono diffuse fino a radicarsi.

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Ecco le principali credenze sul percorso di personal coaching che andrebbero sfatate. Subito.

1. “Non ho problemi. Sto lavorando bene. davvero. Non ho bisogno di un coach.”

Benissimo. Sono contento per te!

Anche se stai lavorando bene, il coaching non si concentra sui problemi e le difficoltà ma piuttosto sullo sviluppo delle potenzialità.

Il coaching è una formazione individuale all’avanguardia ideale se desideri qualcosa di più (più responsabilità, un livello più alto di efficacia come team leader o responsabile, un migliore equilibrio lavoro-privato ecc.).

Lavorare con un coach professionista (riservato e non giudicante) al di fuori della tua organizzazione può aiutarti a raggiungere i tuoi obiettivi in meno tempo e meno dispendio di risorse.

2. “Ho delle domande e il coach mi dà le risposte.”

Esattamente il contrario.

Come coach ti pongo domande per aiutarti a scoprire e trovare le risposte “dentro di te”.
Una domanda ben ponderata può essere un valore immenso.

Il coaching non è consulenza.
Sei tu che devi rispondere alle domande.

Piuttosto che dirti cosa fare utilizzo vari approcci per tirare fuori le soluzioni dal “tuo interno”.

3. “Ho delle domande e il coach mi dà dei consigli”

Il coaching non comporta il dare consigli.
 


 
Piuttosto, si basa sul presupposto che le persone siano naturalmente creative,
e siano in grado di ottenere risultati migliori.

4. “Voglio risposte, voglio sapere cosa-fare e non sentirmi rivolgere domande.”

Le risposte sono dappertutto.
Non avrai problemi a recuperarle. Ti basta digitare.

E infatti ne trovi tante. Tantissime.
Purtroppo … le conosci già.

Le risposte che trovi sono generiche e tutt’altro che significative.
Il problema che (spesso) sono risposte standard e poco personalizzate.
Generiche e poco incisive.

Ecco perché è necessario un approccio individuale personalizzato sulle basi delle tue necessità.
Il percorso di personal coaching. Appunto.

5. “Posso semplicemente parlare con il mio migliore amico.”

A volte, un caro amico è la persona migliore per aiutarti a scavallare una situazione delicata.

Ma sarà difficile per lui/lei essere imparziale.
Non ti farà le domande difficili che “devono essere fatte”.

Il coach riuscirà a far emergere l’efficace prospettiva di un professionista,
non coinvolto e non giudicante,
e per questo più efficiente.

6. “Il coaching per essere efficace necessita di molto tempo”

La realtà è esattamente l’opposto.
 


 
Se parliamo di obiettivi specifici il coaching è molto efficace in “dosi” brevi e mirate.

Ovviamente è irragionevole proporre miglioramenti importanti in un paio sessioni di coaching!

Per un obiettivo ampio e complesso (come potenziare la leadership e la comunicazione) è necessario discutere insieme la durata e la pianificazione.

7. “Il personal coaching è costoso. È solo per grandi manager, atleti e professionisti famosi.”

Potrebbe essere vero per alcuni coach altamente specializzati o molto famosi,
ma certamente non per tutti.

Nella mia esperienza, il costo non rientra nelle “resistenze”, perché le persone lo vedono come un investimento su loro stesse.

Il focus è sulla crescita e lo sviluppo degli obiettivi personali.

8. Personal coaching è una specie di terapia

Questo è causa dei molti malintesi e danni d’immagine che ha subito il coaching nel corso degli anni.

È importante essere chiari …
l’analisi dei traumi passati esula dall’attività di coaching, che si basa prevalentemente sul presente e ciò che sarà il futuro.

Personalmente non propongo terapie, non curo disturbi o problemi psicologici.

Nel mio lavoro, se e quando è il caso, mi avvalgo della collaborazione e del supporto di colleghi professionisti (psicologo, psicoterapeuta, ecc..)

9. Il coaching non produce risultati

Il coaching è ottenere risultati!

Il percorso di personal coaching comporta la definizione e la pianificazione (di tutti i passi intermedi utili al raggiungimento) degli obiettivi.

Non si può parlare di coaching senza parlare di risultati.

8 segnali evidenti che il colloquio di lavoro è andato male

colloquio di lavoro è andato male

Foto di Alena Darmel da Pexels

Hai la sensazione che il colloquio di lavoro sia andato male?
O almeno… non come speravi?

Hai colto qualche segnale “strano”, ma non sai bene come interpretarlo?

Prima di tutto, una cosa importante:
ne avrai certezza solo quando riceverai una risposta.

Capita spesso di chiudere mentalmente la questione…
e poi ricevere l’invito al secondo colloquio.

Detto questo, vediamo 8 segnali che potrebbero (sottolineo: potrebbero) indicare che il colloquio non è andato come speravi.

1. Te l’hanno detto apertamente

Succede raramente, ma può capitare.

Gli intervistatori ti hanno detto chiaramente di avere dubbi sulla tua esperienza o su alcune risposte.

Non farti prendere dal panico.
Anzi: è meglio di quanto pensi.

Nel 95% dei casi non dicono nulla e scartano.
Qui, invece, ti stanno dando la possibilità di spiegarti o chiarire.

Se però il colloquio si chiude senza darti spazio per farlo, è improbabile che il percorso prosegua.

2. Tornano più volte sugli stessi punti

Stesse domande, viste da angolazioni diverse.

Il “buco” nel CV.
Il motivo per cui hai lasciato il lavoro precedente.

È un segnale di dubbio, non ancora risolto.

Se hai modo di approfondire, è un buon segno.
Ma evita risposte vaghe o evasive.

Qui servono chiarezza e precisione, non battute di circostanza.

3. Scarsa attenzione

Un intervistatore coinvolto:

  • sorride
  • annuisce
  • segue quello che dici

Se invece lo percepisci presente solo fisicamente,
poco reattivo, con energia bassa e sguardo altrove…

potrebbe essere un segnale di disinteresse.

4. Il colloquio finisce troppo presto

Un colloquio lungo è spesso un buon segnale.
Uno che termina prima del previsto, meno.

Attenzione però alle eccezioni:
ritardi, agenda piena o decisione già presa (in positivo).

Non è una sentenza, ma è un campanello.

5. Nessuna indicazione sui prossimi passi

Non ti hanno detto:

  • come prosegue la selezione
  • quando arriverà una risposta
  • cosa aspettarti dopo

Può significare molte cose:
bocciatura, dimenticanza o scarsa organizzazione interna (che comunque non è un buon segnale).

6. Non ti hanno dato spazio per fare domande

Il colloquio è uno scambio, non un interrogatorio.

Se l’intervista si chiude senza lasciarti fare domande,
oppure ricevi risposte vaghe e frettolose ..

potrebbero aver già deciso di guardare altrove.

Essere un segnale che il colloquio di lavoro è andato male.

7. Non “vendono” l’azienda o il ruolo

Quando un colloquio va bene, i selezionatori parlano del futuro:

  • opportunità
  • crescita
  • contesto
  • ruolo

Se non cercano minimamente di renderti entusiasta,
potrebbe essere un segnale di scarso interesse.

8. Non hanno chiesto la tua disponibilità

Domande come:

  • Quando potresti iniziare?
  • Stai facendo altri colloqui?
  • Quando potresti lasciare l’attuale azienda?

Se arrivano, è spesso un ottimo segnale.
Se non arrivano, non è una condanna… ma resta un indicatore.

In conclusione

Questi sono segnali, non certezze.

Concediti un momento di delusione: è normale.
Poi riprendi lucidità.

Invia sempre una mail di ringraziamento.

Rifletti su cosa potresti migliorare.
Ogni colloquio è “allenamento”.

Vuoi potenziare il tuo approccio ai colloqui di lavoro?

Con le sessioni di coaching personalizzate puoi:

  • rispondere in modo più efficace
  • evitare di diventare accondiscendente
  • verificare CV e strategia di risposta
  • preparare le domande più delicate
  • gestire l’ansia da colloquio

Perché il colloquio non si “subisce”.
Si guida.

Grande comunicatore: come ascoltare ciò che non viene detto

grande comunicatore

La comunicazione si può dividere, in modo semplice, in due parti:

  • ciò che si dice
  • ciò che non viene detto.

Peter F. Drucker lo ha espresso con chiarezza:

“Gli ascoltatori empatici possono udire persino ciò che viene detto in silenzio.

La cosa più importante nella comunicazione è ascoltare ciò che non viene detto.”

Ma come si diventa un grande comunicatore?

Come puoi sentire ciò che non viene detto?

Più entri nel mondo dell’altro, più lasci fuori la tua storia.

Troppo spesso riempi i silenzi con la tua esperienza.
Interpreti.
Anticipi.
Concludi.

Ma ascoltare davvero richiede un’altra cosa: presenza.

Concentrati sulla persona

Parla poco.

Non pensare alla tua risposta mentre l’altro parla.
Non immaginare cosa-dirai-dopo.

Evita interrompere.

Non finire le frasi al posto suo.

Dai alla persona tutta la tua attenzione.

Lascia che trovi il suo ritmo.
Lascia che faccia pause.
Che pensi.

Usa tutti i tuoi sensi per ascoltare

Ascoltare non è solo un atto mentale. È un atto percettivo.

Osserva il linguaggio del corpo.
Nota i micro-cambiamenti del volto.
Ascolta il tono,
il ritmo,
l’energia.

Immagina cosa sta accadendo dentro quella persona.

Non per giudicare.
Ma per comprendere.

Elimina le distrazioni

Ascoltare è una scelta intenzionale.
Spegni il telefono.
Non controllare notifiche.
Non guardare altrove.

La tua attenzione è il primo segnale di rispetto.

Diventa consapevole dei tuoi pregiudizi

Ognuno di noi è pieno di opinioni, esperienze,
interpretazioni.

Non puoi eliminarle.
Ma puoi riconoscerle.

Il grande comunicatore non ascolta per confermare ciò che pensa.
Ascolta per scoprire ciò che ancora non sa.

Svuota la mente.
E ascolta davvero.

Ascolta oltre le parole

Osserva le incongruenze.

Le parole sono positive, ma il volto è teso?
Il tono è incerto?
Il ritmo è accelerato?

“Ascolta” le emozioni.

C’è paura?
Esitazione?
Entusiasmo trattenuto?

“Ascolta” il livello di energia.

L’energia comunica spesso più delle parole.

Fai domande che aprono, non che chiudono

Le domande migliori sono neutre. Senza giudizio.

Non interrogano. Invitano.

Invece di:

  • “Ma cosa hai fatto?”

Prova con:

“Dimmi di più su questo.”

Oppure:

  • “Voglio essere sicuro di aver capito…”
  • “Ho notato qualcosa che mi ha incuriosito…”
  • “Puoi aiutarmi a comprendere meglio questo passaggio?”
  • “Ho capito bene che…?”

Le domande giuste creano spazio.
E nello spazio emerge la verità.

Mettiti nei suoi panni

Prova a vedere il mondo dal suo punto di vista.

Quali sono le sue paure?
Le sue pressioni?
Le sue esperienze?

Non saltare alle tue conclusioni.

Sii curioso.
Non difensivo.

La curiosità apre. Il giudizio chiude.

Ascolta anche il tuo intuito

A volte senti qualcosa prima ancora di capirlo.

Una tensione.
Una dissonanza.
Una sensazione difficile da spiegare.

L’intuito precede la logica.

Non sostituisce la ragione.
La completa.

In conclusione

Essere un grande comunicatore non significa parlare meglio.

