16 chiavi per farsi rispettare dai colleghi più giovani

farsi rispettare dai colleghi più giovani

Foto di Keith Johnston da Pixabay

“Rispetta i più anziani.”

È una frase che ci sentiamo ripetere fin da piccoli.

Il rispetto, però, quello vero,
non arriva per diritto anagrafico.

Il rispetto va costruito

Farsi rispettare dai colleghi più giovani
non è molto diverso dal guadagnare il rispetto di un adulto.

I giovani di oggi non danno rispetto solo per l’età

Sono poco inclini a mostrare stima
se non si sentono ricambiati.

Se viene detto loro cosa fare senza spiegare perché.
Se non vengono inclusi nelle conversazioni che contano.

Quando percepiscono distanza,
superiorità,
chiusura.

Spesso i giovani rispecchiano il nostro comportamento.

Se qualcuno non ti rispetta,
prima di giudicare,
osserva anche il tuo atteggiamento.

Ecco alcune chiavi per farsi rispettare dai colleghi più giovani:


Il rispetto dei più giovani non si pretende solo per l’anagrafe e capelli sale-e-pepe.
Va guadagnato!

Dare rispetto è uno dei segreti per guadagnare il rispetto dei più giovani.

Ascolta più di quanto parli.
I giovani hanno idee ed esperienze che desiderano condividere.

Non lasciare che la differenza di età diventi un ostacolo.
Trattali come colleghi, ascolta dicono, dai feedback costruttivi.

Non essere sprezzante o intollerante solo perché sono “diversi” dal tuo stile.

Poni domande.
Fare domande mostra il tuo interesse per ciò che il giovane pensa-e-crede.

Non essere prepotente.
Chiedi, piuttosto che sentenziare o esigere.

Accetta e riconosci le differenze di opinione.
Non negare l’opinione di un giovane pensando che è ingenuo e tra 20 anni la penserà diversamente.

Evita frasi tipo “Io avrei fatto …”, “Io avrei detto…”, “Quando ero giovane io…”.

Evita le prediche, oltre a colpevolizzare la persona sono perfettamente inutili.

Non fare il finto-giovane tipo “Bella zio”.
Non sei divertente. Facile diventare patetico.

Vai aldilà delle loro felpe e tatuaggi, scava più in profondità.
Cerca il valore aggiunto che i collaboratori più giovani possono dare.


La comunicazione è il cuore dell’autorevolezza:

con la nuova edizione aggiornata 2025 del mio libro “Autorevolezza”

e il volume complementare “Prima volta Leader” hai due strumenti pratici per migliorare il tuo impatto, carisma e leadership.

Non agire come se fossero bambini e tu l’adulto che dice cosa-fare.
Li farà risentire e.. avranno ragione!

Sii aperto con consigli, guidando i tuoi colleghi più giovani.
Dai suggerimenti e offri feedback.
Fagli sapere che puoi offrire il tuo aiuto se necessario.

Accetta i loro consigli e pareri.
Anche se hai esperienza, non significa che hai tutte le risposte.

Non giudicare.
Non confrontare i giovani di oggi a quando avevi tu 20 anni.


Il rispetto reciproco è alla base di ogni relazione professionale

Le persone tendono a rispettare
chi riconosce il loro valore
e comunica con chiarezza, non con arroganza.

Ecco perché, nel lavoro con leader e manager,
emerge spesso una sorpresa:

Anche il collega più giovane
vive la differenza d’età come un problema.

Si sente in difetto.
O sotto esame.
Non visto.

Quando questo viene portato alla luce,
la relazione può cambiare — in meglio — per entrambi.

In finale

Comprendere non significa giustificare tutto.
E ascoltare non vuol dire subire.

Puoi essere aperto, curioso, rispettoso…
senza tollerare atteggiamenti spocchiosi o irriverenti.

La vera leadership sta qui:
nel tenere insieme empatia e confini,
dialogo e assertività.

Se senti che la tua leadership sta perdendo impatto,
puoi intervenire subito
con un lavoro di coaching mirato e concreto.

Il tuo capo diretto ha dato le dimissioni. Preoccupazione o opportunità?

capo ha dato le dimissioni

Foto di 李磊瑜伽 da Pixabay

“Il mio capo ha dato le dimissioni.

Un preavviso di 1 mese.

Parte per una posizione che – dice – lo aiuterà a crescere professionalmente.

Così, all’improvviso.
Senza dirmi niente.

Non me lo aspettavo.
Abbiamo lavorato così bene insieme.

E adesso?

Chi arriverà?
Sarà trasparente e flessibile con me?

Sarà interessato anche lui al mio sviluppo professionale?
Cosa farò se non lavoreremo bene insieme?

Sembrava che tutto andasse liscio.
Ora mi sento spiazzato.
Tradito.

Avevo dei progetti con lui.
Mi ero proposto come coordinatore del mio department.

E sto ricominciando anche a dormire male la notte.”

Marco P. – Finance Manager – Lugano

Il mondo del lavoro oggi è complesso e imprevedibile

 

Da qui la necessità di essere sempre molto flessibili e adattabili.
Resilienti ai cambiamenti.

La flessibilità – come già discusso altre volte – va sviluppata.
Allenata.

La qualità di un lavoro dipende molto dalla qualità del manager.

Un buon capo può trasformare un lavoro noioso
in un progetto entusiasmante.

Ti senti apprezzato,
stimolato,
in crescita.

Un cattivo capo può trasformare un lavoro affascinante in ore di fatica e alienazione mentale.

Bruciore di stomaco incluso.

Il tuo capo ha dato le dimissioni?

Non farti prendere dal panico

Quando il tuo capo annuncia l’imminente partenza, è normale che emergano paure e preoccupazioni.

  • È solo l’inizio di altri problemi?
  • Il lavoro è a rischio?
  • I benefici saranno tagliati?
  • Il nuovo capo sarà trasparente e flessibile?
  • La reputazione dell’azienda sta peggiorando?

Pensieri naturali.
Ma non lasciare che ansia e affanno prendano il sopravvento.

Il timore per ciò che non puoi controllare
non ti aiuterà a gestire bene la situazione.

È fondamentale – in questa fase – mantenere morale e concentrazione.

E non è detto che il cambiamento sia negativo.
A volte apre possibilità inattese.

Il capo ha dato le dimissioni? Non prenderla sul personale

Con il tuo capo potresti aver costruito
un ottimo rapporto professionale.

Ora ti senti deluso.
Amareggiato.
Ansioso.

È normale.

Ma non leggerlo come uno sgarbo personale o un tradimento.

Ricorda:
ogni decisione di cambiare lavoro è complessa
e raramente presa alla leggera.

Il tuo (ormai ex) capo ha fatto ciò che riteneva meglio
per il proprio percorso.

Condividi il tuo supporto

Suggerisci di restare in contatto.

Mantieni un’ultima impressione positiva.
Mostra apprezzamento per la sua leadership.

La relazione professionale potrebbe continuare anche altrove.

Indaga, ma con discrezione

La tua posizione potrebbe cambiare in meglio o in peggio.

Prima di aggiornare il CV, iniziare la ricerca di lavoro o preparare lo scatolone stile Lehman Brothers, cerca di capire cosa succederà.

Quando puoi, vai alla fonte.
Altrimenti chiedi in ufficio,
limitandoti a persone fidate.

Con discrezione.

Anche se non sono certezze,
le informazioni informali possono offrirti spunti utili.

Fai un passo avanti

Perdere un capo è una sfida.
Professionale ed emotiva.

Ma può diventare un’opportunità di crescita.

Puoi mostrare ai vertici la tua disponibilità a metterti in gioco.

Condividi idee.
Proponi soluzioni.
Offri il tuo contributo.

Alcune responsabilità potrebbero essere temporaneamente delegate.
Fatti trovare pronto.

Anche proponendoti come possibile sostituto.
Perché no?.

Durante la transizione: resta professionale

Con le dimissioni arrivano voci e pettegolezzi.

Stanne fuori!

Se aspettavi la sua partenza… tienilo per te.

Concentrati sul lavoro.
Non abbassare le prestazioni.

Potrebbero chiederti più flessibilità,
più ore,
più responsabilità.

È il momento di dimostrare solidità.

Se il tuo capo ha dato le dimissioni,
la tua leadership può emergere.

Incontra il nuovo capo

Quando arriva il nuovo manager:

  • evita confronti
  • chiarisci le tue responsabilità
  • racconta i progetti su cui lavori
  • mostra il valore che porti al team

Comprendi le sue aspettative.
Costruisci la relazione, non la competizione.

Prendi questi spunti non come regole rigide,
ma come chiavi di lettura.

I rapporti professionali vanno sempre contestualizzati:
all’azienda, alla situazione,
alla tua personalità e a quella di chi ti sta di fronte.

In definitiva

Capire cosa sta succedendo non significa subire.

Significa scegliere come-muoverti:
con lucidità,
rispetto
e assertività.

Perché adattarsi non vuol dire annullarsi.

Se anche tu hai un rapporto complesso con il tuo capo
e non sai più come muoverti?

Scopri il servizio di coaching.

Mancanza di rispetto al lavoro? Cosa è reale e cosa è solo una tua paranoia

mancanza di rispetto al lavoro

Foto di Quim Muns da Pixabay

Poca attenzione.
Risposte di circostanza.
Risatine.
Occhi al cielo (traduzione: “che palle”).

Segnali tutt’altro che positivi.

Non sono poche le persone che avvertono mancanza di rispetto sul luogo di lavoro.

Se qualcuno ti mette a disagio,
il primo passo è:
non interiorizzare gli sgarbi ricevuti.

Se i colleghi ti mancano di rispetto, devi prima riconoscerlo come vero. Reale.

Poi distinguere ciò che è oggettivo da ciò che è il prodotto di una mente tesa e intimorita.

“Tutti parlano alle mie spalle” – Paranoia

Il pettegolezzo esiste in quasi ogni luogo di lavoro.

Prima o poi, tutti finiscono sotto i riflettori della pausa-caffè.

Se pensi di essere costantemente sulla bocca di tutti (tutti-tutti?)
probabilmente stai esagerando.

Se invece fosse vero, fermati un attimo:
forse hai fatto — o stai facendo — qualcosa (al lavoro o nella vita privata)
che ha acceso il treno infinito dei gossip.

“Nessuno mi considera” – Paranoia

Ti senti invisibile?
Nessuno ascolta le tue proposte?
Le tue e-mail restano senza risposta?
Avverti mancanza di rispetto al lavoro?

Chiediti onestamente:

  • aggiungi valore alle conversazioni?
  • sei chiaro o rendi tutto imbarazzante e pesante?

Le generalizzazioni non funzionano:
TUTTI – NESSUNO – MAI.

Davvero nessuno ti considera?
O il tuo approccio è chiuso, schivo, sdegnoso?

Qui sento odore di paranoia.

“I colleghi mi criticano di continuo” – Reale. Fai attenzione

Se commetti un errore, è giusto ricevere un feedback dal capo.
Ma critiche continue da colleghi o pari grado sono un’altra cosa.

Minano la tua credibilità.
Intaccano la sicurezza.
Mettono in discussione la tua autorità.

Se succede, non ignorarlo.
Chiedi un incontro privato.
Quel comportamento è sminuente e non va accettato.

“Non sono incluso in conversazioni, meeting, aperitivi”

Paranoia… ma potrebbe essere reale

Una e-mail mancata può essere una svista.
Capita.

Ma se l’esclusione è costante e riguarda decisioni importanti,
allora sì: è un problema.

“Mi rubano sempre le idee” – Reale. Fai attenzione

Succede.
In ambienti frenetici può capitare.

Ma se diventa uno schema ripetitivo,
è una chiara mancanza di rispetto.

Qui devi difenderti.
Non farlo significa legittimare il comportamento.

“Faccio il lavoro di tutti” – Reale

Hai difficoltà a dire NO?
Cerchi sempre di essere gentile?

I colleghi se ne approfittano perché hanno capito come prenderti?

NO è una parola potente.
Dire sempre sì ti logora nel lungo periodo.

Impara a dire NO.

No perché sei già carico.
No perché non vuoi lavorare fino a sera.
Perché non ti interessa.
Semplicemente.

“Mi guardano tutti strano” – Paranoia

Una mente sospettosa cerca significati nascosti ovunque.

