Come scrivere email da vero leader: cosa evitare con il capo, titolare, CEO

e-mail al capo

STAI LEGGENDO LA PARTE 2
Diversi studi indicano che circa il 50% delle email viene interpretato male.

E ti credo.

In una mail hai solo le parole.
Tutto il resto manca: tono, sguardo, intenzione.

Significa perdere gran parte dell’efficacia comunicativa.

È così facile creare incomprensioni con il capo, il titolare, il CEO

Come scrivo anche in “Autorevolezza”, quando comunichi via email — soprattutto verso l’alto — ogni parola pesa.

Può rafforzare la tua credibilità.
Oppure incrinarla.

Ogni azienda ha la sua etichetta.
Ogni manager ha le sue aspettative.

Ma ci sono errori che funzionano sempre… al contrario.

Ecco 5 tipologie di email che è meglio evitare.

1. E-mail al capo che trasmettono dubbio (o insicurezza)

Quando scrivi al tuo capo, non dare motivi per dubitare di te.

Frasi come:

  • “Non so se questo funzionerà…”
  • “Spero che vada bene…”
  • “Mi sembra che…”
  • “È probabile che…”

indeboliscono il messaggio.

Non chiariscono.
Non rafforzano.

Lo stesso vale per:

  • “Scusa il disturbo”
  • “Era solo un’idea”
  • “Spero di non aver sbagliato”

Nel parlato passano.
In una mail professionale, ti ridimensionano.

Molto meglio esporre il tuo punto in modo chiaro, senza giustificarti.

2. Mettere il capo in CC senza motivo

La copia conoscenza non è una tutela.

È una responsabilità.

Se il tuo capo non ha bisogno di essere coinvolto, non inserirlo.

Ogni mail in più è tempo sottratto.
E spesso crea solo rumore.

Vuoi tenerlo aggiornato?
Fallo in modo intelligente.

Meglio un breve riepilogo mirato, alla fine:

  • “Per tua informazione: il rappresentante dell’azienda X sarà presente il giorno Y.”

Poche informazioni.
Rilevanti.

Questo comunica molto più di una valanga di CC inutili.

3. Bloccare la comunicazione con un rifiuto secco

“Non posso farlo. Ho altre priorità.”

È una frase che chiude.

Non spiega.
Non apre confronto.
Ancor meno costruisce fiducia.

Il rischio è sembrare rigido o poco collaborativo.

Molto più efficace:

  • “Ho diverse attività in scadenza. Su quale preferisci che mi concentri?”

Stai dicendo la stessa cosa.
Ma in modo completamente diverso.

Non rifiuti.
Coinvolgi.

4. Email al capo lunghe, confuse o dispersive

Il tuo capo ha poco tempo.
Probabilmente meno del tuo.

Se scrivi email lunghe, piene di dettagli o poco strutturate, succede una cosa:

non vengono lette davvero.

Oppure vengono interpretate male.

Vai al punto.

Scrivi meno.
Meglio.

Se sei chiaro mentre scrivi, è perché hai fatto ordine nei tuoi pensieri.

E questo si sente.

5. Email scritte di fretta (e si vede)

Le e-mail al capo scritte in fretta “trasudano” approssimazione.

Errori.
Tono sbagliato.
Frasi poco curate.

Bastano pochi secondi per evitarlo.

Rileggi.

Sempre.

Soprattutto quando sei di fretta o emotivamente coinvolto.

Una mail inviata non torna indietro.
Una mail rivista cambia tutto.

Se il tema è delicato, evita la mail.

Incomprensioni, tensioni, aspettative poco chiare: il rapporto con il capo può diventare faticoso.

Scopri il percorso di coaching mirato “Gestire il rapporto difficile con il tuo capo”, che ti aiuta a ritrovare chiarezza, equilibrio e controllo.

Come scrivere email da vero leader

come scrivere mail

STAI LEGGENDO LA PARTE 1

Come scrivere email da vero leader.

Siamo tutti occupati.
Poco tempo.
Troppe cose da fare.

Le informazioni corrono veloci.
Le email anche.

Eppure è proprio lì dentro che si gioca una parte della tua autorevolezza.

Non nelle grandi riunioni.
Non nei momenti ufficiali.

Nelle email di tutti i giorni.

Quante ne invii?
Quante ne ricevi?

Se la risposta è “troppe”, non è un caso.

La mail è uno strumento potente.
Ma usato male diventa rumore.

E il rumore, alla lunga, indebolisce la tua leadership.

1. Parti sempre dallo scopo

Prima di scrivere, fermati.

Perché sto inviando questa email?
È davvero necessaria?

Se non hai una risposta chiara, non inviarla.

Molte email nascono già sbagliate: inutili, vaghe, evitabili.

E ogni email inutile è tempo perso.
Tuo. E degli altri.

2. Non sparire (ma nemmeno reagire male)

Il silenzio crea confusione.
Ma anche le risposte impulsive fanno danni.

Se non puoi rispondere subito, segnala che hai visto.

  • “Ho ricevuto, ti aggiorno appena approfondisco.”

Se sei irritato, fai l’opposto: non inviare.
Salva in bozza. Rileggi dopo.

Una mail aggressiva resta.
E spesso parla più di te che del contenuto.

3. Una mail, un tema

Evita email piene di tutto.

Una mail = una cosa.

Se inserisci più richieste, aumenti il rischio di:

  • non ricevere risposta
  • creare confusione
  • dover scrivere altre email di chiarimento

Se sei chiaro mentre scrivi, è perché hai già fatto ordine nei tuoi pensieri.

4. Vai dritto al punto (senza risultare brusco)

Scrivi meno.
Comunica meglio.

Evita introduzioni inutili.
Taglia il superfluo.

Allo stesso tempo, attenzione all’eccesso opposto:
email troppo brevi e fredde possono sembrare scortesi.

Serve equilibrio.

5. Riduci il volume

Ogni email genera altre email.

È un effetto a catena.

Se mandi troppo, riceverai troppo.
Se mandi meglio, riceverai meglio.

6. Scrivi in modo leggibile

Niente muri di testo.

Meglio:

  • frasi corte
  • parole semplici
  • elenchi puntati

Evita testi lunghi e pesanti.
Le persone leggono in fretta.

E non usare il MAIUSCOLO per “dare forza”:
sembra che tu stia urlando.

7. Dai indicazioni chiare

Come scrivere email efficaci? Non lasciare spazio a interpretazioni.

Scrivi-cosa-vuoi.

  • “Puoi inviarmi i file entro giovedì?”
  • “Fammi sapere entro domani.”

Evita frasi come:

  • “Non so se funzionerà…”
  • “Ho ragione?”

Se dubiti tu, dubitano anche gli altri.

8. Cura l’oggetto (davvero)

L’oggetto è la prima cosa che si legge.

Se è vago o assente, la mail rischia di essere ignorata.

Non scrivere:

  • “Aggiornamento”
  • “Info”

Meglio:

  • “Report vendite Q2 – revisione entro venerdì”

Niente giochi.
Solo chiarezza.

9. Attenzione al tono

Troppo informale ti fa sembrare poco professionale.
Troppo rigido ti rende distante.

Evita:

  • emoticon
  • abbreviazioni tipo chat
  • punti esclamativi a raffica

Ma evita anche email “robotiche”.

Professionale, sì.
Umano, sempre.

10. Usa bene i “destinatari”

“Rispondi a tutti” non è un automatismo.

Usalo solo quando serve davvero.

Altrimenti crei rumore inutile.

E il rumore abbassa l’attenzione.

11. Non scrivere a raffica

Una mail, poi un’altra, poi un’aggiunta.

Risultato: caos.

Meglio fermarsi un minuto in più
e inviare un messaggio completo.

12. Rileggi (sempre)

Errori di ortografia.
Punteggiatura confusa.
Font strani.

Non sono dettagli.

Sono segnali.

Rileggi:

  • tono
  • chiarezza
  • destinatari
  • allegati

Se la mail è importante, chiedi un secondo parere.

13. Scegli il mezzo giusto

Non tutto va scritto.

Se è delicato, evita la mail.

Una chiamata chiarisce.
Un incontro costruisce.

Scrivere quando non serve, è un errore quanto non scrivere quando serve.

La comunicazione è il cuore dell’autorevolezza.

Con la nuova edizione aggiornata 2025 di “Autorevolezza” hai strumenti concreti per migliorare impatto, chiarezza e leadership.

C’è un ultimo punto, spesso ignorato.

Non devi rispondere subito.

Se sei sotto pressione, aspetta.

Una risposta scritta male non si recupera.
Una risposta scritta meglio sì.

Scrivere email non è solo tecnica.

È rispetto.
Del tempo degli altri.
E del tuo ruolo.

Accettare un’offerta di lavoro: firmare o non firmare?

offerte lavorative

Foto di Andrea Piacquadio

STAI LEGGENDO LA PARTE 5

Offerte lavorative … alla fine firmare o non firmare?

Hai presente la parola “scelta”?
Spesso è rappresentata come un bivio in un bosco, buio, senza indicazioni.

Vai a sinistra?
E se fosse piena di insidie?

Vai a destra?
E se non fosse quello che pensi?

Magari resti fermo.
Non decidi.

Aspetti la scelta perfetta.
Ma anche non scegliere è una scelta.

Gran parte dello stress della vita nasce proprio da qui: dalle decisioni.

Ogni giorno ne prendiamo decine.
Piccole o grandi, poco importa.

  • Lanciare (finalmente) la tua attività freelance?
  • Candidarti come team leader… e se poi non ti accettano?
  • Riparare l’auto o aspettare gli incentivi?
  • Che colore scegliere per lo smalto?
  • Capelli a zero? Barba sì o no?

Molte decisioni non cambiano il mondo.
Neanche il tuo.
Ma alcune sì.

E lì scatta la paura:
“Se sbaglio… mi faccio male.”

Allora cosa fai?

  • Lanci la monetina?
  • Analizzi tutto per settimane?
  • Ti butti senza pensarci?
  • Fai l’elenco infinito di pro e contro?

Se sapessi già cosa accadrà, decidere sarebbe facile.

Accettare l’offerta ti darebbe:
più motivazione e stipendio migliore,
ma anche meno tempo per la famiglia,
più tensioni in coppia.

Offerte lavorative? oddio, cosa faccio?

Una verità scomoda.

Contrariamente a ciò che ci hanno insegnato:
non esistono scelte giuste o sbagliate.

Esistono solo scelte.
Con vantaggi e svantaggi.

Puoi fare solo la scelta migliore possibile in questo preciso momento.
La vita va avanti comunque.

Se va bene, fantastico.
Se va male, impari.

Il futuro è sempre incerto

Non sai cosa succederà.
Mai.

Eppure, continuiamo a comportarci come se, da qualche parte, esistesse la decisione giusta assoluta.

La inseguiamo.
La cerchiamo.

Ne abbiamo disperatamente bisogno.
Ma spesso scopriamo (nel modo più doloroso) che non esiste.

Rinunciare all’idea della scelta giusta può essere liberatorio.

Scelta ponderata vs. scelta giusta

Attenzione:
questo non significa decidere a caso.

Prima di firmare un’offerta è giusto informarsi:

  • azienda
  • valori
  • stabilità
  • colleghi
  • ruolo
  • prospettive

Ma anche con tutti i dati del mondo, il futuro resta complesso e instabile.

