Rispetto sul lavoro: spesso il problema è la tua comunicazione

rispetto nel lavoro

Foto di Courtney Stephens da Pexels

Ti senti poco rispettato al lavoro? Forse il problema non è (solo) quello che dici.

Quando fai una domanda, c’è sempre qualcuno che pensa che tu non abbia capito.

Quando fai un complimento, qualcuno lo interpreta come adulazione.

Dai un feedback, sembra che tu stia criticando.

Ti è mai capitato?

Può essere frustrante. Soprattutto quando hai la sensazione di essere chiaro nelle intenzioni, ma gli altri sembrano capire tutt’altro.

La comunicazione funziona così: non conta solo quello che vuoi trasmettere. Conta anche ciò che arriva.

Non per colpevolizzarti.

Osserva il tuo modo di comunicare con uno sguardo diverso.

A volte bastano piccole abitudini, spesso inconsapevoli, per creare distanza tra te e chi hai davanti.

Ecco alcuni comportamenti che possono compromettere la qualità delle tue relazioni professionali.

Sei sempre sulla difensiva

Ricevi un’osservazione e senti subito il bisogno di spiegarti.

Giustificarti.

Dimostrare che la responsabilità non è tua.

È una reazione comprensibile.
Sentiamo il bisogno di proteggerci.

Il problema è che, quando ti metti immediatamente sulla difensiva, anche l’altra persona tende a fare lo stesso.

La conversazione smette di essere uno scambio e diventa una gara a chi ha ragione.

Concediti qualche secondo prima di rispondere.
Ascolta fino in fondo.
Fai domande.

Solo dopo decidi se è davvero necessario difendere la tua posizione.

POTRESTI TROVARE SPUNTI INTERESSANTI > nel mio libro “Autorevolezza”

Ascolti per rispondere, non per capire

Molte persone credono di ascoltare.

In realtà stanno solo aspettando il proprio turno per parlare.

Mentre l’altro espone un problema, stanno già preparando la risposta.

Oppure pensano di aver capito tutto dopo le prime due frasi.

L’ascolto, invece, richiede una piccola rinuncia: sospendere per qualche minuto il bisogno di avere subito una risposta.

Ascoltare con attenzione produce un altro effetto.

Le persone si sentono considerate.

E chi si sente considerato tende anche a dare maggiore credibilità a chi ha davanti.

Interrompi o finisci le frasi degli altri

Forse lo fai con buone intenzioni.

Pensi di velocizzare la conversazione.

Credi di aver già capito dove l’altro vuole arrivare.

Ma chi viene interrotto raramente vive questa esperienza come un aiuto.

Più spesso si sente poco ascoltato.
O poco importante.

Inoltre, sei davvero certo di aver compreso quello che stava per dire?

Una frase conclusa troppo presto può cambiare completamente il significato del discorso.

Prenditi qualche secondo in più.
Lascia terminare il ragionamento.

Scoprirai che, molto spesso, l’ultima parte della frase era proprio quella che ti mancava.

Hai sempre la risposta pronta

Conosci quella persona che spiega continuamente come andrebbero fatte le cose?

Che corregge tutti.
Che fatica ad ammettere di non sapere qualcosa.

Inizia spesso le frasi con:

  • “Quello che devi capire è…”

Anche se competente, rischia di risultare pesante.

Non perché abbia torto.
Ma perché comunica superiorità.

La competenza convince molto di più quando lascia spazio anche agli altri.

Puoi esprimere le tue idee senza trasformarle nell’unica verità possibile.

Una frase come:

  • “Io la vedo in questo modo…”

apre il confronto.

Una frase come:

  • “La verità è questa…”

lo chiude.

Le tue emozioni sono invisibili

C’è chi pensa che, sul lavoro, mostrare emozioni sia un segno di debolezza.

Così mantiene sempre la stessa espressione.

Lo stesso tono.
La stessa distanza.

In realtà una comunicazione completamente neutra crea facilmente equivoci.

Se il tuo volto non trasmette nulla, gli altri inizieranno a interpretarlo.

Magari penseranno che sei infastidito.

Oppure annoiato.
O arrabbiato.

Anche quando non lo sei.

Essere professionali non significa diventare impassibili.

Un sorriso, uno sguardo attento, un’espressione coerente con quello che stai dicendo aiutano gli altri a capire le tue intenzioni.

Parli in modo troppo complicato

Ti è mai capitato di rileggere una tua e-mail e accorgerti che è lunga, piena di termini tecnici e difficile da seguire?

Succede più spesso di quanto immagini.

A volte crediamo che usare un linguaggio ricercato renda il nostro messaggio più autorevole.

In realtà può produrre l’effetto opposto.

Chi ti ascolta o ti legge potrebbe smettere di seguirti, non perché l’argomento sia difficile, ma perché il modo in cui lo presenti richiede uno sforzo eccessivo.

Vale anche per gli acronimi, il gergo aziendale e le parole inglesi usate per abitudine.

Se sei sicuro che tutti le conoscano, nessun problema.

Altrimenti, spiegale.

La chiarezza non impoverisce la comunicazione. La rende più efficace.

Il linguaggio del corpo racconta qualcosa che non vorresti dire

Molti pensano che la comunicazione coincida con le parole.

In realtà il corpo parla continuamente.

Braccia incrociate.
Sguardo sfuggente.
Dito puntato.
Fronte corrugata.
Labbra serrate.

Anche se non te ne accorgi, questi segnali possono trasmettere chiusura, tensione o ostilità.

Esistono poi piccoli gesti quasi automatici: giocherellare con i capelli, toccarsi continuamente il viso, sistemarsi il colletto, evitare il contatto visivo.

Sono abitudini che spesso rivelano nervosismo o insicurezza, anche quando dentro di te ti senti tranquillo.

Prima di chiederti cosa dire, prova quindi a osservare come lo stai dicendo.

A volte basta modificare una postura per cambiare il clima di una conversazione.

PIÙ AUTOSTIMA SUL LAVORO > scopri il percorso di coaching più efficace (modalità, costi ecc.)

Trasformi le opinioni in sentenze

“Non funzionerà.”
“Bisogna fare così.”
“È evidente che il problema è questo.”

Sono frasi che rischiano di chiudere il confronto ancora prima che inizi.

Le persone ascoltano più volentieri chi presenta il proprio punto di vista come un contributo, non come una verità assoluta.

Una piccola differenza di linguaggio cambia completamente il tono della conversazione.

Prova a dire:

  • “Io la penso così…”

oppure:

  • “Dal mio punto di vista…”

Non perdi autorevolezza.
Lasci semplicemente spazio anche all’altro.

Parli sempre di te

Ogni esperienza raccontata dall’altro diventa l’occasione per parlare della tua.

Ogni problema ti ricorda qualcosa che hai vissuto.
Ogni conversazione torna, prima o poi, su di te.

Probabilmente non lo fai per protagonismo.

Magari pensi di creare vicinanza.

Ma chi ti ascolta potrebbe avere un’impressione diversa.

Le relazioni funzionano quando c’è equilibrio.

Raccontare qualcosa di sé è naturale.

Farlo continuamente può diventare stancante.

Ogni tanto prova a restare nella storia dell’altro.

Scoprirai che fare domande crea molta più connessione che raccontare un’altra esperienza personale.

Eviti il contatto visivo

Gli occhi comunicano attenzione.
Presenza.
Interesse.

Se continui a guardare il telefono, il computer o altrove mentre qualcuno ti parla, il messaggio che trasmetti è semplice:

  • “In questo momento non sei la mia priorità.”

Naturalmente non serve fissare una persona in modo innaturale.

Ma un contatto visivo autentico comunica sicurezza, affidabilità e rispetto.

Quando affronti un argomento importante, lo sguardo spesso vale quanto le parole.

Cerchi di controllare la conversazione

Domande come:

  • “Perché hai fatto così?”

oppure:

  • “Devi fare questo.”

possono sembrare innocue.

A volte, però, vengono percepite come un tentativo di dirigere la conversazione o di mettere l’altro sulla difensiva.

Una conversazione efficace non è una prova di forza.

Non vince chi parla di più.

“Vince” chi riesce a creare uno spazio in cui entrambi possono ragionare.

Sei molto introverso

Essere introversi non è un difetto.
Così come non lo è essere timidi.

Il punto è un altro.

Le persone non possono sapere che cosa stai pensando.

Se rimani sempre in silenzio, eviti il confronto o mostri poche reazioni, qualcuno potrebbe interpretare il tuo comportamento come distacco, disinteresse o perfino arroganza.

Può bastare un sorriso.
Una domanda.
Un piccolo commento.

A volte sono sufficienti per cambiare completamente la percezione che gli altri hanno di te.

Minimizzi i problemi degli altri

“Ma dai…”
“Non è niente.”
“Vedrai che passa.”

Queste frasi nascono spesso da una buona intenzione.

Vorresti rassicurare.

Il problema è che, invece di rassicurare, rischiano di far sentire l’altra persona poco compresa.

Le emozioni hanno bisogno di essere riconosciute.

Puoi anche non condividere la preoccupazione di chi hai davanti.

Ma puoi comunque comprenderla.

È una differenza enorme.

Il tono della voce cambia il significato delle parole

Puoi scegliere le parole giuste.

Eppure ottenere comunque una reazione negativa.

Una voce troppo alta può sembrare aggressiva.
Una voce piatta e monotona può trasmettere disinteresse.
Un volume troppo basso può comunicare insicurezza.

La differenza, ancora una volta, non sta soltanto nel cosa dici.

Sta nel come lo dici.

Pause.
Enfasi.
Ritmo.
Espressione del volto.
Contatto visivo.

Sono tutti elementi della stessa comunicazione.

Imparare a gestirli significa aumentare la probabilità che il messaggio venga compreso nel modo in cui intendevi trasmetterlo.

In conclusione

Quando ti senti poco rispettato sul lavoro, la tentazione è cercare subito la causa negli altri.

A volte è davvero così.

Altre volte, però, il problema nasce da piccoli comportamenti che ripeti ogni giorno senza accorgertene.

Aumenta la tua consapevolezza.
Osserva come comunichi.
Quali segnali invii senza volerlo.

Perché, molto spesso, il rispetto non dipende solo dalle competenze che possiedi.

Dipende anche da come gli altri vivono l’esperienza di parlare con te.

PIÙ RISPETTO SUL LAVORO > scopri il percorso di coaching più efficace per te

Come stupire nelle riunioni di lavoro quando sei l’ultimo arrivato

riunioni di lavoro

Foto di Анна Хазова da Pexels

Iniziare in un nuovo posto di lavoro può essere stimolante ed entusiasmante.

Ma anche stressante.

A volte perfino schiacciante.

Devi apprendere procedure nuove, assorbire una grande quantità di informazioni, ricordare nomi, ruoli, password, abitudini e modi di lavorare.

Devi relazionarti con persone che non conosci ancora.

E, nello stesso tempo, vuoi fare una buona impressione.

Con i colleghi.
Con il nuovo capo.
Con l’organizzazione.

Insomma, tanta pressione.

È normale sentirsi nervosi, indecisi e apprensivi

L’ansia dei primi giorni di lavoro nasce proprio da questa instabilità: non hai ancora punti di riferimento, non sai bene come muoverti e la mente comincia a correre per ritrovare un equilibrio.

In questa fase ci sono almeno quattro cose da non dimenticare:

  • arrivare in orario;
  • lavorare con serietà;
  • ascoltare più che parlare;
  • trovare gradualmente il tuo spazio.

Hai voglia di fare.

Emergere.
Crescere.
Arrivare in fretta.

A volte, però, proprio questa fretta può diventare un problema.

E poi ci sono le riunioni di lavoro

Sei nuovo.

Non conosci ancora le dinamiche interne.

Regole non scritte.
Equilibri.
Giochi di potere.

In una riunione alcune persone possono dominare la scena, prendere la parola, catturare l’attenzione e lasciare agli altri poche briciole di visibilità.

Anche a te.

È naturale sentirsi nervosi durante le prime riunioni e avere paura di dire qualcosa di sbagliato.

Il pericolo, però, è anche non dire nulla.

Perché il silenzio può essere interpretato in molti modi.

Mancanza di esperienza.
Scarso interesse.
Poca preparazione.
Assenza di valore aggiunto.

Se aspiri a una posizione di leadership, ricorda una cosa: parlare è anche un segnale di fiducia.

Non significa prevaricare.
Non significa occupare tutto lo spazio.
Significa esserci.

Condividere un pensiero.
Fare una domanda.
Portare un contributo.

Durante le prime riunioni di lavoro è importante esprimere le tue idee senza snaturarti e senza limitare la tua personalità.

  • Parlare o non parlare?
  • Quando intervenire?
  • Che cosa dire?
  • È meglio aspettare o prendere la parola?

La riunione è una piccola occasione di visibilità.

Non sprecarla.