Così sprechi energie mentali
e diventi guardingo, nervoso, talvolta ostile.

E questo, paradossalmente, allontana gli altri.

“Mi hanno assunto per fare X ma faccio Y” – Reale

È il momento delle domande scomode:

  • Stai esagerando?
  • È solo un problema di comunicazione?
  • Hai sottovalutato il ruolo?
  • Era tutto un fake ben confezionato?

Se il lavoro non è quello promesso,
ora la domanda è una sola:

Lasciare o resistere?

Mollare con il rischio di non trovare nulla?
Restare con l’ulcera in agguato?

Leggi il post dedicato per approfondire.

“Tutti trovano sempre il modo di evitarmi” – Paranoia

Immaginare che tutti facciano lo slalom per evitarti
è poco realistico.

Attenzione a non creare legami attraverso il gossip:
ti danneggerà, sempre.

“Non sono mai ascoltato” – Reale. Fai attenzione

Le persone ti valutano su ciò che dici.

Forse parli troppo.
Sei dispersivo.
Non arrivi mai al punto.

Più prolunghi, più perdi attenzione.
Taglia. Sintetizza.
Arriva al nocciolo.

“Non rispettano il mio tempo” – Reale

Chi ti rispetta, rispetta il tuo tempo.

Chi interrompe continuamente
o tenta di scaricarti il suo lavoro “per pochi secondi”
è semplicemente irrispettoso.

In conclusione

Se senti mancanza di rispetto sul lavoro, non minimizzare.

Ma nemmeno reagire d’istinto.

Valuta con lucidità:

  • stai esagerando?
  • è un episodio isolato?
  • il tuo approccio contribuisce al problema?

Il rispetto non si pretende.

Si costruisce, si protegge,
e quando serve…
si difende
.

Trovi spunti sul tema rispetto e autorevolezza nei miei libri:

Due strumenti complementari per sviluppare la tua assertività e leadership
sul lavoro.

Un percorso di coaching individuale: 8 motivi perché ancora non ti decidi

un percorso di coaching
Ci pensi da tempo.

C’è una situazione professionale che vorresti affrontare diversamente. Un cambiamento che continui a rimandare. Un problema con il capo, il team, la carriera o semplicemente con il modo in cui stai vivendo il tuo lavoro.

Hai pensato anche al coaching.
Poi però non fai il passo.

Non necessariamente perché non ti interessa.

A volte ciò che ci trattiene non è la mancanza di interesse, ma qualcosa che facciamo fatica a riconoscere.

Ecco 8 motivi che, nella mia esperienza, possono rendere difficile decidere di iniziare un percorso di coaching individuale.

1. “Mi piacerebbe, ma non ho tempo”

Sei sempre di corsa.

Lavoro, famiglia, impegni, problemi da risolvere. E il tempo per fermarti a lavorare su una questione professionale importante sembra non esserci mai.

Può essere vero.

Ma qualche volta il “non ho tempo” significa anche altro.

Non tutto ciò per cui non troviamo tempo ci manca davvero il tempo di fare.

Alcune cose continuiamo a rimandarle perché richiedono di fermarci, prendere una posizione, affrontare una situazione che preferiremmo lasciare com’è.

La domanda allora cambia.

Non è soltanto: “Ho tempo per farlo?”

Ma: “Quanto è importante per me affrontare questa situazione?”

2. “Lo farò quando sarà il momento giusto”

Dopo questo periodo.
Dopo le vacanze.
Quando avrò meno lavoro.
Quando sarò più tranquillo.

Aspettare può essere una scelta sensata. Non tutto deve essere affrontato immediatamente.

Il problema nasce quando il momento giusto continua a spostarsi.

Mese dopo mese.

A volte aspettiamo di sentirci pronti per fare qualcosa che, proprio perché ci mette in discussione, difficilmente ci farà sentire completamente pronti.

Puoi leggere libri, seguire corsi, ascoltare podcast e raccogliere informazioni.

Sono strumenti utili.

Ma arriva un momento in cui conoscere di più non cambia più nulla.

Serve cominciare a lavorare su ciò che sta succedendo a te.

3. “Coaching? Non ne ho bisogno”

Iniziare un percorso di coaching non significa ammettere di essere incapaci.

E nemmeno avere necessariamente un problema.

Puoi essere competente, esperto e perfettamente in grado di gestire il tuo lavoro, ma trovarti davanti a una situazione che non riesci più a leggere con sufficiente distacco.

È normale.

Quando siamo dentro un problema, vediamo inevitabilmente la situazione dalla nostra prospettiva.

Un confronto esterno può aiutare proprio qui.

Non perché qualcuno debba dirti cosa fare, ma perché può aiutarti a vedere meglio ciò che da solo continui a guardare nello stesso modo.

Chiedere un confronto non significa avere meno risorse. Può significare volerle utilizzare meglio.

4. “Ci sto pensando…” ma temi di non riuscire

Qualche volta non è il coaching a spaventare.

È quello che potrebbe succedere dopo.

Se metti davvero a fuoco ciò che vuoi, potresti dover prendere una decisione.

Affrontare una conversazione.
Cambiare comportamento.
Fare qualcosa che hai sempre evitato.

E potresti anche scoprire che non tutto funzionerà come speravi.

Finché rimani nel “ci sto pensando”, invece, nulla cambia e nulla rischia di fallire.

Ma restare fermi è comunque una scelta.

La domanda non è se riuscirai sicuramente.

È se vuoi continuare a lasciare che sia la paura di non riuscire a decidere per te.

5. “Quanto dura? Quanto costa? Dove mi porta?”

È una resistenza che comprendo bene.

Un percorso di coaching non dovrebbe essere qualcosa di indefinito, in cui entri senza sapere quanto durerà, cosa farai e quale impegno richiederà.

Prima di iniziare dovresti poter capire almeno:

  • su quale obiettivo lavorerai;
  • quale approccio verrà utilizzato;
  • quale impegno sarà richiesto;
  • quali sono costi e modalità;
  • come valuterete l’utilità del percorso.

Non tutto può essere previsto in anticipo.
Ma questo non significa partire alla cieca.

Un buon percorso non dovrebbe creare dipendenza dal coach, ma aumentare progressivamente la tua autonomia.

6. “Il problema non sono io. È il capo”

Può essere.

A volte il problema è davvero un capo difficile, un ambiente poco sano, un collega scorretto o un’organizzazione che non riconosce il tuo valore.

Il coaching non serve a convincerti che sia sempre colpa tua.
Ma neppure a stabilire chi abbia ragione.

Serve a capire cosa puoi fare tu dentro quella situazione.

Perché il comportamento degli altri potrebbe non cambiare.
Il tuo margine di azione, invece, può cambiare molto.

Puoi decidere come comunicare, quali confini mettere, cosa accettare, quale strategia adottare e, in alcuni casi, se sia arrivato il momento di andare altrove.

Non puoi controllare tutto ciò che accade nel lavoro. Puoi però lavorare sul modo in cui scegli di affrontarlo.

7. “Non so quanto fidarmi del coaching”

È una perplessità legittima.

Sotto la parola coaching trovi approcci, percorsi e professionalità molto diversi.

Per questo non dovresti scegliere soltanto sulla base di una promessa, di una frase motivazionale o di una bella presenza online.

Informati.

Chiedi quale formazione possiede il coach, quale esperienza ha, come lavora e quali sono i confini del suo intervento.

E fai domande.
Anche quelle scomode.

Prima di iniziare un percorso dovresti capire se quella persona e quel modo di lavorare sono adatti a te.

La fiducia non dovrebbe essere richiesta.
Dovrebbe costruirsi.

8. “E il costo?”

Il costo conta.

Non ha senso fingere il contrario.

Un percorso di coaching richiede denaro, ma anche tempo, attenzione e disponibilità a lavorare su di sé.

Per questo la domanda non dovrebbe essere soltanto:

“Quanto costa?”

Ma nemmeno cadere nell’eccesso opposto e convincerti che qualsiasi cifra sia giustificata perché “stai investendo su te stesso”.

La domanda più utile è:

“Questa situazione è abbastanza importante da giustificare questo investimento?”

Se la risposta è no, probabilmente non è il momento.

Se la risposta è sì, allora puoi valutare se quel percorso, quel professionista e quell’investimento abbiano senso per te.

Forse il punto non è deciderti a fare coaching

Non credo che tutti abbiano bisogno di un coach.

E non penso che ogni difficoltà professionale richieda un percorso di coaching.

Ci sono problemi che puoi affrontare da solo.

Altri che si risolvono con una conversazione, una decisione o semplicemente con il tempo.

Il coaching diventa interessante quando continui a girare intorno alla stessa situazione senza riuscire a trovare una lettura diversa.

Quando sai che qualcosa dovrebbe cambiare, ma non capisci ancora cosa.

Oppure quando sai perfettamente cosa dovresti fare, ma continui a non farlo.

A quel punto la domanda non è più:

  • “Ho bisogno di un coach?”

Potrebbe essere:

  • “Questa situazione merita ancora di essere rimandata?”

Se la risposta è sì, aspetta.

Se la risposta è no, forse non devi essere completamente pronto.

Devi soltanto decidere di cominciare a guardarla davvero.

Come essere autorevole durante il colloquio di lavoro: 17 spunti

autorevole durante il colloquio di lavoro

“Le aziende, oggi, non sono interessate a sapere dove, come e cosa avete studiato.
Vogliono sapere cosa avete imparato.”
Beppe Severgnini

Essere autorevole durante il colloquio di lavoro?

Non avrai mai una seconda possibilità di fare un’ottima prima impressione.

Prepararsi per un colloquio di lavoro è di vitale importanza se vuoi aumentare le tue chance di successo.

È importante migliorare il tuo stile, il tuo approccio, proiettare un atteggiamento fiducioso.

Padroneggiare comportamenti che “traspirano” fiducia, rendendo più efficace la tua comunicazione verbale e non verbale.

Ecco 17 spunti per essere autorevole durante il colloquio di lavoro:

1. Evita “ingressi” a sguardo basso e il-cappello-in-mano. Stai trattando un posto di lavoro non elemosina. Raddrizza le spalle!

2. Passo deciso ma non affrettato. Assicurati di salutare tutti con un sorriso.

3. Rispetta i tempi della conversazione. Non avere paura delle pause e dei silenzi.

4. Imposta bene la voce. Sii sintetico. Non bisbigliare. Alza il tono della tua voce.

5. Quando cambi argomento o spieghi un punto importante, riposizionati sulla sedia per enfatizzare il momento.

6. Quando spieghi un punto importante fai una pausa prima/dopo..crea un senso di anticipazione e sottolinea il concetto (approfondisci).

7. Evita di costruire risposte ad hoc per compiacere il selezionatore e ottenere la sua approvazione. Se ne accorgerà subito!

8. Usare spesso parole come “Immagino“, “Credo” e “Forse” vuol dire restare nel-mezzo. Sospeso nel nulla. Insipido. Banale.

9. Se sei introverso …alza i toni di una tacca. Se sei effervescente.. scala-una-marcia. In entrambi i casi, non tirare fuori la scusa “Cosa ci posso fare. Sono fatto così“!

10. La tua espressione facciale è il tuo “marchio di fabbrica”. Un sorriso va lontano. Trasmette fiducia, autorità e … calore.

11. Tieni il mento alto quando parli.

12. Ricorda che …le persone che mantengono il contatto visivo sono giudicate più autorevoli e fiduciose (approfondisci).

13. Prenditi il tempo di rispondere. Non si tratta di un “botta e risposta” in velocità. Mantieni il controllo.

14. “Entra” nei dettagli, spiegando la loro importanza e sviluppi. Ti farà sembrare più SMART. Conoscere i fatti e i dettagli sarà impressionante.

15. Se vuoi essere autorevole durante il colloquio di lavoro, non limitarti a rispondere alle domande o peggio lasciarle tutte alla fine. La precisazione di un argomento già trattato prima, apparirà fuori luogo.

16. Cerca di instaurare un vero e proprio dialogo con il tuo interlocutore. Lui/lei sta valutando te. Tu stai valutando l’azienda.

17. Saper comunicare, essere autorevole vuol dire (innanzitutto) avere qualcosa d’interessante da dire. Se così non fosse .. meglio tacere!

Nella vita una buona dose di fiducia è auspicabile.