Può bastare una sola persona sbagliata (un capo o un collega tossico) per trasformare un’offerta perfetta in un incubo quotidiano.

E allora?
Significa che hai sbagliato?
No.

Significa che stai vivendo una scelta reale.

Per questo ti invito a smettere di cercare la decisione “giusta”.

Offerte lavorative: conta più l’atteggiamento della scelta

Se accetti un’offerta, ciò che conta davvero è:

  • Come ti vedi
  • Cosa vuoi ottenere
  • Come affronti gli ostacoli

Se l’esperienza sarà negativa, ciò che farà la differenza sarà la tua perseveranza.

La vera domanda non è:
“Ho scelto bene?”

Ma:

“Come affronto quello che succede adesso?”

  • Qual è la mia prossima mossa?
  • So gestire frustrazione e attese?
  • So rimettere in discussione le mie certezze?

Talento e competenza non bastano.

Servono anche:

  • Tenacia
  • grinta
  • perseveranza

Il successo non è solo aver fatto la “scelta giusta”.

È anche resistere, adattarsi, andare avanti.
Non mollare.

Attenzione alla fretta

Se oggi, non ti trovi bene nel tuo lavoro, potresti:

  • enfatizzare troppo la nuova offerta
  • sopravvalutare i pro
  • ignorare i segnali di pericolo

E ritrovarti, tra pochi mesi, in un lavoro ancora peggiore.

E l’istinto?
Ascoltalo.

Anche quando non sai spiegare razionalmente perché.

In bocca al lupo per la tua scelta!

SEI INDECISO SE FIRMARE? CONFRONTATI CON IL COACH

Accettare un’offerta di lavoro: lo stipendio è in linea con le tue attese?

proposta di lavoro

Foto di Andrea Piacquadio

STAI LEGGENDO LA PARTE 4
Proposta di lavoro: lo stipendio è davvero in linea con le tue attese?

Quando ricevi una proposta di lavoro, il primo pensiero va spesso lì.

Quanto mi pagano?

Giusto.
Normale.
Inevitabile.

La retribuzione conta.
Eccome se conta.

Ma non è l’unica cosa da guardare.

Non fermarti allo stipendio

Quando valuti un’offerta, considera il pacchetto complessivo.

Non solo la cifra.

Guarda anche:

  • benefit
  • ferie e permessi
  • parte variabile legata agli obiettivi
  • flessibilità oraria
  • possibilità di lavorare da remoto

A volte un’offerta apparentemente più bassa può rivelarsi più vantaggiosa nel concreto.

Per esempio, se include:

  • parcheggio gratuito
  • mensa
  • asilo convenzionato
  • abbonamento palestra
  • abbonamento trasporti pubblici
  • programmi di welfare
  • mezza giornata libera in alcuni periodi

Il punto è semplice:

quanto vale davvero, per te, quel pacchetto?

Nuova proposta di lavoro? Attenzione ai costi nascosti

Uno stipendio più alto non è sempre un guadagno reale.

Dipende da quello che dovrai spendere in più.

Per esempio:

  • benzina
  • autostrada
  • mezzi
  • parcheggio
  • eventuale tata/mamma diurna
  • pranzi fuori
  • guardaroba diverso per un dress code più formale

E poi c’è il tempo.

Un tragitto più lungo non pesa solo sul portafoglio.
Pesa sulla tua giornata.

All’inizio, in fase “luna di miele”, lo sopporti volentieri.
Sei motivato. Entusiasta.

Dopo qualche mese, quando sei bloccato nel traffico ogni giorno, la prospettiva cambia.

E allora la domanda torna lì:

ne vale ancora la pena?

Guarda la realtà, non solo l’entusiasmo

Quando valuti una proposta, chiediti:

  • il tragitto quotidiano è sostenibile?
  • quanto spenderò davvero in più?
  • dovrò riorganizzare la mia vita familiare?
  • l’orario di lavoro è compatibile con i miei impegni?
  • sono previsti straordinari? E vengono pagati?
  • dovrò affrontare spese aggiuntive per adeguarmi al contesto?

Quello che sembra un grande salto economico, a volte si riduce parecchio una volta fatti bene i conti.

Preparati alla domanda sullo stipendio

“Quanto desidera guadagnare?”

Prima o poi arriva.

Meglio non farsi trovare impreparati.

Informati sul Mercato.
Capisci qual è la retribuzione media per il tuo ruolo, settore e area geografica.

Poi preparati.

Meglio avere in mente una forchetta salariale, non una cifra secca.

E fai un passaggio pratico che molti trascurano:

calcola sia la retribuzione annua sia quella mensile.

Alcune aziende parlano in termini annuali, altre mensili.
Se non sei pronto, nel momento del colloquio rischi di dire troppo poco… o troppo.

Se l’offerta è sotto le attese, non bocciarla subito

A meno che non ti sembri un palese tentativo di sottopagarti, non chiudere immediatamente.

Prima fai un passaggio molto concreto:

definisci il tuo minimo accettabile.

Quella cifra che potresti accettare, magari tappandoti un po’ il naso,
ma senza sentirti svalutato.

Sotto quel limite, no.

Almeno hai un criterio chiaro.

Occhio alle responsabilità nascoste

Un’altra domanda fondamentale è questa:

  • il ruolo è davvero in linea con lo stipendio proposto?

Perché può succedere che il livello retributivo sembri “medio”,
ma dai colloqui tu percepisca responsabilità molto più alte.

Per esempio:

paga da venditore,
ma responsabilità su persone, budget, risultati e gestione.

oppure:

inquadramento junior,
ma aspettative da figura autonoma che deve “portare risultati subito”.

O ancora:

ruolo operativo dichiarato,
ma richieste continue di coordinamento e gestione di altri.

Qui bisogna fare attenzione.

Anche un’offerta economicamente interessante può nascondere aspettative irrealistiche.

Ora tocca a te: negoziare oppure no?

Una volta chiariti tutti questi aspetti, puoi decidere se accettare… oppure tornare dal responsabile delle assunzioni e negoziare.

Sei davvero pronto a negoziare il tuo stipendio?

In un mondo ideale sarebbe semplice:

Vuoi più soldi? Chiedili.

Peccato che nella realtà la questione si complichi.

Si blocca.
Si arena.

Parlare di soldi mette in difficoltà molte persone.
Ancora di più in tempi incerti o complicati.

Incassare un primo no, rilanciare, aspettare, cogliere il momento giusto…
non è facile.

Se ti senti titubante, è comprensibile.

Il successo della negoziazione non è garantito

Dipende da molti fattori:

  • il tuo stile
  • quello della controparte
  • il contesto
  • il tuo livello di assertività
  • la tua preparazione

Per questo è importante non viverla come una sfida.

Meglio affrontarla come una trattativa.

Con dati.
Con fatti.
Cifre ragionate.

Un primo no non chiude tutto

Questo è un punto importante.

“No” la prima volta non significa “mai più”.

Anzi, spesso una trattativa vera inizia proprio lì.

Con una richiesta negata.

Altrimenti non si chiamerebbe negoziazione.

Devi mettere in conto la possibilità di un primo rifiuto.
E prepararti a gestirlo senza crollare.

La volta dopo potrai presentarti meglio attrezzato:

  • con dati di mercato
  • con il tuo valore
  • risultati concreti
  • richieste più solide

Quando riesci a togliere un po’ di emotività dalla scena,
la trattativa diventa molto più pulita.

In definitiva: fai bene i conti

Confronta questa proposta di lavoro con la tua situazione attuale.
E anche con quelle passate.

Non limitarti alla cifra.

Valuta costi, benefici, margini di crescita, qualità della vita.

In genere un po’ di spazio di manovra c’è.

Per questo conviene affinare la capacità di negoziare prima di firmare.

Vuoi migliorare le tue capacità di negoziazione?
Scopri come farlo con un coach. Contattami.

Accettare un’offerta di lavoro: questo ruolo ti renderà più felice?

offerta lavorativa

Foto di Andrea Piacquadio

STAI LEGGENDO LA PARTE 3
Non guardare solo l’aspetto economico. Sarai più felice?

Accettare una nuova offerta lavorativa non significa solo lasciare il posto attuale
e ottenere uno stipendio più alto.

Al di là dell’aspetto economico, un cambio di lavoro dovrebbe rappresentare un passo avanti.

Verso la tua realizzazione professionale.

Una nuova avventura, sì.
Ma anche qualcosa di soddisfacente.
Sfidante.
Stimolante.

Dove vuoi essere tra 3-5 anni?

Ti ricordi questa domanda?

Probabilmente l’hai sentita — e odiata — in moltissimi colloqui di lavoro.

Eppure, proprio adesso, è più utile che mai.

Quando sai con chiarezza che cosa vuoi dal tuo lavoro,
diventa molto più facile prendere una decisione obiettiva.

Se invece capisci che il nuovo ruolo non ti aiuterà ad avvicinarti ai tuoi obiettivi,
forse vale la pena fermarsi e riflettere meglio.

Chiediti:

  • Che cosa voglio ottenere da questo ruolo?
  • Mi spingerà a imparare competenze nuove?
  • Ha valore per me, anche a livello personale?
  • Mi permetterà di entrare in un nuovo settore??
  • Potrà prepararmi a un ruolo successivo?
  • Avrò un senso di scopo più profondo?

La vera domanda, in fondo, è questa:

  • questa opportunità mi avvicina davvero alla direzione in cui voglio andare?

C’è spazio per crescere?

Un buon lavoro non è solo quello che ti paga bene oggi.

È quello che ti permette di evolvere anche domani.

Durante il colloquio — o anche dopo — cerca di capire:

  • l’azienda offre opportunità di sviluppo professionale?
  • ci sono possibilità concrete di avanzamento?
  • esistono esempi reali di persone cresciute internamente?
  • vengono offerti corsi, conferenze, eventi di networking?

Prova a capire se c’è una cultura della crescita.
Non solo una promessa generica.

Perché entrare in un nuovo ruolo e accorgerti, dopo un anno, di stare correndo sul tapis roulant
non è un gran risultato.

Se l’intervistatore non ha parlato di crescita e tu non hai chiesto,
adesso sai dove guardare meglio.

Questo lavoro ti renderà più soddisfatto?

Non ho utilizzo la parola “felice” …

hai presente il finale de La ricerca della felicità?
Quando al protagonista viene comunicato che è stato scelto, la gioia è incontenibile.

È un momento fortissimo.
Ma resta un momento.

Potresti sentirti molto soddisfatto della tua carriera
pur vivendo giornate di stress, fatica o pressione.

E viceversa, potresti essere entusiasta di un’offerta…
senza che quella scelta ti renda davvero più appagato nel medio periodo.

Se stai valutando un nuovo lavoro, un motivo ci sarà

Forse oggi ti senti bloccato.
Poco riconosciuto.
Poco stimolato.

Magari stai andando avanti per inerzia.

E allora chiediti con sincerità:

  • Questo lavoro mi renderà più soddisfatto?
  • Migliorerà davvero la mia vita?

Se ti aiuta, scrivi tutto.

Pro.
Contro.
Dubbi.
Aspettative.

Parla della tua offerta lavorativa con il partner, con la famiglia, con qualcuno che ti conosce bene e che sappia offrirti uno sguardo più lucido.