La preparazione è la chiave

Se la riunione è accompagnata da un ordine del giorno, leggilo con attenzione.

Scegli un punto.
Preparati su quello.

Prima dell’incontro, prendi un tema all’ordine del giorno ed elaboralo in anticipo. Così sarai pronto ad aggiungere qualcosa di utile alla discussione.

Non devi parlare tanto.
Devi parlare meglio.

Puoi decidere, per esempio, di intervenire tre volte:

  • una volta con un commento preparato;
  • una volta con una domanda pertinente;
  • un’altra volta con una riflessione su un possibile approccio.

Non serve impressionare tutti.

Serve iniziare a costruire presenza.

Fai domande

Uno dei modi più semplici per farti notare nelle prime riunioni è porre buone domande.

Non domande qualsiasi.

Domande che dimostrano attenzione, curiosità e desiderio di capire meglio.

Per esempio:

  • Qual è la base di questa osservazione?
  • Quali sono i benefici di questo approccio?
  • Come sappiamo che questo sarà il problema?
  • Possiamo tornare un momento al punto precedente?

Quando fai domande stimolanti, mostri sicurezza e coinvolgimento.

Approfondisci ciò che dicono gli altri.

Diventi un partecipante attivo.

A volte chiedere di tornare alla slide precedente o a un passaggio appena discusso è molto efficace. Significa che stavi ascoltando e che hai colto un dettaglio.

Ricorda: la curiosità premia.

L’autocompiacimento no.

Come farsi notare nelle prime riunioni di lavoro

Se durante l’incontro emerge un tema che richiede ulteriori ricerche, puoi offrirti di raccogliere informazioni per la riunione successiva.

Senza teatralità.
Senza voler strafare.

Dimostri iniziativa, interesse e coinvolgimento.

Alla fine della riunione potresti anche inviare una breve e-mail al tuo capo, riassumendo i punti chiave oppure proponendo un approfondimento nato dalla conversazione.

Non è solo una strategia di visibilità.

È anche un modo per acquisire fiducia in te stesso.

Maneggia il disaccordo con strategia

Se qualcuno dice qualcosa con cui non sei d’accordo, non negare in modo precipitoso.

E se qualcuno non è d’accordo con te, non concludere subito di aver detto una stupidaggine.

Non è detto che l’altro abbia ragione.
E non è detto che tu abbia torto.

Quando attribuisci più valore alle idee altrui che alle tue, stai comunicando una cosa precisa: non credi davvero che i tuoi pensieri meritino spazio.

Le tue esperienze, le tue opinioni e le tue intuizioni possono essere utili.

A volte sono proprio ciò che gli altri hanno bisogno di sentire.

Non cedere il tuo potere

Durante una riunione è normale fare riferimento al capo o a persone più in alto nella gerarchia.

Ma questo non significa che tu debba scomparire.

Credi nelle tue idee.
Condividile con fiducia.

Non adattare passivamente il tuo punto di vista solo per compiacere gli altri o per sembrare allineato.

Le persone notano quando mantieni una posizione con equilibrio.

E notano anche quando ti rimangi subito ciò che hai detto.

I tuoi pensieri meritano di essere condivisi.

A una condizione.

Che portino valore.

Il desiderio di farti notare può ritorcersi contro

Cerca di non voler apparire troppo intelligente.

Di non parlare solo per impressionare.

Di non trasformare ogni intervento in una piccola performance.

Se non sai qualcosa, ammettilo.
Se hai un dubbio, chiedi.
Hai un’idea? Condividila.

Non essere la persona più rumorosa nella stanza.

Non diventare affamato di visibilità.

Anche se sei introverso, puoi portare influenza sostenendo il contributo di un collega:

“Ottima idea. Vedo bene questa possibilità.”

Vai al tuo ritmo.

Se ti senti pronto, parla.
Se non lo sei, aspetta.

Ma non sparire.

Nelle riunioni devi essere il primo a parlare? Anche no

Alcuni formatori e coach invitano a cogliere ogni occasione per parlare per primi.

Spingerti oltre la zona di comfort.
Guidare la discussione.
Non censurarti.
Esprimerti senza esitazione.

Concordo solo in parte.

È vero: più taci, più sarà difficile entrare nella conversazione.

Ma parlare troppo o parlare a caso non ti renderà più autorevole.

Se hai qualcosa di utile da dire, intervieni.

Se vuoi parlare solo per piacere, per paura di essere escluso o per bisogno di approvazione, meglio aspettare.

Non hai nulla di interessante da dire? Meglio tacere.

In questa fase è importante dimostrare presenza, attenzione e interesse.

Non occupare spazio inutilmente.

Evita tutto ciò che è banale

Soluzioni ovvie.
Presupposti scontati.
Osservazioni mediocri.
Citazioni prese dal web.

Piuttosto che citare qualcun altro, prova a esprimere un pensiero tuo.

Non fingere di essere esperto se non lo sei.

Prima o poi si vede.

Spesso, per sembrare più competenti, aggiungiamo parole, formule ed espressioni che indeboliscono la comunicazione.

Invece di dire:

  • “Potrebbe essere una domanda stupida…”

puoi dire:

  • “Vorrei capire meglio. Quando parli di…”

Nel mio libro Autorevolezza ho riservato un intero capitolo all’organizzazione delle riunioni e all’importanza di esprimersi nel modo più efficace.

Monitora la tua presenza fisica

Siediti dritto.
Pianta i piedi ben fermi sul pavimento.
Mantieni il contatto visivo, soprattutto quando parli.

Usa il tuo spazio e le mani, se ti viene naturale.

Se partecipi a una riunione con più persone, sorridi a chi sta parlando e mantieni un contatto visivo equilibrato con gli altri.

Il corpo comunica prima delle parole.

Ascolta attivamente

Un buon modo per dimostrare ascolto è riprendere le idee emerse durante la discussione.

Prendi appunti.

Ti aiuteranno a evitare malintesi e a ricordare dettagli importanti.

Anche se il tema non riguarda direttamente te o il tuo reparto, presta attenzione.

Proprio perché non sei coinvolto, potresti offrire una prospettiva esterna utile.

Evita di agitarti, giocherellare con il telefono o controllare notifiche.

Durante le riunioni di lavoro spegni il cellulare.

Oppure lascialo nella giacca o nella borsa.

Così non sarai nemmeno tentato.

Riunioni di lavoro: in conclusione

Durante le prime riunioni stabilisci una strategia semplice: dire qualcosa nei primi 10-15 minuti.

Una domanda.
Un commento.
Una proposta.
Un’opinione.
Un’osservazione pertinente.

Non dire nulla è l’opzione a più basso rischio.

Soprattutto se sei nuovo.

Ma se vuoi trasmettere l’impressione di essere concentrato, interessato e presente, devi condividere pensieri utili.

Non molti.

Ma utili.

Lasciare il segno non significa parlare di più, ma farsi ascoltare meglio.

Scopri il servizio di coaching mirato “Come lasciare il segno in meeting e riunioni” e allenati a portare nei tuoi interventi chiarezza, sicurezza e presenza autentica.

Fare carriera oggi: devi essere aggressivo per emergere?

fare carriera oggi

Foto di Christian Supik + Manuela Pleier (Design) da Pixabay

La tua collega “brilla” sempre?

Fa sembrare grandiosa ogni cosa che fa…
anche quando non lo è.

Gonfia risultati.
Si avvicina (strategicamente) alle persone che contano.
È sempre nei posti giusti, con le persone giuste.

E tu?

Preferisci:

  • fare bene il tuo lavoro
  • restare concreto
  • non sgomitare
  • non scavalcare nessuno

È una questione di stile.

Anche di correttezza.

Benissimo allora? Anche no.

Perché qualcosa inizia a muoversi dentro:

  • ti senti meno considerato
  • poco visibile
  • quasi… lasciato indietro

E allora la domanda arriva:
come si fa carriera oggi senza diventare arroganti?

Fare carriera oggi? Fare bene il lavoro non basta

Diciamolo chiaramente:

Il lavoro ben fatto NON viene automaticamente notato.

Figuriamoci premiato.

Se tieni la testa bassa:

  • diventa “normale”
  • viene dato per scontato
  • viene dimenticato

Non importa quanto sei bravo.

Il punto scomodo

Il tuo capo sa davvero:

  • cosa fai ogni giorno?
  • che risultati porti?
  • quale valore generi?

Nella maggior parte dei casi… no.

Autorevolezza ≠ arroganza

Come ho scritto nel mio libro
“Autorevolezza” non serve essere egocentrici.

Ma piuttosto:

  • fiduciosi
  • assertivi
  • visibili

C’è una differenza enorme tra
vantarsi e comunicare il proprio valore.

Non devi essere aggressivo… ma nemmeno invisibile

Alcune persone si promuovono troppo:

  • irruenti
  • invadenti
  • arroganti

Altre fanno l’opposto:

  • esitano
  • si tirano indietro
  • aspettano

Entrambi gli estremi sono un problema.

Tu devi stare nel mezzo:
visibile, ma credibile.

Se non ti promuovi… qualcuno lo farà al posto tuo

È così che funziona.

Oggi le opportunità sono più limitate.

E se non alzi la mano…qualcun altro lo farà.

Se non ti viene naturale autopromuoverti (tranquillo, succede a molti):
almeno comunica:

  • cosa sai fare
  • cosa hai ottenuto
  • cosa hai risolto/evitato

Non è ego.
È chiarezza.

Un esempio concreto

Un mio cliente faceva sempre lo stesso errore:
nei briefing parlava solo di problemi.

Risultato?
Il management perdeva fiducia.

Ha cambiato approccio:

“Ieri abbiamo avuto un problema al sistema.
Ho individuato la causa.
Oggi provo A (e, se serve, B) per risolverlo.”

Problema + soluzione.

Risultato?
Maggiore fiducia.
Maggiore credibilità.

Come vieni percepito… cambia tutto

Se comunichi solo difficoltà:
sembri in difficoltà.

Quando comunichi anche soluzioni:
sembri una persona che sa gestire.

E questo fa tutta la differenza se vuoi fare carriera oggi.

Non confrontarti con chi “decolla”

Quel collega che sembra andare velocissimo…

  • forse è davvero bravo
  • forse è solo bravo a mostrarsi

Tu non hai la visione completa.

Guardare gli altri però ti distrae.

E ti logora.

Concentrati sulla tua:

  • qualità
  • costanza
  • crescita reale

Promuovere sé stessi (bene) è una competenza

Non c’è nulla di sbagliato nel farlo.

Finché:

  • dici la verità
  • resti coerente
  • non tradisci i tuoi valori

Non serve diventare qualcun altro.

Quando farlo (senza forzare)

Ci sono momenti giusti tipo:

  • revisioni periodiche
  • incontri one-to-one
  • aggiornamenti di progetto

Usali.

Parla di:

  • risultati
  • impatto
  • progressi

Non aspettarti che leggano nella tua mente

Errore comune:
“Se lavoro bene, se ne accorgeranno.”

Anche no.

La tua carriera è una tua responsabilità.

Se vuoi una promozione:
dichiaralo.

Se vuoi più responsabilità:
chiedile.

Vuoi crescere:
alza la mano.

A questo proposito, scopri i miei brevi percorsi di coaching mirato sulla carriera.

Conclusione

Non serve essere arroganti.

Ma non puoi neanche permetterti di essere invisibile.

Tra chi urla e chi tace…
emerge chi sa comunicare il proprio valore.

Renderlo visibile.

Con equilibrio.
Coerenza.
Autorevolezza.

Perché se non racconti il tuo valore…
qualcun altro lo farà al posto tuo.

Raggiungere gli obiettivi ha il suo prezzo: 13 citazioni lo ricordano

raggiungere gli obiettivi

Sono poche le persone davvero disposte ad accettare
il disagio (e il sacrificio) necessari per raggiungere i propri obiettivi.

Desiderare il successo professionale non basta,
soprattutto se non sei disposto a pagarne il prezzo.

Non sorprenderti.

Non c’è nulla di nuovo.
È vecchio quanto il mondo.

Il successo non è in vendita. Il pagamento è sempre anticipato.

Se vuoi diventare un atleta professionista,
devi pagarne il prezzo.

Forse guadagnerai milioni,
ma prima ti allenerai per anni
più duramente della maggior parte delle persone.

Se vuoi diventare un avvocato di grido,
devi pagarne il prezzo.

Anni con il naso sui libri.
Fine settimana sacrificati,
mentre gli altri organizzano weekend al mare.

Se vuoi diventare un fotografo top nel settore moda,
devi pagarne il prezzo.

Non è per tutti

Ma vuoi mettere la gratificazione
di guadagnare da vivere — e più —
con la tua passione?

Qualunque sia l’obiettivo che scegli di perseguire
(al tuo livello, piccolo o grande che sia),
il prezzo va pagato.

Non è garantito che realizzerai ogni desiderio.