Quando si tratta della tua vita professionale, ci sono alcune linee sottili che devono essere tratteggiate,
confini che non possono e non devono essere superati.

Autorevole durante il colloquio di lavoro: attenzione a non cadere nell’arroganza

Devi essere ambizioso senza essere impaziente.
Disponibile senza essere timoroso.
Flessibile senza essere sfruttato.

Essere sicuro di te, confidente e ambizioso,
senza alzare troppi i toni fino a diventare eccentrico e pomposo.

Desideri lavorare sulla preparazione dei colloqui di lavoro faccia-a-faccia, via skype o cellulare?

Aumentare la tua autorevolezza “lavorando” sulla tua postura, espressioni, gesti, ecc.?

Scopri il mio servizio di coaching per il colloquio di lavoro!

La motivazione del personale parte inevitabilmente dal leader

motivazione del personale

Foto di Angelo Esslinger da Pixabay

Se hai già avuto problemi di motivazione nel tuo team, sai bene che una pacca sulla spalla e qualche frase di circostanza servono a poco.

Finto entusiasmo e incoraggiamenti presi in prestito dal web raramente producono effetti duraturi.

E anche quando funzionano, quanto durano?

Qualche giorno.

Poi l’ambiente torna passivo, l’energia cala e gli obiettivi iniziano di nuovo a perdere forza.

Allora la domanda è inevitabile:

  • Come si motivano davvero le persone che lavorano con te?

Di certo non basta dire loro di “darsi una mossa”.

La motivazione del personale passa inevitabilmente da te

Il lavoro è cambiato.

E con lui deve cambiare anche il modo di guidare un team.

Non basta più distribuire compiti:

“Tu fai questo.”
“Tu occupati di quello.”

Le persone hanno bisogno di capire il senso di ciò che fanno, sentirsi coinvolte e percepire che il loro contributo viene riconosciuto.

Quando il team perde motivazione, prima o poi ne risentono i risultati, i progetti, il clima e anche la tua leadership.

Per questo la motivazione non può essere delegata completamente a un corso, a un formatore o a un coach.

Il primo riferimento resti tu.

Prima di chiedere energia al team, devi chiederti quale energia stai portando tu.

Se avessi davanti un responsabile che vuole “motivare i collaboratori”, probabilmente partirei proprio da qui.

Non aspettarti una formula magica

Tempo fa mi contattò la titolare di tre centri estetici.

Voleva aumentare la motivazione del suo staff.

All’inizio cercava soprattutto strumenti da utilizzare con le collaboratrici. Poi, lavorando sulla situazione, riconobbe un aspetto importante: fino a quel momento aveva considerato la motivazione quasi esclusivamente come un problema del personale.

Lei, in fondo, si era sentita più spettatrice che protagonista.

Si era affidata soprattutto ai riconoscimenti economici e sperava di trovare qualche tecnica capace di “riaccendere” rapidamente il gruppo.

Ma la motivazione del personale raramente funziona così.

Non esiste una frase, un premio o un intervento occasionale capace di sostituire ciò che accade ogni giorno dentro il team.

Motivare è un lavoro quotidiano

La motivazione si costruisce nel tempo.

Attraverso attenzione, presenza, riconoscimento e coerenza.

Richiede interesse reale per le persone che lavorano con te.

E questo, diciamolo, costa fatica.

Hai scadenze.
Problemi da risolvere.
Obiettivi da raggiungere.
Riunioni.
Pressioni.

È comprensibile che la motivazione del team finisca spesso in fondo alla lista.

Ma se guidi delle persone, non puoi occuparti di loro soltanto quando qualcosa non funziona.

Un leader trova il tempo per correggere.
Ma anche per riconoscere.

Per chiedere come stanno andando le cose.
Per ascoltare.
Per far capire a ciascuno quale contributo sta portando.

Se la tua attenzione arriva soltanto quando c’è un problema, il team imparerà presto che per essere notato deve sbagliare.

La motivazione non è entusiasmo permanente

Essere un leader motivante non significa arrivare ogni mattina con un sorriso forzato e una scarica di entusiasmo da distribuire al gruppo.

Non devi diventare un animatore.
Devi essere credibile.

Una persona può essere riservata, tranquilla, persino poco espansiva e riuscire comunque a motivare molto bene.

Conta ciò che trasmette.

Fiducia.
Chiarezza.
Coerenza.
Interesse.

Capacità di dare direzione.

La domanda quindi non è:

  • “Sono abbastanza energico?”

Ma:

  • “Che effetto produce il mio modo di guidare sulle persone che lavorano con me?”


Vuoi potenziare la tua assertività?
Trovi spunti interessanti nei miei libri:

“Autorevolezza” , ora nella NUOVA edizione aggiornata, è perfetto se vuoi rafforzare la tua presenza autorevole con il team.

“Prima volta Leader” è pensato se hai assunto da poco un ruolo di leader.

Valuta la tua capacità di motivare

Prova a fermarti un momento.

  • Il tuo team vede in te una persona che crede in quello che sta facendo?
  • Riconosci ciò che funziona oppure intervieni soprattutto quando qualcosa va storto?
  • Sai spiegare perché un obiettivo è importante?
  • Le persone sentono di poterti parlare?
  • Sai trasmettere fiducia anche quando la situazione è complicata?

E soprattutto:

  • chiedi ai tuoi collaboratori un atteggiamento che tu per primo riesci a mostrare?

Sono domande meno spettacolari di una tecnica motivazionale.

Ma molto più utili.

Parti da te stesso

Un corso può darti strumenti.
Un coach aiutarti a leggere meglio una situazione.
Una formazione nuove modalità di gestione.

Ma nessuno può sostituirti nel ruolo di leader.

Se vuoi un team più coinvolto, devi essere disposto a entrare per primo nella dinamica.

Non per trascinare tutti con entusiasmo artificiale.

Ma per creare le condizioni perché le persone possano lavorare con maggiore fiducia, responsabilità e coinvolgimento.

La motivazione del personale non nasce dal tentativo di “caricare” continuamente gli altri.

Nasce anche dal modo in cui li guidi ogni giorno.

Prima di chiederti come motivare il team, chiediti che cosa il team riceve ogni giorno dalla tua leadership.

Se il tuo team ha perso energia e coinvolgimento,

scopri il mio coaching mirato “Motivare il team demotivato”.

Come essere autorevoli: la comunicazione non verbale per il successo

come essere autorevoli
Come essere autorevoli?

Gli specialisti della comunicazione sono piuttosto concordi su una cosa:
la postura conta.

Una postura dritta.
Un passo deciso.
Una stretta di mano schietta (quando è possibile).
Un sorriso sincero.

Possono fare una prima impressione molto potente.

Al contrario, alcune posture comunicano l’esatto opposto:

  • corpo chiuso
  • sguardo sfuggente
  • testa inclinata
  • postura molle o eccessivamente rilassata.

Sono segnali che trasmettono insicurezza o scarsa fiducia in sé stessi.

Una buona postura, invece, crea:

  • presenza
  • energia
  • autorevolezza.

Come essere autorevoli?

Serve autocontrollo… e un pizzico di strategia

La comunicazione non verbale è spesso sottovalutata.

Eppure, incide moltissimo sull’efficacia della nostra comunicazione.

Anche quando non parliamo.

Gesti, movimenti e posture raccontano molto:

  • della nostra personalità
  • delle nostre intenzioni
  • del nostro atteggiamento.

Come essere autorevoli? Ecco 9 segnali del linguaggio del corpo che le persone sicure di sé utilizzano spesso:

1. Stai diritto

Vuoi apparire più sicuro?

Raddrizzati.

Subito.

  • piedi all’altezza dei fianchi
  • schiena allungata
  • spalle leggermente indietro
  • petto aperto.

Immagina una cordicella che ti tira verso l’alto dalla testa.

Mantieni quella sensazione di altezza, ma senza irrigidirti.

Evita di appoggiarti continuamente a muri, porte o scrivanie.
Questa postura comunica passività.

2. Tieni dritta anche la testa

Le ore davanti al computer ci fanno incurvare.

Ma la posizione della testa cambia molto la percezione che gli altri hanno di noi.

  • testa dritta
  • mento leggermente sollevato
  • sguardo in avanti.

Evita di guardare continuamente verso il basso mentre cammini.

3. Usa le mani quando parli

Le mani aiutano la comunicazione.

Usale per:

  • sottolineare un concetto
  • aggiungere energia
  • dare ritmo al discorso.

Movimenti lenti e naturali rendono la tua presenza più dinamica e professionale.

La tua voce, il tuo sguardo e la tua presenza comunicano molto più delle parole.

4. “Fronteggia” le persone

La posizione del corpo invia messaggi molto chiari.

Se tieni i piedi troppo vicini o incrociati puoi trasmettere insicurezza.

Meglio una posizione leggermente più ampia.

Quando parli con qualcuno:

  • orienta il corpo verso di lui/lei
  • evita le braccia conserte
  • mantieni una postura aperta.

Il corpo rivolto verso l’interlocutore comunica interesse e coinvolgimento.

Un dettaglio sottile.
Ma fa una grande differenza.

5. Rallenta

Quando siamo nervosi tendiamo a:

  • parlare velocemente
  • muoverci in modo frenetico.

Rallenta.

Passi più regolari.
Movimenti più controllati.

Anche se all’inizio ti sembrerà innaturale, questa calma trasmette subito maggiore sicurezza.

6. “Prenditi spazio”

La psicologa americana Amy Cuddy ha osservato che, nel mondo animale, le posture espansive sono associate al potere.

Occupare spazio comunica presenza.

Sia seduto che in piedi:

  • schiena dritta
  • piedi ben appoggiati a terra
  • braccia rilassate e visibili.

Se devi fare una telefonata importante, prova ad alzarti.

Quando sei in piedi:

  • respiri meglio
  • la voce diventa più piena
  • l’energia aumenta.

Voce e corpo sono profondamente collegati.

7. Mostra il tuo lato piacevole

Sorridere è uno dei segnali non verbali più potenti.

Un volto teso o corrucciato può creare distanza.

Non serve avere un sorriso permanente.

Ma mantenere un’espressione rilassata sì.

Un sorriso autentico comunica:

  • apertura
  • fiducia
  • disponibilità.

Un piccolo esercizio.

Quando incontri qualcuno:

  1. guarda il colore dei suoi occhi
  2. sorridi
  3. mantieni il sorriso un paio di secondi in più.

Il legame che si crea è sorprendente.

8. Una stretta di mano ferma (ma naturale)

La stretta di mano è un gesto antico.

Per secoli è stato il modo più comune per salutarsi negli affari e nella vita sociale.

Una stretta di mano molle fa perdere credibilità.
Ma anche stringere troppo forte non è il massimo.
Serve equilibrio.

Negli ultimi anni molte abitudini sociali sono cambiate, ma il messaggio resta lo stesso:
trasmettere apertura e cooperazione.

Come essere autorevoli?

Con il percorso di coaching
“Voce, attitudine, presenza: comunica autorevolezza da Executive”
impari a gestire voce, postura e linguaggio del corpo per lasciare il segno.

9. Mantieni il contatto visivo

Molte persone distolgono lo sguardo appena incrociano gli occhi di qualcuno.
Tu fai il contrario.
Mantieni il contatto visivo.

Guardare negli occhi comunica:

  • sicurezza
  • leadership
  • presenza.

Non serve fissare in modo intenso.

Basta tornare regolarmente con lo sguardo sull’interlocutore.

Se ti mette a disagio, puoi guardare un punto tra le sopracciglia.
La persona percepirà comunque contatto visivo.
E ricordati di sorridere.

Uno sguardo fisso e privo di espressione può risultare inquietante.

L’autorevolezza non nasce solo da ciò che dici

Nasce da come occupi lo spazio, da come cammini, da come guardi le persone.

Il tuo corpo parla continuamente.

La buona notizia?
Puoi allenarlo.

E quando postura, voce e presenza cominciano a lavorare insieme…
la tua leadership diventa immediatamente visibile.

La forza mentale: 12 domande per capire quanto sei forte

la forza mentale

Foto di Scott Webb da Pixabay

Alcune persone ce la fanno.
Altre no.

Alcune persone raggiungono i loro obiettivi.

Sono determinate.
Volitive.
Si muovono.

Altre… si lamentano.

Trovano scuse.
Restano ferme.
Si raccontano che “non è il momento”.