Non decidere solo perché ti senti lusingato

Ricevere un’offerta fa bene all’ego.

Ti senti cercato.
Apprezzato.
Desiderato.

Ma attenzione a non confondere questo con la qualità reale dell’opportunità.

Chiediti:

Sono davvero entusiasta di questo lavoro?
Dell’azienda?
Delle persone con cui lavorerò?

Oppure sono solo eccitato perché qualcuno mi ha fatto un’offerta lavorativa?

Mi sento lusingato?
Compiaciuto?
Attratto soprattutto dall’aumento economico?

È una domanda scomoda.
Quanto utile.

Anche se non sempre ci piace ammetterlo, il denaro influenza moltissimo le nostre decisioni.

Se ti accorgi che stai guardando quasi solo all’aspetto economico,
forse hai bisogno di più tempo.

Il nuovo lavoro si concilia con la tua vita?

Non guardare solo il ruolo.
Guarda anche il resto.

Questa nuova opportunità rischia di toglierti spazio importante per te, per la tua famiglia, per la tua vita fuori dal lavoro?

Hai un corso da finire.
Figli da prendere.
Impegni che non puoi comprimere oltre.

Meglio essere chiaro subito.

La trasparenza, all’inizio, costruisce fiducia.
Evita equivoci.
E protegge entrambe le parti.

Valuta anche il fattore tempo

C’è un punto che spesso sottovalutiamo.

Il tempo.

Ha un valore enorme.
Forse ancora più del denaro, in certe fasi della vita.

Con giornate piene, settimane che volano e ritmi sempre più intensi,
il tempo libero diventa una risorsa preziosa.

Per questo può essere utile cambiare prospettiva.

Non negoziare solo lo stipendio.
Valuta anche altro.

Per esempio:

  • una mezza giornata libera
  • maggiore flessibilità
  • una gestione più sostenibile del tuo tempo

A volte il vero miglioramento non è nei soldi in più.
È nella qualità di vita che riesci a proteggere.

Accettare un nuova offerta lavorativa è un passo importante.

Non lasciare che impazienza, superficialità o bisogno di “chiudere” ti spingano ad accettare troppo in fretta.

SEI INDECISO SE FIRMARE? > CONFRONTATI CON ME.

Accettare un’offerta di lavoro: come è stato il colloquio di lavoro?

offerte di lavoro

Foto di Andrea Piacquadio

STAI LEGGENDO LA PARTE 2
Il colloquio di lavoro è il vero termometro dell’azienda.

Quando sei in selezione, non stai solo presentando te stesso.

Stai osservando.
Valutando.
Capendo.

Il colloquio serve a entrambi.
E spesso rivela molto più di quello che viene detto.

Leggi tra le righe

Non fermarti alle risposte.

Guarda le persone.

Chi ti intervista ti sembra:

  • motivato
  • stanco
  • distaccato

Che tipo di energia percepisci?

Durante i colloqui hai notato:

  • ritmi di lavoro molto intensi
  • difficoltà nel dare feedback
  • una direzione poco presente

Sono segnali. Vale la pena considerarli.

Osserva anche i dettagli “fuori scena”

Non tutto emerge durante le domande ufficiali.

Alla reception.
Nei corridoi.
Tra colleghi.

Che clima hai percepito?

Distaccato?
Collaborativo?
Teso?

Chiediti se ti vedresti lì, ogni giorno.

Passerai con queste persone molto tempo.
Serve compatibilità, non simpatia.

Un colloquio troppo veloce?

Se tutto accade in fretta, fai attenzione.

Un buon processo di selezione richiede tempo.

Devi uscire con chiarezza su:

  • ruolo
  • responsabilità
  • capo diretto
  • team

Se hai dubbi, chiedi.

Nuova offerta di lavoro? Quando c’è troppa fretta

Offerta immediata.
Pressione a decidere.
Condizioni molto allettanti.

Può far piacere,
ma chiediti il perché.

A volte indica:

  • organizzazione fragile
  • difficoltà a trovare o trattenere persone
  • poca pianificazione

Non è sempre così, ma è un aspetto da approfondire.

Chiedi struttura, non solo parole

Vai oltre l’impressione.

Chiedi:

  • piano di inserimento
  • formazione prevista
  • materiali interni

Ti aiuta a capire quanto l’azienda è preparata ad accoglierti.

Attenzione al turnover

Hai notato molte persone nuove?

Se non è una startup o un nuovo progetto, può essere un segnale.

Un turnover elevato spesso nasconde criticità.

Vale la pena chiedere.

Processo di selezione poco chiaro

Se durante la selezione trovi:

  • poca organizzazione
  • informazioni vaghe
  • ruoli poco definiti

prendilo in considerazione.

Un processo confuso oggi, spesso lo è anche dopo.

Fasi poco definite

Se non è chiaro cosa succede dopo, chiedi.

Fai domande senza timore.

Stai facendo una scelta importante.

Chiedi:

  • perché la posizione è aperta
  • se è nuova o una sostituzione
  • come verranno valutate le performance
  • che supporto è previsto

Più chiarezza hai, meglio decidi.

Prima di firmare, verifica bene

Inquadramento.
Benefit.
Clausole.

Se qualcosa non è chiaro, chiedi.

E se serve, fai verificare il contratto.

Valuta risorse e aspettative.

Per evitare sorprese, chiarisci:

  • strumenti disponibili
  • dimensione del team
  • obiettivi richiesti

Un ruolo senza risorse adeguate diventa difficile da sostenere.

Se hai dubbi, rallenta

Se ti senti indeciso o sotto pressione, fermati.

Prenditi il tempo per capire.

Ti senti bloccato nella scelta?

Con il coaching puoi fare chiarezza e prendere una decisione più consapevole per la nuova offerta di lavoro
Accettare un’offerta di lavoro”.

Accettare un’offerta di lavoro? La difficoltà di una scelta

accettare un'offerta di lavoro

Foto di Andrea Piacquadio

STAI LEGGENDO LA PARTE 1
Nuova offerta di lavoro: accettare o restare?

Hai lasciato un’ottima impressione al colloquio.

Dopo 24 ore arriva l’offerta.
Contratto pronto da firmare.

Wow.
Oppure… no.

Troppo bello?
Ma perché tutta questa fretta?

Oppure succede questo.

Ti chiama un’ex collega.
Lavora per la concorrenza.

C’è una posizione perfetta per te.
Ti vogliono subito.

Peccato che tu sia nella tua nuova azienda da meno di sei mesi.

La proposta è allettante:
stipendio più alto, nuove sfide.

Lasciare un contesto in cui stai bene non è una decisione leggera.

Cambiare lavoro sembra semplice.
In realtà può incidere molto sulla tua carriera e sulla tua vita.

Come scegliere con lucidità:

Accettare un’offerta di lavoro? Prenditi tempo

La prima cosa da fare è non rispondere subito.

Quando ricevi un’offerta, è normale sentirsi gratificati.
L’autostima sale.
L’entusiasmo pure.

Ma una decisione importante non si prende sull’onda del momento.

Rallenta.

Analizza davvero il nuovo ruolo

Durante il colloquio non limitarti a “piacere”.

Devi capire.

Chiarisci:

  • responsabilità reali
  • competenze richieste
  • orari e modalità di lavoro
  • possibilità di smart working
  • sede
  • livello di autonomia

Più sei preciso qui, meno sorprese avrai dopo.

Guarda con onestà la tua situazione attuale

Se stai già lavorando, fermati un attimo.

  • Quanto ti soddisfa davvero il tuo ruolo oggi?
  • Tra un anno, questa nuova scelta sarà ancora migliore?

Non svalutare ciò che hai solo perché qualcosa è nuovo.

Stabilità, relazioni, contesto: pesano.

Attenzione alle decisioni veloci

Una mia cliente, Manuela, aveva accettato un lavoro convinta di occuparsi di marketing.

Si è ritrovata a fare chiamate a freddo per un servizio in cui non credeva.

Nel giro di poco: da entusiasmo a frustrazione.

Il punto non era solo l’azienda.

Aveva deciso troppo in fretta.
Senza verificare davvero il ruolo.

Prima di dire sì, verifica.
Sempre.

Se sei senza lavoro, non accettare a occhi chiusi

La pressione è alta, lo so.

Ma proprio lì serve più lucidità.

Controlla:

  • solidità dell’azienda
  • affidabilità
  • prospettive del ruolo

Un salto nel vuoto può complicarti ancora di più la situazione.

Scopri il percorso di coaching mirato “Nuova offerta di lavoro: accettare o restare?” per valutare con lucidità pro e contro.

È davvero l’azienda giusta per te?

Una cultura aziendale tossica non si vede subito.

Si scopre col tempo.

E quando emerge, il prezzo si paga.

Analizza la cultura aziendale

Non fermarti alla superficie.

Guarda il sito, sì.
Ma leggi tra le righe.

Osserva:

  • linguaggio
  • valori dichiarati
  • tono della comunicazione
  • coerenza tra parole e contenuti

Chiediti: questa azienda mi somiglia davvero?

Fai domande mirate al colloquio

Il colloquio non è solo per loro.

È anche per te.

Chiedi:

  • cosa farai concretamente
  • quali saranno le priorità
  • come viene valutato il tuo lavoro

E osserva:

Come ti trattano?
Le persone sembrano coinvolte o spente?

Scopri “Vuoi cambiare lavoro! Esplora, valuta, decidi”, il percorso che ti aiuta a fare chiarezza prima di muoverti.

Guarda anche oltre il colloquio

LinkedIn è una miniera.

Chi lavora lì?
Da quanto tempo?
C’è turnover?

Le aziende parlano.
Anche quando non parlano.

Valuta la stabilità reale

Non fidarti solo dell’immagine.

Chiediti:

  • il business è solido?
  • il ruolo è centrale o marginale?
  • quanto rischio sto accettando?

Startup e Mercati nuovi danno energia.
Ma anche meno garanzie.

Non farti guidare solo da entusiasmo o paura

Sono due estremi.

E portano entrambi fuori strada.

La vera domanda non è:

  • “Mi conviene?”

Ma è:

  • “È coerente con me, oggi?”

Il coaching come supporto

Accettare un’offerta di lavoro non è una scelta banale.

Serve chiarezza.
Serve metodo.

Prenota il percorso di coaching per analizzare la tua situazione e decidere con lucidità.

Non tutte le offerte veloci sono opportunità.

A volte la scelta migliore
non è dire subito sì.

È capire bene a cosa lo stai dicendo.

Lasciare l’attuale posto di lavoro? I dubbi di Manuel

lasciare l'attuale posto di lavoro
La notte non riesci a dormire al pensiero del lavoro del giorno dopo?

Continui a guardare l’orologio aspettando il venerdì?

Il tuo lavoro attuale non c’entra quasi nulla con le competenze che hai costruito negli anni?

Studi.
Esperienza.
Specializzazioni.

E intanto senti di essere fermo!

Stai pensando di lasciare l’attuale posto di lavoro?

L’ambiente è pesante.
Le aspettative diventano sempre più irragionevoli.

Non ti senti valorizzato — economicamente e non solo.

Il capo ti mette pressione anche per dettagli inutili.
Le possibilità di crescita sembrano inesistenti.

E soprattutto…

non vuoi passare tutta la vita al palo..