Significa ascoltare meglio.

Ciò che non viene detto —
il linguaggio del corpo, il tono, l’energia, le pause —
è spesso la parte più autentica del messaggio.

Le parole informano.
Ma la presenza rivela.

Se desideri sviluppare una comunicazione più autorevole, empatica e incisiva, puoi iniziare da qui:

Voce, attitudine, presenza: comunica autorevolezza da Executive

e approfondire i principi nel mio libro “Autorevolezza” dedicato alla comunicazione e alla leadership.

Perché le persone non ascoltano chi parla di più.

Ascoltano chi sa ascoltare meglio.

Comunicazione efficace: ecco il segreto dei grandi leader

comunicazione efficace

Il nuovo team leader si è insediato da qualche settimana.
Desidera instaurare un clima di fiducia con i membri del suo team.

Ha indetto un’altra riunione per creare il tanto ricercato (e osannato) spirito di squadra.

Il team leader si è preparato. Si impegna. Ci crede.
Anche i collaboratori ci credono.
A parole.

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Se osservi con attenzione i segnali non verbali delle persone.
imparerai tanto dal linguaggio del corpo quanto dalle parole che sentirai.

Le persone ti “dicono” quanto siano interessate e disponibili,
anche se non dicono nulla.

Infatti … nonostante le frasi gentili e ben articolate,
inneggianti all’unità di squadra,
a lavorare come un’unità anziché come individui,
il non-verbale (se lo sai “leggere”) è stato abbastanza eloquente.

Un cenno occasionale. Una risatina. Gli occhi guardano fuori dalla finestra. Le unghie che rullano sullo schermo di uno smartphone. Un telefono fa vibrare il tavolo. Lo sguardo -impaziente- all’orologio sulla parete, braccia conserte, postura svogliata o sopracciglia alzate …

Tradotto? Nervosismo, disinteresse, disapprovazione, sospetto.

I messaggi non verbali il più delle volte non sono intenzionali e questo li rende autentici. Preziosi.

Alcune persone li inviano in modo sottile,
altre sono più facili “da leggere”.

Infatti in questa riunione, la più “anziana” ha parlato (a nome di tutto lo staff) di collaborazione e di partecipazione. Le parole erano rivolte al nuovo team leader … peccato che il corpo era rivolta verso qualcun altro. Nessun contatto visivo esplicito.

Alcune persone sono abili a parlare.
Sembrano aperte quando in realtà sono poco disponibili.
Usano toni tranquilli. Spesso lusingano.
 


 
Tuttavia, dietro tante parole, se attendi che il fumo si dirada per vedere “l’arrosto”,
vedrai che spesso le persone stanno proteggendo il loro territorio,
pronti a tirarsi fuori o incolpare gli altri.

Il team leader dovrebbe imparare il segreto dei grandi leader

Ascoltare ciò che non viene detto!

Il linguaggio del corpo può mostrare l’incongruenza con le parole.
I segnali non sono in sintonia con ciò che si sta dicendo.

Se dici che sei felice ma i tuoi occhi sono freddi,
anche se la tua bocca sorride,
noi crediamo ai tuoi occhi.

Se scuoti la testa quando dici di sì,
noi crediamo alla tua testa,
non di certo alle belle e suadenti parole che hai usato.

Se dici: “Questo mese è stato terribile” se ascoltiamo solo le parole saremo dispiaciuti con te o per te.

Ma se dici: ” Questo mese è stato terribile” ma immediatamente sorridi e fai l’occhiolino supponiamo che sia stato un mese di vendite fantastico.

Come supervisore saper leggere i segnali non verbali è un’abilità fondamentale

La cosa più importante nella comunicazione è …
ascoltare ciò che non viene detto.

Ecco il segreto della comunicazione efficace … lo sanno bene gli uomini d’affari, manager, imprenditori.
I grandi leader.

Il non verbale è la forma di comunicazione più potente.
I migliori comunicatori sono sensibili al potere delle emozioni e dei pensieri espressi senza l’uso della parola.

 
More: scopri il percorso di coaching ideale per potenziare la tua comunicazione.
 

Se sei occupato a pensare ciò che dirai,
non sarai mai in grado di ascoltare completamente ciò che l’altra persona sta dicendo, il tuo team, un cliente, ecc.

Ascoltare in modo attivo coinvolge non solo le orecchie,
ma anche gli occhi, la postura, tutto ciò che “ingloba” la persona.

I segnali non verbali sono la più potente forma di comunicazione efficace

Mettiamo molta attenzione alle parole che pronunciamo,
ma uno sguardo o un gesto possono dire molto di più.

Le espressioni facciali, il contatto con gli occhi, i gesti,
la postura e il tono della nostra voce trasmettono il nostro interesse,
la sincerità e la fiducia.

I grandi leader sanno che la capacità di comunicare è fondamentale. Il rapporto e la fiducia si costruiscono o si perdono proprio comunicando.

La comunicazione efficace non è solo parlare e ascoltare.
Osserva attentamente, diventerai un comunicatore migliore.

La prossima settimana potrai leggere come “ascoltare ciò che non viene detto”.

“Non ascolto gli altri perché sono smart e intelligente”… la trappola del leader

la trappola del leader

Foto di Vitabello da Pixabay

Lo stereotipo del leader efficace è facile da individuare …
avere tutte le risposte e sapere sempre esattamente cosa fare!

“Non lo so” è una delle frasi più difficili da dire.
Queste tre parole ci fanno sentire spesso inadeguati.

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È vero! Ma è anche pericoloso assumersi la responsabilità di tutte le risposte. È una vera e propria trappola del leader!

Non è necessario conoscere tutte le risposte,
basta saper porre le domande giuste.

La trappola del leader è pensare di disporre di tutte le risposte

Avere tutte le risposte a qualsiasi domanda,
problema o sfida.

Nessuna persona può sapere tutto o possiede tutte le risposte. Nessuno.
Se sei convinto che, come leader, è necessario conoscere tutte le risposte,
sei sulla rampa di lancio del fallimento.

Dovresti ascoltare gli altri.

Il leader di successo riconosce l’importanza dell’ascolto. Sa perfettamente che ascoltare può portargli importanti vantaggi competitivi.

Non sono pochi gli imprenditori di successo che dichiarano come ascoltare con attenzione i feedback negativi è stata una parte fondamentale della loro strategia.

Probabilmente non sarebbero arrivati dove sono senza il costante perfezionamento,
anche attraverso i feedback negativi che hanno ricevuto (e spesso ricercato).

L’ascolto è una parte fondamentale della comunicazione

Saper ascoltare ti consentirà anche di differenziarti,
dimostrare interesse ed empatia verso i tuoi collaboratori.

Costruire relazioni più solide e durature.

È importante (per i tuoi collaboratori) soddisfare il bisogno fondamentale di sentirsi valorizzati, contribuire con le loro idee,
sentire un senso di appartenenza e di responsabilità personale per quello che stanno facendo.

Naturalmente,
ci sono alcune circostanze (situazioni delicate, spettro del fallimento ecc..) in cui è necessario dare risposte immediate e indicare una visione.
Decidere un’azione decisiva. Univoca.

Dovresti ascoltare i tuoi collaboratori

Presta attenzione a quanto hanno da dirti,
non rimanere fermo sulle tue posizioni.

Guarda la differenza di approccio prima di iniziare una riunione: “entrare con la risposta già pronta” contrapposto a “entrare con l’intento di trovare la risposta (insieme).”

Dovresti essere un leader genuino e schietto, che valorizza i membri della tua squadra,
rispetta le idee e competenze del tuo team,
ascolta i suggerimenti prima di decidere su una nuova direzione o azione.

Non devi conoscere tutte le risposte.
È necessario imparare a porre le domande giuste. Evitare la trappola del leader saccente e so-tutto-io.i

Ecco 14 motivi perché non vuoi ascoltare (sbagliando) suggerimenti e consigli degli altri.

Non ascolto perché mi piace dare risposte alle persone.

Mi fa sentire importante.

Non ascolto perché la conoscenza è potere.

Se ho le risposte elevo il mio status.

Non ascolto perché non ho bisogno di sprecare il mio tempo prezioso.


 

 

Non ascolto perché sono il capo e non ho bisogno di suggerimenti.

Non ascolto perché non ho bisogno di aiuto.

Posso fare tutto da solo.

Non ascolto perché tutto quello che ho davvero bisogno è che facciate quello che vi dico.

Non ascolto perché sono competente.

Molto competente.


 
More: scopri il percorso di coaching ideale per potenziare la tua leadership
 

Non ascolto chi ha meno esperienza della mia.

Non ascolto perché non mi piace né il messaggio né il messaggero.

Non ascolto chi non ha il quadro completo.

Non può capire!

Non ascolto chi non condivide le stesse mie responsabilità. Non può comprendere!

Non ascolto chi so che sicuramente non mi capirà.


 

 

Non ascolto chi ha fallito.

Non ascolto perché sono l’esperto.

Un esperto non chiede. Mai.

Collaboratore sensibile: 11 spunti per approcciarlo con successo

collaboratore sensibile

Uno degli errori gestionali che puoi commettere come team leader è sottovalutare le persone sensibili che lavoravano con te.

Una persona estroversa, più loquace, sicura di sé e socievole, potrebbe mal sopportare i comportamenti di collaboratori e colleghi più timidi, più tranquilli o meno socievoli.

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Gli estroversi vogliono parlarne.
Gli introversi pensare.
Osservare.

Parlare poco non è sinonimo di debolezza, indifferenza, superficialità

Anzi.
Non dare mai per scontato che tranquillità sia sinonimo di debolezza oppure consenso.
Spesso sono persone tenaci, forti e disciplinate.

Fai del tuo meglio -come team leader- per mettere le persone a proprio agio,
adattati (per quanto possibile) al loro stile comunicativo,
ma non pensare di aver fatto qualcosa di sbagliato se non funziona.

Ecco alcuni modi per relazionarti con un collaboratore sensibile e introverso:

1. Non prendere la sua “tranquillità” sul personale

Ti sarà senza dubbio capitato di rapportarti con una persona introversa e di provare fastidio o disagio perché erano riservate oppure poco comunicative.

Non prenderla sul personale se all’inizio non sembrano cordiali.
È la loro natura.
È il nervosismo che li rende così tesi.

Sono solo un po’ ingessati (all’inizio). Hanno bisogno di un po’ di tempo per “scaldarsi”.
Non farne un dramma!

2. Non fare battute

Evita di etichettare la loro “calma” in modo accusatorio e conflittuale.
Non pensare di scuoterli pungendoli con ironia,
spesso le persone si sentono più imbarazzate e incomprese.
 


 

Non commentare la timidezza.
Non tirare fuori “Ah. Ma quanto sei timido!” come se fosse un problema.

Piuttosto, onora i punti di forza.
Se vuoi fare una battuta, non dire niente di troppo tagliente e chiarisci (per esempio sorridendo) che sei comunque amichevole e affettuoso.

Non essere cinico o sarcastico.
Spesso le persone sensibili sono molto competenti e concrete.

3. Non pressare un collaboratore sensibile

Il modo più naturale per “motivare” una persona all’azione suona più o meno così “Coraggio! Fallo e basta! Se va male, la prossima volta andrà meglio!

In realtà, le esortazioni non aiutano i timidi a diventare coraggiosi.
Anzi.

Ci sono persone che amano pensare … prima di passare all’azione!

L’importante è lasciare ai tuoi collaboratori più introversi il tempo per pensare e raccogliere i pensieri.
Otterrai, in cambio, idee e soluzioni!