E spesso si sentono vittime.

La differenza? La forza mentale

La forza mentale è ciò che ti permette di affrontare:

  • momenti difficili
  • situazioni complesse
  • un capo o un collega complicato
  • un lavoro che non ti rappresenta
  • una relazione che ti toglie energia

Cambiare direzione non è facile.

Serve tempo.
Serve fatica.
Occorre costanza.

Come ho scritto nel mio libro “Autorevolezza” qualunque sia la sfida…
devi tirare fuori grinta, carattere e determinazione.

Sempre.
Anche al tuo livello.

Ecco 12 domande per misurare la tua forza mentale.

Non sono comode.
Ma sono utili.

1. Ti rifugi nella routine?

La routine ti protegge.

Ti fa sentire al sicuro.

Ma ti blocca.

  • Rimani dove sei perché “almeno conosci tutto”?
  • Eviti il cambiamento per paura di peggiorare?

Le persone mentalmente forti non evitano il cambiamento.

Lo affrontano.

2. Ti senti spesso una vittima?

Ti capita di pensare:

  • “Capita tutto a me”
  • “Non è il momento giusto”
  • “Il contesto non aiuta”

Attenzione.
È una trappola.

Perfetta per non iniziare mai nulla.

Le persone forti:

  • si assumono responsabilità
  • cercano soluzioni
  • non si compiacciono del problema

3. Ti rovini la giornata per una critica?

Basta poco per farti cambiare umore?

  • una battuta
  • un’osservazione
  • un dissenso

Se resti “incastrato” per ore (o giorni) …
c’è un lavoro da fare.

La forza mentale passa anche da qui:
gestione delle emozioni.

4. Sai dire NO?

Dire NO è difficile.

Dire SÌ quando non vuoi… è peggio.

Se dici sempre sì per:

  • evitare conflitti
  • piacere agli altri
  • mantenere la pace

stai costruendo un problema.

Dire NO è una competenza.

E protegge la tua energia.

5. Ti accontenti… anche se non sei contento?

Rimani in situazioni che non ti soddisfano?

  • relazioni
  • lavoro
  • contesti

Perché cambiare è faticoso.
Così ti abitui.

Ti “affezioni” alla mediocrità.

Ma poi… non lamentarti.
Perché quella scelta è tua.

6. Dai la colpa agli altri?

È sempre facile trovare un colpevole:

  • il capo
  • il collega
  • l’azienda
  • il mercato

Ma così facendo, perdi potere.
Perché smetti di essere responsabile.

La verità?

Se vuoi cambiare qualcosa…
devi partire da te.

7. Mantieni quello che dici?

Le parole sono facili.
Le azioni no.

Quante volte hai detto:
“Da lunedì ricomincio…”

E poi?

Le persone mentalmente forti fanno una cosa semplice:
fanno ciò che dicono.

8. Ti confronti continuamente con gli altri?

Ti senti sempre “meno”?

Meno bravo.
Meno pronto.
Ancor meno capace.

Il confronto continuo è una trappola.

Perché qualcuno sarà sempre meglio di te… in qualcosa.

La domanda è:
stai migliorando?

9. Accetti la realtà?

Quando le cose non vanno:

  • ti chiudi
  • ti fermi
  • adatti

Oppure reagisci?
Accettare la realtà non significa arrendersi.

Significa partire da lì… per cambiare.

10. Hai paura di fallire?

Il fallimento spaventa.
Ma è inevitabile.

Chi ha successo cade.
Si rialza.
E riparte.

Chi ha paura di fallire…
non parte proprio.

11. Sei bloccato dai dubbi?

Il dubbio è sottile.

Silenzioso.

E potentissimo.
Ti ferma prima ancora di iniziare.

Diventa consapevole di questo meccanismo.

E allenati a sostituire il dubbio con pensieri più realistici.

Se ti senti meno incisivo nelle decisioni o nelle relazioni con il team,
è il momento di lavorare sulla tua presenza da leader.

Scopri “Problemi di leadership? Ritrova autorevolezza nel tuo ruolo”.

12. Molli troppo presto?

Ogni giorno hai la tentazione di mollare.

È normale.

Ma mollare sempre… è un’abitudine.

Le persone forti non mollano facilmente.
Non perché non faccia male.

Ma perché hanno deciso di non farlo.

Il punto chiave.

Non esiste una “pillola magica”.

La forza mentale si costruisce.

Giorno dopo giorno.

Con:

  • piccole decisioni
  • piccoli impegni mantenuti
  • piccole vittorie

In conclusione

Non serve essere perfetti.
Serve essere costanti.

Decidere qualcosa…
e portarlo fino in fondo.

Anche quando sei stanco.
Anche quando non hai voglia.
Quando dubiti.

La forza mentale non è qualcosa che hai o non hai.
È qualcosa che alleni.

Ogni volta che scegli di non mollare…
stai diventando più forte.

Come gestire il pessimista sul lavoro .. in tempi già difficili

pessimista

Foto di Pexels da Pixabay

Negativo.
Lamentoso.
Disfattista.
Catastrofico.

Proponigli un progetto interessante e troverà subito ciò che potrebbe andare storto.

Il mercato non è pronto.
I finanziamenti non arriveranno.
I clienti non capiranno.
Il piano è troppo ambizioso.

Il pessimista tende a leggere ogni situazione partendo dal rischio, dalla difficoltà o dal possibile fallimento.

A volte pensa semplicemente di essere realistico.

Il problema nasce quando questa lettura diventa l’unica possibile.

Il pessimista può condizionare tutto l’ambiente

Una persona costantemente negativa non influenza soltanto il proprio umore.

Può rallentare le discussioni, spegnere l’entusiasmo e portare il gruppo a concentrarsi continuamente su ciò che non funziona.

Se poi lavori ogni giorno con quella persona, ignorarla non è sempre possibile.

Può essere un collega.
Un collaboratore.
Il tuo responsabile.
Un cliente importante.

In questi casi il vero obiettivo è evitare che la sua visione diventi automaticamente anche la tua.

Non sprecare energie cercando di neutralizzare ogni pensiero negativo.

Prova piuttosto a riportare la conversazione sui fatti, sulle alternative e sulle possibili azioni.

Un po’ di pessimismo può essere utile

Il pessimismo non è sempre un problema.

Chi vede subito i rischi può aiutarti a individuare criticità che altri ignorano.

Può segnalare punti deboli.
Anticipare problemi.
Mettere in discussione un entusiasmo eccessivo.

In questo senso, una persona pessimista può diventare molto utile se riesce a trasformare il proprio allarme in contributo.

Il punto è proprio questo.

Vedere un rischio è utile. Fermarsi al rischio molto meno.

Quando il pessimismo si limita a dire “non funzionerà”, blocca.

Quando invece aiuta a capire perché potrebbe non funzionare e che cosa fare per evitarlo, diventa una risorsa.

Chiedi prima di reagire

Quando senti l’ennesima osservazione negativa, evita di rispondere immediatamente con un:

  • “Ma non è vero.”
  • “Sei sempre negativo.”
  • “Non ti va mai bene niente.”

Prova prima a capire cosa c’è dietro.

Puoi chiedere:

  • “Hai bisogno di sfogarti oppure vuoi ragionare su una soluzione?”
  • “Che cosa ti porta a questa conclusione?”
  • “Qual è il rischio concreto che stai vedendo?”
  • “Su quali elementi ti basi?”

Queste domande obbligano la persona a passare da una sensazione generale a qualcosa di più concreto.

E spesso già questo abbassa il livello di negatività.

Porta il pessimismo dal problema alla soluzione

Una volta identificato il problema, non lasciare che la conversazione finisca lì.

Puoi chiedere:

  • “Che cosa faresti invece?”
  • “Quale alternativa proponi?”
  • “Che cosa ci serve per andare avanti?”
  • “Come possiamo ridurre questo rischio?”
  • “Che cosa ha funzionato in passato in una situazione simile?”

Il messaggio è semplice:

Va bene segnalare un problema.

Ma se partecipi alla discussione, prova anche a contribuire alla soluzione.

Allarga la prospettiva

Il pessimista tende spesso a vedere una sola interpretazione.

Aiutalo ad aprire il campo.

Puoi dire:

  • “Hai considerato anche quest’altra possibilità?”
  • “Possiamo guardarla da una prospettiva diversa?”
  • “Capisco il rischio che vedi. Quale opportunità potrebbe esserci comunque?”
  • “Possiamo chiedere un secondo parere?”

Non serve negare ciò che dice.

Anzi, farlo potrebbe irrigidirlo ancora di più.

Meglio riconoscere il punto valido e poi ampliare la lettura.

Metti un limite quando la negatività diventa ripetitiva

Non tutte le conversazioni possono durare all’infinito.

Se il problema è già stato discusso, analizzato e affrontato, puoi anche chiudere il cerchio.

Per esempio:

  • “Grazie, il rischio è chiaro. Ora dobbiamo decidere come procedere.”
  • “Abbiamo capito cosa non funziona. Concentriamoci su ciò che possiamo fare.”
  • “Preferisco usare il tempo che resta per lavorare sulle alternative.”

Essere disponibili ad ascoltare non significa lasciare che la lamentela occupi tutto lo spazio.

Chiedi al pessimista di spiegarsi

Una delle strategie più semplici è proprio questa:

chiedere di approfondire.

Una frase negativa generica ha molta forza finché resta vaga.

  • “Non funzionerà.”
  • “È impossibile.”
  • “Non ne vale la pena.”

Quando chiedi:

  • “Perché?”
  • “In base a cosa?”
  • “Che cosa pensi succederà concretamente?”

la persona deve iniziare a costruire un ragionamento.

A quel punto puoi distinguere meglio tra una preoccupazione fondata e una reazione automatica.

Non farti trascinare

Lavorare con una persona pessimista può diventare stancante.

Per questo è importante proteggere anche il tuo modo di leggere la situazione.

Ascolta.
Valuta.

Prendi sul serio i rischi reali.

Ma non assorbire automaticamente ogni previsione negativa.

Più sei centrato sulle tue valutazioni, sui fatti e sulle possibilità concrete, meno sarai influenzato dal clima emotivo degli altri.

Non devi vincere contro il pessimista.

Devi evitare che il suo modo di vedere diventi l’unico modo possibile di vedere.

Delusione professionale? Non rinunciare ai tuoi sogni.. mettili in stand by

delusione professionale

Foto di Pexels da Pixabay

Una delusione professionale può arrivare proprio quando pensavi di essere finalmente sulla strada giusta.

Hai avviato un progetto.
Investito tempo, energie e denaro.

Hai fatto sacrifici, rinunciato ad altro e immaginato ciò che sarebbe potuto accadere.

Poi qualcosa cambia.

Un ostacolo inatteso. Una decisione che non dipende da te. Il mercato che risponde diversamente da quanto avevi previsto.

E ciò che avevi costruito sembra sgretolarsi in poco tempo.

Se ti è successo, sai quanto sia difficile continuare a crederci quando l’obiettivo si allontana.

La delusione prende spazio.
Le certezze diminuiscono.

E inizi a chiederti se abbia ancora senso proseguire.

La strada professionale raramente è lineare

Ci piace immaginare il percorso professionale come una linea progressiva.

Parti.
Ti impegni.
Migliori.
Raggiungi l’obiettivo.

Nella realtà, quasi mai funziona così.

La strada cambia direzione. Si interrompe. Ti obbliga a rallentare, tornare indietro o prendere una via che non avevi previsto.

Ognuno procede con il proprio passo e attraversa fasi diverse.

Non esiste un unico percorso corretto.

Esistono traiettorie personali, influenzate dalle scelte che facciamo ma anche da circostanze che non possiamo controllare.

Una battuta d’arresto non cancella il percorso

Un progetto che non funziona può compromettere la fiducia che avevi costruito.

Non metti più in discussione soltanto l’idea.

Inizi a mettere in discussione te stesso.

“Non sono capace.”
“Ho sbagliato tutto.”
“Non funzionerà mai.”

Ma un risultato negativo non racconta necessariamente il tuo valore.

Racconta che, in quelle condizioni, quel progetto non ha prodotto il risultato sperato.

È diverso.

Può significare che l’idea deve essere modificata.

Che il momento non era favorevole.

Che servono competenze, risorse o alleanze diverse.