Come Manuel, un mio cliente di 34 anni che lavorava nel settore IT da oltre sei anni nella stessa azienda.

Mi raccontava quanto si sentisse sempre meno riconosciuto.

Con il tempo aveva iniziato a spegnersi.

Fare uno sforzo gli pesava.
Anche reagire.

Non si riconosceva più nell’azienda.
Perfino il senso di appartenenza stava scomparendo.

E quando succede, rischi di scivolare lentamente nell’apatia.

Manuel sentiva addosso un forte senso di fallimento

Così ha iniziato a valutare diverse possibilità:

  • un altro lavoro
  • lo stesso ruolo in un ambiente diverso
  • oppure quel progetto lasciato per anni nel cassetto

Il problema?

Il tempo passava.
E nulla cambiava davvero.

Manuel si sentiva come una pentola a pressione pronta a esplodere.

Provava rabbia.
Anche verso sé stesso.

Eppure la rabbia — se indirizzata bene — può diventare energia.

Può aiutarti ad aprire finalmente quella porta che continui a fissare da troppo tempo.

Forse è arrivato il momento di lasciare il tuo attuale lavoro

Ma lasciare un lavoro — anche quando ti svuota — resta una scelta difficile.

Perché significa affrontare il cambiamento.

E il cambiamento spaventa.

Così tante persone restano bloccate:

dubbi,
ripensamenti,
indecisione continua.

Pantani mentali.

Domande, tante domande

“Come affronti questo cambiamento?”

  • Come reagirai alle attese?
  • Alle porte chiuse?
  • Ai dubbi?

Perché il problema non è solo quello che accade quando vuoi lasciare l’attuale posto di lavoro.

Conta soprattutto il tuo atteggiamento.

Evita di impantanarti nei dettagli

Sai come Manuel disperdeva energie?

Ricercava.
Analizzava.
Confrontava.

E proprio quando sembrava vicino a decidere… ricominciava tutto da capo.

Voleva essere ancora più sicuro.

Questa ricerca infinita spesso non è prudenza.

È procrastinazione.

Quando pensi troppo, rischi di convincerti che stai avanzando.
In realtà stai solo girando attorno al problema.

Nulla cambia senza azione.

LA TUA AUTOREVOLEZZA SUL LAVORO > puoi prendere spunti interessanti dal mio libro “Autorevolezza”.

Non continuare a vivere al condizionale

  • “Vorrei…”
  • “Farei…”
  • “Prima o poi…”

Così non parti mai.

Non esiste il momento perfetto.

Quando arriva un’opportunità, nessuno si sente pronto al 100%.

Mai.

Prima di cambiare tutto o restare per inerzia,
prenditi uno spazio per fare chiarezza,
senza pressioni.

Scopri il servizio dedicato “Ti senti bloccato nel tuo lavoro? Capire prima di decidere” a chi si sente bloccato nel proprio ruolo.

La perseveranza cambia tutto

Molte persone mollano al primo ostacolo.

Interpretano le difficoltà come la prova definitiva di non essere abbastanza.

La perseveranza fa il contrario.

Ti permette di andare oltre i “No grazie”.
Oltre i “Le faremo sapere”.
Oltre la fatica.

Davanti al prossimo ostacolo non paralizzarti.

Pazienza.
Perseveranza.

Riprova!

E Manuel?

Per mesi è rimasto fermo nel dubbio.

Poi, stanco della situazione di stallo, ha deciso di iniziare il percorso di coaching.

In realtà il problema non era il Mercato.

Era affrontare il cambiamento.

Dopo aver costruito il dossier di candidatura — CV e lettera di presentazione — ci siamo concentrati sulla direzione da seguire.

Ci sono stati colloqui andati male.
Momenti di scoraggiamento.
Dubbi.

Poi, dopo circa tre mesi, Manuel è stato assunto da un’altra azienda del settore.

A volte serve uno sguardo esterno

Quando resti bloccato nella paralisi dell’analisi, confrontarti con un professionista può aiutarti a vedere la situazione con più lucidità.

A volte basta un piccolo cambio di prospettiva per uscire dallo stallo.

E ripartire.

Come fare un’ottima ULTIMA impressione in 7 mosse

ultima impressioneFoto di Yan Krukau

In diversi miei post ho parlato dell’importanza della prima impressione nei contesti sociali e professionali:

colloqui di lavoro,
meeting,
presentazioni,
nuovi contatti.

Presentarsi nel migliore dei modi, partire con il piede giusto e colpire fin dall’inizio sembra spesso la strada migliore per ottenere risultati.

Ed è vero.

Come professionisti e team leader ci concentriamo — comprensibilmente — soprattutto sulla prima impressione.

Alcuni studi mostrano qualcosa di interessante:

Le persone ricordano molto bene l’inizio e la fine di un’interazione.

La parte centrale?
Molto spesso sfuma.

Quindi non dovresti puntare solo a una buona PRIMA impressione.

Dovresti costruire anche un’ottima ULTIMA impressione.

Perché è quella più fresca nella memoria.

Iniziare bene è importante.
Finire bene lo è altrettanto.

Cosa fai o dici per lasciare un’ultima buona impressione?

Prima regola:

non lasciarla al caso.

Tra la PRIMA e l’ULTIMA impressione possono succedere molte cose. I contenuti contano eccome.

Ma l’ultima parte dell’incontro è ciò che spesso crea il tuo “marchio” finale.

Quella sensazione che lascia pensieri tipo:

  • “Che persona interessante.”
  • “Vorrei lavorare ancora con lui.”
  • “Mi ha fatto una bella impressione.”

Piccoli dettagli possono creare differenze enormi.

LA TUA CARRIERA DI SUCCESSO > scopri il percorso di coaching sulla carriera

1. Tieni il punto più forte per ultimo

Osserva avvocati, speaker o grandi comunicatori.

Molti costruiscono un finale forte.

Una frase.
Un concetto.
Un’immagine.

Qualcosa che resta.

Lasciare una buona ultima impressione richiede strategia.

  • Può essere una proposta interessante
  • Una frase ben scelta
  • Un sorriso sincero

Persino un semplice:

“Le auguro una buona giornata.”

Detto davvero.

2. Crea un contatto reale

Come ho scritto nel mio libro “Autorevolezza”, nella parte finale di un’interazione è importante creare connessione.

Guarda negli occhi l’altra persona.

Sorridi.

Se il contesto lo permette, una stretta di mano calda e sicura può rendere il momento più umano e memorabile.

Il punto non è il gesto in sé.

È la qualità della presenza.

3. Ringrazia

Sembra banale.

Ma spesso viene fatto male.

Quando finisce un colloquio o una riunione, evita di restare lì fermo, impacciato o indeciso.

Alzati.

Guarda la persona.

Ringrazia con semplicità:

  • “Grazie per il tempo che mi ha dedicato.”
  • “Ho apprezzato questo confronto.”

Poche parole.

Sincere.

4. Sii brillante ma breve

Che tu stia conducendo una riunione o facendo un aggiornamento con il tuo responsabile:

vai al punto!

  • Le persone ricordano chiarezza
  • Ricordano semplicità
  • Chi porta soluzioni

Attenzione però.

Tra sicurezza e arroganza c’è una linea molto sottile. Leggi il post.

La fiducia attrae.
L’eccesso spesso allontana.

5. Ascolta davvero

Una conversazione piacevole raramente dipende solo da chi parla bene.

Dipende soprattutto da chi sa ascoltare.

  • Non aspettare il tuo turno per parlare.
  • Non distrarti con il telefono.
  • Non pensare già alla risposta.

Ascolta.

Semplicemente.

Chi si sente ascoltato tende a ricordarsi di te.

6. Fai una domanda significativa

Una domanda intelligente può lasciare un’impressione migliore di una risposta brillante.

Mostra curiosità autentica.

  • Verso la persona
  • Verso l’azienda
  • Il progetto

Le persone percepiscono immediatamente quando l’interesse è reale.

7. Invia un follow-up

Un messaggio di ringraziamento dopo un incontro, un colloquio o una riunione importante è un dettaglio piccolo.

Ma spesso lascia un segno.

Consolida la tua immagine professionale.

E ti distingue.

In conclusione

Prima di uscire dalla stanza, controlla una cosa molto semplice:

non dimenticare cellulare, penna, cappotto o documenti.

Difficile creare un’ottima impressione finale se devi rientrare pochi secondi dopo dicendo:

“Scusi… ho dimenticato qualcosa.”

La PRIMA impressione stabilisce il tono.

L’ULTIMA impressione è ciò che rimane.

Quello che fai o dici alla fine potrebbe essere ricordato ancora più dell’inizio.

Ma non esiste una grande ultima impressione senza una buona prima impressione.

Adesso sai cosa fare.

10 errori stupidi che fanno anche i manager intelligenti

errori stupidi dei manager
Molti professionisti sono convinti che diventare leader sia una conseguenza naturale del ruolo.

Hai esperienza.
Conosci il lavoro.
Ottieni risultati.

Quindi, automaticamente, dovresti essere anche capace di guidare persone.

Ma la leadership non funziona così.

Perché gestire persone non riguarda solo competenze o conoscenze tecniche.

Riguarda comportamento.
Presenza.
Capacità di stare nelle tensioni senza peggiorarle.

E soprattutto riguarda una cosa che molti sottovalutano:

il modo in cui reagisci quando le persone non fanno quello che ti aspettavi.

È lì che il ruolo inizia davvero.

Non quando ricevi il titolo.

Errori stupidi dei manager intelligenti?

Non perché siano incompetenti.

Ma perché sicurezza, pressione e potere possono distorcere il modo in cui ti relazioni agli altri.

A volte basta poco.

Una frase detta male.
Una riunione gestita superficialmente.
Una mail inviata per evitare un confronto scomodo.

E lentamente il team cambia atteggiamento.

Magari continua ad annuire.
Ma smette di seguirti davvero.

Molti leader si accorgono di aver perso credibilità… quando il team ha già smesso di ascoltarli davvero.

10 errori che anche leader intelligenti continuano a fare.

1. Dichiarare continuamente la propria competenza

Potresti sentire il bisogno di ricordare continuamente quanto sei preparato.

I risultati ottenuti.
L’esperienza accumulata.
Le persone conosciute.

Ma l’autorevolezza raramente nasce dall’autocelebrazione.

Se sei davvero competente, nel tempo si vede.

Nel modo in cui reagisci.
Nelle decisioni che prendi.
Nel clima che crei attorno a te.

2. Errori stupidi dei manager: pensare di sapere già tutto

Uno dei primi segnali di irrigidimento professionale è questo:

“Lo so già.”

Fine della curiosità.
Fine delle domande.
Ancor più dell’ascolto vero.

E il problema è che molti leader smettono di osservare la realtà proprio quando iniziano a sentirsi esperti.

La sicurezza eccessiva rende ciechi molto più dell’insicurezza.

3. Pretendere troppo dai nuovi arrivati

Succede spesso.

Arriva una persona nuova e dopo pochi giorni ti aspetti autonomia totale.

Ma chi entra in un team nuovo non deve imparare solo il lavoro.

Deve capire:

  • regole implicite
  • dinamiche
  • persone
  • cultura

E questo richiede tempo.

Un inserimento gestito male crea collaboratori insicuri molto prima di creare collaboratori performanti.