Se desideri approfondire il coaching sulla gestione efficace del tuo team.

4. Prendi l’iniziativa nella conversazione, ma non esagerare

Quando una persona riservata deve parlare, spesso si sente ansiosa.
Ha poco senso pressarla ad intervenire. A dire la sua.

È molto più facile che si metta sulla difensiva, contribuendo poco alla discussione.

 
More: scopri il percorso di coaching ideale per potenziare la tua team leadership
 

Concedile qualche minuto per “scaldare il motore”.
Dopo pochi minuti l’ansia tende a diminuire e iniziano ad aprirsi.

A volte tutto ciò che devi fare è … aspettare un po’.

5. Ascolta attivamente il collaboratore sensibile

Il primo incoraggiamento che puoi dare a una persona sensibile e introversa è quello di essere “presente”,
ascoltare con la massima attenzione.

Pianifica incontri periodici uno a uno per costruire una relazione più stretta.

Grazie al clima di fiducia,
il tuo collaboratore si sentirà a suo agio e incoraggiato ad aprirsi. Spronalo a esprimere i suoi punti di forza, il lavoro che più li piace e le aree in cui vorrebbe migliorare.

6. Dai il tempo di rispondere

Non riempire i silenzi.

Appena smetti di parlare,
l’altra persona non ti risponderà immediatamente.
Non partire a parlare nuovamente. Reggi il silenzio.

Ti avrebbe risposto, se solo le avessi dato il tempo di mettere insieme i pensieri.
Le persone introverse apprezzeranno che tu li dia un po’ di respiro.
 


 

Tuttavia, potrebbero sentirsi preoccupate e imbarazzate quando non possono risponderti subito.
Goditi il silenzio. Dai loro spazio chiudendo la bocca.
Poni domande, dopo aver concesso loro il tempo di riflettere.

Non farti prendere dal fastidio se c’è uno “strano” silenzio tra voi.

7. Porgi feedback positivi ma senza esagerare

Non essere falso e non esagerare nei tuoi riconoscimenti.
Le persone più sensibili hanno un fiuto eccezionale nel riconoscere le persone meschine e ruffiane.

Cerca di comunicare quanto sei amichevole e interessato.

Porgi complimenti sinceri quando è il caso ma non ingigantirli (le persone sensibili spesso credono di essere incapaci e noiose).

8. Non aspettarti conversazioni wowww

Se li capita di inciampare nelle sue stesse parole o sembra “bloccato” mentre cerca di rispondere a una domanda, mettilo a suo agio.

Fai attenzione ai dettagli.

I dettagli (che a te appaiono insignificanti) possono essere molto importanti.

L’attenzione ai dettagli ti permetterà di essere maggiormente empatico,
di mostrarti comprensivo ed aiutarlo a farlo sentire meglio.

9. Rispetta i confini del tuo collaboratore sensibile

Le persone tranquille tendono ad avere confini più forti e rigorosi.

Non si sentono a loro agio di fronte a persone che non conoscono o gruppi numerosi, fare telefonate difficili o comunicare cattive notizie con un cliente o un capo.

Quando sono spinte, a oltrepassare la linea della loro zona di comfort (senza essere pronti), è facile che diventino emotive, agitate e turbate.

 
More: scopri il percorso di coaching ideale per potenziare la tua leadership
 

Quando questo accade, è meglio fare un passo indietro e rispettare “i confini” piuttosto che spingere e rischiare di perdere un valido collaboratore.

10. Chiedi “Come posso aiutarti”?

A volte, il collaboratore introverso è talmente assorbito da un compito, così concentrato su dettagli e rifiniture da rendere la mansione più complicata di quel che è.

È importante rompere quel blocco mentale, aiutarlo a passare dal pensiero all’azione, identificare quello che è più utile, piuttosto che concentrarsi su “quello che manca”.

Chiedi di cosa ha bisogno per andare avanti ed essere più efficiente.

  • “Cosa ti serve?”
  • “Più tempo? Più spazio?”
  • “Un corso specifico per una determinata competenza?”
  • “Come può essere più facile/semplice questo lavoro/progetto?”
  • “Quanto sarebbe utile il supporto di un altro collaboratore?”

11. Comunica con efficacia

I collaboratori sensibili introversi preferiscono tutte le forme di comunicazione che permettono di lavorare con calma e di evitare la “pressione”.

Porgi feedback uno a uno piuttosto che in gruppo.
Usa la mail.
Lasciali lavorare da soli. Smetti di esigere il lavoro di gruppo.

Crea ambienti silenziosi.
Le persone tranquille amano i luoghi tranquilli.

Come pensi che reagisca il tuo collaboratore sensibile se li fai una domanda inaspettata o una richiesta a bruciapelo?
Ferma!
Non è incapace. Serve solo un po’ di tempo.

Non pensare che questa idea del “dare il tempo” non permetta al tuo collaboratore di lavorare in un ambiente più frenetico e convulso.

Il collaboratore sensibile sa adattarsi, anche bene.
Deve solo prendere le “misure”.

In conclusione,
ricorda che cosa dici, come lo dici e quando lo dici sono tutte variabili che influiranno sul tipo di relazione che vuoi “costruire” con il tuo collaboratore sensibile.

Partecipare a una riunione: come rovinare la tua immagine professionale

partecipare a una riunione

Foto di BROTE studio da Pexels

Se le sai padroneggiare,
le riunioni sono lo strumento più potente che hai per potenziare il tuo personal branding.

Sai cosa è il personal branding?

Significa gestire in maniera strategica la tua immagine professionale: quello che gli altri percepiscono di te e che farà scegliere te al posto di qualcun altro. Puoi consolidare il tuo posizionamento, differenziarti dagli altri e renderti più riconoscibile e memorabile. Ti farà notare!

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Le riunioni costituiscono anche gran parte del tempo che trascorri al lavoro,
quindi è importante non sprecare quel prezioso bene.

Sono anche il luogo in cui le persone che devi “colpire” (i capi, i colleghi, i collaboratori) si ritrovano.

Partecipare a una riunione vuol dire costruire la tua immagine professionale ed aumentare il tuo carisma

Fai attenzioni ad atteggiamenti, frasi, espressioni e formalismi riempitivi che minano la tua fiducia e indeboliscono la tua comunicazione (anche se possono essere innocui nel contesto corretto).

Tipiche manifestazioni di uso comune che oramai non ci accorgiamo neanche più quando e perché le diciamo.

Ecco 14 manifestazioni che asfaltano la tua immagine professionale quando devi partecipare a una riunione:

1. Interrompere

Conosci qualcosa di più irritante di qualcuno che ti “va sopra” quando stai per spiegare la tua idea in una riunione?

Ecco perché è fondamentale non interrompere e non riempire i silenzi.
Lascia il tempo all’altra persona di pensare e di esporre il suo concetto.

Attendi che la persona finisca di parlare,
prima di contribuire.

2. Essere in ritardo

Potresti pensare che arrivare per ultimo ti dia un touch di carisma.
Far aspettare le persone per il tuo “grande ingresso”.
Ma non è così.

In realtà, sembra che tu non sia in grado di gestire il tuo programma o, peggio,
che questa riunione non sia così importante per te.
 


 

Arriva puntuale.
Arriva in tempo … pronto a lasciare il segno!

3. Essere impreparato

“Ah! Si, no, ehm … mi sa che non ho letto la mail.”

Non sai cosa si tratta in questo incontro?
Sei troppo occupato? Beh. Lo siamo tutti!
Basta prendere 5 minuti per familiarizzare con le trattande della riunione.

Quando ti presenti costantemente alle riunioni senza esserti preparato,
l’etichetta di “mediocre” non te la toglie (giustamente) più nessuno!

Per prepararti a un incontro in modo efficiente, poniti queste domande:

  • Qual è il messaggio chiave che voglio comunicare?
  • Chi partecipa e cosa voglio che pensino, provino o facciano?
  • Qual è il contributo più prezioso che posso dare?
  • Chi dovrei riconoscere o supportare?

4. Utilizzare il cellulare

Alcune team leader consentono ai membri del team di usare lo smartphone durante le riunioni.

A mio avviso, è meglio lasciarlo in tasca o nella borsa,
o meglio ancora, lascialo nel tuo ufficio.

Non puoi essere impegnato mentalmente nella riunione,
se sei occupato con il tuo smartphone.

Ricorda …
le persone possono vederti lo stesso anche se lo usi sotto il tavolo-riunione!

5. Non prendere appunti

Non essere quello che si siede senza portare un blocco note per prendere appunti, un laptop … niente!

 
More: scopri il percorso di coaching ideale per potenziare la tua autorevolezza
 

Partecipare a una riunione e mostrare leadership?
Un piano di lavoro liscio-liscio dimostra che non sei davvero interessato agli altri.

Ancora peggio,
non prendere appunti affermando di avere una buona memoria .

6. Non ripetere i concetti degli altri

Il tempo è stretto. Fai il tuo punto.
Poi prosegui.

Evita di ripetere quello che hanno detto gli altri.
Solo per dire-qualcosa. Cercare di fare colpo.

Se vuoi riconoscere i concetti degli altri puoi dire qualcosa tipo “Come suggerisce Piercarlo, sono d’accordo sul fatto che dobbiamo concentrarci prima su …”.

7. Prendere gloria per i contributi di altri

Ti prende il merito se va bene, incolpi gli altri se va male?

Mossa infantile e meschina.

Non ripetere continuamente la parola “io” perché hai bisogno della gratificazione per nascondere la sua bassa autostima.
“Voglio…”, “Ho bisogno…”, “Devo avere…” sono le sue espressioni preferite?

8. Fare il paraculo

Smettila di annuire a ogni singola frase che senti dire dal tuo capo.
Non sottolineare con il capo ogni intervento del CEO.

È irritante.

9. Essere negativo

Le espressioni negative e dubbiose hanno il potere di condizionare negativamente chi ti ascolta.

Assicurati di essere assolutamente certo di quello che dici o esponi, anche (e soprattutto) quando devi esprimere difficoltà o perplessità.

Non essere quello che si focalizza sempre-e-solo su cosa-non-funziona.

10. Contestazioni di carattere personali

Le riunioni influenzano l’esecuzione della tua attività, del tuo team o del tuo dipartimento.
 


 

I meeting con il team non sono il momento giusto per tirare fuori le tue rimostranze sulla promozione a supervisor di Fausta.

Se hai un problema personale con Fausta (anche legittimo) la riunione di team non è il posto per le tue polemiche personali.

11. Espressioni facciali di stupore o di disaccordo

Evita di scuotere la testa o rotolare gli occhi.
Agitarti in modo inquieto o nervoso.
Guardare in modo intimidatorio. Sussurrare (come un cospiratore) con un’altra persona.

Sbadigliando invii il messaggio che sei irrispettoso e che ti annoi facilmente.
Mostra alle persone che sei coinvolto e interessato.

Una postura equilibrata darà un’impressione di fiducia e autorevolezza.

12. Uscire/entrare dalla stanza non vuol dire partecipare a una riunione

Non appena l’argomento cambia, fai notare in modo palese che non sei più interessato.
Inizi a parlare con un collega.

Utilizzi il tuo laptop,
lavorando chiaramente su qualcosa di estraneo alla riunione.

Questi atteggiamenti mostrano il tuo disinteresse verso gli altri. Non sei interessato a ciò che gli altri hanno da dire.
Presti attenzione solo quando l’argomento è di tuo interesse.

Impegnati per l’intera durata della riunione.

13. Frasi che minano la tua immagine professionale

“So che dovrei saperlo, ma …”
“Scusate. Posso fare una domanda?”
“Potrebbe essere una domanda stupida, ma ...”