Oppure che quella direzione non è più adatta a te.

Ciò che conta è come affronti l’ostacolo

Non tutti gli ostacoli hanno lo stesso peso.

Alcuni richiedono una piccola correzione.
Altri ti costringono a rivedere completamente il piano.

Ce ne sono anche di così importanti da obbligarti a fermarti.

In ogni caso, il punto non è fingere che non facciano male.

È capire che cosa puoi imparare da ciò che è accaduto.

Chiediti:

  • Che cosa non ha funzionato?
  • Quali segnali non avevo considerato?
  • Che cosa rifarei diversamente?
  • Quale parte dipendeva da me?
  • Che cosa, invece, era fuori dal mio controllo?

Gli errori non garantiscono automaticamente una crescita.

Diventano utili solo quando li osservi abbastanza da correggere il tiro.

Non confondere perseveranza e ostinazione

“Non mollare mai” è una frase potente.

Ma non sempre è un buon consiglio.

Continuare a fare la stessa cosa, nello stesso modo, soltanto perché hai già investito molto, può diventare ostinazione.

La perseveranza è diversa.
Non significa insistere ciecamente.

Significa restare fedele a ciò che vuoi ottenere, conservando però la disponibilità a cambiare strada, metodo o tempi.

Puoi continuare a credere in un progetto senza doverlo portare avanti a qualsiasi costo.

A volte perseverare significa proprio avere il coraggio di fermarsi.

Mettere un sogno in pausa non significa rinunciare

Ci sono momenti in cui non possiedi le condizioni necessarie per continuare.

Mancano tempo, denaro, energie o stabilità.

Forse devi occuparti di altro.
Forse la situazione professionale o personale non ti permette di sostenere ancora quel progetto.

Metterlo in stand-by non significa dichiararlo fallito.

Significa riconoscere che, in questo momento, continuare potrebbe logorarti più di quanto possa aiutarti.

Puoi concederti una pausa.
Recuperare energie.
Imparare qualcosa di nuovo.
Osservare come cambia il contesto.

E decidere più avanti se riprendere, modificare o abbandonare definitivamente quella direzione.

La pausa non è sempre immobilità o delusione professionale.
Può essere preparazione.

Non tutto ciò che interrompi deve essere ripreso

Anche questo va accettato.

Durante la pausa potresti scoprire che quel sogno non ti appartiene più.

Forse era nato in una fase diversa della tua vita.

Oppure era legato al bisogno di dimostrare qualcosa, ottenere approvazione o riscattarti.

Non devi riprendere ogni progetto soltanto perché un tempo ci hai creduto.

Puoi anche lasciarlo andare.

La differenza sta nel farlo con consapevolezza, non soltanto perché sei ferito o deluso.

Riprendere il cammino non significa tornare al punto di partenza

Quando ricominci, non riparti da zero.

Porti con te ciò che hai imparato.

Gli errori.
Le competenze.
Le persone incontrate.

La maggiore conoscenza di te stesso e di ciò che vuoi davvero.

Anche un progetto fallito può averti lasciato qualcosa di utile.

Magari non il risultato che speravi.

Ma una lettura più realistica, un metodo migliore o una direzione più adatta.

In conclusione

Una delusione professionale può costringerti a rallentare.

Può obbligarti a cambiare strada.
A volte può persino convincerti a fermarti.

Ma non deve necessariamente decidere, al posto tuo, che la storia sia finita.

Non tutti i sogni devono essere inseguiti senza sosta.

Alcuni hanno bisogno di essere rivisti.
Altri lasciati andare.
Altri ancora soltanto messi in pausa.

Rinunciare significa decidere che non ne vale più la pena. Mettere un sogno in stand-by significa riconoscere che, forse, non è ancora il momento.

Colloquio di lavoro telefonico: come essere autorevole solo con la voce

colloquio di lavoro telefonico

Il colloquio di lavoro telefonico viene spesso utilizzato come primo passaggio della selezione.

Permette all’azienda di verificare rapidamente la disponibilità del candidato, approfondire alcuni aspetti del curriculum e decidere chi invitare alla fase successiva.

Proprio perché può sembrare una semplice telefonata, rischi di sottovalutarlo.

“Devo solo parlare.”
“Durerà pochi minuti.”
“Non è ancora il vero colloquio.”

Eppure proprio quella telefonata può decidere se il processo continuerà oppure si fermerà lì.

Durante un colloquio telefonico non puoi contare sul tuo abbigliamento, sul sorriso o sul linguaggio del corpo visibile all’interlocutore.

Hai soprattutto uno strumento:
la tua voce.

Attraverso il tono, il ritmo e il modo in cui ascolti dovrai trasmettere preparazione, interesse e sicurezza.

La preparazione è già autorevolezza

Parlare al telefono sembra facile.
Non sempre lo è.

L’ansia può farti accelerare, rispondere in modo confuso oppure dimenticare informazioni che conosci perfettamente.

Per questo è utile prepararti come faresti per un colloquio in presenza.

Prima della telefonata assicurati di conoscere:

  • il nome dell’azienda;
  • la posizione per cui ti sei candidato;
  • i principali requisiti dell’annuncio;
  • il nome e il ruolo della persona che ti contatterà, se disponibili;
  • gli aspetti del tuo percorso più coerenti con la posizione.

Non devi imparare risposte a memoria.

Devi sapere quali esperienze e competenze vuoi far emergere.

Registra la tua voce

Una simulazione può aiutarti molto.

Chiedi a una persona di fiducia di farti alcune domande e registra la telefonata.

Riascoltandoti potresti accorgerti che:

  • parli troppo velocemente;
  • abbassi eccessivamente la voce;
  • dai risposte troppo lunghe;
  • utilizzi spesso intercalari;
  • sembri meno coinvolto di quanto pensassi;
  • interrompi prima che la domanda sia conclusa.

La tua voce registrata può sembrarti strana.

È normale.

Il punto non è giudicarla, ma capire come utilizzarla meglio.

Scegli un luogo tranquillo

Durante il colloquio di lavoro telefonico devi poter ascoltare e rispondere senza distrazioni.

Scegli uno spazio silenzioso e riservato.

Evita bar, mezzi pubblici, luoghi affollati o ambienti in cui qualcuno potrebbe interromperti.

Controlla che il telefono sia carico e che la connessione sia stabile.

Disattiva notifiche e altre chiamate, quando possibile.

Non fare altro mentre parli.

Niente mail.
Niente messaggi.
Niente attività domestiche.

Anche se il selezionatore non può vederti, percepirà facilmente quando la tua attenzione non è completamente nella conversazione.

Tieni tutto a portata di mano

Durante la telefonata evita di cercare freneticamente documenti o informazioni.

Prepara prima:

  • il curriculum;
  • l’annuncio di lavoro;
  • qualche informazione sull’azienda;
  • una penna e un foglio per gli appunti;
  • le domande che desideri porre;
  • un bicchiere d’acqua.

Puoi anche annotare alcune parole chiave sulle esperienze che vuoi raccontare.

Non scrivere risposte complete.

Se leggi, il tono rischia di diventare artificiale.

Le note devono aiutarti a ricordare.
Non sostituire la conversazione.

Se la telefonata arriva all’improvviso

Può capitare che il selezionatore chiami senza appuntamento.

Se sei in macchina, in un luogo rumoroso o impegnato in qualcosa che non puoi interrompere, non sentirti obbligato a sostenere subito il colloquio.

Puoi dire:

  • “La ringrazio per la chiamata. In questo momento non mi trovo nelle condizioni migliori per parlare. Possiamo fissare un orario nei prossimi giorni?”

Chiedere di spostare la telefonata non è poco professionale.

Lo è affrontarla distrattamente, con rumori intorno e senza sapere nemmeno quale azienda ti stia contattando.

Se invece non è possibile rimandare, spostati nel luogo più tranquillo disponibile e concentrati sull’essenziale.

L’autorevolezza comincia dal primo “Pronto”

Quando rispondi a un numero che non conosci, evita formule distratte o troppo informali.

Un semplice:

“Pronto, Michele Ferrarelli.”

permette all’interlocutore di capire subito di aver contattato la persona giusta.

Mantieni un tono cordiale e professionale.
Non essere freddo.

Ma non parlare nemmeno come se avessi davanti un amico, anche se il selezionatore utilizza un tono molto informale.

Cura la postura

Anche se nessuno può vederti, il corpo influenza il modo in cui parli.

Se sei sdraiato sul divano o accasciato sulla sedia, la voce può risultare più debole e meno energica.

Siediti dritto oppure resta in piedi, se questa posizione ti aiuta a respirare meglio e a sentirti più presente.

Rilassa le spalle.
Non irrigidirti.

Puoi anche sorridere mentre saluti o rispondi.

Un sorriso naturale modifica il tono della voce e la rende più aperta e disponibile.


Vuoi potenziare la tua assertività?
Trovi spunti interessanti nei miei libri:

“Autorevolezza” , ora nella NUOVA edizione aggiornata, è perfetto se vuoi rafforzare la tua presenza autorevole.

“Prima volta Leader” è pensato se hai assunto da poco un ruolo di leader.

Parla con chiarezza

Non cercare di sembrare autorevole alzando troppo il volume o utilizzando parole complicate.

L’autorevolezza passa soprattutto dalla chiarezza.

Parla con un ritmo tranquillo.
Pronuncia bene le parole.
Evita risposte interminabili.

Quando racconti un’esperienza, cerca di seguire una struttura semplice:

  • quale situazione hai affrontato;
  • quale responsabilità avevi;
  • che cosa hai fatto;
  • quale risultato hai ottenuto.

Non serve dire tutto.
Serve far arrivare il punto.

Ascolta fino in fondo

Durante un colloquio di lavoro telefonico è ancora più facile interrompere.

Non puoi vedere il volto dell’altra persona e potresti non capire immediatamente se abbia concluso la domanda.

Aspetta un istante prima di rispondere.
Ascolta fino in fondo.

Se qualcosa non è chiaro, chiedi:

  • “Può ripetere l’ultima parte della domanda?”

oppure:

  • “Quando parla di esperienza commerciale, si riferisce soprattutto alla gestione dei clienti oppure anche allo sviluppo delle vendite?”

Chiedere un chiarimento non ti rende meno preparato.

Dimostra che vuoi rispondere in modo pertinente.

Non avere paura delle pause

Quando sei nervoso, pochi secondi di silenzio sembrano interminabili.

In realtà puoi prenderti il tempo necessario per organizzare la risposta.

Puoi dire:

  • “Mi lasci un momento per riflettere.”

oppure fare semplicemente una breve pausa.

Affrettarti può portarti a rispondere prima di aver compreso davvero la domanda.

Una pausa breve, invece, comunica che stai pensando.

Essere autorevole non significa rispondere subito. Significa rispondere con senso.

Riduci gli intercalari

“Ehm.”
“Diciamo.”
“Praticamente.”
“Nel senso.”

Qualche intercalare è naturale.

Il problema nasce quando riempie ogni pausa e indebolisce il messaggio.

Non cercare di sostituirlo con un’altra parola riempitiva.

Impara piuttosto a lasciare qualche secondo di silenzio.

La pausa è più efficace di un suono utilizzato soltanto per evitare il vuoto.

Utilizza le pause per dare forza alle parole

Una pausa breve prima di un concetto importante prepara l’ascoltatore.
Una pausa dopo permette al messaggio di arrivare.

Non devi trasformare ogni frase in una performance.

Ma quando vuoi evidenziare un risultato o una competenza, rallenta leggermente.

Per esempio:

  • “Nel mio ultimo ruolo ho riorganizzato il processo di gestione degli ordini.”

Pausa.

  • “Questo ha ridotto i tempi di risposta ai clienti.”

Non aggiungere immediatamente:

“Giusto?”
“Vero?”
“Capisce?”

Ricorda l’obiettivo della telefonata

Durante il primo colloquio non devi raccontare tutta la tua carriera.

E nemmeno ottenere immediatamente il posto.

Il tuo primo obiettivo è far emergere una corrispondenza sufficiente tra il tuo profilo e ciò che l’azienda sta cercando.

Vuoi arrivare alla fase successiva.

Per questo ascolta con attenzione, rispondi in modo mirato e non perderti in dettagli poco utili.

Fai anche tu qualche domanda

Il colloquio non è un interrogatorio.

È un primo confronto.