4. Parlare online come se fossi in presenza

Molti leader nelle videocall perdono completamente impatto.

Parlano troppo velocemente.
Non guardano mai in camera.
Fanno multitasking continuo.

E il team lo percepisce immediatamente.

Online hai meno strumenti relazionali.

Per questo devi comunicare con ancora più chiarezza e presenza.

Nel mio libro “Autorevolezza” trovi spunti interessanti su postura, presenza e linguaggio del corpo nel lavoro.

5. Credere di essere stato chiaro

Qui nascono moltissimi problemi.

  • “Pensavo fosse ovvio.”
  • “Mi sembrava chiaro.”

No.

Molto spesso non lo era.

Molti conflitti e incomprensioni nascono da comunicazioni lasciate a metà.

I leader maturi verificano.
Riformulano.
Fanno domande.

Sapere fare il lavoro non significa saper guidare chi lo fa.

6. Cercare continuamente di impressionare

Succede molto più spesso di quanto sembri.

Leader che hanno sempre bisogno di:

  • mostrarsi brillanti
  • dimostrare status
  • apparire importanti

Ma le persone percepiscono subito quando qualcuno sta cercando troppo approvazione.

niente indebolisce la leadership quanto il bisogno continuo di impressionare.

Ti senti in difficoltà nel guidare il tuo team o nel farti ascoltare?

Scopri il percorso di coaching per ritrovare la tua autorevolezza e leadership naturale.

7. Usare le mail per evitare confronti difficili

Una tensione nel team.
Un problema relazionale.
Un comportamento da chiarire.

E arriva la mail.

Fredda.
Lunga.
Difensiva.

Perché il confronto diretto crea disagio.

Ma guidare persone significa anche attraversare conversazioni scomode senza nasconderti dietro uno schermo.

Alcuni conflitti peggiorano semplicemente perché nessuno ha avuto il coraggio di parlarsi davvero.

8. Delegare la motivazione del team all’esterno

Workshop.
Corso motivazionale.
Coach.

Tutto utile.

Ma attenzione a una trappola:

pensare che la motivazione del team arrivi dall’esterno mentre tu per primo sei spento, distante o disilluso.

Le persone osservano molto più di quanto ascoltino.

Il clima del team spesso riflette lo stato emotivo di chi lo guida.

9. Mettere le persone sotto pressione continua

Alcuni leader confondono pressione con performance.

Spingono sempre.
Ancora di più quando vedono difficoltà.

Ma non tutti hanno:

  • lo stesso ritmo
  • la stessa esperienza
  • la stessa tenuta emotiva

E chi lavora costantemente in tensione prima o poi smette di esporsi davvero.

Fa il minimo indispensabile.

Un team sotto pressione continua non diventa più forte. Spesso diventa solo più silenzioso.

10. Lamentarti continuamente del tuo team

Questo è uno degli errori stupidi dei manager più distruttivi.

“Non capiscono.”
“Non sono motivati.”
“Non ci si può contare.”

A volte il problema esiste davvero.

Ma lamentarti continuamente produce una cosa sola:

un clima di sfiducia.

I leader maturi non ignorano i problemi.

Ma cercano di costruire sulle risorse presenti, non solo sulle mancanze.

Una riflessione finale

Molti pensano che leadership significhi avere controllo.

In realtà molto più spesso significa gestire complessità umana senza irrigidirti.

Ed è una competenza molto più difficile da sviluppare di quanto sembri.

Perché le persone non seguono davvero chi:

  • parla meglio
  • si vende meglio
  • ostenta sicurezza

Seguono chi riesce a creare fiducia anche nei momenti difficili.

E spesso la differenza tra un leader rispettato e uno semplicemente tollerato… sta proprio nei piccoli errori quotidiani che scegli di non vedere.

Mancata promozione sul lavoro: come reagire e riproporti più forte di prima

mancata promozioneFoto di Evelyn Chong

Ti meriti una pacca sulla spalla.
Davvero!

Hai lavorato sodo negli ultimi tempi.
Ti sei messo in gioco su progetti importanti.

Hai speso energie, attenzione, presenza.

Hai avuto il coraggio di proporti per quella promozione…
ma l’avanzamento è andato (purtroppo) a qualcun altro.

Succede.
Più spesso di quanto si dica.

Tutti vorremmo credere che le promozioni premino solo talento, impegno e merito.

La realtà è più complessa

La prima reazione è spesso questa:
rivedere il CV, pensare di cambiare azienda, dirsi “Non mi meritate”.

Come ho scritto nel mio libro “Prima volta Leader – Se non nasci leader, lo puoi diventare”,
non lasciare che una battuta d’arresto faccia saltare tutto.

Quasi tutti abbiamo vissuto una bocciatura che pensavamo ingiusta.
E allora?

1. Calma. Calma. Ancora calma.

È facile iniziare a confrontarsi con gli altri.

  • “Perché hanno promosso Luca che non ha mai lavorato in HR?”
  • “Sandra è sempre disorganizzata. Com’è possibile?”

Questo porta solo a rabbia, frustrazione e senso di impotenza.

Dopo una mancata promozione, l’unica persona su cui devi concentrarti sei tu.

Ricorda:
non sempre puoi migliorare le cose,
ma puoi sempre peggiorarle.

Mancata promozione? Evita reazioni impulsive

Niente uscite sprezzanti, niente comportamenti vendicativi.

Taci.
Non muoverti.

Anche se il giorno dopo incrociare il capo in sala pranzo è scomodo,
un sorriso comunica una cosa chiara: sto andando avanti.

Arrabbiarti o deprimerti rischia di trascinarti in una spirale sabotante.
Altro che promozione!

Aspetta di calmarti prima di fare qualsiasi mossa.

2. Reindirizza le emozioni negative

Una mancata promozione è un boccone amaro.

Concediti il tempo di elaborare.
Ma fuori dal lavoro.

Parlane con una persona fidata.
Scrivi quello che pensi.

Scarica la tensione in modo sano.

L’obiettivo:
tornare in ufficio con energia rinnovata,
senza lasciare che questa battuta d’arresto distrugga la tua fiducia
e la tua crescita professionale.

3. Cerca la vera ragione della mancata promozione

Una volta abbassata l’emotività, serve chiarezza.

Evita:

  • confronti con i colleghi
  • caccia agli indizi (a alle streghe)
  • domande del tipo “Secondo te perché non hanno scelto me?”

La strada migliore è andare alla fonte: HR, titolare, capo diretto.

Se non è possibile, cerca una persona interna competente e affidabile.

Hai bisogno di dati reali,
non di film mentali.

4. Chiedi un feedback (vero)

Non è il momento di accusare.
Né di giustificarti.

Chiedi feedback specifici:

  • In quali aree dovrei migliorare?
  • Cosa manca nel mio approccio?
  • Cosa sto già facendo bene?

Usa questa conversazione per costruire una strategia,
non per sfogarti.

Esprimere il tuo desiderio di crescita
ti posiziona come candidato forte per il futuro.

5. Non stare sulla difensiva

Ascolta.
Resta sui fatti.
Evita lo scontro.

Puoi dire:

  • “Sono amareggiato, ma voglio capire come migliorare.”

Preparati.
Sii chiaro.
Mostra che vuoi ottenere il meglio dal tuo ruolo.

Non si chiede una promozione “a tentativi”.


Per continuare la riflessione:

“Autorevolezza”
quando senti che il problema è anche il modo in cui vieni percepito.

→ scopri il libro

“Prima volta Leader”
quando il tema riguarda ruolo, leadership e gestione delle persone.

→ scopri il libro

6. Confrontati con te stesso (davvero)

Fatti domande scomode:

  • Ho sempre rispettato scadenze e impegni?
  • Ho dato segnali di disinteresse o stanchezza?
  • Cosa avrei potuto fare meglio?

Sii onesto.

Più lo sarai, più le azioni che seguiranno saranno efficaci.

7. Decidi la prossima mossa

Una bocciatura non è la fine.

Puoi:

  • riprovarci con un piano chiaro
  • valutare nuove opportunità
  • preparare un’alternativa concreta

Se senti che la tua carriera è ferma mentre tutto cambia intorno,
serve uno spazio di analisi.

Scopri il percorso mirato “Ti senti bloccato nel tuo lavoro? Capire prima di decidere”.

8. Prepara un piano d’azione

Obiettivi chiari, realistici, misurabili.

Chiediti:

  • su cosa posso migliorare subito?
  • quali competenze posso sviluppare?
  • come dimostro valore ogni giorno?

9. Non trasformare la bocciatura in un dramma

È una delusione.
Non un verdetto finale.

Molte persone di successo riconoscono proprio lì
i loro momenti di maggiore crescita.

Cambia prospettiva.
Forse ora hai l’energia giusta per fare meglio.

10. Le promozioni passano. La passione resta.

Chi arriva lontano
non è mosso solo da titoli o status.

È mosso da ciò che ama fare.

Quando c’è passione,
l’impegno diventa sostenibile
e il successo più probabile.

11. Investi su te stesso

Nel libro “Prima volta Leader” lo ribadisco chiaramente:
non lasciare un lavoro solo perché una promozione è stata negata.

Allenare la capacità di rialzarti
è una competenza chiave.

A volte una bocciatura porta chiarezza.

Se mancano competenze tecniche o personali,
è il momento di lavorarci:

Domanda finale

Volevi davvero quella promozione?
E perché?

Titolo? Status? Sicurezza?
Oppure crescita reale?

Se rinunci al primo fallimento,
non impari nulla.

Se lo usi come punto di svolta,
la prossima volta sarai molto più preparato.

E molto più solido.

Comunicare bene con i collaboratori: evita di minimizzare

discussioni sul lavoro

Foto di rawpixel da Pixabay

  • “Cosa vuoi che sia! Non è una tragedia quello che è successo, pensa a chi non lavora neanche!”
  • “Dai, piuttosto, parliamo di cose serie, hai inviato il preventivo?”
  • “Guarda che non è così difficile, ti faccio vedere!”

Spesso ce ne usciamo con queste esclamazioni perché pensiamo che minimizzare i problemi (degli altri) possa aiutare la persona a stare meglio.

Beh, non è così!

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Messaggi di questo tipo comunicano scarso interesse per il nostro interlocutore e per quello che sta tentando di dirci. È una mancanza di attenzione alle priorità e ai sentimenti.
Quando si minimizza un problema, lo si riduce al minimo.

Inoltre, minimizzare un problema per consolare l’altro può farlo sentire non compreso. Sminuito emotivamente. Non dai la giusta importanza ad una situazione o a un comportamento.

È irrispettoso dire “Non è un problema” quando è un grande problema (per la persona che hai davanti).

Validare le emozioni altrui non peggiora le cose, anzi farà sentire la persona compresa e accolta. Le permetterà di guardare alle sue emozioni, accettarle e imparare a gestirle.

Nel tuo ruolo di team leader, se qualcuno ti espone dubbi o insicurezze, ha bisogno di un confronto costruttivo e di un sostegno reale.

 


 

Non essere troppo veloce nel proporre soluzioni, non minimizzare la situazione o le emozioni dell’altra persona, anche se hai un punto di vista diverso. Dai il tuo parere schietto e sincero, non assecondare solo per evitare il confronto.