Quando precedi la tua domanda con queste introduzioni,
stai mostrando alle persone quanto tu sia incerto e poco sicuro della tua competenza.

Se vuoi partecipare a una riunione, poni la tua domanda direttamente,
senza scuse.

14. Parlare solo per farsi notare

Nessuno vuole trascorrere tempo inutile (oltre il necessario) in una riunione.

Non aggiungere parole-inutili solo per farti notare. Ci sono modalità più efficaci.

Quando rendi produttiva una riunione,
diventi istantaneamente autorevole e fiducioso agli occhi dei tuoi colleghi o del tuo team.

Quando elimini tutti questi comportamenti,
sarai in grado di lasciare un segno e partecipare a una riunione per rafforzare il tuo marchio personale.

Come essere un leader: le domande sono frecce potenti al tuo arco

come essere un leader

“È una bella domanda.”.
Gli occhi si spostano verso l’alto. La persona si ferma a pensare.

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Dovresti essere contento quando qualcuno ti rivolge questa frase.
Hai appena fatto una domanda potente. Non la “solita” domanda.
La domanda giusta al momento giusto.

Come essere un leader: le domande fanno riflettere

Forniscono spunti interessanti sulla vita, priorità, valori, ecc.,
Non si soffermano in superficie. Scavano in profondità. Approfondiscono argomenti.
A volte ci vuole coraggio per affrontare il disagio di rispondere.

Se una domanda ti sorprende, ti fa pensare, può portarti a intuizioni profonde.
Uniche.

Le domande potenti non le senti spesso.
“Come va?” non è una domanda potente.
Invece lo è “Qual è stato il tuo momento più proficuo oggi?”.

Una domanda potente ti aiuta a superare le divergenze, rafforza le relazioni.
Trasforma la confusione in chiarezza,
la rabbia e la frustrazione in accordo e soddisfazione.

Prima di pretendere di essere capito cerca di farti capire

Come essere un leader: ascolta. Indaga. Cerca chiarezza.
Fare domande è un modo per acquisire queste informazioni.

Ricoprire una posizione di responsabilità non significa dire sempre la cosa giusta al momento giusto.

In realtà i leader più efficaci non sono necessariamente quelli che dicono sempre la cosa giusta,
ma piuttosto quelli che sanno fare le domande più appropriate.

Riconosci l’efficacia delle domande.

Non concentrarti su-cosa-dire.
Concentrati su-cosa-chiedere.

Quando hai rilevato un errore puoi chiedere: “Cosa è successo?” o “Di chi è stata la colpa?”.
Chiedendo invece: “Qual è la causa principale?” oppure “Come possiamo prevenire l’errore in futuro?” puoi incoraggiare il problem solving.

Ci sono cose che ho imparato nel corso degli anni attraverso la mia attività di coaching e che puoi utilizzare anche tu nel corso dell’incontro uno-a-uno.
 


 
Ecco alcune domande che puoi utilizzare in diverse situazioni.
Possono diventare il tuo strumento per influenzare le persone e produrre risultati.

Quando la discussione tende a divagare e vuoi riportarla sui binari

  • Qual è lo scopo di questo incontro?
  • Che cosa posso fare per esserti d’aiuto?
  • Qual è il nostro obiettivo?
  • Che cosa stiamo cercando di realizzare?

Quando vuoi far emergere e risolvere un problema

  • Puoi condividere alcuni dettagli del problema specifico? (Chi è coinvolto? Dove? Quando? Per quanto tempo?)
  • Cosa credi l’abbia causato?
  • Qual è la tua difficoltà più urgente/importante in questo momento?
  • Cosa hai provato a fare -finora- per risolverlo?
  • Possiamo prendere qualche spunto sulla base dei successi passati?
  • Cosa non hai ancora provato a fare/dire?

Quando vuoi rimuovere ostacoli

  • Chi altro deve essere coinvolto? Come ti può aiutare?
  • Come capirai che hai raggiunto il tuo obiettivo?
  • Cosa ti trattiene?
  • Quali potrebbero essere le conseguenze indesiderate? Cosa ti preoccupa di più? Quali sono le tue opzioni? Cos’altro puoi provare?
  • Qual è il tuo piano B?

Quando vuoi approfondire un progetto

  • Quale aspetto di questo progetto ti è sembrato particolarmente interessante?
  • Cosa ti frustra/preoccupa di più del progetto?
  • Cosa posso fare per rendere le cose più gestibili?
  • C’è qualcosa che dovrei sapere sul progetto che non so?

Per verificare com’è stato accolto un cambiamento/nuova mansione

  • Hai qualche preoccupazione riguardo il cambiamento che ti riguarda?
  • Come sta andando con la nuova situazione/sviluppo/mansione?
  • In che modo la nuova situazione/mansione sta influenzando il tuo modo di lavorare?
  • Cosa potrebbe ostacolare la tua efficacia?
  • Che tipo di progressi hai fatto rispetto i passaggi che abbiamo approfondito la volta scorsa?
  • Nel nostro ultimo colloquio hai accennato che ti piacerebbe crescere come … Come sta andando?
  • Su quali aree di sviluppo lavorerai nelle prossime settimane?

 
More: scopri il percorso di coaching ideale per potenziare la tua leadership
 

Quando ti trovi a corto di parole, fai una domanda

Questo tipo di domande sono utili per guadagnare tempo e pensare ad una risposta appropriata.

  • Come vorresti che io reagissi?
  • Potresti per favore ripetere quanto hai detto?
  • Come pensi che mi senta dopo quello che mi hai detto?

Quando ti senti attaccato

  • Perché pensi che la mia idea non possa funzionare?
  • Che cosa ho detto per farti sentire in quel modo?
  • Che cosa potrebbe convincerti del contrario?

Quando un rapporto professionale è in pericolo, fai una domanda

  • Che cosa possiamo fare per risolvere questo problema?
  • Come pensi che potremmo fare, in futuro, per lavorare meglio insieme?
  • A che cosa ci porta tutto questo?
  • Cosa vorresti che cambiasse nei nostri colloqui/dialoghi? Come potremmo renderli più utili per te?
  • Sto cercando di migliorare i nostri colloqui e apprezzerei molto avere un tuo feedback in merito. Cosa ti è piaciuto e cosa posso migliorare?
  • C’è qualcosa che dovrei smettere, iniziare o continuare per migliorare il valore dei nostri dialoghi?

Quando vuoi stabilire un rapporto con i tuoi collaboratori

  • Dimmi qualcosa che non so di te?
  • Che cosa consigli di fare per … ?
  • Qual è il tuo punto di vista?
  • Ti sembra che abbia trascurato qualcosa?
  • Cosa fai dopo il lavoro? Quali sono i tuoi hobby?
  • Cosa suggerisci per rafforzare il nostro team?
  • Cosa hai fatto di recente che ti ha reso orgoglioso?

Come essere un leader: una domanda potente può trasformare il tuo modo di lavorare.
È un’arte che fa la differenza tra mediocrità e grandezza.

9 credenze da sfatare se vuoi lanciarti come un libero professionista – parte 2

il libero professionista

5. Posso fare quello che voglio

Il freelance consente un programma flessibile.
È un lusso.
Ad esempio, potresti decidere di lavorare quattro giorni alla settimana tra le sette del mattino e le cinque del pomeriggio.

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Potresti prendere appuntamenti che come impiegato non potresti permettere.
Ciò non significa che potrai uscire ogni volta che vorrai.
Allo stesso tempo, sei anche in balia dei tuoi clienti.
Dovrai lavorare di conseguenza in modo da poter rispettare le scadenza.

Tutto si riduce a imparare a stabilire le priorità.
In realtà, però, se non si lavora, non si pagano le bollette.

Alcuni clienti potrebbero richiedere di lavorare in determinati modi.
Ciò significa ascoltarli. Dedicarli tempo.
Ore che si sovrappongono ad altre ore.

Tuttavia, se un cliente ha aspettative che non funzionano per te,
puoi scegliere di non lavorare con lui (oppure negoziare un compromesso).

Per la maggior parte,
il tuo business dipende dalla tua dedizione.
Troppe assenze o ritardi possono venire ritorcersi contro di te.

Inoltre, secondo una legge non-scritta tutto accade all’ultimo momento.
Quando ti serve … il computer si impalla, il gatto deve essere portato urgentemente dal veterinario, ecc.

Comunque,
come libero professionista, se decidi di prenderti un mese di ferie, puoi farlo.

Dovrai solo lavorare per anticipare i tempi. Trovare qualcuno che ti copra in tua assenza (nel caso offri servizi).
Ma non dovrai chiedere il permesso a nessuno.

6. Lavoro solo sui progetti interessanti

Forse basterebbe aggiungere la parolina anche su progetti interessanti.

Ciò significa che a volte dovrai accettare lavori a cui non sei interessato.
Solo per costruire il tuo portfolio e la tua esperienza.
 


 
Inoltre, essendo tu il CEO, il contabile, il venditore e il project manager, ci saranno dei progetti su cui dovrai lavorare che esulano dai tuoi talenti e dal tuo interesse.

Questa è solo una parte del tuo lavoro.
A volte dovrai fare cose che non ti piacciono.
Semplicemente.

In particolare, quando inizi, potresti dover accettare tutti i progetti che puoi ottenere.

Un modo per attirare i progetti che ti piacciono è assicurarti che il tuo portfolio rifletta i tipi di progetti che ti piacciono. Scegliere come target il tuo portfolio è un metodo collaudato per attirare i tipi di clienti con cui ti senti più entusiasta di lavorare.

Un portfolio di tutto rispetto è il frutto del tuo talento ma anche del duro lavoroBravura e talento non basta! Occorre duro lavoro e tenacia. Grinta. che hai fatto per raggiungere il tuo livello.

7. Non ci sono colleghi scocciatori…

È un grande vantaggio se sei un solitario o un introverso,
poter restare da soli tutto il giorno, non dover parlare con nessuno.

Tutti vogliono il tuo tempo, la tua attenzione.

Essere il capo di te stesso è fantastico,
ma significa anche non avere una spalla dove consolarsi,
e nessuno con cui lamentarsi.

8. …neanche il capo tiranno

Tu sei il capo,
in teoria lavori quando vuoi, con chi vuoi.

In qualità di capo, dovrai assumerti la responsabilità di portare a termine il tuo lavoro quando è necessario. Dovrai anche gestire il tuo tempo in modo efficace.
Assicurarti che le attività amministrative come la contabilità e il marketing vengano svolte regolarmente.
 


 

Ma devi anche rispondere ai tuoi clienti.
Dato che ti stanno pagando, dovrai essere disponibile, comunicativo, rispettare le scadenze.
Seguire le loro linee guida.

Dovrai gestire le loro aspettative in modo efficace.
Rispettare i tempi e la modalità concordata.
Se il tuo cliente non fosse soddisfatto del lavoro concluso, potrebbe oltre a non dare seguito ad altri lavori,
potrebbe anche bloccare il pagamento.
Farti cattiva pubblicità.

Se lavori con 12 clienti, in realtà hai 12 capi.
Magari capricciosi. Indecisi.
Tutti con idee specifiche su come vorrebbero vedere realizzati i loro progetti.

Non tutti i clienti saranno gli stessi e dovrai essere flessibile.
Mettere da parte il tuo ego e ascoltare quello che dicono.
Potresti rimpiangere il tuo vecchio-capo.

Il lato positivo della medaglia,
è che, come libero professionista, potresti “mollare” il cliente dispotico o arrogante,
con cui non riesci a superare divergenze e incomprensioni.