Ma se sei abbastanza coraggioso da provarci,
se resisti alla delusione,
se non ti accontenti per paura…

puoi farcela!

Meglio questo
che conformarti a una vita
di cui, alla fine,
potresti rammaricarti.

Ecco 13 frasi celebri per ricordarti che il “successo” ha sempre un prezzo da pagare.

“Se non c’è un prezzo da pagare,

allora non ha valore.”

Albert Einstein

“Non cadere nell’errore di abbandonare un’idea solo perché incontra delle resistenze iniziali.”

Seth Godin

“Ogni volta che il mondo vede una persona di successo, nota solo la gloria pubblica, e mai i sacrifici fatti in privato per raggiungerla”

Vaibhav Shah

“Non ho altro da offrire che sangue, fatica,

lacrime e sudore.”

Winston Churchill

“Il successo è come qualsiasi altra cosa di valore: ha un prezzo.

Devi pagare quel prezzo per vincere, lo devi pagare per raggiungere il punto in cui il successo diventa possibile.

Ma soprattutto devi pagare quel prezzo per restare una persona di successo.”

Vince Lombardi

“È importante lavorare assaporando il gusto di ciò che fai. Il sacrificio passa inosservato se fai le cose con slancio ed entusiasmo.”

Alex Zanardi

“Impegnarsi vuol dire soprattutto rischiare.

Non solo la vita, ma la propria serenità.”

Roberto Saviano

“Quando ho pregato per il successo, mi sono dimenticato di chiedere anche un buon sonno e una buona digestione.

Mason Cooley

“Le tue idee non ti renderanno ricco e famoso.

Saranno il duro lavoro e le tue abilità che lo faranno.”

Elon Musk

“Il successo è la somma di piccoli sforzi,

ripetuti giorno dopo giorno.”

Robert Collier

“Raggiungere un obiettivo ha un prezzo:

il rischio di fallire.”

Diego Agostini

“Il dizionario è l’unico posto dove successo viene prima di sudore.”

Vince Lombardi

“Alcune persone sognano il successo…

mentre altre si svegliano e lavorano sodo.”

Anonimo

Credenze sul percorso di personal coaching da sfatare. Subito.

percorso di personal coaching

Se dici a qualcuno che lavori come coach, spesso la risposta è sempre la stessa.

  • “Ah… quindi dai consigli?”

Oppure:

  • “Io non ne avrei bisogno.”

O ancora:

  • “Il coaching serve a chi ha problemi.”

Sono convinzioni molto diffuse.

Il punto è che vengono ripetute così spesso da sembrare vere.

Eppure descrivono un coaching che, nella realtà, non esiste.

Prima di decidere se il percorso di personal coaching faccia oppure no per te, vale la pena chiarire alcuni dei malintesi più comuni.

1. “Sto già lavorando bene. Non ho bisogno di un coach.”

Bene.
Benissimo.

Il coaching non nasce per riparare ciò che non funziona.

Nasce per sviluppare ciò che può funzionare ancora meglio.

Molte persone arrivano in coaching non perché sono in crisi, ma perché desiderano:

  • assumere maggiori responsabilità;
  • diventare leader più efficaci;
  • comunicare meglio;
  • trovare un equilibrio più sostenibile tra lavoro e vita privata.

Un confronto con un professionista esterno, riservato e non giudicante, può aiutarti a raggiungere questi obiettivi con maggiore lucidità e in meno tempo.

2. “Il coach mi dà le risposte.”

In realtà accade il contrario.

Il coaching non consiste nel ricevere risposte.

Consiste nel trovare quelle giuste per te.

Per questo il coach utilizza soprattutto domande.

Domande capaci di farti osservare una situazione da un punto di vista diverso.

Il coaching non è consulenza.
Non ti dice cosa fare.

Ti aiuta a capire cosa ha più senso fare.

3. “Il coach mi darà dei consigli.”

Anche questo è un equivoco.

Il coaching parte da un presupposto semplice:

le persone possiedono molte più risorse di quelle che credono.

Il lavoro del coach non è sostituirsi a te.

È creare le condizioni perché emergano idee, decisioni e soluzioni realmente tue.

4. “Io voglio risposte, non domande.”

Le risposte oggi sono ovunque.

Basta aprire Google o ChatGPT.

Il problema è un altro.

Le risposte sono generiche.
La tua situazione, invece, non lo è.

Il valore del percorso di personal coaching non sta nell’aggiungere altre informazioni.

Sta nell’aiutarti a capire quali sono davvero quelle utili nel tuo caso.

5. “Posso parlarne con un amico.”

A volte è vero.

Un buon amico può aiutarti moltissimo.

Ma difficilmente riuscirà a essere completamente imparziale.

Tenderà a proteggerti.
A darti ragione.

Oppure a consigliarti sulla base della propria esperienza.

Un coach, invece, non deve convincerti di nulla.

Deve aiutarti a vedere meglio.

6. “Il coaching richiede molto tempo.”

Non necessariamente.

Quando l’obiettivo è chiaro, anche percorsi brevi possono produrre cambiamenti significativi.

Naturalmente obiettivi più ampi — come sviluppare la leadership o migliorare la comunicazione — richiedono tempi diversi.

La durata dipende dall’obiettivo.

Non dal coaching.

7. “Il coaching è solo per grandi manager o sportivi famosi.”

È un’immagine alimentata da alcuni casi molto noti.

La realtà è diversa.

Oggi il coaching è accessibile a professionisti, responsabili, imprenditori e persone che desiderano affrontare meglio una fase della propria vita lavorativa.

Più che un costo, molte persone lo considerano un investimento sul proprio sviluppo.

8. “Il coaching è una terapia.”

No.
Netto.

Coaching e terapia hanno obiettivi differenti.

Il coaching lavora prevalentemente sul presente e sul futuro.

Non cura disturbi psicologici né affronta percorsi terapeutici.

Quando emerge la necessità di un supporto diverso, il ruolo del coach è anche quello di riconoscerlo e indirizzare la persona verso il professionista più adatto.

9. “Il coaching non produce risultati.”

In realtà il coaching nasce proprio per produrre risultati.

Ogni percorso parte da un obiettivo concreto.

Lo rende più chiaro.
Lo trasforma in un piano d’azione.

E accompagna la persona mentre lo realizza.

Naturalmente il coach non può fare il lavoro al posto tuo.

Ma può aiutarti a vedere con maggiore lucidità ciò che conta davvero e a muoverti con maggiore consapevolezza.

Il coaching non serve perché non sai cosa fare.

Serve quando, pur avendo molte informazioni, hai bisogno di leggere meglio la situazione che stai vivendo.

È proprio da quella nuova lettura che, molto spesso, nasce l’azione giusta.

Se ti muovi ogni giorno tra conflitti, motivazione che cala e difficoltà nel dare indicazioni chiare, non sei solo.

Esplora il percorso mirato per rafforzare leadership, comunicazione e gestione del team.

Grande comunicatore: come ascoltare ciò che non viene detto

grande comunicatore

La comunicazione si può dividere, in modo semplice, in due parti:

  • ciò che si dice
  • ciò che non viene detto.

Peter F. Drucker lo ha espresso con chiarezza:

“Gli ascoltatori empatici possono udire persino ciò che viene detto in silenzio.

La cosa più importante nella comunicazione è ascoltare ciò che non viene detto.”

Ma come si diventa un grande comunicatore?

Come puoi sentire ciò che non viene detto?

Più entri nel mondo dell’altro, più lasci fuori la tua storia.

Troppo spesso riempi i silenzi con la tua esperienza.
Interpreti.
Anticipi.
Concludi.

Ma ascoltare davvero richiede un’altra cosa: presenza.

Concentrati sulla persona

Parla poco.

Non pensare alla tua risposta mentre l’altro parla.
Non immaginare cosa-dirai-dopo.

Evita interrompere.

Non finire le frasi al posto suo.

Dai alla persona tutta la tua attenzione.

Lascia che trovi il suo ritmo.
Lascia che faccia pause.
Che pensi.

Usa tutti i tuoi sensi per ascoltare

Ascoltare non è solo un atto mentale. È un atto percettivo.

Osserva il linguaggio del corpo.
Nota i micro-cambiamenti del volto.
Ascolta il tono,
il ritmo,
l’energia.

Immagina cosa sta accadendo dentro quella persona.

Non per giudicare.
Ma per comprendere.

Elimina le distrazioni

Ascoltare è una scelta intenzionale.
Spegni il telefono.
Non controllare notifiche.
Non guardare altrove.

La tua attenzione è il primo segnale di rispetto.

Diventa consapevole dei tuoi pregiudizi

Ognuno di noi è pieno di opinioni, esperienze,
interpretazioni.

Non puoi eliminarle.
Ma puoi riconoscerle.

Il grande comunicatore non ascolta per confermare ciò che pensa.
Ascolta per scoprire ciò che ancora non sa.

Svuota la mente.
E ascolta davvero.

Ascolta oltre le parole

Osserva le incongruenze.

Le parole sono positive, ma il volto è teso?
Il tono è incerto?
Il ritmo è accelerato?

“Ascolta” le emozioni.

C’è paura?
Esitazione?
Entusiasmo trattenuto?

“Ascolta” il livello di energia.

L’energia comunica spesso più delle parole.

Fai domande che aprono, non che chiudono

Le domande migliori sono neutre. Senza giudizio.

Non interrogano. Invitano.

Invece di:

  • “Ma cosa hai fatto?”

Prova con:

“Dimmi di più su questo.”

Oppure:

  • “Voglio essere sicuro di aver capito…”
  • “Ho notato qualcosa che mi ha incuriosito…”
  • “Puoi aiutarmi a comprendere meglio questo passaggio?”
  • “Ho capito bene che…?”

Le domande giuste creano spazio.
E nello spazio emerge la verità.

Mettiti nei suoi panni

Prova a vedere il mondo dal suo punto di vista.

Quali sono le sue paure?
Le sue pressioni?
Le sue esperienze?

Non saltare alle tue conclusioni.

Sii curioso.
Non difensivo.

La curiosità apre. Il giudizio chiude.

Ascolta anche il tuo intuito

A volte senti qualcosa prima ancora di capirlo.

Una tensione.
Una dissonanza.
Una sensazione difficile da spiegare.

L’intuito precede la logica.

Non sostituisce la ragione.
La completa.

In conclusione

Essere un grande comunicatore non significa parlare meglio.

Significa ascoltare meglio.

Ciò che non viene detto —
il linguaggio del corpo, il tono, l’energia, le pause —
è spesso la parte più autentica del messaggio.

Le parole informano.
Ma la presenza rivela.

Se desideri sviluppare una comunicazione più autorevole, empatica e incisiva, puoi iniziare da qui:

“Voce, attitudine, presenza: comunica autorevolezza da Executive”

e approfondire i principi nel mio libro “Autorevolezza” dedicato alla comunicazione e alla leadership.

Perché le persone non ascoltano chi parla di più.

Ascoltano chi sa ascoltare meglio.

Comunicazione efficace: ecco il segreto dei grandi leader

comunicazione efficace
Il nuovo team leader si è insediato da qualche settimana.

Vuole creare un clima di fiducia con i membri del suo team e ha organizzato un’altra riunione per rafforzare il tanto ricercato, e spesso osannato, spirito di squadra.

Si è preparato.
Si impegna.
Ci crede.

Anche i collaboratori sembrano crederci.
Almeno a parole.

Se osservi con attenzione i segnali non verbali delle persone, puoi imparare dal linguaggio del corpo quanto dalle parole che ascolti.

Le persone ti comunicano quanto siano interessate, disponibili o coinvolte anche quando non dicono nulla.

Durante la riunione le frasi sono gentili e ben articolate.

Si parla di unità.
Collaborazione.
Partecipazione.
Lavorare come squadra anziché come singoli individui.

Il non verbale, però, racconta qualcosa di diverso.

Un cenno occasionale.
Una risatina.
Gli occhi rivolti fuori dalla finestra.
Le dita che scorrono sullo smartphone.

Un telefono fa vibrare il tavolo.
Qualcuno guarda con impazienza l’orologio.
Altri tengono le braccia conserte, una postura svogliata o le sopracciglia alzate.

Tradotto?

Nervosismo.
Disinteresse.
Disapprovazione.
Sospetto.

I messaggi non verbali, il più delle volte, non sono intenzionali.

Ed è proprio questo che li rende autentici e preziosi.

Alcune persone li inviano in modo sottile.
Altre sono molto più facili da leggere.

Durante questa riunione, per esempio, la collaboratrice con maggiore anzianità ha parlato a nome di tutto il gruppo. Ha sottolineato l’importanza della collaborazione e della partecipazione.

Le sue parole erano rivolte al nuovo team leader.

Il corpo, però, era orientato verso un’altra persona.

Nessun contatto visivo diretto.

Alcune persone sono molto abili con le parole

Sembrano aperte quando, in realtà, sono poco disponibili.