Comunicare bene? Non minimizzare

Non dire alla persona che il problema è poco influente, che sta esagerando e ingigantendo la situazione. Minimizzare le paure altrui ha come unico effetto quello di creare distanza con chi invece è preoccupato.

Come ho scritto nel mio libro “Autorevolezza” abbiamo tutti (chi più chi meno) un grande talento per vedere come-e-quanto gli altri avrebbero bisogno di cambiare i loro atteggiamenti. Cambiare gli altri ci sembra l’opzione più semplice, l’alternativa più attuabile, la scelta più comoda, molto più che cambiare noi stessi.

Spesso come team leader falliamo perché siamo convinti che i cambiamenti comportamentali siano necessari per tutti. Tranne che per noi.

È importante giudicare le persone per i loro punti di forza, non il tuo.

Non dimenticare che ciò che può risultare facile/naturale per te potrebbe rivelarsi difficile per altre persone.

Sfida con gentilezza. Rispetta la “resistenza”.
Chiedi alle persone di fare cose difficili.

Rispetta il disagio “So che è difficile per te”.
Se vuoi comunicare bene onora i “Sì” e rispetta i “No”.

 
POTENZIA LA TUA LEADERSHIP > scopri il percorso di coaching ideale per te
 

Non sentirti superiore perché hai punti di forza che altri non hanno

Ognuno possiede qualità. Ha “qualcosa” da offrire.
Come team leader dovresti concentrarti sui punti di forza del tuo team.

È facile sentirsi superiore (e non è molto onorevole) quando ti concentri sui tuoi punti di forza e sulle debolezze degli altri.

Non imporre i tuoi punti di forza gli altri. Quello che è facile o difficile per te, probabilmente sarà molto diverso per gli altri.

Comunicare bene richiede tanta autodisciplina ed empatia per rispettare e incoraggiare al meglio i collaboratori. Il coaching per la leadership potrebbe aiutarti a potenziare la tua potenzialità.

Vincere una discussione al lavoro: evita di stare sulla difensiva

vincere una discussione
Foto di fauxels

Nel pieno di una discussione… parli in tutta fretta?

Non lasci all’altro il tempo di spiegare?

Ascolti poco…
ma presumi di sapere cosa vuole dire?

Per “vincere” la discussione ti aggrappi alle giustificazioni?

Oppure ti nascondi dietro errori di altri per evitare di assumerti la tua responsabilità?

Se qualcuno ti dicesse che sei sulla difensiva…
lo prenderesti come un’offesa?

Molto spesso reagiamo in modo difensivo anche davanti a frasi o comportamenti che, in realtà, potrebbero essere neutri.

O addirittura positivi.
Ci sentiamo minacciati.

E senza rendercene conto entriamo in un copione mentale:
una storia che la nostra mente ha già scritto.

Il problema è che, mentre quel “film” gira nella nostra testa…
la realtà davanti a noi è spesso diversa.

Difendersi è naturale

Mettersi sulla difensiva non è sempre un male.
Per migliaia di anni questo meccanismo ci ha aiutato a sopravvivere.

Quando percepiamo un rischio:

  • osserviamo
  • studiamo chi abbiamo davanti
  • ci proteggiamo.

È un istinto antico.

Ma nel lavoro — e nelle relazioni — questo atteggiamento può diventare autodistruttivo.

Quando la difensiva rovina i rapporti professionali

Se reagisci sempre sulla difensiva con
il tuo capo,
un collega,
un collaboratore…
le persone si allontanano.

Potresti sembrare:

  • immaturo
  • insicuro
  • incapace di gestire le emozioni.

A volte la difensiva scatta semplicemente perché sei stressato.

Vivi in uno stato di allerta continuo.

E quando questo accade vedi minacce ovunque.
Il risultato?
Perdi opportunità.

Perché smetti di confrontarti davvero con gli altri.

Conosci i tuoi limiti… ed esprimili

Se non è il momento giusto per affrontare una discussione — perché sei stanco, irritato o sotto pressione — è meglio dirlo.

Per esempio:

  • “Capisco che questo tema è importante per te, ma in questo momento non sono nello stato giusto per discuterne. Possiamo parlarne domani?”

Se non sei pronto, rischi di dire cose inappropriate.

E questo spingerà anche l’altra persona sulla difensiva.

Diventa consapevole

Il primo passo è accorgerti di quello che sta succedendo.

Chiediti:

  • Cosa mi ha fatto scattare sulla difensiva?
  • Cosa ho provato in quel momento?

Riconoscere le emozioni è fondamentale.

Sentirti:

  • ferito
  • imbarazzato
  • insicuro

non è un problema.

Anzi.

Il semplice fatto di riconoscerlo può aiutarti a disinnescare la reazione difensiva.

Comunica come ti senti

Spiega il tuo stato d’animo senza accusare.

Un trucco semplice: usa frasi che iniziano con “io” invece che con “tu”.

Per esempio:

  • “Non mi sento a mio agio in questa situazione.”
  • “Faccio fatica ad ascoltare quando alzi la voce.”
  • “Mi sento scoraggiato quando mi ricordi sempre le stesse cose.”

In questo modo non stai attaccando.
Stai spiegando.

Ascolta davvero

Tutti vogliono essere ascoltati.

Eppure, nelle discussioni facciamo esattamente il contrario.

Ascoltiamo solo per preparare la risposta.
O per contrattaccare.

Prova invece ad ascoltare per capire.

Chiediti:

  • cosa sta davvero cercando di dirmi questa persona?
  • cosa la sta infastidendo?
  • come si sente?

Se qualcosa non ti è chiaro, chiedi esempi.

Quando qualcuno si sente davvero ascoltato, spesso abbassa le difese.

E la conversazione cambia tono.

“Vincere” una discussione?

Resisti alla tentazione di reagire in modo difensivo.

A volte la reazione dell’altra persona non ha nulla a che fare con te.

Può essere il risultato di tensioni o frustrazioni accumulate.
Se reagisci difendendoti con forza, il conflitto rischia solo di crescere.

Più ti difendi…
più l’altro attacca.

La contro-difesa raramente risolve qualcosa.

In conclusione

Non puoi controllare le reazioni degli altri.

Puoi però controllare il modo in cui rispondi.

Quando scegli di non reagire in modo difensivo:

  • apri il dialogo
  • accogli le critiche
  • dimostri sicurezza.

E questo è un segnale di grande forza.

Dare feedback nei momenti delicati non è semplice: basta una parola sbagliata per creare tensione.

Scopri il percorso di coaching mirato

Dare feedback costruttivi in situazioni critiche”,
il percorso che ti aiuta a gestire queste conversazioni con equilibrio e autorevolezza.

Errori del manager: concentrarsi solo sui risultati e non sulle persone

errori del manager

Avere il titolo di team leader è molto invitante e stimolante.
Gestire persone è affascinante ma anche difficile.

Richiede tempo e applicazione.

Spesso le persone “sbarcano” in posizioni manageriali senza avere le giuste competenze e la dovuta preparazione.

I collaboratori impegnano. Fiaccano.
Prosciugano.

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Se vuoi gestire un team (piccolo o grande, non fa differenza), se il tuo successo dipende dalle persone che gestisci, devi riuscire a dare un valore aggiunto.

Come scritto nel mio libro “Autorevolezza” , Melissa è una dipendente competente e dedita al lavoro. La sua natura coscienziosa e il suo talento per la comunicazione le permettono di portare a termine con bravura i suoi compiti di content editor, con grande apprezzamento dell’azienda milanese per cui lavora.

Melissa è anche una persona molto sensibile. Non si sente a suo agio nel parlare di fronte a un pubblico (anche se di poche persone), nel fare telefonate difficili con un cliente o con un collega.

Errori del manager?

Soffre i cambiamenti dell’ultimo minuto, e quando è spinta a oltrepassare la sua zona di comfort – senza essere pronta – è facile che diventi emotiva, agitata e turbata. In effetti, il suo nuovo team leader Domenico l’ha subito bollata come poco Smart.

Domenico, pur non volendo tiranneggiare Melissa, nel tentativo di stimolarla la pressava all’azione: “Coraggio! Fallo e basta! Se va male, la prossima volta andrà meglio!”.

Melissa ha cominciato a provare un forte disagio nel sentirsi incalzata e osservata mentre lavorava. Per di più, percepiva come una mancanza di fiducia i promemoria o i “check” che Domenico le proponeva.

 
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Un vortice di emozioni travolgenti che hanno compromesso in breve tempo la sua ottima performance

Quando una delle collaboratrici più corrette, apprezzate nonché produttive accusa un vistoso calo di rendimento, proprio in concomitanza dell’arrivo del nuovo manager, è quest’ultimo che deve dare le spiegazioni del caso al CEO.

Domenico, come reagisce Melissa quando le fai una domanda inaspettata o una richiesta a bruciapelo? Aspetta! Non è lenta. Le serve solo un po’ di tempo.

Non cadere nei errori del manager, non pensare che questa idea del dare il tempo non le permetta di lavorare in un ambiente più frenetico e convulso.
Sa adattarsi, anche bene.

Deve solo prendere le misure. Le esortazioni non aiutano i timidi a diventare coraggiosi. Anzi. Ci sono persone che amano guardare… prima di saltare.
Tutto qua!

 
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È importante lasciare ai collaboratori più sensibili il tempo per raccogliere i pensieri

In cambio, otterrai idee, soluzioni e fedeltà aziendale.

Il percorso di coaching di Domenico è iniziato con il pianificare incontri quindicinali uno-a-uno con Melissa per costruire una relazione più consapevole.

Il primo incoraggiamento che puoi dare a una persona molto emotiva è essere “presente”, fare una domanda e… ascoltare con la massima attenzione.

Grazie al clima di fiducia, il collaboratore si sentirà a suo agio e incoraggiato ad aprirsi. Spronalo a esprimere i suoi punti di forza e le aree in cui vorrebbe migliorare.
Chiedigli:

  • Come posso aiutarti?
  • Cosa ti serve?
  • Più tempo? Più spazio?
  • Il supporto di un altro collaboratore?
  • Un corso specifico per una determinata competenza?
  • Come può essere più facile/semplice questo lavoro/progetto?

Le persone sensibili tendono ad avere confini più forti e rigorosi.

È meglio fare un passo indietro che rischiare di perdere un collaboratore valido

Domenico doveva rispettare maggiormente i confini di Melissa, comunicando principalmente per e-mail, evitando di “piombarle in ufficio” con richieste improvvise, dandole un avvertimento anticipato (nel limite del possibile) prima delle riunioni o delle attività.

Se Melissa si fosse agitata, Domenico le avrebbe dato il tempo (accettabile) di recuperare la calma.

È importante sottolineare che questi suggerimenti non sono “coccole” che i team leader devono compiere nei riguardi di collaboratori ipersensibili con un’autostima barcollante da salvaguardare.

 


 

Ognuno ha i propri punti di forza, debolezze e bisogni

Alcune persone richiedono più attenzione rispetto ad altre.

Quando comprendi il livello di sensibilità di ogni persona, puoi ottimizzarne il potenziale, i talenti, il benessere e le prestazioni. In questo percorso di coaching, Domenico con pochi accorgimenti (potenti e mirati) è riuscito a “ricucire” in breve tempo un rapporto che rischiava strascichi pericolosi per il suo percorso professionale.