9. Avrò una migliore life-balance come un libero professionista

Se hai un lavoro “tradizionale” (per quanto odiato) almeno puoi “spegnere” il cervello un istante dopo la fine del tuo lavoro.

Ora che lavori per te stesso, però, potresti ritrovarti a lavorare più ore che mai.
Quando la tua attività inizia a crescere, e parte di esso deriva dal fatto che è difficile conciliare lavoro e privato quando non c’è distinzione fisica tra i due.

Se hai un progetto che ha bisogno di essere finito, può essere sin troppo facile fare un passo dal tuo salotto e accendere il laptop. Dopo cena o durante i fine settimana.

Il libero professionista è sempre in contatto e sempre pronto.
Improvvisamente un cliente appare …. non si può perdere questa occasione!

Il lavoro è sempre lavoro, ovunque e comunque lo si fa.

Essere un libero professionista non è per tutti.
Come ogni percorso di carriera, è importante valutare i pro e i contro rispetto a ciò che è importante per te.

Gestire il tempo, il carico di lavoro, i contratti, le dichiarazioni dei redditi e le finanze non è facile.

Avrai bisogno di essere disciplinato,
fissare obiettivi.
Raggiungerli.

Quando prendi la decisione di lanciarti nel mercato del Lavoro, presta attenzione alla tua indole.
Alla tua autodisciplina, al livello di necessità (di sicurezza) di avere un reddito stabile.

Molti professionisti iniziano a combinare la libera professione con un lavoro “principale”,
che offre maggiore stabilità e sicurezza, dopo aver imparato sul “campo di battaglia”,
hanno iniziato a muoversi (anche con successo) da soli.

9 credenze da sfatare se vuoi lanciarti come libero professionista – parte 1

libero professionista

Nella mia professione di coach che svolgo presso SAG, di volta in volta, incontro giovani (e non solo) che mi annunciano il loro desiderio di lanciarsi nel mercato del Lavoro come libero professionista.
Coach, consulente, grafico, videomaker, fotografo, digital marketer, ecc.

È una bella cosa.
L’intraprendenza è sempre ammirevole.

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Purtroppo, per la stragrande maggioranza (per non dire tutti) il termine “lanciarsi” nel mercato sembra essere il più indicato.
Lanciarsi, infatti, dà l’idea di catapultatasi, buttarsi, lanciarsi appunto con poche consapevolezze e senza il … paracadute.

Malauguratamente, l’ideale regna incontrastato.
L’astratto domina.

Mi permetto di riportarti alla realtà…
non per placcare sul nascere le tue velleità,
sono sempre ammirato dal coraggio di chi desidera intraprendere una carriera da indipendente.

Però lascia che ti ricordi …

Libero professionista? Non sarà semplice. Non sarà facile.

Vuoi che ti dica il contrario?
Che avrai sicuramente una carriera grandiosa, più soldi, più riconoscimento e una vita appagante?

Ti dico che ci sono percorsi più facili da intraprendere.
Se stai cercando una strada facile, forse la libera professione non fa per te.

Non fraintendermi,
Chiedi a chi effettivamente lo fa,
ti dirà che essere imprenditore di se stesso può essere la scelta più incredibile e gratificante che abbia mai fatto.

Ma lo devi fare bene.
E per fare bene voglio dire lavorare bene.
Dedizione. Passione. Disciplina.

Certo, l’idea di lavorare in pigiama, e non avere il capo rompiballe che ti fiata sul collo ogni secondo può essere invitante.
Ma questo non significa che sia semplice.

Il prestigio ha un prezzo

La maggior parte dei liberi professionisti piuttosto che persone celebrate sono (spesso) più eroi solitari che combattono dure battaglie,
dormono sonni agitati e vengono scaricati dai clienti non appena il loro rendimento cala.
 


 
Non pensare che il successo sia semplicemente un riconoscimento per anni di lavoro 24/7 o un singolo progetto portato a termine brillantemente.

È il momento di guardarti allo specchio e avere una conversazione spietatamente onesta con te stesso.

Ecco alcune credenze “pericolose” che dovresti ristrutturare il prima possibile se desideri entrare nel mercato del Lavoro come libero professionista.

1. Non è un “vero” lavoro

La libera professione è un business “reale”, come qualsiasi altro.

Hai le stesse responsabilità di qualsiasi altro imprenditore.
Come qualsiasi altra attività, necessita di solide basi.

Dovrai combinare da solo un “ufficio intero”: il dipartimento pubblicitario, quello della contabilità, del marketing, cercare i clienti…
sempre e solo tu!

È necessario crescere costantemente, sviluppare, applicare nuove competenze,
espandere i legami professionali per rimanere a galla.

È vero! Puoi commentare sui social o recuperare la lavanderia quando vuoi.

Ti puoi prendere una pausa, andare a prenderti un aperitivo veloce senza dover chiedere il permesso a nessuno. È anche vero che rischi di “pagare” quello spritz (nel bel mezzo del pomeriggio) facendo la nottata sul progetto da ultimare.

Ti serve auto disciplina.
Perché ci saranno clienti insoddisfatti che ti chiederanno perché i progetti non sono finiti in tempo.
Dovrai essere molto bravo a resistere alle tentazioni.

Dovrai gestire il budget, la contabilità, il marketing, la promozione, tutti i “sistemi” che consentono alla tua attività di funzionare senza problemi.

2. Basta una “vagonata” di follower

Follower sembra la parola magica … non lo è.

L’idea (sbagliata) del guadagno facile e la gratificazione di avere migliaia di persone che seguono la tua vita.
 


 
I social diventa uno strumento “mordi e fuggi”, in cui monetizzare rapidamente e con scarso impegno senza però una concretezza dei risultati. Proprio questa mancanza, prima o poi farà scoppiare la “bolla”.

Essere influencer non significa (secondo me) essere visibili e riconoscibili, ma essere un riferimento concreto.

Se chiunque (o quasi) lo può fare … chiediti perché!
Fatti qualche domanda.

3. Come libero professionista posso lavorare anche solo un paio d’ore al giorno

Ad un certo punto, forse.
Di sicuro, non appena iniziato.

Se non vuoi che i clienti ti fiatino sul collo e non vuoi farli arrabbiare,
allora devi darti da fare.

Ciò significa programmare orari specifici in cui lavori, eliminando le distrazioni, e non perdere tempo in attività che non sono produttive.

Mantieni orari regolari.
Stabilisci un programma e rispettalo.

Come libero professionista puoi permetterti di dormire un’ora in più la mattina.
Oppure “staccare” per una siesta nel pomeriggio.

Ricorda solo che il lavoro deve essere fatto!
Poco importa se al mattino, al pomeriggio, alla sera.
La notte …

4. Tutti i liberi professionisti fanno un sacco di soldi

Pensi di guadagnare di più rispetto a un lavoro tradizionale? E in meno tempo?
Certo! È fattibile.

Ma ci vuole tempo.
Dovrai guadagnarti questa reputazione!

Non è un segreto che i migliori liberi professionisti si facciano addebitare tariffe più elevate.

All’inizio, la libera professione può essere più stressante dal punto di vista finanziario,
rispetto a quando hai un lavoro a tempo pieno (comunque sai che alla fine di ogni mese sul tuo conto bancario ti sarà accreditata una certa somma di denaro).

Ricorda … più che follower estasiati è importante concentrarsi sui clienti reali (che pagano le fatture).

Personal coaching: ecco 12 cose che non ti direi mai

personal coaching

1. “Fai questo e non fare quello”

Se c’è una cosa che (come coach) evito accuratamente nelle sessioni di coaching è …
dirti cosa-fare, cosa-scegliere, dove-andare.

La responsabilità è tua.
Non è mia la responsabilità di risolvere i tuoi problemi oppure raggiungere i tuoi obiettivi per te.

Il mio obiettivo è sostenerti, sfidarti, ascoltarti, stimolarti, incoraggiarti,
condividere feedback e offrirti qualsiasi altra cosa nel mio kit-di-strumenti per aiutarti a raggiungere gli obiettivi che sono importanti per te.

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Serve il tuo impegno. Mettersi in gioco.
Almeno un po’!

2. “Fidati di me, sarai leader in un paio di sessioni

Potenziare l’approccio, aumentare la leadership, rafforzare la tua sicurezza, riflettere personalità e stile … non è cosa da poco!

Non scherziamo.
È irragionevole proporti miglioramenti così importanti in un paio sessioni di coaching!

Per un obiettivo così ampio e complesso è necessario discuterne insieme la durata e la pianificazione.

Mediamente, dopo il primo step di base costituito da 5-6 sessioni di personal coaching, decidi se proseguire, incontrarci mensilmente (per essere sicuro di mantenere la direzione) oppure continuare il tuo potenziamento con percorsi di coaching sempre più avanzati.

Oltremodo, non mi piace proclamare la mia correttezza.

L’onestà e la correttezza non si dichiarano a parole,
ma solo attraverso fatti concreti

Ho fiducia che la mia professionalità parli attraverso i miei gesti, le mie parole, i fatti o la mia consulenza. Se proprio devo dimostrarla, porto esempi concreti di situazioni realmente accadute che mostrino in che modo mi sono comportato o come ho reagito.

Essendo sicuro della mia proposta formativa, l’ultima cosa che penso è proclamare,
annunciare e “mettere sul piatto” la mia correttezza e la mia professionalità.

3. “Fai come se fossi un amico

Chi ha un amico ha trovato un tesoro.
Inestimabile, aggiungo io.

Coaching non è amicizia.

Un caro amico/a (pur con la buona volontà e la buona fede) non ti farà le domande difficili che devono essere fatte,
non sarà imparziale e non riuscirà a portare l’efficace prospettiva di un professionista.

Non coinvolto e non giudicante.
E per questo più efficiente.

3. “Sarà una passeggiata

Mi spiace … nessuna pillolina magica.

Non esiste.
Almeno secondo me.

Altro che passeggiata! Quelle si fanno nei boschi.

Se trovi difficile e faticoso tutto questo, hai perfettamente ragione!
Ecco perché, nonostante la grande offerta di corsi, seminari, libri e blog imbattersi in persone che “trasudano” vera leadership è una rarità.

4. Frasi motivazionali

Nessuno slogan motivazionale,
frasi a effetto o teorie sulla motivazione, lanciate qua e là per creare effetto.

Nelle sessioni di coaching non sentirai frasi da pseudo-guru per “pompare” la tua motivazione.

Nessuna sessione di coaching improntata solo su slogan motivazionale,
facili frasi a effetto o teorie sulla motivazione.

Come perchè?
Se anche tu hai avuto, come tutti,
problemi di motivazione, sai perfettamente che se qualcuno ti dà una pacca sulla spalla e ti dice: “Dai, forza motivati!non ti sarà di grande aiuto.

4. “Vuoi sapere chi sono i miei clienti?”

La riservatezza è un elemento estremamente importante nella relazione di coaching, perché costituisce la base per l’indispensabile rapporto di fiducia e di trasparenza.

Il contenuto delle conversazioni di coaching, come pure i tuoi dati e quelli dell’azienda per la quale lavori, sono quindi strettamente confidenziali e riservati.

Non dirò nomi di persone, aziende, nel mio sito non c’è la sezione “I miei clienti” (anche se mi farebbe davvero comodo).

Così sei sicuro che non dirò neanche il tuo.

5. “Che ne dici di una sessione di prova?”

Il coaching non si prova.
O lo fai o non lo fai.