Quando è il momento, puoi chiedere:

  • quali sono le principali responsabilità del ruolo;
  • quali competenze considerate più importanti;
  • come proseguirà il processo di selezione;
  • quando prevedono di concludere questa prima fase;
  • chi sarà il referente per i prossimi passaggi.

Se il selezionatore lavora per un’agenzia o per conto dell’azienda, potrebbe non conoscere ancora tutti i dettagli.

Non è necessariamente un segnale negativo.

Potrai approfondire in una fase successiva.

Chiudi la telefonata con chiarezza

Alla fine ringrazia il selezionatore per il tempo dedicato.

Ribadisci brevemente il tuo interesse, senza esagerare:

  • “La ringrazio per il confronto. La posizione mi interessa e ritengo che la mia esperienza nella gestione dei clienti possa essere coerente con ciò che state cercando.”

Poi verifica i passaggi successivi:

  • “Come proseguirà ora la selezione?”
  • “Sarete voi a ricontattarmi?”
  • “Entro quale periodo prevedete un aggiornamento?”

Non chiudere la telefonata senza aver capito cosa accadrà dopo.

In conclusione

Un colloquio di lavoro telefonico non è un colloquio minore.

È spesso il passaggio che decide se potrai arrivare a quello successivo.

Preparati.
Scegli un ambiente adatto.
Ascolta.
Parla con chiarezza.
Prenditi il tempo per pensare.

Non cercare di impressionare attraverso una voce costruita o un entusiasmo forzato.

Essere autorevole al telefono significa far percepire, soltanto attraverso la voce, che sei preparato, presente e consapevole del valore che puoi portare.

Scopri il coaching mirato per il colloquio di lavoro.

Gestire il team: come comunicare senza aumentare la preoccupazione

gestire il team

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Che tu sia manager di una multinazionale, piccolo imprenditore o responsabile di un settore, poco importa che il tuo team sia composto da due o duecento persone.

Nei periodi difficili, non puoi occuparti soltanto di obiettivi, scadenze e attività.

Devi confrontarti anche con le preoccupazioni delle persone che lavorano con te.

Le domande aumentano.
Le certezze diminuiscono.

Qualcuno teme per il proprio ruolo, il futuro dell’azienda o le conseguenze di un cambiamento. Altri diventano più fragili, irritabili o bisognosi di rassicurazioni.

Non devi trasformarti in uno psicologo.

Ma non puoi nemmeno comportarti come se tutto questo non riguardasse la tua leadership.

Non ignorare le preoccupazioni del team

Quando l’ansia cresce, il primo impulso può essere quello di ridimensionarla.

“Andrà tutto bene.”
“Non c’è motivo di preoccuparsi.”
“Vedrai che si sistemerà.”

Sono frasi dette spesso con buone intenzioni.

Ma se la persona percepisce un problema reale, una rassicurazione generica non la tranquillizza. Può farla sentire poco compresa o persino ignorata.

Il tuo compito non è eliminare ogni preoccupazione.

È riconoscerla, riportarla sui fatti e aiutare le persone a capire che cosa si sa, che cosa ancora non si sa e quali passi verranno compiuti.

Le persone non hanno bisogno che tu neghi la tempesta. Hanno bisogno di vedere che sei ancora sul ponte.

1. Conta la qualità dell’ascolto, non la durata

Non devi ascoltare per un’ora.

A volte bastano pochi minuti, se sono minuti di vera attenzione.

Interrompi ciò che stai facendo.
Guarda la persona.
Ascolta senza cercare immediatamente una risposta o una soluzione.

La qualità dell’ascolto si percepisce molto in fretta.

Così come si percepisce quando sei presente soltanto con il corpo, mentre la mente è altrove.

2. Se non hai tempo, dichiaralo

Può capitare che un collaboratore desideri parlarti proprio quando sei sotto pressione, devi concludere un’attività o non hai la lucidità necessaria per ascoltarlo.

Non fingere disponibilità.

Puoi dire:

  • “In questo momento ho soltanto cinque minuti. Preferisco però dedicarti l’attenzione necessaria. Possiamo parlarne alle 16?”

Rimandare con chiarezza è meglio che ascoltare distrattamente.

A una condizione: rispetta l’impegno.

Se continui a rimandare, il messaggio diventa evidente:

  • “Quello che ti preoccupa non è abbastanza importante.”

3. Gestire il team? Parla in modo chiaro e diretto

L’incertezza lascia spazio alle interpretazioni.

Quando la comunicazione è vaga, le persone riempiono i vuoti con supposizioni, timori e voci di corridoio.

Per questo evita spiegazioni confuse, promesse indefinite e lunghi giri di parole.

Distingui chiaramente:

  • ciò che è già stato deciso;
  • ciò che è ancora in discussione;
  • ciò che non sai;
  • quando potrai fornire un nuovo aggiornamento;
  • che cosa deve fare il team nel frattempo.

Non devi dire tutto immediatamente.

Devi però fare in modo che ciò che dici sia comprensibile.

La chiarezza non elimina l’incertezza, ma impedisce che venga riempita dall’immaginazione.

4. Trasmetti fiducia senza diventare spavaldo

Parlare con sicurezza non significa fingere di avere il controllo su tutto.

E nemmeno mostrare un ottimismo artificiale.

Puoi essere fiducioso e ammettere che la situazione è complessa.

Puoi dire:

  • “Non abbiamo ancora tutte le risposte. Stiamo raccogliendo le informazioni necessarie e vi aggiornerò entro venerdì.”

Oppure:

  • “Capisco la preoccupazione. Al momento sappiamo questo. Sugli altri aspetti non voglio darvi risposte che non posso confermare.”

La fiducia nasce dalla credibilità.
Non dalla sicurezza ostentata.

5. Interrompi ciò che stai facendo

“Parla pure, ti ascolto.”

Intanto continui a scrivere una mail, controllare il telefono o guardare il monitor.

Probabilmente senti le parole.
Ma ascoltare è un’altra cosa.

Se hai deciso di dedicare quel momento alla persona, sospendi ciò che stai facendo.

Non servono gesti teatrali.

Basta mostrare che, per quei pochi minuti, la conversazione è diventata la tua priorità.

Se non puoi farlo, torna al punto precedente: dichiaralo e fissa un altro momento.

6. Non interrompere

Quando sei sotto pressione per gestire il team, potresti credere di aver già capito ciò che il collaboratore vuole dire.

Così completi la frase al posto suo, anticipi la conclusione oppure offri subito una risposta.

Ma ogni interruzione rischia di comunicare:

  • “Ho già capito.”
  • “La tua spiegazione non serve.”
  • “La mia risposta è più importante di ciò che stai dicendo.”

Ascoltare con empatia significa provare a comprendere il messaggio nel suo contesto.

Puoi dire:

  • “Ti ringrazio per aver sollevato la questione. Vorrei capire meglio che cosa ti preoccupa maggiormente.”

Prima comprendi.
Poi, quando serve, rispondi.

7. Non fingere di ascoltare

Le persone capiscono quando hai fretta.

Percepiscono la risposta automatica, il cenno del capo distratto e lo sguardo che continua a spostarsi altrove.

Essere fisicamente presenti non significa esserlo davvero.

La fretta può trasmettere disinteresse anche quando non è questa la tua intenzione.

Per questo prova a rallentare.
Non necessariamente per molto tempo.

Quanto basta per far sentire alla persona che ciò che sta dicendo è stato accolto e compreso.

8. Non lasciare le persone sospese nei “forse”

Il problema non è utilizzare la parola “forse”.

Ci sono situazioni in cui una risposta definitiva non è ancora possibile.

Il problema è lasciare una persona in sospeso senza indicarle quando riceverà una decisione.

“Vedremo.”
“Forse.”
“Può darsi.”
“Ne riparleremo.”

Sono risposte che mantengono aperte tutte le possibilità, ma non permettono di orientarsi.

Se non puoi decidere subito, indica almeno un tempo:

“Oggi non posso ancora darti una risposta. Verifico e ne riparliamo domani entro le 15.”

L’incertezza diventa più gestibile quando possiede un confine.


Vuoi potenziare la tua assertività?
Trovi spunti interessanti nei miei libri:

“Autorevolezza” , ora nella NUOVA edizione aggiornata, è perfetto se vuoi rafforzare la tua presenza autorevole.

“Prima volta Leader” è pensato se hai assunto da poco un ruolo di leader.

9. Fai attenzione ai “ma”

La parola “ma” non è vietata.

Può però indebolire quanto hai appena detto.

  • “Hai fatto un ottimo lavoro, ma c’è ancora molto da fare.”

La persona rischia di ricordare soltanto la seconda parte.

Puoi separare i due messaggi:

  • “Hai fatto un ottimo lavoro. Ora dobbiamo concentrarci su ciò che resta da completare.”

Oppure sostituire il “ma” con una connessione più coerente:

  • “Hai fatto un ottimo lavoro e adesso possiamo lavorare sugli ultimi aspetti.”

Non è una semplice questione linguistica.
È il modo in cui riconoscimento e richiesta vengono percepiti.

10. Puoi dire “Non lo so”

Ammettere di non conoscere una risposta non significa essere incompetente.

A volte è la risposta più onesta e autorevole che puoi dare.

Il problema nasce quando “Non lo so” diventa una chiusura.

“Non lo so.”

Fine.

La persona rimane con la stessa domanda e senza alcuna indicazione.

Meglio completare:

  • “Non lo so ancora. Verifico e ti aggiorno entro domani.”

Oppure:

  • “Non ho questa informazione. So però chi può aiutarci a recuperarla.”

Non devi conoscere tutte le risposte.

Devi dimostrare che sai come cercarle e che non lascerai cadere la domanda.

Leggi il post per approfondire.

11. Evita le frasi fatte

“Capisco perfettamente.”
“So come ti senti.”
“Sono sicuro che andrà tutto bene.”

Usate automaticamente, queste frasi possono creare distanza invece di vicinanza.

Soprattutto se non hai vissuto le conseguenze che sta affrontando l’altra persona.

Potrebbe pensare:

  • “No, non puoi sapere come mi sento.”

Non devi dimostrare di comprendere tutto.

Puoi semplicemente riconoscere ciò che vedi:

  • “Mi sembra che questa situazione ti stia preoccupando molto.”
  • “Immagino che non sia facile lavorare senza sapere che cosa succederà.”
  • “Non posso sapere esattamente come ti senti, ma voglio capire che cosa posso fare nel mio ruolo.”

Sono parole meno rassicuranti.
Ma più credibili.

Gestire l’ansia del team non significa assorbirla

Essere disponibili non significa farsi travolgere dalle preoccupazioni di tutti.

Non puoi promettere che ogni problema sarà risolto.
Non devi assumerti la responsabilità delle emozioni di ogni collaboratore.

Il tuo compito è offrire:

  • ascolto;
  • informazioni attendibili;
  • chiarezza sulle priorità;
  • aggiornamenti regolari;
  • coerenza tra ciò che dici e ciò che fai.

Puoi comprendere la paura senza alimentarla.

Riconoscere l’incertezza senza amplificarla.

Mostrare vicinanza senza perdere il tuo ruolo.

Se i cambiamenti in azienda creano confusione o timore, puoi trasformare l’incertezza in una direzione chiara.

Scopri il percorso mirato “Cambiamenti in azienda? Gestire l’incertezza sul futuro” per capire cosa vuoi davvero e prendere decisioni più solide.

Gestire il team: in conclusione

Nei periodi ansiogeni le persone osservano attentamente il proprio leader.

Non cercano necessariamente qualcuno che abbia tutte le risposte.
Cercano una persona presente, credibile e capace di non nascondersi.

Qualcuno che dica la verità senza aumentare il panico.
Che ascolti senza promettere ciò che non può garantire.

Che ammetta ciò che non sa e si impegni a cercare risposte.

Gestire un team ansioso non significa eliminare l’incertezza.

Significa evitare che il silenzio, la confusione o le false rassicurazioni la rendano ancora più difficile da sostenere.

La forza che ci permette di resistere e non arrenderci in questi tempi duri

non arrendersi

Foto di Scott Webb da Pixabay

“Vedi, tre anni fa tu eri soprannaturale,
eri un duro e avevi grinta e avevi una mascella di ferro.
Poi è capitata la cosa peggiore che possa capitare a qualsiasi pugile: ti sei civilizzato!”