Usano toni tranquilli.
Sorridono.
A volte lusingano.

Ma dietro tante parole, quando il fumo si dirada e cominci a vedere l’arrosto, può emergere altro.

Persone che proteggono il proprio territorio.
Pronte a tirarsi indietro.
A prendere le distanze.
Oppure a incolpare qualcun altro.

Il team leader dovrebbe imparare il segreto dei grandi leader

Ascoltare ciò che non viene detto.

Il linguaggio del corpo può mostrare l’incongruenza tra le parole e ciò che la persona sta realmente comunicando.

Se qualcuno dice di essere felice ma ha gli occhi freddi, anche se la bocca sorride, tenderemo a credere agli occhi.

Se scuote la testa mentre dice di sì, crederemo alla testa.

Non alle parole.

Se una persona afferma:

  • “Questo mese è stato terribile”

e noi ascoltiamo soltanto la frase, probabilmente penseremo che stia attraversando un momento difficile.

Se però pronuncia le stesse parole sorridendo e facendo l’occhiolino, il significato cambia completamente.

Potremmo persino immaginare che sia stato un mese di vendite eccezionale.

Come supervisore, saper leggere i segnali non verbali è fondamentale

La parte più importante della comunicazione non consiste soltanto nell’ascoltare ciò che viene detto.

Consiste anche nel cogliere ciò che non viene espresso apertamente.

Gli imprenditori, i manager e i grandi leader lo sanno bene.

Il non verbale è una delle forme più potenti di comunicazione.

I migliori comunicatori sono sensibili alle emozioni, alle esitazioni e ai pensieri che emergono senza bisogno di parole.

Se sei troppo occupato a preparare ciò che dirai, non riuscirai ad ascoltare davvero chi hai davanti.

Un collaboratore.
Il tuo team.
Un cliente.

L’ascolto attivo non coinvolge soltanto le orecchie.

Coinvolge anche:

  • gli occhi;
  • la postura;
  • il tono della voce;
  • le espressioni del viso;
  • i movimenti;
  • le pause.

In pratica, tutto ciò che riguarda la persona.

I segnali non verbali possono cambiare completamente il messaggio

Dedichiamo molta attenzione alle parole che pronunciamo.

Eppure uno sguardo o un gesto possono dire molto di più.

Le espressioni facciali, il contatto visivo, la postura, i gesti e il tono della voce trasmettono interesse, sincerità, tensione, fiducia oppure distanza.

I grandi leader sanno che la capacità di comunicare è fondamentale.

Rapporto e fiducia si costruiscono, oppure si perdono, proprio attraverso la comunicazione.

Comunicare bene non significa soltanto parlare e ascoltare.
Significa anche osservare.

Più impari a farlo, più diventi capace di leggere le dinamiche del tuo team e di comprendere ciò che le parole, da sole, non raccontano.

8 segnali che qualcuno al lavoro è segretamente invidioso di te

Se hai ottenuto un riconoscimento o raggiunto un traguardo importante, potresti essere rimasto spiazzato …

dalla reazione fredda o infastidita di qualcuno!

Mentre gli altri si congratulano, il volto di un collega resta inespressivo.
Freddo.

Lo pensavi vicino.
Convinto che avrebbe condiviso la tua gioia.

E invece… no!

Oppure sei una persona modesta, non ostenti beni, status, risultati.

E non ti aspettavi di doverti difendere da critiche o attacchi (anche sottili).

Eppure, quando possiedi carisma, creatività, talento, attiri attenzione.

A volte basta essere te stesso … per attivare il risentimento altrui.

L’invidia è un’emozione comune

Universale.
Nasce quando qualcuno vicino a noi viene riconosciuto, promosso, valorizzato.

Può trasformarsi in comportamenti tossici.

Paura.
Insicurezza.
Confronto costante.

L’invidia è sotto la superficie, come uno scorpione sotto la sabbia.

Aspetta l’errore.
Il passo falso.
Il momento giusto per colpire.

Spesso la gelosia non è esplicita.

Si nasconde dietro sorrisi di circostanza. E frasi apparentemente innocue.

Per questo è difficile riconoscerla.

A volte arriva da chi dice di volerti bene.
Altre volte da chi conosci appena.

Attenzione: un comportamento può insospettirti. Ma non basta, da solo, a dimostrare che qualcuno sia invidioso di te.

Ecco 8 segnali per capire come si muove una persona gelosa di te:

1. È costantemente in competizione con te

  • C’è qualcuno che gareggia sempre?
  • Che cerca di superarti?
  • Di dimostrarti il suo valore?

La gelosia trasforma i rapporti in una gara silenziosa.

No, non è collaborazione.
È confronto continuo.

2. Svaluta i tuoi successi

Quando ottieni un risultato, non lo celebra.

Lo ridimensiona.

  • “Non hai fatto nulla di speciale.”
  • “Chiunque avrebbe potuto farlo.”

Minimizzare è un modo elegante per proteggere la propria insicurezza.

3. Prova sollievo quando fallisci

Non vuole che tu emerga. Preferisce che tu rimanga bravo-bravino al tuo posticino. Come lui!

Non lo dirà mai apertamente.
Ma è contento quando inciampi.

La tua battuta d’arresto diventa la sua conferma:

  • “Vedi? Non sei migliore di me.”

Chi gode del tuo fallimento non è una persona felice.
Sana.

Prendi le distanze.

4. Fa gossip su di te

Quando non ci sei, parla. Sparla.
Sottovoce.
Di te.

Con finta preoccupazione.

  • “Lo dico per il tuo bene…”

In realtà vuole sminuirti per sentirsi superiore.

5. Ti fa complimenti (falsi)

Come te ne accorgi?

Frasi zuccherate.
Eccessive.
Forzate.

  • “Sono davvero felice per te.”
  • “Che fortuna incredibile!”

Il corpo dice altro: smorfie, silenzi, rigidità.

Il complimento serve a lavarsi la coscienza.

6. Ti porta cattive notizie “per aiutarti”

Condividi un’idea.
Un progetto.
Un entusiasmo.

Presenti un progetto al capo e un collega ti dice che non otterrai mai il budget necessario.

La risposta è immediata:

  • “Impossibile.”
  • “Non funzionerà.”
  • “Qui non si è mai fatto.”

Una doccia gelida.

Non è realismo. È sabotaggio emotivo.


Se vuoi migliorare il tuo modo di comunicare,
la NUOVA edizione aggiornata 2025 di “Autorevolezza” ti dà strumenti immediati e concreti.

Se sei all’inizio del tuo percorso, “Prima volta Leader” ti accompagna nei primi passi con chiarezza e concretezza.

7. Ti critica ma poi ti copia

Imita i tuoi gusti, le tue scelte, il tuo stile.

All’inizio sembra adulazione.
Col tempo diventa fastidio.

L’imitazione è spesso invidia mascherata.

8. Non riconosce il valore dei tuoi risultati

Attribuisce tutto alla fortuna.
Al caso.
A combinazioni vincenti.

Ignora la tua disciplina, sacrificio, coraggio.

Chi non accetta sé stesso fatica ad accettare il successo altrui.

Conclusione

L’invidia raramente è rumorosa.
È sottile.
Persistente.
Logorante.

Non devi giustificarti.
Non devi ridimensionarti.

Osserva.
Prendi atto.

E scegli con cura chi merita condividere la tua energia, il tuo lavoro, la tua crescita.

La tua voce, il tuo sguardo, la tua presenza dicono molto di più delle parole.

Scopri il percorso di coaching mirato “Voce, attitudine, presenza: comunica autorevolezza da Executive” e allenati a trasmettere leadership autentica.

9 credenze da sfatare se vuoi lanciarti come libero professionista

libero professionista
Nella mia attività di coach presso SAG incontro, di volta in volta, giovani e meno giovani che mi annunciano il desiderio di lanciarsi nel mercato del lavoro come liberi professionisti.

Coach.
Consulenti.
Grafici.
Videomaker.
Fotografi.
Digital marketer.

È una bella cosa.

L’intraprendenza è sempre ammirevole.

Purtroppo, per molti, il verbo lanciarsi è davvero quello più appropriato. Dà l’idea di buttarsi, catapultarsi nel mercato con grande entusiasmo, poche consapevolezze e, qualche volta, senza paracadute.

L’ideale domina.
La concretezza arriva dopo.

Mi permetto allora di riportarti alla realtà.

Non per spegnere sul nascere le tue aspirazioni. Sono sempre ammirato dal coraggio di chi desidera costruirsi una carriera da indipendente.

Ma lascia che ti ricordi una cosa.

Diventare libero professionista non sarà semplice

Vuoi sentirti dire il contrario?

Che avrai sicuramente più denaro, maggiore libertà, riconoscimento e una vita professionale appagante?

Potrebbe succedere.

Ma esistono percorsi più facili.

Se stai cercando una strada comoda, probabilmente la libera professione non fa per te.

Non fraintendermi.

Chiedi a chi lavora davvero come indipendente. Potrebbe dirti che è stata la scelta più gratificante della sua vita.

Ma devi farlo bene.

Lavoro.
Dedizione.
Passione.
Disciplina.

L’idea di lavorare in pigiama e non avere un capo che ti controlla può essere invitante. Non significa, però, che la vita sarà più semplice.

Il prestigio ha un prezzo

La maggior parte dei liberi professionisti non vive sotto i riflettori.

Sono spesso professionisti solitari che affrontano battaglie quotidiane, dormono sonni agitati e rischiano di essere scaricati dai clienti non appena il rendimento cala o le aspettative non vengono soddisfatte.

Non pensare che il successo arrivi automaticamente come ricompensa per anni di lavoro senza sosta o per un singolo progetto concluso brillantemente.

Prima di partire serve una conversazione spietatamente onesta con te stesso.

Ecco nove credenze da rivedere se desideri entrare nel mercato del lavoro come libero professionista.

1. “Non è un vero lavoro”

La libera professione è un’attività reale, come qualsiasi altra.

Hai responsabilità.
Costi.
Scadenze.
Clienti.
Obblighi amministrativi.

Dovrai riunire in una sola persona un intero ufficio:

  • produzione;
  • marketing;
  • vendita;
  • contabilità;
  • promozione;
  • assistenza ai clienti.

Sempre tu.

Per restare competitivo dovrai aggiornarti, acquisire nuove competenze, sviluppare contatti professionali e imparare a gestire ogni aspetto dell’attività.

Certo, potrai commentare sui social, recuperare il bucato oppure concederti un aperitivo senza chiedere il permesso a nessuno.

Potresti però pagare quello spritz pomeridiano lavorando fino a notte inoltrata per concludere il progetto.

Ti servirà autodisciplina.

I clienti non saranno particolarmente interessati alle tue distrazioni.
Vorranno sapere perché il lavoro non è stato consegnato nei tempi concordati.

2. “Basta avere una vagonata di follower”

Follower sembra essere diventata una parola magica.

Non lo è.

L’idea di ottenere guadagni facili grazie a migliaia di persone che seguono la tua vita può essere molto seducente. Il problema nasce quando la visibilità non si trasforma in risultati concreti.

I social sono uno strumento.
Non un modello di business.

Essere un riferimento non significa soltanto essere riconoscibili. Significa offrire qualcosa di concreto, utile e credibile.

Più che i follower entusiasti, servono clienti reali.

Quelli che acquistano.
Pagano le fatture.
Tornano.
Ti consigliano ad altri.

3. “Posso lavorare soltanto un paio d’ore al giorno”

Forse un giorno.

Difficilmente all’inizio.

Se non vuoi che i clienti ti inseguano o si lamentino, dovrai lavorare con metodo.

Significa:

  • programmare orari precisi;
  • eliminare le distrazioni;
  • rispettare le scadenze;
  • distinguere le attività utili da quelle che ti fanno soltanto sentire occupato.

Potrai dormire un’ora in più la mattina o concederti una pausa nel pomeriggio.

Il lavoro, però, dovrà essere concluso.

Poco importa se lo farai al mattino, alla sera oppure durante la notte.

4. “Tutti i liberi professionisti guadagnano moltissimo”

Puoi guadagnare più di quanto guadagneresti come dipendente.

È possibile.

Ma richiede tempo.

Prima dovrai costruire reputazione, competenze, fiducia e una clientela disposta a riconoscere economicamente il tuo valore.

I professionisti migliori possono applicare tariffe elevate proprio perché hanno costruito credibilità nel tempo.

All’inizio, invece, la libera professione può essere molto più stressante di un impiego tradizionale.

Da dipendente sai che, alla fine del mese, riceverai una determinata somma.

Da libero professionista no.

Gli incassi possono variare.
I pagamenti possono arrivare in ritardo.
Alcuni mesi saranno buoni, altri molto meno.

Ancora una volta: concentrati sui clienti reali, non soltanto sulla visibilità.

5. “Posso fare quello che voglio”

La libera professione permette una maggiore flessibilità.