Facendo tu un “passo indietro”, fai avanzare gli altri.

Diminuendo la paura di sbagliare, favorisci la crescita delle persone.
Se ispiri fiducia farai “volare” il tuo team, e te stesso di conseguenza.

Errori del manager: “senza cuore” costruisci solo ambienti indifferenti

Spesso le persone molto sensibili sono creative, coscienziose ed empatiche. Possono essere una grande risorsa per l’organizzazione… e per il team leader che le gestisce.

In definitiva il solo orientamento all’azione,
il focus esclusivamente sui risultati e sulle prestazioni ti fa credere che solo i numeri siano importanti.
E in effetti lo sono!

E le persone?
Non cadere negli errori del manager: menzionare i tuoi collaboratori solo quando ci sono problemi, quando devi valutarli o criticarli.

Ricorda che i grandi leader si preoccupano della “loro gente”.

Come comunicare con una persona arrabbiata sul lavoro

persona arrabbiata

Foto di Christian Supik (Fotografie) + Manuela Pleier (Design) da Pixabay

Come confrontarti con un collega arrabbiato perché non hai condiviso un documento importante?

Come rispondere a un capo imbufalito per una scadenza dimenticata?

Succede più spesso di quanto pensi.

C’è chi alza la voce.
Chi urla.
Chi rilancia ancora più forte.

Altri provano a mantenere la calma, abbassando il tono.
Cercano di riportare la conversazione su un piano razionale.

Qualcuno invece si chiude.
Non reagisce.
Spera che la tensione passi da sola.

Di solito non funziona.

Il silenzio non spegne la rabbia.
Spesso la alimenta.

Anche le persone più calme, quando l’irritazione sale, perdono lucidità.

È un circolo che si autoalimenta.

Più si reagisce, più la tensione cresce.
Più la tensione cresce, meno si ragiona.

Quando entra in gioco la rabbia, si attivano meccanismi primordiali.
E gestirli diventa difficile.

Per questo servono strategie chiare.

Prendi tempo

La prima cosa da fare con una persona arrabbiata è non reagire subito.

Fermati.

Prenditi il tempo per capire come gestire la situazione.

Puoi dire:

  • “Ne parliamo domani.”
  • “Confrontiamoci con calma domani mattina.”

Non è fuga.
È gestione.

Non cercare subito la soluzione

La fretta di chiudere tutto rapidamente
porta spesso a risposte superficiali.

E lascia strascichi.

Anche quando pensi di aver capito subito il problema,
evita di risolvere “di pancia”.

I conflitti gestiti in fretta tornano.
Quasi sempre.

Il problema potrebbe non essere (solo) tuo

Chiediti che ruolo hai avuto.
Anche involontariamente.

Qualcosa che hai fatto può aver innescato fastidio.

Ma attenzione:
la persona arrabbiata potrebbe essere sotto pressione per motivi che non ti riguardano.

Non tutto è personale.
Anche se sembra.

Comunica come ti senti

Esprimi il tuo punto di vista.

Senza attaccare.
Senza provocare.

Evita “tu”.
Usa “io”.

Meglio dire:

  • “Mi sento a disagio quando il tono si alza. Rende difficile trovare soluzioni.”

Piuttosto che:

  • “Hai creato tensione nel team con il tuo comportamento.”

Il contenuto è simile.
L’effetto no.

Chiedi chiarimenti

Non dare per scontato di aver capito.

Domanda.

  • “Cosa ti ha infastidito esattamente?”
  • “Cosa è successo dal tuo punto di vista?”

Difenderti subito aumenta il conflitto.
Capire lo riduce.

Il tuo momento per spiegarti arriverà.
Ma non è all’inizio.

Evita attacco e difesa

Difendersi in modo rigido
spinge l’altro ad attaccare di più.

La non-difesa, invece, comunica sicurezza.

Puoi dire:

  • “Capisco il tuo punto di vista. Vediamo come risolvere.”
  • “Ho capito che sei arrabbiato. Possiamo trovare una soluzione insieme?”

Non è sottomissione.
È controllo.

Scopri il percorso di coaching mirato “Dare feedback costruttivi in situazioni critiche”, il percorso che ti aiuta a gestire queste conversazioni con equilibrio e autorevolezza.

Ascolta davvero

Quando l’altro è arrabbiato, parlare meno aiuta.

Ascolta fino in fondo.
Senza interrompere.

Poi riformula.

  • “Se ho capito bene, ti ha dato fastidio che…”

Così dimostri attenzione.
E abbassi la tensione.

Trova un punto di accordo con la persona arrabbiata

Anche nelle situazioni più tese,
c’è quasi sempre qualcosa su cui puoi concordare.

Anche solo in parte.

  • “A volte può essere vero.”
  • “Capisco perché la vedi così.”

Non significa cedere.
Significa creare uno spazio di dialogo.

Concediti una pausa se serve

Ci sono momenti in cui la conversazione non porta da nessuna parte.

Si parla.
Ci si agita.
Ma non si avanza.

Se senti che la situazione sfugge di mano, fermati.

Mettere in pausa non è perdere terreno.
È evitare di peggiorare.

Riprendere dopo, con più lucidità,
spesso cambia tutto.

Perdita del lavoro: il giusto approccio per reagire


Trovarsi senza lavoro, da un giorno all’altro (soprattutto se in modo inaspettato e “ingiusto”) provoca emozioni di grande intensità.

È un “uragano emotivo”, che ci può destabilizzare la vita,
travolgere le nostre certezze e metterci in discussione.

Il senso di impotenza e di fallimento ci può condurre a un atteggiamento di apatia,
che ci impedisce di utilizzare le opportunità e le risorse,
per cui diventa difficile agire-e-reagire.

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È un mix di emozioni.
Tristezza e rimpianto. Delusione.
Senso di colpa e vergogna.
Frustrazione. Rabbia.

Queste emozioni scatenano ancora più paure, dubbi e insicurezze.

  • Ho perso tempo!
  • Non ho fatto le scelte giuste
  • Sono davvero bravo?
  • Cosa ho fatto di sbagliato?
  • Non troverò più un lavoro!
  • Avrò mai una seconda chance?

Perdita del lavoro: le circostanze sfavorevoli plasmano il carattere

Sono tantissime le persone che incolpano le loro carriere miserevoli per le circostanze difficili in cui si dibattono.
“Ho avuto situazioni difficili … nessuno ha creduto in me … ecco perché non ce lo fatta.”

Eppure non sono poche le persone di successo che rivelano:
“Ho avuto situazioni difficili … nessuno ha creduto in me … ecco perché ce lo fatta!”

Le circostanze che hai vissuto rivelano chi-sei, le tue convinzioni e il tuo atteggiamento,
cosa otterrai (o non otterrai) dalla vita.

Non rotolarti nel dilemma “Che cosa fare adesso?” … conta solo il tuo atteggiamento!

Poco importa se decidi di continuare a ricercare un lavoro nel tuo settore lavorativo, cambiare e lanciarti nel sociale, diventare influencer o aprire un agriturismo nella cascina che hai ereditato dal nonno … quello che più conta è il tuo atteggiamento e le tue convinzioni.

Come vedi te stesso e cosa vuoi ottenere.

Una volta che hai deciso dove vuoi andare, chi vuoi essere e cosa vuoi fare …
sarà difficile fermarti.

 
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Quanto riesci a perseverare di fronte gli ostacoli?

La maggior parte di noi (dopo la perdita del lavoro) getta via sogni e obiettivi,
perché si arrende all’ostacolo e alla difficoltà.

Se le cose ti sono sempre arrivate con poco sforzo o grazie a una botta di culo, potresti non aver mai allenato i “muscoli” della perseveranza,
necessari quando la strada si fa in salita.

Invece di mettere energia e tempo per superare le difficoltà … potresti prendere la perdita del lavoro come un segnale che non sei “capace”, che non sei “tagliato” e …
mollare di schianto!

Dopo la perdita del lavoro la perseveranza fa la differenza

Devi imparare da quelle persone che hanno sempre lavorato sodo.
Hanno sviluppato determinazione, costanza e forza di volontà per superare un ostacolo.

Non si raggiunge il traguardo senza fatica, senza un impegno straordinario.

All’inizio, dopo la perdita del lavoro (se non sei abituato) troverai difficoltà.
Dopo svariate volte – tale sforzo – diventerà naturale e istintivo.

Quando la salita si fa dura, quando (sembra) che non c’è alcuna ragione di continuare,
quando tutto intorno a te invita a mollare, arrendersi, rinunciare, a non continuare …
proprio a quel punto che se vuoi ottenere qualcosa dalla vita, devi perseverare.

 
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La chiave non è che COSA fare ma piuttosto COME affrontare la nuova situazione

  • Sei disposto a non cedere alle difficoltà? Alle attese?
  • Sei deciso a “scavalcare” tutti i NO e “Le faremo sapere”? Ogni volta?
  • Sai mettere in discussione le tue credenze sul mondo del lavoro?
  • Trovare la caparbietà per presentarti al (ennesimo) colloquio positivo e proattivo?

Devi trovare la forza di percorrere ancora qualche altro metro. E andare avanti.

La perseveranza è quella dote che ti permetterà di andare oltre le circostanze.

Ti consente di superare un fallimento, un ribaltamento, un passo falso, un colpo di sfiga,
recuperare da un infortunio, se sei uno sportivo.

 


 

Perdita del lavoro? Con la perseveranza, lo ritroverai

Come ho scritto nel mio libro Autorevolezza una forte determinazione aiuta a vincere molte difficoltà.
Uno sforzo affannoso o occasionale -invece- sarà di poco valore.

Per ottenere risultati devi applicarti tutti i giorni, fino a quando diventerà un’abitudine.
Perseveranza vuol dire “attaccare” giorno dopo giorno.

Non solo per una settimana, non solo per un mese ma per anni … nonostante gli ostacoli che incontri.

Nella ricerca di un lavoro non puntare solo sulla competenza e gli studi

Anche il solo talento non è sufficiente.
Occorre duro lavoro e tenacia.
Perseveranza.
Grinta.

Ritrovare un lavoro non è solo questione di preparazione, talento, competenza, bellezza.
Tra una persona talentuosa senza tenacia e un’altra perseverante ma senza talento, probabilmente sarà quest’ultima a ottenere i risultati migliori. Leggi post.

E adesso che lo sai anche tu …
davanti al prossimo ostacolo non paralizzarti … pazienza e perseveranza.

Riprova.
Credimi.
Ce la farai!

Bassa autostima al lavoro? Spesso, sei tu, il tuo critico più severo – parte 2

bassa autostima sul lavoro

Foto di cj_wells88

LEGGI ANCHE LA > parte 1

6. Ti lasci travolgere da fatalismo e rassegnazione

  • “Lo sapevo, tanto le cose non cambieranno MAI”
  • “Non riesco, e non ci riuscirò mai”

Gli eventi negativi costituiscono solo una parte della nostra vita.

Concentrarsi troppo sul negativo può portare a iper-controllo,
risentimento verso gli altri e un atteggiamento amaro nei confronti della propria vita.

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La prossima volta che ti accorgi di essere ossessionato da pensieri negativi, ricorda di mantenere la prospettiva. Hai bisogno di una rappresentazione più sana ed equilibrata per progredire.