MICKEY parlando con Rocky in “Rocky III”

È una chiave misteriosa e potente.
È dentro di noi e solo noi possiamo accedervi.
Qualcosa di profondo.
È capacità di resistenza. Perseguire gli obiettivi nonostante i continui “NO”.

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È l’abilità di non arrendersi.
Ristrutturare i fallimenti e le sconfitte.
La capacità di rialzarsi per l’ennesima volta.

È la disposizione a perseguire gli obiettivi a lungo termine. Con passione e tenacia.
È la capacità di resistere a distrazioni e tentazioni.
Perseverare nonostante gli ostacoli che incontriamo sulla nostra strada.

Il talento, la competenza, l’intelligenza, la bellezza … non basta…occorre grinta!

La grinta ci aiuta a non non arrendersi. A non mollare

Senti cosa ci ricordava Marco Pantani:

“Non c’è supermarket dove si compra la grinta: o ce l’hai, o non ce l’hai.
Puoi avere il tecnico migliore, lo stipendio più alto e tutti gli stimoli di questo mondo,
ma quando sei al limite della fatica sono solo le tue doti ad aiutarti.”

E cosa dice Vincenzo Montella del “collega” Pippo Inzaghi:

“Ancora oggi non riesco a spiegarmi come facesse a segnare tanti gol. Se scomponi il centravanti Inzaghi trovi ben poco di interessante. Non aveva dribbling, non aveva tiro da fuori. Era più scarso rispetto a tanti bomber che hanno avuto la metà del suo successo.
Però lui nel suo lavoro ci ha messo tenacia, convinzione, rabbia.
La grinta ha pagato più del talento. “


Non credere che solo i più bravi, belli e intelligenti saranno premiati.
Non è così.
Semmai … è (anche) così.

Nel suo intervento TED Angela Duckworth (psicologa americana che ha studiato la grinta) ha definito la risolutezza come:
“… perseveranza e passione per raggiunger obiettivi a lungo termine.
Grinta è avere resistenza. È “attaccare” il futuro, giorno dopo giorno.
Non solo per una settimana, non solo per un mese ma per anni”.

“Quello che so è che il talento non ti rende grintoso” afferma la Duckworth.
“I nostri dati mostrano molto chiaramente che ci sono molte persone di talento che non raggiungono i propri obiettivi.
La grinta è, spesso, persino inversamente proporzionale al talento.”

Cosa ci insegnano gli studi della Duckworth?

Se anche tu, come me,
ti sei reso conto che non puoi contare (o almeno non più) su talento, bellezza, fortuna spero possa essere da stimolo sapere che la grinta è il fattore X del successo a lungo termine.

Tra una persona talentuosa e un’altra tenace,
sarà probabilmente quest’ultima a ottenere i risultati migliori.

Questa consapevolezza ci incoraggia a non fermarci, a persistere,
a non arrendersi. A non mollare!

Nonostante i progressi nel campo delle neuroscienze e delle biotecnologie, la Grinta è straordinariamente difficile da individuare.

Devi sperimentare (e superare) grandi avversità?
È questione di genetica “c’è-l’hai-o-non-c’è-l’hai”?

Penso che non esista una formula per sviluppare o coltivare la Grinta, perché è intensamente personale e soggettiva.
Se non c’è l’hai, devi trovarla.
Se ne hai, tienila stretta e non sprecarla su qualcosa di stupido!

“Grinta è vivere la vita come se fosse una maratona, non uno sprint”

…insiste la psicologa americana.

Prova il test della grinta (in inglese) di Angela Duckworth per vedere quanto sei appassionato e perseverante.
Rispondi onestamente. Non ci sono risposte giuste o sbagliate.

Formazione a distanza. Funziona il coaching via skype o telefono?

coaching via skype
Hotel, biblioteche, uffici, sale riunioni, aree di servizio, bar affollati, il mio studio, casa del cliente.

Negli anni ho svolto sessioni di coaching praticamente ovunque.

E poi c’è il telefono.

Se mi chiedi dove preferisco lavorare, ti rispondo senza esitazione: in un luogo tranquillo, dove possiamo parlare senza interruzioni.

Se invece mi chiedi quale modalità ritengo più efficace, la risposta potrebbe sorprenderti.

Molto spesso è proprio il coaching al telefono.

Il coaching online funziona?

È una delle domande che ricevo più spesso.

La risposta è semplice: sì, funziona.

A una condizione.

Che funzioni il coach.

La qualità del percorso non dipende tanto dallo strumento utilizzato, quanto dalla capacità del professionista di ascoltare, fare le domande giuste, creare fiducia e aiutarti a trovare nuove prospettive.

Una buona sessione online può essere profonda quanto un incontro in presenza.

Videochiamata o telefono?

Utilizzo entrambe le modalità.

Nelle prime sessioni preferisco la videochiamata. Aiuta a conoscerci, dare un volto alla voce e creare un primo contatto.

Successivamente molte persone scelgono il telefono.

Anch’io lo trovo estremamente efficace.

Camminare mentre parlo mi permette di concentrarmi completamente sulla conversazione, eliminando gran parte delle distrazioni visive.

E lo stesso accade spesso anche al cliente.

Perché il telefono può essere così efficace?

Quando viene meno il contatto visivo, tutta l’attenzione si sposta sulla comunicazione.

Ascolti di più.

Presti maggiore attenzione alle pause, al tono della voce, alle esitazioni, alle parole che scegli.

In altre parole, ascolti davvero.

Per questo motivo molte persone mi raccontano di sentirsi addirittura più libere di affrontare temi delicati durante una sessione telefonica.

Quando il coaching online è la scelta migliore?

Naturalmente quando la distanza rende difficile incontrarsi.

Lavoro con persone che vivono in Svizzera, in Italia e all’estero.

In questi casi il coaching online permette di costruire un percorso senza perdere tempo in spostamenti.

Ma non è solo una questione di distanza.

Molti clienti scelgono questa modalità perché è più semplice inserirla nella giornata lavorativa.

C’è chi si collega da casa, dall’ufficio o da una sala riunioni riservata.

L’importante è trovare un ambiente tranquillo e privo di distrazioni.

I principali vantaggi del coaching online

  • Puoi collegarti ovunque ti trovi;
  • elimini tempi e costi di spostamento;
  • hai maggiore flessibilità nella programmazione degli incontri;
  • lavori in un ambiente familiare e spesso più rilassante;
  • puoi mantenere continuità nel percorso anche se viaggi o cambi città.

Cosa serve davvero?

Molto meno di quanto immagini.

Una connessione stabile (oppure una buona linea telefonica), un luogo tranquillo e la disponibilità a dedicare quel tempo esclusivamente a te stesso.

Il resto lo costruiremo insieme.

Una curiosità

Non sono poche le persone che, dopo aver provato entrambe le modalità, continuano a preferire il telefono.

La motivazione è quasi sempre la stessa:

  • “Riesco a concentrarmi meglio e mi sento più libero di parlare.”

In fondo il coaching nasce soprattutto da una buona conversazione.

E quando quella conversazione è autentica, il luogo da cui avviene passa decisamente in secondo piano.

Paura del futuro al tempo di CV19: la domanda che ti assilla non è quella giusta!

paura del futuro

Foto di Engin_Akyurt da Pixabay

“Le notti insonni generano grandi idee o grandi mostri.”
Filippo Alosi

Paura del futuro.
A certe domande non puoi rispondere con slogan e frasi fatte.

Soprattutto quando accade qualcosa di inaspettato – assolutamente impensato – che ha un impatto sul lavoro, la carriera.
Sulla nostra vita.

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“Che cosa succede adesso? Come sarà il futuro?”

Un bagno di sangue.
È un mix (ansiogeno) di emozioni.
Incertezza, tristezza e rimpianto.
Frustrazione.
Rabbia.

Emozioni che scatenano ancor più paure, dubbi e insicurezze.
Ancor più paura del futuro.

Non so cosa fare!
Perché è successo?
Ce la farò? Sono davvero bravo?
Sono tenace? Persistente? Costante?
Arriverò mai da qualche parte?
Avrò mai un’altra chance?

È il momento di un faccia-a-faccia con l’unica persona che può rispondere a questa domanda…
tu!

Preparati per un “lungo viaggio”

Ci vorrà tempo.
Un “viaggio” stimolante e affascinate ma anche scomodo e pauroso.

Le cosiddette “crisi della vita” per capirlo.
Fatica e determinazione per portarlo a termine.
 


 

Preparati a lasciare la tua zona di comfort se vuoi superare la paura del futuro

Allarga i tuoi orizzonti.
Inizia a escludere.

Decidi nuove azioni.
Ti ritroverai a prendere nuove decisioni.
La vita cambia costantemente.
Dovrai riconsiderare più volte la “direzione” del tuo viaggio.

Rimanere dove sei, è una garanzia per rimanere marginale.

Se non ti spingi al di là della tua “zona di comfort”, se non chiedi di più a te stesso,
hai scarse probabilità di successo.

Non rotolarti nel dilemma “Che cosa succede adesso?” non è la domanda giusta

L’unica cosa che conta è … il tuo atteggiamento!

Se decidi di lavorare nel sociale,
aprire un agriturismo nella cascina che hai ereditato oppure se rimani senza lavoro (speriamo di no!) … quello che più conta è il tuo approccio e le tue convinzioni.

Come vedi te stesso e cosa vuoi ottenere.
Una volta che sai come affronterai la situazione…
“Che cosa faccio adesso?” avrà la sua risposta!

La domanda non è “Cosa succede?” ma piuttosto “COME affronto quello che succede?”

Quale sarà la tua prossima mossa?
Come affronti gli ostacoli?
Sei disposto a cadere e rialzarti? Sempre ogni volta?
Sai gestire le attese? Le frustrazioni?
Ridiscutere le tue credenze e le tue certezze?
Come puoi trovare la forza per andare avanti?

Devi trovare dentro di te la forza.
E andare avanti.
La perseveranza è la dote che ti permette di andare oltre la fatica e le circostanze.

 
More: scopri il percorso di coaching ideale per la tua carriera di successo
 

Ti sei già chiesto quanto riesci a perseverare di fronte gli ostacoli?

Non ti arrendere al primo ostacolo o difficoltà.

Se le cose ti sono sempre arrivate con poco sforzo o una botta di culo,
potresti non aver mai allenato i “muscoli interiori”,
necessari quando la strada si fa in salita.

Non ritenere l’ostacolo insormontabile.
Metti energia e tempo per superare difficoltà e impedimenti.

La perseveranza fa la differenza tra successo e fallimento

Devi imparare da quelle persone che hanno sempre dovuto lavorare sodo.
Hanno sviluppato determinazione, costanza e forza di volontà per padroneggiare una nuova abilità o superare un ostacolo.

Non se ne esce fuori, senza un impegno straordinario.

All’inizio – se non sei abituato – troverai difficoltà.
Dopo varie volte – tale sforzo – diventerà naturale e istintivo.

Quando la salita si fa dura, quando (sembra) che non c’è alcuna ragione di continuare,
quando tutto intorno a te invita a mollare, arrendersi, rinunciare, a non continuare …
proprio a quel punto che se vuoi ottenere qualcosa dalla vita,
devi perseverare.

Uno sforzo affannoso o occasionale sarà di poco valore

Per ottenere risultati, devi applicarti tutti i giorni, fino a quando diventerà un’abitudine.
Perseveranza vuol dire “attaccare” giorno dopo giorno.

Non solo per una settimana, non solo per un mese ma per anni … nonostante gli ostacoli che incontri sulla tua strada.

Davanti alla paura del futuro non paralizzarti … pazienza e perseveranza.
Riprova. Credimi.
Ce la farai!
Ce la faremo!

8 strategie per ricostruire la fiducia che stiamo perdendo – in questi tempi difficili

costruire la fiducia

Foto di Mark Sebastien

 

“Vivere non significa attendere che passi la tempesta,
ma imparare a danzare nella pioggia.”

Gandhi

Il mondo non è mai stato così caotico e ansiogeno.
Non è più solo una questione di conoscenza, capacità e abilità.
È una questione di resistenza.
Di forza mentale.

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Sentirci non abbastanza è sufficiente per farci girare la testa. Diventare esitanti e incerti.
Perdere la fede nelle nostre capacità.
Smarrire l’autostima.