Provare vuol dire tentare, sperimentare, testare.
Essendo una prova c’è meno coinvolgimento, in compenso molta più razionalità ed eccessiva attenzione sul risultato (“funziona o non funziona sto’ coccing?”).

No, così non funziona.

More: scopri il coaching per la tua carriera di successo
Preferisco iniziare il personal coaching e se poi ti accorgi che non è quello che ti aspettavi o non è l’approccio giusto per te, ti rimborso tutto il pacchetto, compresa la sessione che hai fatto.
Se continuiamo (senza efficacia) ci perdiamo entrambi.

6. “Io non lavoro come il coach Taldeitali”

Piuttosto che fare una scala di meriti di altri formatori e coach, desidero valorizzare i miei servizi e far percepire il reale valore aggiunto che posso offrire.

Ho fiducia che si parli di me attraverso i miei servizi, il mio blog o la mia consulenza.

Anche se ricevo mail che mi chiedono un consiglio sulla scuola, il corso migliore o un parere personale su un determinata persona l’ultima cosa che mi interessa è gossippare sulla preparazione e competenza degli altri formatori e coach.

7. Insistere, pressare o convincere all’acquisto di un percorso di personal coaching

Se c’è una cosa che non faccio durante il primo contatto (ma in definitiva sempre) con un potenziale cliente che desidera iniziare è … vendere il coaching.

Chi è determinato, chi desidera dare una svolta, chi è stufo dei soliti risultati, chi vuole lavorare su se stesso non ha bisogno di “spinte” all’acquisto.

Vuole iniziare il coaching e basta!
Non chiede troppo, non si dilunga su particolari e dettagli, scalpita, ha solo voglia di iniziare.

Per tutti gli altri (chi vuol prendere ancora altre informazioni, chi non è ancora pronto, chi sta semplicemente perdendo tempo, ecc.) cerco di dare il maggior numero di info e spiegazioni ma senza mai forzare o cercare di convincere all’eventuale acquisto.

Anzi.
Indecisione ed esitazione sono i segnali che la persona non è ancora pronta.
Preferisco io stesso consigliare di aspettare.

La relazione di coaching non può essere imposta, né venduta, tanto meno mercanteggiata … deve essere “consapevolmente volontaria”!

8. “Ci vediamo sui social”

Non posso. Non riesco.
Anche volendo.

Come te, ho il tempo contro.
Esattamente come te, ho i miei impegni e le mie incombenze.

Ecco perchè la mia attività social è pari-allo-zero.
Non riuscirei a rispondere (personalmente) a eventuali commenti, twittare qualche spunto interessante o postare un articolo su fb.

Potrei risolvere il tutto delegando tutto questo (come mi hanno proposto) a qualche agenzia di web marketing ma … non mi interessa.
Non vorrei aggiungere altro blah-blah inutile e standardizzato a quello già esistente in Rete.

9. “Ecco le risposte che cercavi

Personal coaching non è consulenza.

A differenza di un consulente, che è assunto per fornire le risposte,
non è nel ruolo del coach conoscere tutte le risposte e risolvere i problemi del cliente.

Il mio obiettivo di coach non è darti le risposte ma aiutarti a “scoprire le tue risposte”.
Sei tu che devi rispondere alle domande.
Non io.

Sei tu che devi dare le risposte a domande che sembrano facili, ma (in realtà) non lo sono, per niente.
C’è un mondo dentro.
Il tuo.

Provaci, dai, eccone alcune:
Dimmi chi vuoi diventare?”
“Cosa ti aspetti da te stesso?”

“Che cosa stai aspettando?”
“Dimmi, dove stai andando?”
“Che cosa posso fare (veramente) per te?”

10. “Sarò breve

Non mi dilungo in lunghe e fumose teorie. Anzi di teoria c’è né molto poca.
Quasi niente.

La teoria è controproducente in questi casi.
Cercheresti di approcciare tutti i problemi in modo meccanico tentando di applicare quello che hai sentito.

I problemi che incontri nel lavoro non hanno niente a che fare con quello che hai studiato.
Te ne sei accorto, vero?

11. “Scaviamo nel tuo passato così capisco meglio

Coaching non è terapia.

Non si concentra sul passato, guarigione di profonde ferite emotive o risolvere i sintomi quali ansia o depressione,
ad appannaggio di specialisti del settore.

Il personal coaching si basa prevalentemente sul presente e ciò che sarà il futuro.

12. “Ecco il contrattino da firmare!

Come cliente privato acquisti semplicemente una sessione o un pacchetto di sessioni di personal coaching.

Una volta esaurita, decidi se acquistare altre sessioni di personal.
Come cliente privato non devi firmare nessun contratto o vincolo.

Vuoi iniziare il personal coaching? Ecco le 12 cose che non ti direi mai

Se c’è qualcosa che deve cambiare nel tuo “modo” di lavorare, prendi provvedimenti.
Investi su te stesso.
Passa all’azione.
“Fai” coaching.

Se invece hai solo sentito “parlare di coaching” ma non hai mai fatto il primo passo,
lascia che ti spieghi cos’è (per me) il coaching e come lavoro ogni giorno,
scopri la mia guida di benvenuto gratuita facendo click qui.

Come smettere di rimuginare: 12 suggerimenti utili

come smettere di rimuginare

Ti capita spesso di rimuginare?
Dopo una discussione tendi a ripensarci per ore?
Sei così preso dai tuoi pensieri da non renderti conto di quello che ti succede intorno?

Ogni giorno sei alle prese con eventi e circostanze che dovresti “lasciare andare”. Se non lo fai, cadi vittima del rimuginare.

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Non riesci a smettere di pensarci, giorno e notte.
Pensieri dannosi, limitanti che causano inutili sofferenze.

Non riesci a gestire correttamente gli eventi che rimangono imprigionati nei tuoi pensieri.
È una lotta “interna” nella tua mente.

Elucubrazioni che, possono anche distorcere la reale percezione degli eventi, sono scatenate da discussioni, errori o problemi sul tuo luogo di lavoro (e non solo).

La tua mente continua a pensarci senza in realtà arrivare ad alcuna conclusione utile.

Il risultato è estenuante.

Che cosa puoi fare? Come smettere di rimuginare?

1. Sposta l’attenzione

Allontanati dai pensieri ed entra più a contatto con la realtà.
Porta l’attenzione sulle tue sensazioni fisiche.

Utilizza tutti i tuoi sensi.

Leggi un libro, guarda un film, ascolta musica,
fai una passeggiata osservando la natura, notando ciò che ti circonda.

Con l’olfatto puoi sentire i profumi.
Con il gusto assaporare un cibo, con il tatto fare un bagno caldo, massaggi, ecc.

2. Distraiti

Distrarsi ferma il rimuginare.
Interrompe l’attrazione del pensiero ruminativo.
 


 
Dedicati ai tuoi interessi e alle tue passioni.
Medita, balla, viaggia, suona la chitarra, disegna o dipingi.

Immergiti in un progetto importante e lasciati alle spalle il rimuginare.

3. Guarda la situazione in modo più ampio

Fermati. Guarda la situazione a 360°.

Non focalizzarti sul problema ma sulla soluzione.
Concentrati sulle possibili soluzioni, gli aspetti fondamentali,
gli obiettivi e i passi successivi.

Tutte le azioni sono più utili rispetto al solo rimuginare.

4. Stabilisci scadenze

Se ti concedi tutto il tempo per prendere una decisione tenderai a rimuginare,
e probabilmente non deciderai mai.

Il modo migliore per evitarlo è impostare una scadenza,
per poi tornare a fare altro.

Prova a dare un appuntamento quotidiano alle preoccupazioni.

Guarda in faccia ai tuoi pensieri … ma solo per 30 minuti.
In questo modo poni un limite alle tue preoccupazioni.

5. Come smettere di rimuginare? Dai la giusta prospettiva

Il pensiero eccessivo rende le cose più grandi e più negative di quanto non siano realmente.
Essere realistici impedisce che il problema si ingigantisca oltre il dovuto.

Pensando troppo finisci per ingigantire le piccolezze.

Quando ti sorprendi a farlo,
pensa se la situazione avrà importanza tra cinque anni.

 
More: scopri il percorso di coaching ideale per potenziare la tua team leadership
 

Una persona ansiosa tende a pensare troppo a tutto, sempre alla ricerca di ciò che ritiene preoccupante.

Una buona strategia è analizzare quali conseguenze potrebbero derivare da un eventuale errore di valutazione.
Se non influisce troppo a medio e lungo termine, non è necessario pensarci così tanto.

6. Non procrastinare

Le decisioni in sospeso inducono a rimuginare.
Quando rimandi, ostacoli ancora di più la situazione.

Non c’è motivo di aspettare.

Passa all’azione, anche se ci sono ostacoli e resistenze.
L’attesa ti porta via tempo prezioso che potresti spendere in qualcosa di più produttivo.

7. Fermati in tempo

Quando sei stanco, diventi più lento, irascibile, poco lucido. La cosa più indicata è non permettersi di pensare.
Aspettare un momento più favorevole.

Si dice che prevenire è meglio che curare.

Quando ti accorgi di pensare troppo, un modo per fermarti (prima che inizi) è quello di effettuare un’affermazione positiva.

Una semplice dichiarazione tipo “Ho fatto del mio meglio” può bloccare la ruminazione.

8. Non alimentare paure vaghe

Viviamo in una società ossessionata dalla certezza, dove l’incertezza è una costante.

Quando vieni sopraffatti da un timore, dovresti specificare meglio di cosa si tratta.
Chiediti di cosa hai paura esattamente?
 


 
Probabilmente non avrai alcun motivo per non smettere di rimuginare.

9. Come smettere di rimuginare? Realizza che non puoi controllare tutto

Pensare troppo è spesso un tentativo di voler controllare tutto.
Controllare l’incontrollabile.

Ogni giorno, ogni nostra azione è un piccolo salto nel vuoto.
Smettila di pensare a ciò che non puoi controllare.

Quando ti concentri su ciò che potrebbe accadere, rimani paralizzato.

Quindi la prossima volta che inizi a pensarci, fermati.
Prima.

10. Vivi il presente

Quando hai pensieri negativi, concentrati sul momento,
sposta la tua attenzione sul presente.

Dirigi la tua attenzione verso l’esterno.

Decidi di vivere il momento presente. I tuoi errori nel passato e le tue preoccupazioni per il domani non contano.

Ciò che conta è godere davvero il momento presente.
Adesso.

 
More: scopri il coaching per la tua carriera di successo
 

11. Smetti di essere perfezionista

Essere un perfezionista porta frustrazione.
Niente e nessuno è perfetto.

Smetti di inseguire la perfezione perché non la raggiungerai mai.

È irrealistico, poco pratico ed estenuante.
Quando ti ritrovi a pensare “Devo essere perfetto”, renditi conto che è più intelligente fare progressi.

12. Sii cosciente dei tuoi pensieri

La consapevolezza è il primo passo per impedirti di pensare troppo.
Essere consapevole può anche aiutarti a “chiudere” con le scelte passate che non possono essere cambiate.

Essere consapevole ti farà sapere quando stai iniziando a ruminare.
Quindi puoi fare un passo indietro e guardare la situazione.
Nuovamente con occhi nuovi.

Un nuovo lavoro di team leader: 9 regole per iniziare al meglio

un nuovo lavoroFoto di fauxels da Pexels

Hai superato la prova di colloquio, hai ottenuto il lavoro,
adesso sei il nuovo team leader!

Come ho scritto nel mio libro “Prima volta Leader” appena “entri” in un nuovo team o azienda, è difficile capire come-funzionano le cose.