Non sentirti in colpa per tutto ciò che ti accade. Molti fattori sono fuori dal tuo controllo.
La tua responsabilità è limitata.

Inoltre, tutti commettiamo errori.
A volte possiamo rimediarvi, altre no.

Ma se sei eccessivamente rassegnato e fatalista resterai bloccato.

La tua vocina interiore alimenterà i pensieri negativi che generano il senso di colpa.
Impedendoti di andare avanti.

Invitandoti a rinunciare. Mollare.

 
LA TUA AUTOREVOLEZZA SUL LAVORO > puoi prendere spunti interessanti dal mio libro sull’autorevolezza come diventare un riferimento carismatico.
 

7. Bassa autostima sul lavoro? Non confrontarti sempre con tutto-e-tutti

  • “Sono tutti migliori di me”
  • “Gli altri hanno qualcosa in più”

Ecco uno dei modi perfetti per non muoverti, costruirti un alibi, una scusa, un pretesto, per non agire.

Confrontarsi con gli altri può essere frustrante, ognuno è meglio o peggio su un numero illimitato di scale di valori.

Tutti (ma proprio tutti-tutti) hanno assaporato il retrogusto amaro della sconfitta e della sfortuna nella loro vita professionale.

Se riduci al minimo le tue qualità, e guardi solo le caratteristiche vincenti degli altri,
ogni volta che ti confronti, finisci con l’amaro in bocca.

Dal confronto si esce quasi sempre (e inevitabilmente) sconfitti,
non perché gli altri siano migliori o tu sia una persona con poca qualità,
ma perché ti confronti con un’immagine ideale, ma spesso anche irraggiungibile.

Confrontare il peggio-di-te con il meglio-degli-altri non può che essere frustrante e limitante. Porta bassa autostima sul lavoro.

Alcune persone hanno più talento di te, altre un po’ meno.
Alcuni più esperienza, altri un po’ meno.
Semplicemente.

 
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8. Ti fai cullare dalla procrastinazione

  • “In questo periodo sono stressato”.
  • “Non sono ancora pronto”
  • “Dal 1° gennaio comincio.”
  • “Lo farò quando finisce la pandemia”

Abbiamo paure che ci impediscono di passare subito all’azione.
Camuffiamo i nostri timori parlando senza sosta di ciò che faremo.
Prima o poi. Un giorno.

Non lasciarti immobilizzare dalla bassa autostima sul lavoro, da scuse per non agire, dalla sindrome di “domani”: il tempo giusto per l’azione è oggi!

Rimandare serve solo a continuare a vivere la vita a metà, senza approfittare di ogni giorno che hai a disposizione.

Iniziare “da domani”, “da lunedì”, “dal mese prossimo” non ti farà cominciare mai!

Devi fare il primo passo adesso perché non esiste il giorno o l’ora giusta per iniziare a fare qualcosa.
Fallo in questo momento. Subito.

9. Lasci spazio a pensieri di inadeguatezza

  • “Non sono portato”
  • “Sono negato nei rapporti professionali”

È un vero e proprio auto-sabotaggio delle tue possibilità e della tua autostima!

La tua mente è condizionata da pensieri limitanti sulle tue possibilità che ti portano ad agire con poca sicurezza e decisione, ottenendo così risultati non all’altezza.

Non c’è nulla di male nel sentirsi sopraffatti o stressati. Se ritieni “di non essere abbastanza” allora non sarai mai abbastanza. Ecco la bassa autostima sul lavoro!

Non lasciare mai che questi pensieri ti impediscano di fare quello che vuoi.
Guarda quanto sei riuscito a realizzare e quanto ancora stai facendo. Continua a darti da fare invece di evitare ed isolarti.

Guardati intorno, ci sono persone di tutte le età, con situazioni finanziarie pessime che sono riuscite a fare grandi cose. Non è mai troppo tardi.

Evita un dialogo interno negativo. La mente ignora la negazione.
Se prima di una presentazione pensi “Non devo sbagliare”, la tua mente si focalizzerà immediatamente sullo sbagliare.

 
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10. Bassa autostima sul lavoro? Hai sempre pronte scuse per non agire

  • “Tanto arrivano sempre i soliti raccomandati”
  • “Non ho tempo”

Raccomandazioni e spintarelle ci sono sempre state. E ci saranno sempre.
Non dobbiamo rassegnarci a questo.

Ma dobbiamo piuttosto accettarlo ed evitare di prenderla come una scusa per non muoverci.
Per non agire.

Anche la scusa di non avere tempo regge poco. Infatti, se dai priorità alle cose veramente importanti,
scopri di avere tantissimo tempo (anche perché le cose realmente importanti sono poche!).

Tante volte il non-avere-tempo è una giustificazione per non fare o affrontare qualcosa,
o lanciarsi in una nuova impresa.

 


 

In conclusione …

Queste credenze limitanti andranno ad assorbire energia al tuo potenziale, rendendoti meno performante nel perseguimento dei tuoi obiettivi.

Se ti lasci succhiare in una spirale depotenziante di pensieri distorti e poco realistici, non c’è dubbio che metterai a dura prova la tua autostima.

Se poni attenzione al tuo dialogo interno potrai ottenere maggiore fiducia in te stesso e nelle tue capacità.

Non esistono emozioni giuste o sbagliate.
Le percezioni negative possono comunque comunicarti qualcosa di importante. Puoi imparare a gestirle e fare molto per migliorare la situazione.

È fondamentale, come avrai capito, creare un’alternanza di pensieri realistici e convinzioni positive che rappresentino un’alternativa valida ai pensieri negativi e alla bassa autostima sul lavoro.

Se sei interessato a potenziare la tua autostima sul lavoro, scopri il mio percorso di coaching.

Rispetto sul lavoro: spesso il problema è la tua comunicazione – parte 1

rispetto nel lavoro

Foto di Courtney Stephens da Pexels

Quando fai domande, c’è sempre chi pensa che tu non abbia capito?
Se fai un apprezzamento, pensa che stai ruffianando?
Quando dai un feedback, che stai criticando?

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Puoi affermare di essere chiaro, concreto e coerente nel tuo modo di comunicare?
Oppure ti senti incompreso? Non-capito?

Può essere incredibilmente frustrante, specialmente quando sembra che le persone intorno a te ti stiano interpretando male. Ogni volta.

Se ogni volta il tuo modo di comunicare suscita (quasi) sempre reazioni negative.

Se avverti poco rispetto nel lavoro dovresti modificare il modo tuo comunicare

È sempre una buona idea fare un passo indietro.
Valutare come gli altri potrebbero percepirti.
Prenditi un momento per vedere le tue azioni, gesti ed espressioni da una prospettiva esterna.

Sei troppo sarcastico? Criticone?
Ti allontani quando le persone ti parlano? O ti avvicini troppo?
Interrompi e non lasci parlare?

Ecco alcuni fattori che potrebbero ostacolare la tua comunicazione. Darti una scarsa considerazione dei colleghi. Poco rispetto nel lavoro.

 
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Sei sempre sulla difensiva

Non appena ti parlano, alzi le “barriere” per proteggerti?
Difendi a oltranza il tuo operato? Senza neanche ascoltare il presupposto?
Se c’è stata una colpa, una responsabilità, di certo… non è tua!

Quando vai subito sulla difensiva, anche l’altro farà lo stesso.
Se comunichi diffidenza, ne susciti altrettanta.

La prossima volta offri uno spiraglio, un’apertura iniziale.
Prova a dare fiducia, un passo alla volta, senza correre.

Prenditi il tempo che ti serve per prendere la decisione,
se dare o meno la tua fiducia a chi hai di fronte.

Non tirare subito la conclusione sulla base di una frase o delle tue aspettative,
ma parla e scambia opinioni, verificando il linguaggio verbale e non verbale del tuo interlocutore.

È fondamentale mantenere un atteggiamento disponibile,
evitare di cadere subito nella trappola della difensiva.

 
POTRESTI TROVARE SPUNTI INTERESSANTI > nel mio libro “Autorevolezza”
 

Non ascolti

L’ascolto è essenziale per una buona comunicazione.

Il rischio è pensare di disporre di tutte le risposte a qualsiasi domanda,
problema o sfida.

Nessuna persona può sapere tutto.
Nessuna.

Dovresti ascoltare gli altri.
Il leader di successo riconosce l’importanza dell’ascolto. Sa perfettamente che ascoltare può portargli importanti vantaggi competitivi.

Non sono pochi i manager e gli imprenditori di successo che dichiarano come ascoltare con attenzione è stata una parte fondamentale della loro strategia.

Probabilmente non sarebbero arrivati dove sono senza il costante perfezionamento,
anche attraverso i feedback negativi che hanno ricevuto (e spesso ricercato).

Saper ascoltare ti consentirà anche di differenziarti, dimostrare interesse ed empatia verso gli altri.
Costruire relazioni più solide e durature.

 
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Vuoi rispetto nel lavoro? Non interrompere o finire le frasi

Non vedi l’ora di esprimere il tuo punto di vista?
Non vuoi perdere tempo ad ascoltare perché hai già capito?

Se finisci le frasi, non offri al tuo interlocutore la libertà di esprimersi,
di esternare e di creare un contatto.

Così facendo sprechi solo tempo,
deprimi chi parla e riduci la comprensione del discorso.

E poi… sei così sicuro di sapere già tutto in anticipo?
E se per caso avessi mal interpretato le sue intenzioni?

La chiave è ascoltare per capire.
Prenditi una pausa, prima di parlare.

Fai il saputello (sai-tutto-tu)

Non ammetti di essere in errore, non lasci agli altri la parola, fai impazzire con la tua capacità di analisi e la tua esperienza, spiegando a tutti il modo in cui si dovrebbe fare/non fare una certa cosa.

C’è qualcosa di più frustrante di sentirsi dire “Quello che devi capire è …”?

Stai suggerendo che … tra qualche secondo farai il favore di illuminarci.
Sin dall’inizio, assicurati di trattare la persona con dignità.
Avrai modo di esprimere le tue convinzioni.

Porta pazienza mentre cerchi di capire il punto di vista degli altri.
Le persone lo apprezzeranno.

Oltremodo, non essere troppo sarcastico. Non c’è niente di sbagliato nell’ironia, crea leggerezza. Sdrammatizza.

Ma se questo è il tuo modo costante di comunicare, può causare problemi.
Le persone potrebbero offendersi, sentirsi derisi o presi in giro (anche se non è la tua intenzione).

Nascondi le tue emozioni, ovvero empatia zero

Nel tentativo di essere educato, benvoluto o “freddo”, nascondi le tue emozioni oppure mantieni un’espressione neutra.

Ma questo rende quasi impossibile, per chi ti circonda,
capire le tue intenzioni e i tuoi pensieri.

Senza segnali emotivi,
quello che-dici può essere facilmente mal interpretato.

I tuoi colleghi potrebbero pensare che tu sia arrabbiato quando non lo sei veramente,
e viceversa.

La faccia impassibile da poker (tanto celebrata in ambiente business), capace di tenere sotto controllo le emozioni, non dovrebbe precludere di mostrare i sentimenti in alcune situazioni professionali.

Non essere “presente” mentre parli con qualcuno, può emanare poco interesse, arroganza e maleducazione. Altro che good vibes!

CONTINUA A LEGGERE > la parte 2