È importante costruire giorno-per-giorno una sicurezza reale, tangibile, concreta.
Inattaccabile.

Ecco 10 potenti strategie per costruire la fiducia in te stesso:

1. Pensa alla fiducia come un muscolo

Un errore che puoi fare è pensare che la fiducia sia qualcosa di innato.
Se non nasci sicuro, vuol dire che non lo sarai mai.
Sbagliato!

In realtà,
la fiducia è un “muscolo” che, proprio come i muscoli del nostro corpo,
può crescere e rafforzarsi attraverso “l’allenamento”.

Affronta i cambiamenti e le turbolenze della vita come un’opportunità di crescita.
Non come minacce da evitare a tutti i costi.

Transizioni e preoccupazioni fanno parte della nostra crescita personale.
Sono il prezzo (a volte salato) che paghiamo per il nostro sviluppo.

2. “Abbraccia” l’incertezza

È inutile … non puoi avere tutte le risposte!

Prendi le distanze dalle cose che non puoi controllare.
Non farlo, ti porterà solo ansia e frustrazione.
Vedi che stiamo vivendo in tempi così incerti?

Non sprecare la tua energia per controllare situazioni che non dipendono da te.

Diventa più flessibile.
Organizza e pianifica con metodo ma lascia uno spazio per “accogliere” l’imprevisto.
 


 

3. Esplora il “grigio”

Per chi è “bianco o nero” non esistono compromessi, vie-di-mezzo, accordi…
rappresentati dal “grigio”.

Viviamo in una società che ci insegna a scegliere, a schierarci tra giusto o sbagliato, amico o nemico,
amore o odio, bianco o nero.

La comprensione -invece- si sviluppa nel grigio, dove bianco e nero si “mescolano”.
Evolviamo esplorando le differenze.

Domani potresti ritenere sbagliato quello che oggi consideri giusto.
Una persona che giudichi male in questo momento potrebbe col tempo sorprenderti positivamente.

Mantieni sempre una grande apertura mentale.
Evita scelte fisse e rigide.
La vita ci sorprende.
Tutte le volte.

4. Fai attenzione a come parli a te stesso

“Sono sicuro che non riesco”
“Non troverò mai più un lavoro”
“Sono un incompetente. Non farò mai nulla di buono”
Cosa diresti a un caro amico che ti confidasse frasi del genere?

Il tuo monologo interiore,
i tuoi pensieri influenzano notevolmente il modo in cui ti senti e ti comporti.

Se sei convinto di sbagliare o pensi di fallire, per il solo fatto di crederlo ti comporti in modo tale che …
la tua aspettativa si avvera.

Sostituisci i pensieri eccessivamente negativi con pensieri più realistici.

5. Sii positivo

Concentrati sugli aspetti positivi di una situazione e sulle tue buone qualità.
Parla a te stesso in modo più gentile e positivo.
Come se stessi parlando a un caro amico.

Non colpevolizzarti quando non sai. Impegnati a scoprire.
Non aspettare soluzioni magiche.

Prova.
Riprova …
ancora una volta!

6. Punta al miglior risultato possibile

Tutte le volte in cui vuoi essere perfetto, efficiente e “all’altezza” ti metti sulle spalle carichi emotivi molto pesanti.
Rischi di ottenere l’effetto esattamente opposto.

Anneghi in ansia da prestazione. In fantasie che gli altri ti stiano giudicando male.
Altro che… costruire la fiducia!

Non devi puntare alla perfezione ma al migliore risultato possibile.
Rifiuta il perfezionismo.

7. “Abbraccia” i tuoi limiti

Viviamo in una cultura lavorativa condizionata dalla paura di sbagliare,
di fallire, peggiorata (in questi tempi di crisi) dal timore di perdere il posto di lavoro.

Tuttavia,
gli errori sono preziosi perché mostrano i limiti.
Fanno luce sulle debolezze (ma anche sui punti di forza).

 
More: scopri il percorso di coaching ideale per potenziare la tua autostima sul lavoro
 

Gli errori ti rendono “resistente”.
Un errore potrebbe essere il tuo insegnamento più prezioso.

8. Non farti corrodere dai dubbi

Il dubbio è il killer numero uno di una mentalità fiduciosa.
Quando dilaga incontrollato, danneggia la mentalità e sgretola le prestazioni.

Troppo spesso tendiamo ad aggrapparci ai dubbi.
Iniziamo a dubitare ancor prima di iniziare qualcosa.
Qualsiasi cosa.

È fondamentale riconoscere il dubbio.
Diventare consapevole di questo pensiero e dell’influenza negativa che può avere su di te.
Contrastare i dubbi con pensieri positivi (o per lo meno realistici) porterà risultati migliori.

Non c’è un momento ideale per iniziare a costruire la fiducia

Devi fare il primo passo adesso,
perché non esiste il giorno o l’ora giusta per iniziare a costruire la fiducia.
Il tempo giusto per l’azione è “oggi”.

Sforzati di fare il primo passo, poi segui il flusso.

Piccole ma continue “vittorie fiduciose” portano a migliori decisioni e opportunità.
Diventa un ciclo virtuoso che si auto-alimenta.

Ti aiuterà ad alleviare l’ansia e la preoccupazione.
Superare gli ostacoli che si presenteranno lungo la strada.

9 spunti per comunicare con il team come un grande leader – in tempi di CV19

comunicare con il team

Foto di Dirk Hoenes da Pixabay

Sei il leader del tuo team.
È il momento di entrare nel concreto.
Fornire il tuo appoggio e aiutare chi ti circonda.

Far sentire che ci sei.

Sostieni e incoraggia la “tua gente”. Costantemente,
Fai sentire che sei un capo attento e presente anche e soprattutto in questi momenti difficili.

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Sei il leader del tuo team.
Devi trasmettere fiducia e importanza a ogni singola persona.
Diventa un supporto attivo e concreto per ognuno di loro.

Fai sentire la tua presenza.
Fai sentire la tua squadra importante.

1. Sii trasparente, chiaro e diretto

Non nascondere, raddolcire o minimizzare i fatti.
L’autenticità ti fa guadagnare la stima delle persone.

Evita i FORSE e i MA. Parole dispersive come “Giusto?” -“Vero? “portano inazione e confusione.

Il bisogno di addolcire il messaggio (quando vuoi comunicare con il team) ti induce a utilizzare parole dispersive che tolgono energia e incisività alla tua comunicazione.

2. “Andrà tutto bene” sono solo parole vuote se non entri nel concreto

Evita di minimizzare.
Non confortare sdrammatizzando le preoccupazioni.
Non negare l’evidenza con banali frasi di circostanza.

Se ignori l’ansia,
il tuo team penserà che non ti importa.

Specifica quello che intendi dire.

Evita di comunicare con il team in modo troppo indiretto, con domande che inducono alla riflessione o all’analisi.

Non stiamo parlando con bambini, lascia da parte gli indovinelli e vai dritto al sodo.
Se c’è qualcosa che devi dire, dillo, altrimenti meglio tacere!

Devi essere specifico. Diretto.
Spiega, esattamente quali azioni devono essere intraprese.
Quali comportamenti non ti sono piaciuti.
 


 

3. Non basta dire “Buon lavoro!” per comunicare con il team

Sporcati le mani. Anche tu.
Ora più che mai.

Il coraggio di pedalare ti viene quando qualcuno -a fianco a te- comincia a pedalare.

4. Non nasconderti

Sotto il ponte.
Quando il mare è agitato, il capitano dovrebbe camminare sul ponte.

5. Rinforza la fiducia dei tuoi collaboratori

Chiediti spesso: “Come posso rafforzare la fiducia del mio team?”
Onora il lavoro di coloro che ti circondano.

Lascia che la tua gente sappia che conta.
Pensa quanto sono speciali-loro, non quanto sei speciale-tu.

Condividi esperienze, spiega le azioni e dai la possibilità di esplorare nuove opportunità.
Ringrazia il tuo staff.
Spesso.

6. Dimentica il tuo titolo o posizione

Non innamorarti di dare consigli.
Dai consigli con semplicità. È inebriante se qualcuno cerchi il tuo aiuto.
Tieni i piedi per terra.

Pretendi di più da te stesso che dai tuoi collaboratori.

Non dire mai “Io sono il capo”, a meno che tu non debba assumerti la piena responsabilità.
Oggi più che mai!

7. Dai supporto alle persone del tuo team

Ripensa alla tua vita.
Scommetto che ricordi ancora con ammirazione chi ti ha aiutato.

 
More: scopri il percorso di coaching ideale per potenziare la tua gestione del team
 

Includi tutti i collaboratori nelle riunioni e nelle discussioni.
Non emarginare,
escludere o escludere una sola persona.

8. Guarda in faccia le persone

Non cercare il contatto visivo è segno di disinteresse. Mancanza di rispetto.
Velare. Nascondere le tue vere intenzioni.

Utilizza gli occhi per stabilire un contatto visivo (senza esagerare) per evidenziare l’interesse che provi nei confronti delle persone.

9. Ascolta … davvero!

Ascolta cosa hanno da dire le persone, prima di esprimere il tuo punto di vista.
Non interrompere.

Usa le loro idee per migliorare il lavoro.
Fai sapere ai tuoi dipendenti che hai usato la loro idea o incoraggiali a implementarla.

Ascoltare va oltre il semplice “sentire” … è empatia.
Esprime interesse. Mostra rispetto. Riconosce il valore.
Crea fiducia. Rafforza la connessione.
Aumenta l’efficacia e l’efficienza.

Se sei disposto a metterti in discussione e cerchi costantemente evoluzione e crescita vuol dire che sei … un leader.
Un grande leader.

“Cadi 7 volte, rialzati 8.” proverbio giapponese per non mollare in tempi di CV-19

non mollare

Foto di klimkin da Pixabay

La vita è tutt’altro che semplice!

Ho vissuto – come tutti in questi giorni– incertezza, disorientamento e paura.
Progetti che si sono sgretolati all’improvviso.
Desideri che si sono rilevati inesorabilmente poco realizzabili.

Adesso che la salita si sta facendo dura… è il momento di prepararsi.
Di raccogliere i pensieri. Le energie.
Di perseverare.
Andare avanti.

Accetta quello che senti

Accogli la paura.
L’incertezza.
Il dolore.

Non distrarti, non mollare, non sprecare energie, non incolpare nessuno (in fondo – anche se in parte minima – abbiamo sempre e comunque una responsabilità).

Preparati all’azione. Non mollare.

Essere coraggiosi non significa gonfiare il petto.
Mostrare il bicipite.
Sorridere forzatamente a tutto ciò che succede.

Si tratta di elaborare emotivamente le paure, per poter andare avanti.

Non lamentarti e commiserarti troppo.
Le continue recriminazioni ci tolgono energie, annebbiano la mente e ci distolgono dal fare la prossima mossa: passare all’azione (quando sarà il momento).

 


 

Non “forzare”

Non provare a esorcizzare la paura con un sorriso costretto. Non funziona.
“Lasciala entrare” dentro di te, piuttosto.
Accettala.

Elabora ciò che è successo.
Se rifiuti la paura, riapparirà più tardi inaspettata.
Ancora più dolorosa.

Non sei il solo

Non farti ingannare dai sorrisi e dita a V su video e Fb!

La maggior parte delle persone non parla apertamente delle proprie paure.
Dei propri fantasmi.

Porta lo sconforto alla luce

Parlane, condividilo… con qualcuno vicino a te.
Di cui ti fidi.

Una conversazione sincera e profonda può essere molto utile a diminuire la forte pressione interiore che senti.

Attraverso gli occhi di qualcun altro puoi cambiare prospettiva.
Ristrutturare la realtà, trovare una nuova via.

Prenditi del tempo per elaborare

Elabora un piano (anche semplice) su come procedere.
Non deve essere perfetto, lo correggerai in corso d’opera.
Lungo la strada.
Dividilo -se è il caso- in piccoli passi.

Agire sarà anche un modo per “rompere” il disorientamento.
Se hai ancora difficoltà a iniziare, fai un passo molto piccolo.
L’importante è cominciare. Non mollare.
Andare avanti.
Di nuovo.

“Non avere mai paura di tentare qualcosa di nuovo.
Ricorda: dei dilettanti costruirono l’arca mentre il Titanic fu costruito da professionisti.”
Dave Barry