Ci sono nuove regole da assimilare,
nuove persone da conoscere e una nuova cultura da comprendere.

Il malinteso è sempre in agguato, un approccio sbagliato diventa un autogol, un atteggiamento frainteso, una trappola.

Ora che si sta avvicinando il gran giorno,
i dubbi sulla tua leadership e le perplessità sui possibili ostacoli ti tenendo sveglio la notte.

Ti invito a fare tue queste “regole” per trovare forza,
partire con sicurezza ed entusiasmo verso il tuo nuovo lavoro di team leader:

 


 

Il rispetto va conquistato

Non puoi ottenere il rispetto del team semplicemente perché sei il “capo”.
Non funziona così!
Devi essere meritevole di rispetto e lealtà.
Il tuo atteggiamento ispira tutto il personale.
Il tuo team smette di seguirti quando ti vede manipolare numeri, dati e informazioni per il tuo vantaggio personale.

NO team = NO successo

Le persone del tuo team sono il tuo patrimonio.
Possono determinare il successo o l’insuccesso del tuo lavoro, della tua azienda,
della tua attività.
Da solo non vai da nessuna parte!
Hai bisogno dei tuoi collaboratori,
più di quanto loro abbiano bisogno di te.

Non pretendere la motivazione dagli altri

Devi essere consapevole che la motivazione dello staff passa
inevitabilmente da te.
Se senti il bisogno di sentirti superiore vuol dire che non lo sei.
Pochi hanno realmente capito cos’è in realtà la fiducia in sé stessi.
Spesso, ci comportiamo con arroganza perché siamo insicuri e pieni di paura.
Mostrarsi strafottenti non vuol dire essere sicuri di sé.

 


 

Focalizzati su te stesso

Concentrati sull’unica persona che puoi controllare.. te stesso.
Non preoccuparti troppo degli altri. La persona più difficile da gestire … sarai tu!
Lavora su te stesso
se non vuoi entrare nella statistica dei fallimenti da leadership.
Hai coscienza di essere TU al centro di tutte le tue complicazioni e fallimenti che incontrerai nella vita?

Non paralizzarti dalla paura

Non avere paura di sbagliare, fallire, di non essere buono, di non essere capace,
di non riuscire.
Non bloccarti, indietreggiare ai primi ostacoli, paralizzarti all’azione.
Non farti assalire dalla paura di fallire, di fare un passo falso.
Le persone di più successo non sono quelle di maggior talento ma quelle che non mollano mai, anche se cadono, si rialzano e proseguono.

Ricorda il monito di Wolf Rinke

“Dire a qualcuno di fare qualcosa non significa essere leader.”

Fai parlare i fatti.
Ascolta di più, parla di meno.

 


 

Un nuovo lavoro? “Conversa” con le tue paure

Se ti assalgono i dubbi sulla tua leadership.. ferma i pensieri, blocca le fantasie, concentrati sui fatti.
L’ansia che senti per il tuo inizio la sentono anche gli altri (anche più di te).
Se non prendi sonno, ricorda che … i grandi leader non lottano con la paura.
La guardano in faccia. L’ascoltano.
L’accettano.

Non farti inghiottire dalla perfezione

Ogni nuovo compito, incombenza o progetto che ti sarà dato dovrà essere impeccabile,
ineccepibile, perfetto.
È normale aspettarsi la perfezione quando sarai impegnato in qualcosa di completamente nuovo?
Non metterti sulle spalle questi pesanti fardelli. Migliorerai “strada facendo”.
Stai leggero.
Punta al miglior risultato possibile, non alla perfezione.

Sii gentile. Non debole.

Essere gentile non significa essere un avversario facile.
Essere educato significa lavorare duramente per governare il tuo ego,
invece di permettere all’ego di dominare te.
Ci vuole lavoro, pazienza e disciplina.
È molto più facile sbraitare. Essere arrogante.

Crescere in azienda: dovrai gestire invidie e solitudine

crescere in azienda

Foto di Andrea Piacquadio da Pexels

Kevin ha sempre rincorso nella leadership i momenti più gratificanti.
Soddisfazione, successo, senso di realizzazione e benessere economico.
Kevin vuole crescere in azienda.

Non è (almeno non ancora) consapevole che niente sarà mai più lo stesso.

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Ci saranno tante responsabilità.
Lo stress, stanchezza fisica e mentale diventerà regola quotidiana.

Le scadenze e gli obiettivi sono esami continui. C’è sempre un progetto che deve essere consegnato.

Giorni lavorativi o no, giorno o notte, c’è sempre qualcosa che aspetta di essere concluso.
La mente non sarà mai più sgombra dai pensieri e dalla responsabilità.

Crescere in azienda a volte è tutt’altro che facile

Senza mancare di rispetto per i lavori usuranti.

Come ho scritto nel mio libro “Autorevolezza strategie e tecniche per diventare il riferimento carismatico dei tuoi collaboratori e colleghi” non importa se hai studiato tanto, poco conta se dirigi 2 o 200 collaboratori.

Essere leader non è (e non sarà mai) comodo.
La leadership riguarda più il tuo modo di essere che il ruolo sul tuo biglietto da visita.

Sei cosciente che non tutti saranno collaborativi? (dato che non tutti vogliono crescere)
Nasceranno gelosie e tensioni.

Qualcuno ti metterà il bastone tra le ruote,
screditandoti e parlando male di te.

Denigrando. Screditando. Per proteggere la sua fragile autostima.
Soprattutto quando pensa che lo potrai fare apparire inadeguato e maldestro sul posto di lavoro.
È un modo per riportarti a terra e impedirti di apparire migliori.

La ricompensa (riconoscimento) e il costo (antipatia e maldicenza) camminano sottobraccio.

Il sospetto, la gelosia e l’ostilità verso chi sembra migliore sono aspetti radicati nella nostra personalità.

Kevin avverte un pericoloso senso di solitudine

Si confida spesso con un amico, sovente ne parla anche con la sua compagna (e così le informazioni “escono” dall’azienda).
 


 
Ha paura di non farcela poiché ancora non conosce bene il mondo aziendale. Ha paura di fare passi falsi.

In un ambiente in cui tutti sanno come muoversi, si sente spesso solo.
Non sa come comportarsi.

Di fronte a un problema difficile da risolvere o una decisione delicata, Kevin lamenta come la gerarchia della sua impresa non lo sostenga. Ancora meno il suo capo diretto.

Prova frequentemente un sentimento di isolamento.
Ha difficoltà a smettere di pensarci al di fuori del lavoro.
Crede che potrebbe essere osteggiato, perché si ritiene (con poca umiltà a dire il vero) “uno che pensa avanti rispetto agli altri”.

Se vuoi crescere in azienda, l’affermazione personale rischia di diventare il successo di vita,
prova del tuo valore e indice della tua autostima.

Una sana ambizione si trasforma in un logorante confronto con gli altri,
all’insegna del puro arrivismo.

Non controllare i giudizi

È impossibile.

Il comportamento e l’atteggiamento degli altri sono inevitabilmente al di fuori del tuo controllo.
Per quanto tu possa essere disponibile, gentile e benvoluto ci sarà sempre qualcuno che ti criticherà,
biasimerà e cercherà di rovinarti una bella giornata di sole.

Queste persone possono risultare negative e distruttive per il tuo benessere.

Se cerchi di controllare e neutralizzare giudizi, critiche e malelingue otterrai solo …
ansia, frustrazione e rabbia.

Quando accetti di non controllare o assecondare critiche e giudizi, vuol dire che scegli di essere saggio e concreto.

 
More: scopri il percorso di coaching ideale per la tua carriera di successo
 

Prendi così coscienza di un dato di fatto, una parte integrante della nostra vita …
prima lo consapevolizzi meglio è!

L’invidia può spingere alcune persone a comportarsi in modo scorretto

Anche irrispettoso e vigliacco.

Potresti diventare vittima di pettegolezzi, esclusione o sabotaggio (sottile o diretto).
Diventare un leader vuol dire anche questo!

In privato, con calma incoraggia il tuo denigratore a parlare onestamente.
Non aprire il dialogo con frasi tipo “Ehi, Qual è il tuo problema?” perché ti fa sembrare subito inquisitore e conflittuale.

La persona si metterà sulla difensiva,
diventa un rimpallo di negazioni e tutto si conclude senza ottenere nulla di costruttivo.
Meglio iniziare con un esplorativo “Ho notato una frattura fra noi … “.

Se necessario, evidenzia che la sua condotta potrebbe danneggiare le prestazioni generali del team. Offri la tua collaborazione per proporre strade reciprocamente accettabili. Il rapporto potrebbe restare cordiale ma un certo distacco professionale è consigliabile per entrambi.

Quando ti senti spiazzato da un certo comportamento oppure non riesci a capacitarti di come invidia e gelosia possano portare a certe umane bassezze … ricorda la massima di Marty Rubin:

Il cane chiuso nel recinto abbaia
a quello che scorrazza liberamente.

Se vuoi crescere in azienda prendi le distanze dalle persone invidiose

Nel privato puoi allontanare le persone invidiose, sul lavoro questo non è sempre possibile.
 


 
Poni dei limiti nei rapporti con le persone negative che non puoi allontanare del tutto.

Non lasciarti coinvolgere dalle provocazioni.
Sii indifferente e non rispondere mai troppo a tono. Ignora i loro commenti, le loro provocazioni e i loro tentativi di trascinarti in sfide competitive.

Difendersi dall’invidia non è poi così difficile.
Occorre farsi coinvolgere il meno possibile ed essere un po’ menefreghisti.

Resta focalizzato sui tuoi obiettivi.
Non farti destabilizzare. Resta sulla tua strada, il tuo percorso.
Non dimenticarlo mai!

Colloqui di lavoro: l’attenzione del selezionatore non si pretende, si guadagna

colloqui di lavoro

Foto di Aksel Lian da Pixabay

Il selezionatore ti sta accompagnando in una saletta per il colloquio di lavoro
Il momento è arrivato.

Sei concentrato. Bene!
Rilassati ancora un po’.

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Fino a ieri ti sei concesso il lusso di perderti in qualche fantasticherie … come spenderai il tuo primo stipendio nel tuo nuovo posto di lavoro.

Ma questo non è ancora il momento di discutere di salario e date di inizio.

Piuttosto, molto più umilmente, concentrati sull’obiettivo del primo colloquio …
ottenere il secondo colloquio.

L’autorevolezza comincia con un “ingresso” autorevole

Dal primo istante d’incontro, stai “inviando” messaggi non verbali.
Anche se non dici niente, il linguaggio del tuo corpo rivela i tuoi sentimenti e le tue vere intenzioni.

Appena farai il tuo ingresso nella stanza del colloquio … è fatta!
Una volta che inizi la conversazione, la prima impressione è stata già “registrata”.
E difficilmente si torna indietro…

Evita “ingressi” esitanti, goffi o al contrario pomposi e arroganti.
Passo deciso ma non affrettato. Assicurati di salutare tutti con un sorriso.

Evita anche lo sguardo basso. Raddrizza le spalle!
Stai trattando un posto di lavoro non elemosina.

Per approfondire leggi il post: Come entrare con autorevolezza nella stanza del colloquio

Riconosci la tua ansia invece di reprimerla

Se il pensiero di un’intervista di lavoro ti fa venire il mal di pancia,
non sei l’unico.

Invece di nascondere il tuo nervosismo dietro un sorriso di circostanza,
dovresti semplicemente riconoscere i tuoi sentimenti ansiosi.
E farci pace.
 

 
Accettare (accogliendo) la tua ansia invece di cercare di soffocarla.