È uno dei suoi vantaggi più importanti.

Puoi organizzare il lavoro in quattro giorni, fissare appuntamenti durante la settimana o decidere quando prenderti una pausa.

Questo non significa poter uscire ogni volta che vuoi.

Sei libero.

Ma sei anche responsabile.

Le scadenze restano.
I clienti aspettano.
Le fatture devono essere pagate.

Alcuni clienti potrebbero chiederti di lavorare secondo modalità precise. Dovrai ascoltarli, dedicare loro tempo e trovare il modo di conciliare esigenze diverse.

Se una collaborazione non funziona, puoi negoziare oppure scegliere di interromperla.

Ma il tuo business dipenderà soprattutto dalla tua affidabilità.

E, secondo una legge non scritta, gli imprevisti arriveranno sempre nel momento peggiore.

Il computer si blocca.
La connessione salta.
Il gatto deve essere portato urgentemente dal veterinario.

Puoi anche decidere di prenderti un mese di ferie.

Dovrai però organizzarti prima, anticipare il lavoro e, se necessario, trovare qualcuno che ti sostituisca.

Non dovrai chiedere il permesso.
Dovrai assumerti la responsabilità.

6. “Lavorerò soltanto su progetti interessanti”

Forse sarebbe più realistico dire:

“Lavorerò anche su progetti interessanti.”

Soprattutto all’inizio potresti dover accettare incarichi che non ti entusiasmano.

Serviranno per costruire esperienza, portfolio e reputazione.

Inoltre, essendo contemporaneamente amministratore, venditore, contabile e project manager, dovrai occuparti di molte attività lontane dai tuoi talenti e interessi.

Fa parte del lavoro.

Se vuoi attirare progetti più vicini alle tue preferenze, costruisci nel tempo un portfolio coerente con il tipo di incarichi che desideri ricevere.

Un portfolio solido nasce dal talento.

Ma anche dal lavoro duro.
Dalla costanza.
Dalla tenacia.

La bravura, da sola, non basta.

7. “Non avrò più colleghi fastidiosi”

Può essere un vantaggio se ami lavorare in solitudine.

Niente riunioni inutili.
Nessun collega invadente.
Nessuna pausa caffè obbligata.

Ma lavorare da solo ha anche un altro lato.

Non hai sempre qualcuno con cui confrontarti.

Nessuna spalla su cui appoggiarti.
Nessun collega con cui condividere un problema, una delusione o anche soltanto una giornata storta.

Essere il capo di te stesso può essere straordinario.

Può anche essere molto solitario.

8. “Non avrò più un capo tiranno”

In teoria, sei tu il capo.

Lavori quando vuoi e scegli con chi collaborare.

In pratica devi comunque rispondere ai clienti.

Dato che ti pagano, si aspettano che tu sia:

  • disponibile;
  • comunicativo;
  • puntuale;
  • rispettoso degli accordi;
  • capace di gestire le loro aspettative.

Se lavori con dodici clienti, potresti scoprire di avere dodici capi.

Alcuni saranno indecisi.
Esigenti.
Capricciosi.
Convinti di sapere esattamente come dovresti lavorare.

Dovrai essere flessibile, mettere da parte l’ego e ascoltare ciò che chiedono.

Potresti perfino rimpiangere il tuo vecchio capo.

Il vantaggio è che, da libero professionista, puoi interrompere una collaborazione con un cliente arrogante o incompatibile (io l’ho fatto) con il tuo modo di lavorare.

Non sempre potrai farlo immediatamente.

Ma avrai questa possibilità.

9. “Avrò finalmente un migliore equilibrio tra lavoro e vita privata”

Da dipendente, per quanto il lavoro possa essere pesante, almeno puoi tentare di spegnere il cervello quando termina la giornata.

Quando lavori per te stesso, il confine diventa molto più sottile.

Il lavoro è sempre vicino.

Il laptop è nella stanza accanto.
La mail arriva durante la cena.
Il cliente scrive nel fine settimana.

E tu potresti pensare:

  • “Non posso perdere questa occasione.”

Quando l’attività cresce, può diventare ancora più difficile separare lavoro e vita privata, soprattutto se lavori da casa.

Essere libero professionista non significa automaticamente lavorare meno.

A volte significa lavorare più di prima.

Diventare libero professionista non è per tutti

Come ogni scelta professionale, richiede una valutazione realistica dei vantaggi e delle difficoltà.

Dovrai gestire:

  • tempo;
  • carico di lavoro;
  • clienti;
  • contratti;
  • amministrazione;
  • imposte;
  • entrate variabili.

Ti serviranno disciplina, obiettivi chiari e capacità di portarli avanti anche quando l’entusiasmo iniziale diminuirà.

Prima di lanciarti, considera la tua indole.

Chiediti:

  • Quanto riesco a organizzarmi senza un controllo esterno?
  • Quanto bisogno ho di un reddito stabile?
  • So convivere con l’incertezza?
  • Riesco a promuovermi e a cercare clienti?
  • Sono disposto a fare anche le parti meno gratificanti del lavoro?

Molti professionisti iniziano affiancando la libera professione a un’attività principale, che garantisce maggiore stabilità.

Poi imparano sul campo.

Costruiscono esperienza.
Clienti.
Reputazione.

E soltanto dopo decidono di muoversi completamente da soli.

Non è una partenza meno coraggiosa.

Spesso è semplicemente una partenza più consapevole.

Crescere in azienda: dovrai gestire invidie e solitudine

crescere in azienda

Foto di Andrea Piacquadio da Pexels

Un mio cliente Kevin ha sempre associato la leadership ai suoi aspetti più gratificanti:

  • soddisfazione;
  • successo;
  • senso di realizzazione;
  • benessere economico.

Kevin vuole crescere in azienda.

Non è ancora del tutto consapevole che, insieme alle opportunità, cambieranno anche molte altre cose.

Aumenteranno le responsabilità.

Le scadenze e gli obiettivi diventeranno esami continui. Ci sarà sempre un progetto da completare, una decisione da prendere o un problema che richiederà attenzione.

Anche quando la giornata lavorativa sarà terminata, non sarà sempre facile liberare la mente dai pensieri e dalle responsabilità.

Crescere in azienda non è sempre comodo

Come ho scritto nel mio libro “Autorevolezza”, non importa quanto tu abbia studiato o se coordini due persone oppure duecento.

Essere leader non è sempre comodo.

La leadership riguarda molto più il tuo modo di essere che il titolo riportato sul biglietto da visita.

Devi anche essere consapevole che non tutti accoglieranno con entusiasmo la tua crescita.

Potrebbero nascere:

  • gelosie;
  • tensioni;
  • sospetti;
  • rivalità.

Qualcuno potrebbe metterti i bastoni tra le ruote, screditarti o parlare male di te.

Non necessariamente perché tu abbia fatto qualcosa di sbagliato. A volte la tua crescita può far sentire un’altra persona minacciata, inadeguata o messa in secondo piano.

Riconoscimento e maldicenza, purtroppo, possono camminare insieme.

Kevin avverte un crescente senso di solitudine

Kevin si confida spesso con un amico e, qualche volta, racconta tutto anche alla compagna.

Così, però, informazioni delicate rischiano di uscire dall’azienda.

Ha paura di non farcela perché non conosce ancora bene le dinamiche organizzative. Teme di fare passi falsi e, in un ambiente nel quale gli altri sembrano sapere sempre come muoversi, si sente spesso solo.

Quando deve affrontare un problema complesso o prendere una decisione delicata, ha la sensazione che la gerarchia non lo sostenga.

Ancora meno il suo capo diretto.

Prova un forte senso di isolamento e fatica a smettere di pensare al lavoro anche quando torna a casa.

Inoltre, crede di essere osteggiato perché si considera, con poca modestia a dire il vero, “uno che pensa più avanti degli altri”.

Non puoi controllare i giudizi degli altri

È impossibile.

Il comportamento, l’atteggiamento e le opinioni altrui sono in gran parte fuori dal tuo controllo.

Puoi essere disponibile, gentile e corretto. Ci sarà comunque qualcuno pronto a criticarti, biasimarti o interpretare negativamente le tue intenzioni.

Cercare di controllare, prevenire o neutralizzare ogni critica ti porterà soltanto:

  • ansia;
  • frustrazione;
  • rabbia;
  • perdita di energia.

Accettare di non poter controllare tutti i giudizi non significa subire passivamente.

Significa scegliere con lucidità dove intervenire e dove, invece, non lasciarsi trascinare.

Prima acquisisci questa consapevolezza, meglio è.

L’invidia può spingere alcune persone a comportarsi male

L’invidia può manifestarsi attraverso comportamenti scorretti, irrispettosi o poco trasparenti.

Potresti diventare oggetto di:

  • pettegolezzi;
  • esclusioni;
  • provocazioni;
  • tentativi di sabotaggio;
  • svalutazioni più o meno evidenti.

Quando accade, cerca un confronto diretto e privato.

Invita la persona a parlare con calma e onestà. Evita però di aprire la conversazione con frasi come:

“Ehi, qual è il tuo problema?”

Partiresti subito con un tono inquisitorio e conflittuale.

L’altra persona si metterebbe sulla difensiva e il dialogo diventerebbe probabilmente un rimpallo di accuse e negazioni.

Meglio iniziare con una frase più esplorativa:

  • “Ho notato una certa distanza tra noi.”

Oppure:

  • “Ho la sensazione che negli ultimi tempi ci sia qualche tensione. Vorrei capire se è successo qualcosa.”

Se necessario, chiarisci che determinati comportamenti possono danneggiare il lavoro e le prestazioni del team.

Prova poi a cercare soluzioni accettabili per entrambi.

Il rapporto potrebbe non diventare mai particolarmente caloroso. In alcuni casi, mantenere una relazione cordiale e un certo distacco professionale è la scelta più saggia.

Quando ti senti spiazzato ricorda la massima di Marty Rubin:

“Il cane chiuso nel recinto abbaia a quello che scorrazza liberamente.”

Prendi le distanze dalle persone invidiose

Non lasciarti coinvolgere in ogni provocazione. Evita di rispondere impulsivamente e non permettere agli altri di trascinarti in continue sfide competitive.

Ignora i commenti che non meritano attenzione.

Intervieni soltanto quando il comportamento supera un limite, danneggia il lavoro o mette in discussione la tua credibilità professionale.

Resta concentrato sui tuoi obiettivi.

Continua a lavorare con correttezza.
Proteggi la tua reputazione con i fatti.
Non perdere tempo a convincere tutti.

Crescere in azienda significa anche imparare a convivere con il fatto che non tutti saranno felici dei tuoi risultati.

Non permettere che questo ti faccia deviare dal tuo percorso.

Mancanza di tempo: 8 errori che prosciugano la tua produttività

mancanza di tempo

Lavoro come coach nel reinserimento professionale a Lugano.

Svolgo anche l’attività di personal coach, gestisco il sito Ferrarelli Coaching, il blog, gli impegni familiari e la mia vita personale.

Ce la posso fare?
Anche no.

Quando ho aperto il blog, nel marzo 2013, temevo di non riuscire a stare dietro a tutto. Avevo paura di essere travolto dagli impegni e che il progetto si fermasse dopo pochi mesi.

Per molto tempo ho lasciato che fossero queste paure a decidere.

Poi mi sono detto:

Qualunque cosa accada, andrò avanti.

Ho fatto il primo passo. Poi quello successivo.

Sono ancora qui.
E anche il blog.

La paura di non avere tempo

Una delle paure che ci impedisce di iniziare un nuovo progetto è pensare di non avere abbastanza tempo.

Combatterla non serve.
Più ci pensi,
più diventa forte.

Devi piuttosto cambiare il tuo rapporto con il tempo.

Il tempo è limitato e continuerà a scorrere. Puoi soltanto decidere come utilizzarlo.

Spesso, inoltre, il “non ho tempo” nasconde altro:

  • paura di iniziare;
  • difficoltà a scegliere;
  • incapacità di dire no;
  • abitudine a riempire ogni spazio.

Quando qualcosa è davvero importante, cerchi il modo di farle posto.

Ecco otto errori che prosciugano tempo ed energia.

1. Lavorare tanto invece di lavorare meglio

Essere occupati non significa essere produttivi.

Puoi lavorare molte ore e ottenere poco. Oppure concentrarti sulle attività giuste e raggiungere risultati migliori in meno tempo.

Il tempo e l’energia sono limitati.

Usali dove producono un risultato reale.

2. Non stabilire le priorità

Non tutte le attività hanno lo stesso valore.

Se consideri tutto urgente, disperderai attenzione ed energie.

Individua ciò che deve essere fatto, ciò che può aspettare e ciò che può essere eliminato.

L’obiettivo non è riempire ogni minuto.

È proteggere il tempo dedicato a ciò che conta.

3. Dire sempre di sì

Quando dici sì a tutto, riduci lo spazio per le attività importanti.