  • “Mi sento ansioso per l’intervista di lavoro”. Va bene!
    Avrò comunque fiducia e successo.”

Per approfondire leggi il post: Come nascondere il nervosismo.

Gestisci l’irrequietezza.
Presta attenzione al tuo linguaggio del corpo.

Non camminare frettolosamente, non rispondere rapidamente,
non parlare velocemente.

Durante i colloqui di lavoro, cerca di rilassati.
Assicurati di non tamburellare con le dita, mostrare la gamba o il piede “ballerino”.

Le persone che mantengono -nei colloqui di lavoro- il contatto visivo sono giudicate più autorevoli e fiduciose

Non c’è niente di più importante del contatto visivo quando si tratta di mostrare la tua fiducia.

Se guardi in basso, ti guardi intorno o semplicemente non guardi l’intervistatore negli occhi,
dimostri di essere ansioso o sembra che tu debba nascondere qualcosa.

Se ti senti imbarazzato a fissare qualcuno negli occhi,
concentrati sul punto centrale tra le due sopracciglia.

Per approfondire l’importanza del contatto visivo leggi qui.

L’attenzione degli altri non si pretende, si guadagna

Ricorda che le persone non si preoccupano degli altri,
tranne se non hanno qualcosa da “guadagnare” (anche in termine di autostima, piacere, importanza, ecc.…).

Non cercare di compiacere il selezionatore, non ti porterà più attenzione.
Le tue risposte fluiranno molto più agevolmente, se non cercherai di soddisfare tutte le aspettative dell’intervistatore.
 


 
Non essere un fanfarone (tante chiacchiere e niente fatti).
Sii semplice e conciso.
Non usare tante parole, se ne bastano poche.

Tieni la testa alta, siediti dritto e guarda l’altra persona quando parli.
Non nascondere la tua personalità dietro il tuo CV, sii solo te stesso.

Una persona carismatica non è un “doppione”.
Ha le sue opinioni, la sua visione del mondo, la “sua risposta” a domande importanti.

Sii te stesso. L’autenticità paga

È importante avere un atteggiamento positivo.
Sorridere senza forzatura e senza esagerazione.
Solo per comunicare la tua sicurezza.

Ai datori di lavoro piacciono le persone che hanno una prospettiva positiva,
un atteggiamento ottimista, appassionato, preparato e fiducioso.

Ricordati che meriti di essere lì.
Se non fossi degno dell’intervista, non saresti mai stato invitato!

Prova a stabilire una connessione con il tuo intervistatore

Durante i colloqui di lavoro, invece di cercare solo di impressionare,
prova a stabilire una connessione autentica con lui/lei.

Non devi stringere un legame profondo con il tuo intervistatore, non è un tuo amico,
ma assicurati di dimostrare le tue capacità.

Per connetterti con il tuo intervistatore, parti parlando del più e del meno,
anche solo per riempire il silenzio e sciogliere l’imbarazzo.

È l’anticamera del colloquio.
Una breve conversazione su un argomento (apparentemente) di scarsa importanza.
Poni domande sull’azienda, menziona qualcosa sul lavoro o fai semplicemente un’osservazione briosa.
 

 
Mostrare la tua parte amichevole e disponibile,
in un momento in cui sarai costantemente giudicato,
è un ottimo modo per dimostrare al tuo selezionatore quanto tu sia fiducioso.

Usa le pause per mostrare autorevolezza nei colloqui di lavoro

Quando cambi argomento o spieghi un punto importante,
riposizionati sulla sedia per enfatizzare il momento.

Quando spieghi un punto importante fai una pausa prima e dopo … in modo di creare un senso di anticipazione e sottolineare il concetto.

Evita di costruire risposte ad hoc per compiacere il selezionatore e ottenere la sua approvazione.
Se ne accorgerà subito!

Non usare spesso parole come “Immagino”, “Credo” e “Forse” perché vuol dire restare nel-mezzo.
Sospeso nel nulla. Insipido.

Non affrettare le tue risposte durante i colloqui di lavoro

Quando ti senti nervoso è facile sparlare senza meta.
Con poca convinzione.

Un buon modo per evitarlo è parlare più lentamente.
Rispetta i tempi della conversazione. Concediti il tempo di pensare alla risposta.

Non si tratta di un “botta e risposta” in velocità.
Mantieni il controllo.
Assicurarti di rispondere pienamente alla domanda.
I silenzi possono essere scomodi, specialmente quando vorresti colpire qualcuno.

Non avere paura delle pause e dei silenzi.

Imposta bene la voce. Sii sintetico. Non bisbigliare.
Alza il tono della tua voce.

Non limitarti a rispondere

Nei colloqui di lavoro cerca di instaurare un vero e proprio dialogo con il tuo interlocutore.
Lui/lei sta valutando te.
Tu stai valutando l’azienda.

È facile cadere nella trappola di rispondere semplicemente alle domande.
È importante (piuttosto) avere un dialogo bilaterale.

Poni domande all’intervistatore quando è il momento giusto.
Non tenerle per la fine. Precisare un argomento già trattato prima,
ti farà apparirà inesperto.

 
More: scopri il percorso di coaching ideale per il tuo colloquio vincente.
 

“Entra” nei dettagli, spiegando la loro importanza e sviluppi.
Ti farà sembrare più Smart. Conoscere i fatti e i dettagli sarà impressionante.

Saper comunicare, essere autorevole, vuol dire (innanzitutto) avere qualcosa d’interessante da dire.
Se così non fosse … meglio tacere!

Non pensare a come risponderai, mentre la persona sta ancora parlando.

La trappola: non essere arrogante

Nella vita una buona dose di fiducia è auspicabile.

Quando si tratta di colloqui di lavoro, ci sono alcune linee sottili che devono essere tratteggiate,
confini che non possono e non devono essere superati.

Devi essere ambizioso senza essere impaziente, disponibile senza essere timoroso,
flessibile senza essere sfruttato.

Essere sicuro di te, confidente e desideroso,
senza alzare troppi i toni fino a diventare eccentrico e pomposo.

In bocca al lupo!

Email di lavoro: come risolvere conflitti con autorevolezza

email di lavoro

Foto di Andrea Piacquadio da Pexels

Ogni giorno, appena sveglio,
ti piaccia o no, sai che dovrai comunicare.

Il modo in cui scegli di farlo
— consapevolmente o no —
influenzerà le tue giornate.

Intensificherà le tue emozioni.

Ti sarai sicuramente accorto di come
le email di lavoro
possano diventare un modo terribile di comunicare.

E ti credo.
Usando solo il testo,

..perdi oltre il 90% dell’efficacia della comunicazione

E con queste premesse
è facile che i toni si scaldino,
nascano attriti,
si creino incomprensioni ed equivoci.

Con un aumento di tensione e conflitto.

Le email di lavoro aumentano in modo esponenziale
e con esse le occasioni per creare frizioni.

Spesso la tensione si esaspera

A tal punto da diventare un enorme spreco di tempo,
tanto inefficace quanto inefficiente.

Ore di lunghe riflessioni,
su cosa/come rispondere,
coinvolgendo colleghi e partner
nei tuoi “drammi digitali”.

È necessario interrompere
questo circolo vizioso (e infinito)
di scambi digitali al veleno.

Risolvere la questione in modo autorevole
è più facile a dirsi che a farsi.

Un conflitto gestito per mail
genera ancora più conflitto

Quando sorge un conflitto,
siamo spesso tentati di usare istintivamente
la posta elettronica
per risolvere velocemente il problema.

Purtroppo una frase —
anche ben intenzionata
o un feedback costruttivo —
può diventare aspra e irritante
se interpretata nel modo sbagliato.

Attribuiamo una nostra personale tonalità e significato,
trasformando un semplice commento
in qualcosa di completamente diverso.

Ovviamente, negativo.

Non utilizzare le mail
per risolvere i conflitti

Rispondere con animosità a un’email di lavoro
non è quasi mai il modo più efficace
per risolvere la questione.

Prima di rispondere fai un respiro.
Meglio due.

La velocità delle comunicazioni elettroniche
raramente ti lascia il tempo di fermarti
e considerare la situazione in modo obiettivo.

Se il tuo collega, capo o cliente
si sono lasciati sopraffare dalle emozioni,
non ripetere lo stesso errore.

Prendi tempo.
Ti aiuterà a evitare una reazione istintiva.

Lascia un po’ sbollire.

Rispondi sempre in modo professionale

Se la risposta è urgente
o senti troppa tensione,
avrai comunque almeno 5 minuti.

Alzati.
Raffredda la mente.
Fai due passi.
Bevi un bicchiere d’acqua.

Resisti alla tentazione
di saltare subito alle conclusioni.

Rileggi.
Assicurati di aver compreso davvero
prima di rispondere.

Ammetti i tuoi (eventuali) errori

A volte sei convinto di avere ragione.

Altre volte scopri che
la causa del problema —
o chi ha aggravato la situazione —
sei proprio tu.

Riconosci l’errore
e porgi le tue scuse
a tutte le persone coinvolte.

Non permettere che una svista o un fraintendimento
rovini la tua immagine professionale
e mandi in fumo anni di relazioni costruite.

Fare ciò che è giusto
è sempre la scelta più solida.

Concedi una “possibilità” alla persona

Dare il beneficio del dubbio
aumenta la probabilità
di una risoluzione sana.

Non è facile.

Soprattutto se la persona non ti piace
o sei convinto si sia comportata male.

Ti incoraggio a provarci comunque.

Anche se non ti senti a tuo agio,
avvicina la persona
con domande chiarificatrici,
non con dichiarazioni accusatorie.

Nelle email di lavoro distingui tra i fatti
e la tua “visione”

In un conflitto professionale
ci sono due elementi distinti:

  • cosa è successo (i fatti)
  • la tua interpretazione (la tua storia)

La tua storia
può essere più negativa della realtà.

Esistono sempre più motivi
— validi o meno —
per cui qualcuno ha fatto
o non ha fatto qualcosa.

Hai un solo modo per verificarlo:
chiedere direttamente.

  • “Ho notato che le riunioni del Dipartimento ora sono alle 16:00.
    Questo è in conflitto con…
    Puoi aiutarmi a capire perché hai scelto questo orario?
    Mi piacerebbe parlarne per risolvere la pianificazione.”

La vera domanda è:
desideri davvero risolvere il conflitto?

Se il tuo obiettivo è trovare una soluzione reale,
la scelta migliore è un incontro
faccia a faccia
o una chiamata
(telefonica o video).

Scrivere mail aggressive
è facile.

Affrontare un confronto diretto
richiede coraggio e autocontrollo.

Ed è proprio lì
che si vede la tua autorevolezza.

Sulla preparazione al confronto difficile puoi leggere il mio post
Confronto difficile in arrivo? La preparazione che nessuno racconta

Chiedi un incontro esplicativo

  • “Possiamo risolvere meglio di persona.
    Prendiamoci un caffè.”
  • “Parliamone.
    Ti chiamo domani mattina.”
  • “Inseriamolo nell’ordine del giorno
    della prossima riunione.

Scoprirai che, spesso,
l’altro non voleva creare conflitto.

Di persona,
le persone sono molto meno aggressive
che dietro uno schermo.

Ecco come essere autorevoli.

La vera autorevolezza
nasce dal modo in cui comunichi.

In conclusione

Comprendere non significa giustificare.
Empatizzare non vuol dire subire.

Puoi scegliere di ascoltare,
chiarire
e costruire.

L’assertività è
presenza, confini chiari
e nessun bisogno di alzare la voce.