Non puoi rifiutare ogni richiesta, ma puoi evitare di accettare automaticamente compiti che producono poco o non richiedono davvero il tuo intervento.

Meglio svolgere poche attività bene che accumularne molte e portarle avanti in modo superficiale.

Ogni sì contiene anche un no.

4. Cercare di controllare tutto

Il bisogno di controllo consuma una quantità enorme di energia.

Non puoi governare persone, risultati e imprevisti.

Puoi però controllare:

  • le tue decisioni;
  • le tue reazioni;
  • il tuo comportamento;
  • il modo in cui affronti i problemi.

Non sprecare energie cercando certezze assolute.

Concentrati su ciò che dipende da te.

5. Tenere tutto a mente

Cercare di ricordare ogni attività, appuntamento e incombenza affatica la mente.

Scrivere le cose da fare libera energia mentale e riduce il rischio di dimenticare qualcosa.

Ma attenzione: anche le liste possono diventare un’ossessione.

Usa un sistema semplice.

Scrivi ciò che conta.

Poi agisci.

6. Controllare continuamente la posta

Aprire di continuo e-mail interrompe il flusso del lavoro.

Ogni volta devi poi recuperare la concentrazione.

Stabilisci alcuni momenti precisi della giornata per leggere e rispondere ai messaggi.

Personalmente controllo la posta tre o quattro volte al giorno.

La maggior parte delle comunicazioni può aspettare qualche ora.

7. Essere presente su tutti i social

Non devi essere ovunque.

Scegli il canale più adatto al tuo modo di comunicare e alle persone che vuoi raggiungere.

Per quanto mi riguarda, preferisco dedicare tempo al sito, ai contenuti e al lavoro con i clienti.

Essere attivi su ogni piattaforma può dare la sensazione di lavorare molto.

Non sempre significa creare valore.

8. Essere perfezionista

Il perfezionismo prosciuga tempo ed energia.

Quando tutto deve essere fatto esattamente a modo tuo, rischi di perderti nei dettagli e dimenticare il risultato complessivo.

Un progetto può sempre essere migliorato.

Ma prima o poi deve essere concluso.

Punta a fare un buon lavoro, non un lavoro perfetto.

Concentrati prima su ciò che conta. I dettagli vengono dopo.

Il problema non è sempre il tempo

Spesso non ti manca il tempo.

Ti manca una scelta chiara su come utilizzarlo.

Essere produttivi non significa correre tutto il giorno o riempire l’agenda.

Significa scegliere dove mettere la tua attenzione.

Il tempo non può essere aumentato.

Può però essere protetto e dedicato a ciò che per te conta davvero.

Carriera sbagliata: il più grande fallimento è non crederci più!

carriera sbagliata

Se vuoi crescere, prima o poi dovrai provare.

E chi prova, ogni tanto sbaglia.

Fa una scelta che non si rivela quella giusta. Accetta un lavoro che delude. Investe tempo in un progetto che non porta dove sperava.

Fa parte di qualsiasi percorso professionale.

Il problema è che, dopo alcune delusioni, molti smettono lentamente di esporsi.

Non da un giorno all’altro.
Un passo alla volta.

All’inizio è solo prudenza.
Poi diventa abitudine.

Infine diventa il modo in cui vivi il lavoro.

Il fascino della sicurezza

La routine ha molti vantaggi.

Conosci il tuo lavoro.
Sai cosa fare.
Sai come evitare gli errori.

Le giornate scorrono senza grandi sorprese.

All’apparenza è una situazione rassicurante.

Ma c’è una domanda che vale la pena porti…

Da quanto tempo non fai qualcosa che ti mette davvero alla prova?

Non parlo di cambiare azienda ogni sei mesi.

Parlo di imparare una competenza nuova.

Di proporti per un progetto diverso.
Di candidarti a una posizione che ti intimorisce.
Di affrontare una conversazione che continui a rimandare.

La crescita raramente avviene dove ti senti completamente al sicuro.

Quando il comfort diventa una trappola

Molti immaginano la zona di comfort come un luogo piacevole.

In realtà, spesso è semplicemente un luogo conosciuto.

Magari il lavoro non ti entusiasma più.
Le giornate si assomigliano tutte.

Sai che potresti fare di più, ma rimani dove sei perché lì tutto è prevedibile.

È un equilibrio che, con il tempo, rischia di trasformarsi in immobilità.

Non hai grandi problemi.
Ma non hai nemmeno nuovi stimoli.

La carriera si costruisce anche con il coraggio di esporsi

Ogni passo importante comporta una dose di incertezza.

Una candidatura può non andare bene.
Una promozione può non arrivare.
Un progetto può fallire.

Ma il punto non è evitare qualsiasi delusione.

Il punto è non lasciare che la paura di sbagliare decida al posto tuo.

Perché una carriera cresce quando continui a metterti in gioco.

Non quando aspetti il momento perfetto.

Non cercare una vita senza ostacoli

È naturale desiderare stabilità.

Tutti la cerchiamo.

Ma una vita professionale costruita soltanto per evitare rischi finisce spesso per togliere anche entusiasmo, curiosità e senso di evoluzione.

Gli ostacoli non sono il contrario della crescita.

Molto spesso ne sono il prezzo di una carriera sbagliata.

Stai pensando di cambiare lavoro ma non sai da dove partire?

In un percorso mirato ti aiuto a fare chiarezza,
valutare le opzioni e definire il prossimo passo giusto per te.

Scopri il servizio “Esplora, valuta, decidi”.

Una domanda da portare con te

La prossima volta che senti il desiderio di rimandare una scelta, chiediti:

  • Sto proteggendo ciò che ho… oppure sto rinunciando a ciò che potrei diventare?

Perché gli errori fanno parte di qualsiasi percorso professionale.

Restare fermi, invece, è una scelta.

E quasi mai porta la tua carriera nella direzione che desideri.

Se invece il problema non è la paura di metterti in gioco, ma la sensazione di aver ormai compromesso il tuo percorso professionale, forse la domanda da porti è un’altra.

→ Hai davvero scelto la carriera sbagliata?

Chiedere un aumento di stipendio in tempi difficili: è davvero una follia?

aumento di stipendio

Foto di Ryan McGuire da Pixabay

Essere sottopagati è meglio che non essere pagati del tutto?

È una domanda che molte persone si pongono quando pensano di chiedere un aumento di stipendio.

Magari da mesi si parla di una promozione che continua a essere rimandata. Oppure hai assunto nuove responsabilità senza alcun riconoscimento economico.

Eppure quella conversazione continua a slittare.

Perché?

Per paura di sembrare fuori luogo.
Avido.
Ingrato.

O, peggio ancora, perché temi che chiedere di più possa compromettere il rapporto con il tuo responsabile.

Ma è proprio questo il motivo per cui vale la pena fermarsi a riflettere prima di decidere se chiedere un aumento…

oppure rinunciare ancora prima di provarci.

Chiedere un aumento di stipendio non significa essere avidi

Molti evitano di parlare di stipendio perché associano il denaro a qualcosa di cui vergognarsi.

Ci è stato insegnato che chiedere di più possa essere sinonimo di arroganza o presunzione.

In realtà, le due cose non coincidono.

C’è una grande differenza tra pretendere un aumento senza motivazioni e saper spiegare il valore che hai portato all’azienda.

Parlare dei propri risultati non significa vantarsi. Significa raccontare fatti.

Un progetto concluso con successo.
Un problema risolto.
Nuove competenze acquisite.
Responsabilità aggiuntive.

Collaborazioni che hanno migliorato il lavoro del team.

Sono elementi concreti, non opinioni.

Per questo è importante imparare a riconoscere il proprio contributo senza sentirsi in colpa.

Prima di chiedere un aumento, fatti tre domande

Quando si parla di negoziazione, la domanda non è soltanto:

  • “Come faccio a chiedere un aumento?”

Prima ancora dovresti chiederti:

  • È il momento giusto?
  • L’azienda può sostenerlo?
  • Ho elementi concreti per giustificare la mia richiesta?

Le risposte fanno la differenza.

Quanto è aperta la tua azienda?

Ogni organizzazione ha una cultura diversa.

In alcune aziende parlare di crescita professionale e retribuzione è normale.
In altre è quasi un tabù.

  • La tua azienda affronta questi temi con trasparenza?
  • Esistono momenti dedicati a promozioni e aumenti?
  • Il tuo responsabile conosce già il tuo desiderio di crescere?
  • Oppure sarebbe colto completamente di sorpresa?

Più queste conversazioni fanno parte della cultura aziendale, più sarà semplice affrontarle.

Quando invece l’argomento è delicato, è ancora più importante arrivare preparati.

Presentati con i fatti

Le trattative funzionano raramente sulla base delle impressioni.

Funzionano molto meglio quando sono sostenute da elementi oggettivi.

Piuttosto che dire:

“Credo di meritare un aumento.”

è molto più efficace poter dimostrare:

  • quali risultati hai ottenuto;
  • quali responsabilità hai assunto;
  • quale valore hai generato;
  • come il tuo lavoro ha contribuito agli obiettivi dell’azienda.

Più la conversazione rimane ancorata ai fatti, meno rischia di trasformarsi in un confronto emotivo.

Vale sempre la pena chiedere?

La risposta è: dipende.

Molti rinunciano in partenza perché immaginano già la risposta.

“È già bello avere un lavoro.”

Può succedere.

Ma una richiesta mai fatta riceve sempre la stessa risposta.

No.

Questo non significa che sia sempre il momento giusto.

Significa che la decisione dovrebbe basarsi sulla realtà della tua azienda e sul valore che sei in grado di dimostrare, non soltanto sulla paura di ricevere un rifiuto.

Molte persone continuano a ottenere aumenti e promozioni anche durante periodi economicamente complessi.

Non tutte le aziende attraversano le stesse difficoltà.

Ci sono organizzazioni che rallentano.
Altre continuano a investire, assumere e crescere.

Prima di escludere la possibilità di chiedere un aumento di stipendio, osserva con lucidità la situazione in cui lavori.

Il vero argomento della trattativa sei tu

Prima di affrontare una trattativa, prova a guardare la situazione con obiettività.

  • L’azienda sta investendo o sta riducendo i costi?
  • Negli ultimi mesi ci sono stati licenziamenti, blocchi di assunzioni o ristrutturazioni?
  • Si parla di nuovi progetti, espansione o crescita?

Conta anche il settore in cui lavori.

Ci sono comparti che attraversano momenti difficili e altri che, nonostante il contesto economico, continuano a svilupparsi.

Capire dove si trova la tua organizzazione ti aiuta a valutare se è il momento giusto per avanzare una richiesta o se sia più prudente aspettare.

Una richiesta di aumento non dovrebbe basarsi su quanto tempo lavori in azienda o su quanto sia aumentato il costo della vita.

Il vero argomento non è lo stipendio. Sei tu e il valore che porti all’azienda.

Prima dell’incontro chiediti:

  • hai assunto nuove responsabilità?
  • hai raggiunto risultati superiori alle aspettative?
  • contribuito a migliorare processi o organizzazione?
  • aiutato colleghi o nuovi collaboratori a crescere?
  • sviluppato competenze che oggi rendono il tuo lavoro più efficace?
  • ricevuto feedback positivi da clienti, colleghi o superiori?

Non è necessario rispondere “sì” a tutte le domande.

Più esempi concreti riuscirai a portare, più la tua richiesta sarà credibile.

Renditi visibile prima di chiedere

Uno degli errori più frequenti è presentarsi a chiedere un aumento di stipendio dopo mesi di silenzio.

Condividere con continuità i risultati raggiunti permette di costruire credibilità nel tempo.

Quando arriverà il momento di parlare di retribuzione, non starai raccontando qualcosa di nuovo.

Starai semplicemente dando continuità a un percorso già noto.

Esiste un momento giusto?

Sì.

E il timing conta molto più di quanto si pensi.

Ogni azienda ha momenti più favorevoli di altri.

In alcune le decisioni vengono prese durante i colloqui annuali.

In altre in occasione della definizione del budget o della chiusura dell’esercizio.

Informati su come funziona nella tua organizzazione.

Se invece l’azienda sta affrontando tagli, riduzioni dei costi o una fase di forte incertezza, probabilmente è più saggio rimandare la richiesta.

Non perché tu non la meriti.
Ma perché il contesto rischia di rendere impossibile qualsiasi trattativa.

Se la risposta è “no”

Un rifiuto non significa automaticamente che la tua richiesta fosse sbagliata.

Può semplicemente significare che non è il momento.

Invece di chiudere la conversazione, prova a trasformarla in un’opportunità.

Puoi chiedere:

“Quali risultati dovrei raggiungere per poter rivedere questa richiesta nei prossimi mesi?”

In questo modo la discussione diventa concreta.

Avrai obiettivi chiari su cui lavorare e una base per riprendere il confronto in futuro.

Non esiste solo lo stipendio

Se l’azienda non può riconoscere un aumento di stipendio, valuta se esistono altre forme di compensazione.

Ad esempio:

  • maggiore flessibilità oraria;
  • possibilità di lavorare da remoto;
  • formazione finanziata;
  • giorni di ferie aggiuntivi;
  • benefit aziendali.

Non sostituiscono sempre un aumento di stipendio, ma possono migliorare in modo significativo la qualità della tua vita lavorativa.

In conclusione

Chiedere un aumento non è un atto di arroganza.

È una negoziazione.

Come ogni negoziazione, richiede preparazione, consapevolezza e buon senso.

Il vero obiettivo non è convincere il tuo responsabile che meriti di più. È dimostrare, con i fatti, il valore che oggi porti all’organizzazione.

Hai ricevuto una nuova offerta di lavoro ma non sai se accettare o restare dove sei?

Scopri il percorso di coaching mirato “Nuova offerta di lavoro: accettare o restare?” per valutare con lucidità pro e contro e prendere una decisione davvero consapevole

Buone notizie per gli indecisi: non esiste la decisione giusta

decisione giusta

La decisione giusta non esiste (e forse è una buona notizia).

Cercando un’immagine per questo articolo, mi sono imbattuto nel solito scenario:
un sentiero nel bosco, due direzioni, nessun cartello.

Il famoso bivio.

È così che immaginiamo le scelte, vero?

Sinistra o destra.
Giusto o sbagliato.
Successo o fallimento.

E subito parte il dialogo interno:

“E se sbaglio?”
“E se poi me ne pento?”
“Forse è meglio aspettare…”

Così resti lì.
Fermo.
In attesa della decisione perfetta.

Anche non-scegliere, in fondo, è una scelta.

Il peso delle decisioni

Gran parte dello stress che viviamo nasce proprio da qui.

Dal bisogno di decidere.

Ogni giorno prendiamo decine di decisioni.
Alcune leggere, altre più pesanti.

Lanciare la tua attività?
Accettare un ruolo di leadership?
Cambiare lavoro?
Restare dove sei?

Non tutte cambiano la vita.
Ma alcune… si.

E fanno paura.

La domanda ritorna sempre:

Qual è la decisione giusta?

La risposta è meno rassicurante di quanto vorremmo:
non esiste.

Non esiste la scelta perfetta.

Non esiste una scelta “giusta” in senso assoluto.
Esistono decisioni con conseguenze diverse.

Alcune porteranno vantaggi.
Altre complicazioni.
Spesso entrambe.

Se potessimo sapere cosa accadrà, non dovremmo decidere.
Ma il futuro resta incerto.

Sempre.

Questo non significa decidere a caso.
Fare il meglio possibile con ciò che hai oggi.

Raccogli informazioni.
Valuta.
Confronta.

Poi arriva un momento in cui devi scegliere comunque.

Perché più dati e informazioni non eliminano l’incertezza.
La rendono solo più sopportabile.

Il problema non è scegliere. È voler essere sicuri al 100%

C’è una differenza enorme tra decidere bene
e cercare la decisione perfetta.

La prima è utile.
La seconda ti blocca.

Quando insegui la scelta perfetta, succede qualcosa di molto concreto:

  • rimandi
  • analizzi all’infinito
  • ti convinci che manca sempre un pezzo.

Ogni opzione ha un rischio.
Ogni strada ha un prezzo.

E così resti fermo.

Pensare troppo, a volte, è un modo elegante per non decidere.

Rinunciare alla “scelta giusta” ti libera

Lascia andare l’idea che esista una decisione perfetta.

È un sollievo enorme.

Ti permette di scegliere per quello che sai oggi,
non per quello che vorresti controllare domani.

La vita non premia chi-indovina.
Premia chi-si-muove.

Non è la scelta che fa la differenza

Puoi prendere una decisione imperfetta
e costruirci sopra qualcosa di straordinario.

Puoi anche fare una scelta sensata
e rovinarla con dubbi, paura e indecisione.

Non è la strada che determina tutto.

È come la percorri.

Il ruolo della perseveranza

Qui entra in gioco una qualità che spesso sottovalutiamo: la perseveranza.

Non è spettacolare.
Non fa rumore.
Ma è decisiva.

La perseveranza è ciò che ti tiene in movimento quando le cose si complicano.

Quando sbagli.
Quando rallenti.
Inizi a dubitare.

Ti permette di correggere la rotta.
Di imparare.
Di ripartire.

Il successo raramente nasce da una decisione perfetta.

Nasce da una decisione portata avanti con costanza.

“La pazienza e la perseveranza hanno un effetto magico davanti al quale le difficoltà scompaiono e gli ostacoli svaniscono.”
John Quincy Adams

Quando sei bloccato

Se nessuna opzione ti convince fino in fondo,
non sei confuso.

Sei in un punto importante.

Non è un errore di percorso.
È un passaggio.

In quei momenti, cambia domanda.

Non chiederti:

  • “Qual è la decisione giusta?”

Chiediti piuttosto:

  • Come affronterai quello che succederà dopo?
  • Se cambi lavoro, come gestirai l’incertezza iniziale?
  • Quando inizi un progetto, come reagirai agli ostacoli?
  • Se resti dove sei, come darai senso a questa scelta?

Se ti senti fermo, svuotato o senza direzione professionale,
questo percorso ti aiuta a fare chiarezza prima di prendere decisioni affrettate.

Scopri il coaching “Ti senti bloccato nel tuo lavoro? Capire prima di decidere”.

La vera variabile sei tu

La qualità della tua vita non dipende solo dalle scelte.
Dipende da come le vivi.

Da come reagisci.
Da quanto resisti.
Quanto sei disposto a metterti in gioco.

Quando la salita si fa dura,
quando sembra che non abbia senso continuare,
è lì che si decide davvero.

Non al bivio.
Ma lungo la strada.

Il talento non basta.
La competenza neanche.

Servono costanza,
disciplina,
forza mentale.

Perseverare significa continuare anche quando non hai più voglia.

Anche quando non vedi risultati.
Anche quando il dubbio ritorna.

Non per qualche giorno.
Per molto più tempo di quanto pensi.

Non restare fermo al bivio aspettando la scelta perfetta.

Scegli.
E poi rendi quella scelta la strada giusta, passo dopo passo.

Il tuo capo diretto ha dato le dimissioni. Preoccupazione o opportunità?

capo ha dato le dimissioni

Foto di 李磊瑜伽 da Pixabay

“Il mio capo ha dato le dimissioni.

Un preavviso di 1 mese.

Parte per una posizione che – dice – lo aiuterà a crescere professionalmente.

Così, all’improvviso.
Senza dirmi niente.

Non me lo aspettavo.
Abbiamo lavorato così bene insieme.

E adesso?

Chi arriverà?
Sarà trasparente e flessibile con me?

Sarà interessato anche lui al mio sviluppo professionale?
Cosa farò se non lavoreremo bene insieme?

Sembrava che tutto andasse liscio.
Ora mi sento spiazzato.
Tradito.

Avevo dei progetti con lui.
Mi ero proposto come coordinatore del mio department.

E sto ricominciando anche a dormire male la notte.”

Marco P. – Finance Manager – Lugano

Il mondo del lavoro oggi è complesso e imprevedibile

 

Da qui la necessità di essere sempre molto flessibili e adattabili.
Resilienti ai cambiamenti.

La flessibilità – come già discusso altre volte – va sviluppata.
Allenata.

La qualità di un lavoro dipende molto dalla qualità del manager.

Un buon capo può trasformare un lavoro noioso
in un progetto entusiasmante.

Ti senti apprezzato,
stimolato,
in crescita.

Un cattivo capo può trasformare un lavoro affascinante in ore di fatica e alienazione mentale.

Bruciore di stomaco incluso.

Il tuo capo ha dato le dimissioni?

Non farti prendere dal panico

Quando il tuo capo annuncia l’imminente partenza, è normale che emergano paure e preoccupazioni.

  • È solo l’inizio di altri problemi?
  • Il lavoro è a rischio?
  • I benefici saranno tagliati?
  • Il nuovo capo sarà trasparente e flessibile?
  • La reputazione dell’azienda sta peggiorando?

Pensieri naturali.
Ma non lasciare che ansia e affanno prendano il sopravvento.

Il timore per ciò che non puoi controllare
non ti aiuterà a gestire bene la situazione.

È fondamentale – in questa fase – mantenere morale e concentrazione.

E non è detto che il cambiamento sia negativo.
A volte apre possibilità inattese.

Il capo ha dato le dimissioni? Non prenderla sul personale

Con il tuo capo potresti aver costruito
un ottimo rapporto professionale.

Ora ti senti deluso.
Amareggiato.
Ansioso.

È normale.

Ma non leggerlo come uno sgarbo personale o un tradimento.

Ricorda:
ogni decisione di cambiare lavoro è complessa
e raramente presa alla leggera.

Il tuo (ormai ex) capo ha fatto ciò che riteneva meglio
per il proprio percorso.

Condividi il tuo supporto

Suggerisci di restare in contatto.

Mantieni un’ultima impressione positiva.
Mostra apprezzamento per la sua leadership.

La relazione professionale potrebbe continuare anche altrove.

Indaga, ma con discrezione

La tua posizione potrebbe cambiare in meglio o in peggio.

Prima di aggiornare il CV, iniziare la ricerca di lavoro o preparare lo scatolone stile Lehman Brothers, cerca di capire cosa succederà.

Quando puoi, vai alla fonte.
Altrimenti chiedi in ufficio,
limitandoti a persone fidate.

Con discrezione.

Anche se non sono certezze,
le informazioni informali possono offrirti spunti utili.

Fai un passo avanti

Perdere un capo è una sfida.
Professionale ed emotiva.

Ma può diventare un’opportunità di crescita.

Puoi mostrare ai vertici la tua disponibilità a metterti in gioco.

Condividi idee.
Proponi soluzioni.
Offri il tuo contributo.

Alcune responsabilità potrebbero essere temporaneamente delegate.
Fatti trovare pronto.

Anche proponendoti come possibile sostituto.
Perché no?.

Durante la transizione: resta professionale

Con le dimissioni arrivano voci e pettegolezzi.

Stanne fuori!

Se aspettavi la sua partenza… tienilo per te.

Concentrati sul lavoro.
Non abbassare le prestazioni.

Potrebbero chiederti più flessibilità,
più ore,
più responsabilità.

È il momento di dimostrare solidità.

Se il tuo capo ha dato le dimissioni,
la tua leadership può emergere.

Incontra il nuovo capo

Quando arriva il nuovo manager:

  • evita confronti
  • chiarisci le tue responsabilità
  • racconta i progetti su cui lavori
  • mostra il valore che porti al team

Comprendi le sue aspettative.
Costruisci la relazione, non la competizione.

Prendi questi spunti non come regole rigide,
ma come chiavi di lettura.

I rapporti professionali vanno sempre contestualizzati:
all’azienda, alla situazione,
alla tua personalità e a quella di chi ti sta di fronte.

In definitiva

Capire cosa sta succedendo non significa subire.

Significa scegliere come-muoverti:
con lucidità,
rispetto
e assertività.

Perché adattarsi non vuol dire annullarsi.

Se anche tu hai un rapporto complesso con il tuo capo
e non sai più come muoverti?

Scopri il servizio di coaching.

Donna sul lavoro. 11 spunti per guadagnare il rispetto che meriti – parte 2

donna sul lavoro.

Foto di Анастасия Гепп da Pixabay

Leggi anche la parte 1.

6. Mantieni la comunicazione sempre professionale

Quando scrivi una mail,
ricorda che potrebbe essere inoltrata a qualsiasi persona del tuo ufficio.
Evita mail informali o frivole.

Iscriviti alla mia newsletter.

Compilando il modulo riceverai news e aggiornamenti sulla formazione e il coaching.


Ogni e-mail,
dovrebbe includere un saluto e una firma appropriata.

Quanto più sei formale,
tanto più seriamente (e chiunque stia potenzialmente leggendo le tue e-mail) ti stimerà.

Non essere dilettante.
Se vuoi diventare leader, sii professionale.

Leggi il post “Come scrivere mail come un CEO, anche se non lo sei!”

7. Emana sicurezza attraverso il linguaggio del tuo corpo

Se vuoi essere percepita come credibile e sicura di te,
devi essere consapevole dei segnali (soprattutto quelli non-verbali) che stai inviando.

Spesso le donne al lavoro sono inconsapevoli dei loro messaggi non-verbali che riducono la loro autorità.
Esprimono vulnerabilità, soggezione o asservimento.

Il tuo atteggiamento, i tuoi occhi, la tua voce devono trasmettere forza e sicurezza.
Parla con fermezza, chiarezza e sicurezza quando esprimi le tue opinioni.

Leggi il post per approfondire.
 


 

8. Prenditi il merito come professionista .. come donna sul lavoro.

Troppe donne hanno paura di prendersi il merito.

Odiano dover parlare di sé stesse, perché lo vedono come “vantarsi”.
Arroganza.
Ma finiscono con auto sabotarsi.
Ricorda che … parlare dei tuoi successi e realizzazioni, non è boria.
Arroganza o presunzione.

Quando si parla di un risultato, è un dato di fatto!

Non aver paura di affermare che sei la persona di riferimento perché … sei ben informata, disponibile e competente.
Hai risolto un problema, hai imparato una nuova abilità o hai collaborato con efficacia con il team.

Concentrati sull’obiettivo del progetto. Prenditi il merito di quello che fai bene.

9. Donna sul lavoro. Vestiti ogni giorno se dovessi chiedere una promozione

Ciò che indossi… la dice molto su di te!

Se vuoi che i tuoi colleghi o collaboratori ti trattino come una professionista,
devi vestirti come tale.

Trova l’equilibrio tra business e femminilità.
Soprattutto, lascia che la tua personalità ed etica parlino per te, non solo i tuoi vestiti.

 
More: scopri il percorso di coaching ideale per potenziare la tua autostima sul lavoro
 

10. Non farti schiacciare dalle emozioni

Al lavoro,
devi lasciare i tuoi problemi personali fuori dalla porta.

Se coinvolgi gli altri, sfogandoti della tua vita amorosa, se trascini le persone nelle tue diatribe familiari, perderai il rispetto di colleghi e collaboratori.

Diventare emotiva ti farà sembrare instabile e inaffidabile.
Non essere lamentevole e piagnucolosa.
Soprattutto sul tuo luogo di lavoro.

11. Impara a dire di no

Molte donne hanno l’idea (sbagliata) che per ottenere rispetto sul posto di lavoro devono essere sempre disponibili. Fare tutto ciò che le viene chiesto.
Per paura di dire NO, dicono SI.
SI a quel nuovo impegno, SI a più lavoro, SI a quel progetto che le farà tornare a casa alle 9.00 di sera.

Dire sempre SI dimostrerà gratitudine per la tua azienda, ma non ti farà sentire apprezzata o rispettata.

Hai difficoltà a dire no sul lavoro?
Cerchi sempre di essere gentile con gli altri?
I colleghi se ne approfittano?
I collaboratori l’hanno capito e sanno come prenderti?
Spesso ci sentiamo in dovere di acconsentire a tutte le richieste, per paura di sembrare poco collaborativi.

Dicendo no,
stai rispettando e valorizzando il tuo tempo e il tuo spazio.

Dire NO è una tua prerogativa.
Devi conquistare il rispetto che meriti.
Come donna sul lavoro.

Donna sul lavoro: 11 spunti per guadagnare il rispetto che meriti – parte 1

donna sul lavoro

Foto di Анастасия Гепп da Pixabay

Il mondo del lavoro si è fatto ancora più duro, spietato e competitivo.

Le persone troppo accondiscendenti finiscono per avere la peggio. Probabilmente te ne sei resa conto anche tu. In prima persona.

“La questione non è chi mi darà il permesso,
ma chi mi fermerà”
Ayn Rand

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Ecco 11 suggerimenti per guadagnare più rispetto. Per te donna sul lavoro…

1. Donna sul lavoro? Non ricercare la perfezione

L’errore più grande che commettono molte donne è cercare di … essere perfetta come collega e team leader (ma anche come … moglie, madre, amante).

Si abbandona al confronto e alla “disperazione” quando si compara con altre donne.
L’asticella è sempre più alta.
Si sentono sfiduciate e fallite per non aver raggiunto l’obiettivo.
Irrealistico e inarrivabile.

Non restare bloccata nel tentativo di voler fare tutto.
Perfettamente.

Non fare tutto da sola.
Evita la trappola di pensare che gli altri (colleghi, collaboratori, partner, figli, ecc..) non faranno mai bene le cose, così come le faresti tu.

Decidi cosa è “necessario”. Accontentati di “buono”.
Non annegare nella perfezione.

More: Leggi il post.
 


 

2. Evita i pettegolezzi e i flirt sul lavoro

Per quanto possa essere divertente,
sparlare dei tuoi colleghi di lavoro ti darà un’immagine di persona poco affidabile.

Invece di spettegolare, tieni gli occhi e le orecchie aperti su ciò che sta accadendo intorno a te. Quando gli altri cercano di coinvolgerti, non sentirti obbligata a partecipare.

Cambiando argomento, i tuoi colleghi di lavoro si renderanno conto che non sei interessata. Probabilmente ti rispetteranno per questo.

Evita anche i flirt sul lavoro.
A volte, incontrare qualcuno sul posto di lavoro è inevitabile.

Ritengo che la donna sul lavoro (come l’uomo) sia libera di uscire o flirtare con chiunque ritengano opportuno, senza affrontare il giudizio.
Sfortunatamente, non è così.

Rischi di compromettere la tua credibilità e in definitiva la tua carriera.

3. Non scusarti così tanto

Molte donne utilizzano come riempitivo inconsciamente parole tipo “Mi dispiace” oppure “Scusa”.
“Mi dispiace, vorrei semplicemente aggiungere qualcosa?”
“Mi scusi, vorrei parlare del punto iniziale”
“Scusa ma … non avevo ancora finito”.

Sei veramente dispiaciuta?
Hai fatto qualcosa di sbagliato?
Nella maggior parte dei casi, no, non l’hai fatto.

 
More: scopri il percorso di coaching ideale per potenziare la tua autostima sul lavoro
 

C’è bisogno di chiedere così tanto scusa per condividere i tuoi pensieri?

Le persone forti e fiduciose,
sono disposte ad ammettere l’errore ma dire sempre “scusa” è fuori luogo.

Non è necessario continuare a scusarsi.
Costantemente. Tutto il giorno.
Per tante piccole cose che non hai fatto.

4. Sii professionale

Semplice. Lineare.
Ovvio.

Il modo migliore per ottenere rispetto sul posto di lavoro è fare il tuo lavoro.
E farlo bene!

Quando vuoi guadagnare rispetto e influenza,
devi dimostrare di essere degna e capace di tali responsabilità.

Una professionista di successo rispetta sé stessa e rispetta il tempo degli altri.

5. Osa un po’ di più

Durante le sessioni di coaching,
molte delle mie clienti-donne (anche se molto competenti) “spiccano” per la loro mancanza di fiducia.

Dichiarano che spesso si “trattengono” (invase dal dubbio e dalla poca fiducia). Perdono le opportunità che invece i loro colleghi-maschi, anche se non hanno idea di cosa stanno facendo, riescono a cogliere.

La paura di fallire ti impedirà di avanzare.
Se ti angosci di ciò che può andare storto, non progredisci.

Vale la pena investire tempo ed energia.
Sii entusiasta di una nuova sfida. Sii coraggiosa.
Almeno un po’.

Prenditi qualche rischio.
Decidi di essere più visibile come donna sul lavoro.
Preparati domande durante le riunioni. Sii più audace nella tua rete. Parla con le persone che ce l’hanno fatta.

Usa i tuoi punti di forza.
In ogni situazione.
Sempre.

Continua a leggere la parte 2.

5 volte che dovrai affrontare i colleghi (nessuno lo farà per te)

il collega scorretto

Foto di Hans Benn da Pixabay

La prossima volta che un collega scorretto ti “costringe” ad accettare un incarico noiosissimo,
oppure vieni lasciato fuori da una riunione importante,
o la solita collega-vipera mette in dubbio la tua professionalità…

dovrai scegliere come reagire.

Rispondere per le rime?
Far valere le tue ragioni?
Affrontare la situazione a muso duro?
Oppure lavorare “di fino”, con più strategia?

O peggio ancora…

Non dire niente.
Non fare niente.
Sperando che tutto si risolva da solo.

Il punto è questo:

Il modo in cui reagisci “insegna” agli altri come trattarti.

Se non reagisci,
stai insegnando che è possibile approfittarsi di te.

Se non correggi certi comportamenti,
stai comunicando che possono continuare.

Nel lavoro, rispetto e credibilità si costruiscono anche così:
difendendosi quando serve.

Con fermezza.
Ma anche con garbo e diplomazia.

5 situazioni in cui devi far sentire la tua voce al lavoro
(perché nessuno lo farà al posto tuo):

1. Quando un collega scorretto si prende il merito del tuo lavoro

Succede più spesso di quanto si pensi.

Hai lavorato settimane su un progetto…
poi qualcuno lo presenta come se fosse suo.

Tutto accade velocemente.
Imprevisto.
Inaspettato.

E all’improvviso tutti pensano che il lavoro sia stato fatto dal tuo collega scorretto.

Ti hanno appena scavalcato.

Come reagire?
Evita lo scontro pubblico.

In pubblico le persone si difendono.
E raramente ammettono qualcosa.

Meglio parlare in privato.

Con calma ma con chiarezza:

“Sono felice di collaborare con te anche in futuro.
Ma ti chiedo di non prendere credito per il mio lavoro.
Sai bene che ci sto lavorando da settimane.
Se dovesse succedere di nuovo, dovrò coinvolgere il nostro responsabile.”

Chiaro.
Professionale.
Senza aggressività.

2. Quando un collega ti rimprovera in modo aggressivo

Se sbagli qualcosa, è normale ricevere un feedback.

Soprattutto dal tuo responsabile.

Ma quando una critica arriva da:

  • un collega di pari livello
  • qualcuno gerarchicamente sotto di te
  • una persona di un altro reparto

…la situazione cambia.

Se la cosa avviene davanti ad altri, può minare:

  • la tua credibilità
  • la tua autorevolezza
  • la tua sicurezza.

In questi casi è utile chiedere un confronto privato.

Con calma, chiarisci i ruoli e i confini.
Spesso basta questo per ristabilire equilibrio.

3. Quando qualcuno usa il sarcasmo per sminuirti

Il sarcasmo può sembrare innocuo.

Ma spesso è uno strumento per:

  • sminuire
  • screditare
  • metterti in cattiva luce.

Chi lo usa vuole apparire più brillante…
magari per guadagnare visibilità.

Non lasciare che questo comportamento cresca.

Un approccio diretto spesso funziona:

  • “Trovo i tuoi commenti scortesi e poco professionali.
    Preferirei che smettessi.”

Senza aggressività.
Solo chiarezza.

Se invece il sarcasmo arriva via e-mail…
non alimentarlo.

Ignorarlo è spesso la risposta migliore.

4. Il collega che gioca a fare il capo

Capita anche questo.

Una collega che:

  • ti dice cosa dovresti fare
  • commenta la tua produttività
  • tenta di assegnarti lavoro
  • controlla su cosa stai lavorando.

Un capo basta e avanza.

Di un collega che gioca al fake-boss facciamo tutti volentieri a meno.

Come reagire?
Mantieni la calma.
Mostra professionalità.

Non entrare in conflitto diretto se non necessario.

Quando capirà che con te non funziona,
probabilmente cercherà qualcun altro su cui esercitare questo comportamento.

5. Il collega che non rispetta il tuo tempo

C’è sempre quella persona che dice:
“Ti rubo solo un minuto…”

E poi quel minuto diventa dieci.
O venti.

Interrompe il tuo lavoro.
Scarica su di te i suoi problemi.

Il tempo è una forma di rispetto.

Chi lo ignora, spesso non se ne rende conto.

La soluzione è semplice.

La prossima volta rispondi con calma:
“Adesso sono occupato.
Possiamo fissare un momento più tardi?”

Quando inizi a mettere confini chiari, il comportamento cambia.

Un errore molto comune

Molte persone cercano di gestire colleghi difficili senza esporsi.
Senza “scendere in campo”.

Con la speranza che il tempo sistemi tutto.

A volte succede.
Ma spesso no.

Quando affronti queste situazioni:

  • non prenderla subito sul personale
  • mantieni lucidità
  • descrivi comportamenti specifici.

Il rispetto raramente si ottiene chiedendolo.
Si costruisce attraverso il comportamento.

Evita anche un altro errore …

minacciare subito di “dirlo al capo”.

Frasi come:
“Se continui così lo dico al responsabile”
ti fanno apparire lamentoso.

Prima prova a chiarire direttamente con la persona interessata.

Spiega quale comportamento è inaccettabile.
E chiedi un cambiamento concreto.

Se dopo un po’ di tempo non cambia nulla…

allora sì:
coinvolgere le persone responsabili o HR può diventare necessario.

Se vuoi rafforzare la tua autorevolezza professionale e imparare a gestire meglio queste dinamiche,

puoi approfondire nei miei percorsi di coaching mirato:

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Nel lavoro non sempre vince chi parla più forte.

Spesso vince chi sa difendere i propri confini con calma, chiarezza e autorevolezza.

Perché il modo in cui permetti agli altri di trattarti…
diventa presto il modo in cui continueranno a farlo.